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	<title>Ucraina Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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	<title>Ucraina Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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		<title>Palla tra due fuochi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Apr 2022 09:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica: il mondo che cambia]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">I prezzi corrono veloci, come mai siamo stati abituati negli ultimi vent’anni. Le ultime rilevazioni&nbsp;<a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/prc_hicp_manr/default/table?lang=en">Eurostat</a>&nbsp;mostrano una tendenza allarmante per l’inflazione di Eurolandia. Come si può facilmente notare dall’immagine, l<strong>’inflazione di Eurolandia è salita a marzo al 7,5% rispetto all’anno precedente, dal già elevato 5,9% di febbraio</strong>. In parole povere, ciò significa che in media, un prodotto che a marzo 2021 costava 100 euro, lo scorso mese è costato 107,5 euro. Un aumento molto alto che ha come effetto la chiara perdita di potere d’acquisto delle famiglie, visto che l’aumento dei prezzi sulle merci non ha avuto un corrispondente aumento dei salari dei consumatori. Perché questo? Perché prendendo come costante la domanda di prodotti da parte dei cittadini, cioè la quantità di merce domandata (anche se in realtà anch’essa è in progressivo aumento rispetto ai periodi pandemia), è solamente&nbsp;<strong>il lato dell’offerta che ha subito un incremento violento dei prezzi</strong>: infatti, oggi, non si produce di più con la necessità di maggiore manodopera e il conseguente aumento degli stipendi, ma sono solamente aumentati i costi per produrre gli stessi prodotti di prima e così, per ottenere un profitto, i produttori hanno aumentato i prezzi che pesano sul consumatore finale.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/04/screenshot-152.png?w=1014" alt="" class="wp-image-424"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph">L’ultimo paragrafo ha messo in luce, come l’inflazione può essere buona o cattiva a seconda che i prezzi colpiscano la domanda dei beni (buona) o l’offerta degli stessi (cattiva).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fortunatamente (si fa per dire),&nbsp;<a href="https://www.milanofinanza.it/news/s-p-riduce-la-crescita-del-pil-globale-2022-dello-0-6-al-3-6-202204011328005475">Standard and Poors</a>&nbsp;riferisce che nonostante l’aumento dei prezzi, il risparmio acquisito durante la pandemia ha reso, per il momento, meno pesanti gli effetti del caro prezzi. Per l’agezia di rating “<em>Le questioni relative alla catena di approvvigionamento sono più rilevanti in Europa che negli Stati Uniti. L’economia ha mostrato un buon slancio sulla scia della variante omicron. La domanda e la fiducia sono ancora relativamente forti, sebbene quest’ultima sia diminuita dall’invasione russa.&nbsp;<strong>Il risparmio in eccesso accumulato durante la pandemia fornisce alle famiglie ammortizzatori temporanei all’attuale shock dei prezzi</strong></em>.” E sul fronte inflazione continua: “<em>Prevediamo che la Bce si muoverà verso la fine del 2022 e manterrà il tasso di riferimento al di sotto della neutralità (1,50%) fino alla metà del 2024. La normalizzazione del bilancio non inizierà prima del 2024 e comporterà un’azione passiva sotto forma di non rinnovo di obbligazioni in scadenza</em>.” In breve, l’agenzia di rating crede che&nbsp;<strong>la BCE non frenerà come in USA la politica monetaria accomodante per evitare un freno troppo rapido e pericoloso per il ricorso al credito</strong>. Infatti, se il costo del denaro venisse aumentato per frenare l’inflazione, andrebbe da sé che anche il costo dei mutui e dei prestiti subirebbe dei rincari e in un’area economia come Eurolandia, che è appena uscita da una crisi economia senza precedente causa pandemia e che si appresta ad affrontarne un’altra sul piano geopolitico, sarebbe opportuno non andarci con i piedi di piombo. Soprattutto se si pensa che questo shock dei prezzi proviene più da una crisi dell’offerta che da un’esplosione della domanda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad ogni modo, l’inflazione core in Europa a marzo ha raggiunto il 2,7%, un livello che supera di molto il classico target UE dell’appena sotto il 2% che ultimamente è stato modificato come raggiungimento&nbsp;<em>nel&nbsp;</em>medio periodo. Su questo fronte, la presidente Lagarde è stata molto chiara, come riporta il&nbsp;<a href="https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_30.03.2022_10.14_20310203">sole24ore</a>: “<em>Siamo pronti a reagire a una serie di scenari e il corso che seguiremo dipenderà dai dati in arrivo. In particolare, se i dati in arrivo supporteranno l’aspettativa che le prospettive di inflazione a medio termine non si indeboliranno anche dopo la fine dei nostri acquisti netti di attività, concluderemo gli acquisti netti nell’ambito del programma di acquisto di attività nel terzo trimestre. Ma se le prospettive di inflazione a medio termine dovessero cambiare e se le condizioni di finanziamento diventano incoerenti con ulteriori progressi verso il nostro obiettivo del 2%, siamo pronti a rivedere il nostro programma per gli acquisti netti di attività in termini di dimensioni e/o durata”.&nbsp;</em>In poche parole,&nbsp;<strong>è ancora presto per cambiare rotta, ma non è troppo tardi per entrare in acque inesplorate</strong>. E ciò dipenderà soprattutto dall’evolversi della crisi del conflitto in Ucraina, che allo stato attuale non tende a diminuire con la conseguente incapacità di prevedere come e quando i prezzi delle materie prime inizieranno finalmente a calare. Il forte incremento quest’ultimi è quasi tutto legato all’energia, che ha registrato un rincaro del 44,7%, dal 32% del mese precedente. L’aumento mensile è stato del 12,5%. Tutte le componenti hanno registrato, però, accelerazioni dei prezzi e i tassi di crescita sono tutti al di sopra dell’obiettivo Bce. I prezzi dei beni industriali, ad esempio, (energia esclusa) sono aumentati del 3,4%, rispetto al 3,1% di febbraio (+2,5% su base mensile); mentre quelli dei servizi sono saliti del 2,7%, sempre rispetto al 2,5% di febbraio (+0,4% su base mensile).</p>



<p class="wp-block-paragraph">E anche se l’estate, soprattutto in tempi di riscaldamento climatico, è alle porte, il problema non è affatto eliminato.&nbsp;<strong>L’Europa non sarà autonoma dalle materie prime energetiche per lungo tempo e gli accordi commerciali in tal senso, paralleli ad investimenti sull’economia verde nel medio periodo, sono necessari per poter evitare una stagflazione duratura&nbsp;</strong>(la situazione economica in cui i prezzi aumentato ma la produzione collassa)<strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcune mosse geopolitiche si stanno già palesando agli occhi del mercato. Da un lato abbiamo la Russia che vedendosi sbattere le porte in faccia al proprio gas sta ora stipulando accordi con l’India del primo ministro Modi. Dall’altro lato, invece, abbiamo l’occidente, con gli USA in testa che, come riporta Fubini sul&nbsp;<a href="https://www.corriere.it/economia/consumi/22_aprile_02/ora-l-occidente-bussa-all-iran-cosi-cambia-diplomazia-petrolio-86220004-b2bc-11ec-8273-0ad59adb9bd4.shtml">Corriere della sera</a>, sono stretti tra due fuochi: le sanzioni contro la Russia stanno aprendo nuove rotte del petrolio che tagliano fuori le economie ricche. E di ciè se n’è avuto conferma negli ultimi giorni, quando l’Iran ha iniziato ad alzare sempre di più il prezzo con gli USA affinchè si porti ad un aumento del greggio di cui Biden ha bisogno.&nbsp;<strong>In America, infatti, il gasolio è al massimo storico e le elezioni di metà mandato non sono così lontane</strong>. Occorre poi ricordare che l’Iran è oggi sotto sanzioni a causa del proprio programma nucleare e fiutando la debolezza americana, Teheran sta ora alzando la posta in palio, chiedendo, tra le altre cose, di togliere la Guardia rivoluzionaria islamica — una forza armata di Stato — dalla lista delle organizzazioni terroristiche (lì dove l’aveva confinata Donald Trump nel 2019). Ora Biden esita, perché qualunque concessione finirebbe per sottoporlo ad un attacco interno, proprio in vista delle elezioni di midterm. Si spiega anche così il motivo per cui la Casa Bianca abbia appena deciso di rilasciare una quantità senza precedenti di riserve strategiche di greggio per calmierare i prezzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In sintesi,&nbsp;<strong>la guerra del petrolio è appena cominciata e l’occidente si ritrova tra la morsa dell’inflazione e della carenza delle materie prime, vittima della sua debolezza più grande</strong>, mentre il mondo emergente, consapevole dell’opportunità di poter diventare giocatore chiave della partita, non si lascerà sicuramente scappare l’occasione di influenzare il futuro dell’economia mondiale. Il tempo, purtroppo, non gioca più dalla nostra parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di Roberto Biondini e Claudio Dolci</em></p>
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		<title>70 anni di Pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Mar 2022 09:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>3 min di lettura I venti di guerra continuano a soffiare dal vicino oriente, sospinti...</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>3 min di lettura</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">I venti di guerra continuano a soffiare dal vicino oriente, sospinti dalle mire zariste di Putin, che dopo aver ripudiato Lenin per Dugin sembra ormai pronto a tutto, persino l’impronunciabile. <strong>Di fatto è successo ciò che per molti, forse tutti, era ritenuto l’impensabile per antonomasia e che solo da pochi era dato come inevitabile, ovvero l’invasione a tutto campo da parte della Russia dell’indipendente Stato dell’Ucraina. </strong>Da questa scelta in poi a prevalere sono state le sgrammaticature strategiche (dalla difesa di due Repubbliche all’attacco di Kiev), le minacce di un’ulteriore escalation (come il richiamo alle armi atomiche) e infine il caos dell’informazione e la forza della disinformazione (fake-news). La cronaca del presente è ormai talmente veloce, e inquinata, che le testate giornalistiche e le analisi tecniche non riescono più a tenere il passo con la realtà e la post-verità. Una parola spesa quest’oggi potrebbe essere completamente inutile se non fake-news già domani, e questo anche a causa dell’era Social nella quale viviamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In questa frenesia è ancora difficile tenere in tensione il filo che conduce al perché delle azioni, delle introspezioni socioeconomiche, degli effetti collaterali e soprattutto delle ragioni storiche. </strong>D’altronde sono solo quest’ultime, e la Storia in sé ce lo dimostra, a poter riavvolgere gli eventi del presente attorno a un nocciolo di sensatezza, lasciando al dominio dell’irrazionalità solo le morti di ambo gli schieramenti e soprattutto quelle dei civili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fronte alla follia della guerra l’unico argine sembra quello proposto dalla società civile, che contro questa invasione lampo ha reagito con altrettanto velocità, manifestando, da <a href="https://www.corriere.it/foto-gallery/esteri/22_febbraio_27/manifestazioni-l-ucraina-pace-berlino-praga-foto-1b26eb56-97ec-11ec-97aa-535db4de4386.shtml">Berlino a Parigi</a>, a favore di un cessate il fuoco immediato. A Berlino sono scese in piazza mezzo milione di persone, stando gli organizzatori, al grido di “<em>Stop war, stop Putin</em>”; e lo stesso è accaduto a Roma, a Milano e in molte grandi e piccole città italiane. Ed un fenomeno analogo si è propagato nel mondo dei Social, dove ci sono state anche celebrità, come Elon Musk e la sua Starlink, che hanno agito concretamente in aiuto del popolo ucraino, fornendo il servizio internet satellitare a banda larga. Persino in Russia, nelle roccaforti del potere di Putin, a San Pietroburgo e Mosca, si è alzata la voce di chi è contrario allo Zar e ha manifestato per la pace, andando incontro a manganellate e arresti. Solo Cina e Iran hanno mantenuto posizioni attendiste, quando non indulgenti, nei confronti delle azioni di Mosca, mentre le democrazie Occidentali hanno imboccato con maggior vigore una strada comune e che forse, senza questa escalation, non si sarebbe manifestata con la stessa intensità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Macron stesso, l’apripista dei negoziati con Putin, non più tardi di qualche mese parlava della Nato come di un soggetto <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/nato-stato-morte-cerebrale-ambizioni-macron-francia-e-ue-ACDUwQx"><em>“in stato di morte cerebrale”</em></a>, mentre oggi è tra i più attivi, così come il primo ministro britannico Boris Johnson, un tempo promotore della scomparsa del mondo post Yalta ed oggi schierato nella difesa degli interessi europei. Di fatto le titubanze espresse dai leader europei sono state condivise in modo bipartisan tanto dai socialisti tedeschi di Olaf Scholz, quanto dai sovranisti di Visegrad. Tra quest’ultimi è bene ricordare come negli anni i sentimenti pro-Russia siano cresciuti in tutta Europa e abbiano trovato dimora proprio nei partiti a matrice sovranista. Ad esempio, neanche un mese fa il premier ungherese Orban era volato al Cremlino per rinsaldare i propri legami con Putin e, nello stesso periodo, Marine Le Pen aveva evitato di condannare l’azione dell’esercito russo al confine ucraino, mentre il leader della Lega, Matteo Salvini, sosteneva idee come: “<a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2022/02/24/news/putin_salvini-8831416/"><em>Ucraina? Non si rompano le palle a Putin</em></a>”, e <em>“Staremmo meglio se avessimo un Putin in Italia”</em>. D’altronde, come si può scordare la foto del leader leghista, sorridente, in Piazza Rossa con addosso un’immagine stampata del leader russo a cui si ispirava? <strong>Per anni i sovranisti di tutta Europa hanno trovato nella Russia zarista, nella sua capacità di riconnettersi a un passato nostalgico, radioso ed accompagnato dal <a href="https://perfondazione.eu/19799-2/">neo-romanticismo di Alexander Dugin</a>, un punto di riferimento non solo ideologico, ma persino economico</strong>. In un recente articolo uscito su <strong>La Stampa</strong>, il filosofo sociologo <strong>Slavoj Zizek</strong>, ricorda infatti come sia stato lo stesso Putin a sostenere Marine Le Pen, la Lega e altri movimenti neofascisti. Ed anche <strong>L’Espresso</strong>, con le sue inchieste sull’incontro avvenuto <a href="https://espresso.repubblica.it/inchieste/2021/06/25/news/soldi_russia_lega_savoini_spia_putin-307606488/">all’Hotel Metropol di Mosca del 2018</a>, ha descritto negli anni il legame tra interessi economici e politici tra Italia e Russia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E oggi?</strong> Come stanno reagendo questi leader politici all’avanzamento russo in Ucraina? La reazione di Orban è forse quella più inaspettata, perché non solo ha mandato le proprie truppe al confine con l’Ucraina ma addirittura deciso di accogliere a braccia aperte i rifugiati ucraini, accodandosi poi senza colpo ferire alle sanzioni europee che stanno prendendo forma a Bruxelles. Tutto un altro scenario rispetto al filo spinato riservato ai profughi siriani in fuga dalla guerra e da Assad. Ed anche nella destra italiana Meloni ha condannato molto velocemente l’attivismo russo in terra ucraina e a ruota l’ha seguita il suo ex- alleato Salvini, che si è però affidato a un collaudatissimo cerchiobottismo, con il quale ha condannato sia l’azione bellica, sia la risposta europea, con <a href="https://www.corriere.it/politica/22_febbraio_27/salvini-armi-letali-ucraina-2605776e-97eb-11ec-97aa-535db4de4386.shtml">il no all’invio di armi letali</a>. Nonostante ciò, <strong>si può dire che la maggioranza delle forze sovraniste presenti in Europa abbia abbandonato l’idolo zarista e condannato le sue azioni, mostrando così un rinnovato entusiasmo per l’UE.</strong> <strong>Siamo quindi di fronte a una nuova era?</strong> È possibile che da questa crisi, senza precedenti da quando esiste la UE, si possano fare dei passi avanti verso un’unificazione federale ed il parallelo sgonfiamento delle forze sovraniste e populiste?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta al momento non è univoca. Dal canto suo, già la crisi pandemica era stata capace di creare un legame fiscale solidale tra i Paesi membri dell’UE e prima di lei l’Euro attraverso l’unione monetaria, ma ambedue questi collanti non sono mai stati sostenuti da una reale visione politica dell’Europa e ben presto hanno mostrato dei cedimenti nella loro capacità di tenuta. Al contrario, <strong>l’idea di un’ Europa federale potrebbe ora avvalersi della formazione di un esercito comune e con esso della responsabilità di difendere quei confini che riuniscono tra di loro le democrazie liberali</strong>. Una sorta di vicolo aggiuntivo capace di traghettare sempre di più, dopo un’unione economica e una sanitaria, l’UE verso una politica comune. La Germania, ad esempio, ha deciso di investire ben 100 miliardi di euro per la difesa, e il 2% del Pil nazionale (pur rispettando il fiscal compact), cambiando così rotta rispetto agli ultimi 70 anni. <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ispitel-speciale-russia-ucraina-kiev-ti-armo-33855">L’invio stesso di armi verso l’Ucraina, per un importo pari a 500 mln di euro</a>, è un fatto storico e sostenuto da 18 dei 27 Paesi della zona UE. E persino <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/02/28/ucraina-la-svizzera-si-schiera-dopo-secoli-di-neutralita-alberto-di-monaco-fara-lo-stesso/6510540/">la Svizzera</a>, per secoli neutrale e fuori dall’UE, ha deciso di applicare le sanzioni nei confronti di Mosca.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di fronte a questi stravolgimenti è difficile ritirarsi nel proprio antro sovranista e ignorare quel che accade alle porte d’Europa</strong>. E forse proprio grazie a questa nuova comunione d’intenti tra Paesi europei, che solo qualche settimana fa discutevano la legittimità del diritto europeo su quello nazionale, si potrà volgere in meglio quella che per ora resta una situazione tesa e perlopiù ancora incomprensibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Roberto Biondini e Claudio Dolci</p>
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		<title>Io vinco, tu perdi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Feb 2022 09:41:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>4 min di lettura Tra il 1982 e il 1997 il mediatore austriaco Friedrich Glasl...</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>4 min di lettura</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra il 1982 e il 1997 il mediatore austriaco <strong>Friedrich Glasl</strong> elaborò un modello in grado di spiegare, attraverso nove tappe, l’escalation che soggiace a ogni conflitto, sia esso intra-organizzativo o geopolitico, come ad esempio quello attualmente in corso tra Stati Uniti, Europa, Ucraina e Russia. Nessun conflitto sfugge infatti alle tappe individuate da Glasl: si inizia sempre con un irrigidimento delle posizioni, per poi passare alla polarizzazione e, nei casi più gravi, alla reciproca distruzione, quando l’unica soluzione possibile sembra quella di trascinare sé stessi e il proprio avversario in un abisso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E al momento l’attacco condotto dalle forze armate russe sul suolo ucraino intensifica ancor di più l’escalation, entrata ormai di fatto nella settima tappa individuata da Glasl, ovvero la <em>distruzione limitata,</em> dove dalle minacce si passa all’azione. Ormai è evidente che né Putin, né Biden sembrano intenzionati a fare marcia indietro, almeno per ora, poiché entrambi perderebbero la faccia nei confronti dei propri alleati e dell’opinione pubblica dei rispettivi Stati, inoltre l’attacco russo ha intensificato oltre modo il conflitto. I continui rinvii circa un loro incontro, il fallimento dei bilaterali e più in generale dei deterrenti verbali, dimostra come il conoscere un pericolo non lo eviti affatto, anzi. Entrambi i leader stanno premendo il pedale sull’acceleratore dell’escalation pur sapendo i rischi che corrono, mentre a farne le spese, sia in termini di vite umane (dal lato dell’Ucraina), sia economici (l’Europa), sono altri Paesi, tirati per la giacchetta in una disputa che prosegue dalla fine della Seconda Guerra mondiale a oggi e che non ha ancora incoronato un vincitore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E lungi dall’imboccare la via della de-escalation, Washington e Bruxelles hanno proposto un piano di sanzioni per fermare Mosca, ma quale sarà l’effetto di tale misura e soprattutto, sarà efficace?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo dato importate riguarda il fatto che le sanzioni sono state varate dopo un accordo tra Usa, Uk e Ue, e quest’ultima le ha votate all’unanimità dei 27, dimostrando così come la minaccia sia sentita in tutto il Vecchio Continente, benché all’inizio dell’escalation non fosse così. Non tutti lo ricorderanno, ma la Germania giocò il primo tempo della partita adottando una strategia ambigua, senza avvallare alcuna proposta di sanzione, sino a quando non è arrivato il voto della Duma e con esso il riconoscimento della repubblica di Donetsk e Luhansk, e il successivo invio di truppe nel Donbass. Ed anche l’Italia qualche giorno fa scelse di adottare un profilo molto basso, mandando solo il ministro degli esteri, Di Maio, mentre Macron e Scholz hanno preso parte attiva alla trattativa con Putin.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad oggi però, entrambe le manifatture a guida dell’Europa hanno accettato di colpire i membri della Duma che hanno avvallato il riconoscimento di Donetsk e Lugansk, e con essi i sostenitori del conflitto, in pratica &nbsp;l’oligarchia su cui si regge gran parte del potere di Putin, come ad esempio <strong>Gennady Timchenko</strong> (sesto uomo più ricco della Russia). Sempre sul piano economico, si é poi scelto di rendere difficile a Mosca l’accesso ai capitali sul mercato e Scholz ha inoltre deciso di fermare <strong>Nord Stream 2</strong> (già di fatto bloccato per via delle autorizzazioni e controlli). A questo punto occorre aprire una parentesi e chiarire i vari distinguo nell’azione dei membri dell’Ue pre-accordo con Washington, e in parte le scelte dell’Italia e della Germania possono essere spiegate con la dipendenza nei confronti del gas Russo e il minor potere coercitivo dovuto all’assenza di un vero e proprio deterrente nucleare (che invece, Francia e Uk hanno). Sul fronte del gas, ad esempio, <strong>Federico Fubini</strong>, dalle pagine del <strong>Corriere</strong>, ha ricordato a tutti come <em>“la quota russa nell’import tedesco di gas sia passata dal 41% del 2014 al 49% del 2019, fino al 65% del 2020”</em>. Ed anche in Italia i numeri non sono molti diversi, <strong>dei 71,34 miliardi di metri cubi di gas che ogni anno vengono consumati dal nostro Paese, </strong><a href="https://www.repubblica.it/economia/2022/02/23/news/gas_dipendenza_russia_italia_europa-338868282/"><strong>ben il 37,8% provengono da Mosca</strong></a>, e ciò espone lo stivale a tutta una serie di ritorsioni che puntuali come un orologio svizzero si sono materializzate. All’indomani dell’annuncio delle sanzioni, infatti, <strong>Dmitrij Medvedev</strong>, vice di Putin nel consiglio di sicurezza, le ha accolte esclamando <em>“benvenuti nel nuovo mondo in cui gli europei molto presto pagheranno 2.000 euro per mille metri cubi di gas!”</em>; e visti gli aumenti sul <a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2022/01/31/le-cause-del-caro-energia/">caro bollette</a>, la notizia di ulteriori rincari non è passata inosservata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, l’affermazione di Medvedev nasconde una fragilità, ed è quella sulla quale si regge il legame tra domanda ed offerta. Se è vero che l’Europa dipende dal gas Russo, è pur vero che quest’ultima deve all’Ue una buona fetta delle sue entrate: <strong>solo il gas vale 50 miliardi di euro all’anno</strong>. E qui vale la pena rivedere il funzionamento del mercato interno Russo per capire su che cosa si regga la sua economia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un interessante articolo uscito su <strong>Domani</strong>, <strong>Salvatore Gaziano</strong>, consulente indipendente, descrive la borsa russa come fra le <em>“più sottovalutate al mondo”</em> e <em>“fortemente concentrata sul settore petrolifero e delle materie prime”</em> che da sole valgono il 50%. <em>“Gazprom </em>– ad esempio – <em>è la più grande società di gas naturale quotata in borsa al mondo oltre che la più grande grande azienda russa per fatturato”</em>, ma di sola energia non si vive e questo i Paesi esportatori di petrolio lo hanno già capito da tempo (basti guardare a <strong>Dubai</strong>). L’alto livello di corruzione, il sistema oligarchico e la disuguaglianza interna fanno della Russia un Paese Novecentesco gettato a forza nel ventunesimo secolo. Ed è indubbio che anche le potenze più avanzate del mondo dipendano dalle materie prime a cui è stato ancorato il loro sviluppo dalla seconda rivoluzione industriale in poi, ma è la mancanza di innovazione a rendere il mercato moscovita un luogo quasi asettico per gli investimenti esterni. <em>“In Russia l’afflusso di investimenti esteri diretti</em> – spiega Gaziano <em>– è sceso a un bassissimo 1,4% del Pil, a dispetto di un paese con 573 miliardi di dollari in riserve valutarie internazionali e con un rapporto debito/Pil del 18% e un avanzo delle partite correnti”</em>. In breve, <strong>investire in Russia è molto rischioso</strong>, nonostante la sua posizione di dominio nei confronti dell’esportazione di petrolio e di gas.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è quest’ultimo che, almeno in parte, sta finanziando l’esercito di Putin. A conti fatti è l’Europa intera e i Paesi che hanno fatto di questa risorsa energetica la loro fonte d’approvvigionamento primaria, tanto da averla persino inserita nella <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/02/10/tassonomia-verde-linserimento-di-gas-metano-e-nucleare-e-uno-schiaffo-al-green-deal/6487484/">tassonomia green europea come fonte sostenibile</a>, ad aver riempito i serbatoi dei tank russi. Negli ultimi due anni, come racconta <strong>Gianluca Baldini</strong> sul <strong>La Verità</strong>, <em>“Mosca in due anni di impennata dei prezzi del petrolio ha realizzato guadagni per 328 miliardi di dollari, 87 miliardi in più rispetto al 2020”</em>. Sul fronte <strong>del gas</strong>, invece, <strong>nel 2021 il suo prezzo è cresciuto del 500%</strong>, il che fa capire quanto l’economia moscovita dipenda dalle sue risorse naturali e da chi le consuma. Putin può quindi tirare la corda e alzare i prezzi, perché conosce la dipendenza europea nei confronti del gas e del petrolio, e l’avidità di alcuni degli uomini più potenti del Vecchio Continente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra quest’ultimi vi è senza dubbio l’ex Cancelliere tedesco <strong>Schr<em>öder</em></strong><em>, mentore di Scholz, e attualmente intrecciato con le aziende statali russe, presso le quali ricopre ben tre incarichi e presto quattro. Come riportato da <strong>Il Foglio</strong>, in un articolo di <strong>Flaminia Bussotti</strong>, “Oltre che al vertice degli azionisti di Nord Stream AG, Schröder è sin dall’estate del 2017 presidente del consiglio di sorveglianza di Rosneft, l’industria petrolifera legata a doppio filo al Cremlino. Poi è diventato presidente del consiglio di amministrazione di Nord Stream 2. E infine, annuncio del 4 febbraio – 58 giorni dopo l’insediamento di Scholz alla cancelleria – Schröder è candidato a un posto nel consiglio di sorveglianza di Gazprom con strettissimi legami con il Cremlino.”</em> Alla faccia del revolving door. E il caso di Schröder è importante anche per capire l’incapacità mostrata sinora dall’Europa nel cambiare fonti d’approvvigionamento energetico e quindi la scarsa efficacia che le attuali sanzioni potranno sortire nei confronti delle mire del Cremlino, a prescindere dalla legittimità di quest’ultime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quasi l’intero pacchetto di misure varato da Washington, Londra e Bruxelles rischia quindi di sciogliersi come neve al sole, perché presuppone di poter isolare un Paese, la Russia, che da sempre vive in isolamento rispetto al resto del mondo, pur influenzandone la geopolitica. Persino la misura del <a href="https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/swift-russia-cosa-e-ja1dfvq0">blocco dello Swift</a>, che per quasi tutti i Paesi del mondo rappresenterebbe una sorta di bando dal mondo economico, potrebbe non incidere così tanto sulla Russia, mentre danneggiare molto l’Ue e non solo. Il problema di fondo è che dalle regole individuate da Glasl oltre trent’anni fa non si esce, sono loro a delineare il perimetro del conflitto e quindi le possibili soluzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Joe Biden sta purtroppo ancora inseguendo una chimera, perché in <a href="https://spaziomilano.info/2022/01/14/un-anno-da-dimenticare-e-uno-per-redimersi/">cerca di riscatto dopo un primo anno di governo molto deludente</a>, sia sul piano del consenso e dell’economia interna al Paese, sia su quello degli esteri. Putin, a sua volta, sta cercando di traghettare una nazione, la Russia, nel ventunesimo secolo, ma con i mezzi del Novecento: armi e ricatti. L’Europa, invece, si è riunita in una sola voce con l’approvazione delle sanzioni e ora avrebbe la possibilità di uscire dall’adolescenza e provare a dire la sua, ma sconta anni di personalismi e pressioni esterne da cui è difficile uscire in un sol colpo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di Claudio Dolci e Roberto Biondini</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/02/24/io-vinco-tu-perdi/geopolitica-il-mondo-che-cambia/conflitti/">Io vinco, tu perdi</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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