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	<title>Tutti gli articoli Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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	<title>Tutti gli articoli Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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		<title>Trump e la rivincita degli invisibili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Nov 2024 14:14:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica: il mondo che cambia]]></category>
		<category><![CDATA[Tutti gli articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sulle elezioni americane è stato scritto e si è sentito, nonché visto un po’ di...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Sulle elezioni americane è stato scritto e si è sentito, nonché visto un po’ di tutto, con una profusione di analisi del voto, soprattutto in Europa e nello specifico in Italia, spesso prive di contatto con la realtà. Il perché è presto detto, la speranza di noi europei è sempre quella che l’America risolva i problemi del mondo, in particolare quelli legati alla nostra sicurezza e alla libertà, ambedue concetti passibili di clamorosi fraintendimenti. Tuttavia, aggrappati a questa speranza in molti hanno finito per non voler riconoscere i problemi che da tempo affliggono gli USA e che se analizzati sotto il profilo economico possono aiutare ad interpretare meglio la rielezione di Trump.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una crescita a debito</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Occorre partire da un dato, l’economia Americana è sì in crescita, ma non tutti ne beneficiano allo stesso modo ed è da tempo che si susseguono molteplici trasformazioni socioeconomiche la cui espressione plastica più evidente è quella legata al debito pubblico. La cui vetta segna ora quota 34 trilioni di dollari (34.000 miliardi $, al cambio attuale circa 31.683 miliardi di €), un traguardo raggiunto a suon di record infranti, tra cui l’ultima impennata da 11 trilioni di dollari, tutti spesi negli ultimi 4 anni; e il futuro purtroppo non è roseo, le stime infatti pronosticano – per il 2054 –&nbsp; un rapporto deficit pil pari a 166%.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="536" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/US_Debt_to_GDP_Shareable-1024x536.jpg" alt="" class="wp-image-708" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/US_Debt_to_GDP_Shareable-1024x536.jpg 1024w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/US_Debt_to_GDP_Shareable-300x157.jpg 300w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/US_Debt_to_GDP_Shareable-768x402.jpg 768w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/US_Debt_to_GDP_Shareable.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Figura 1 <a href="http://Figura 1 L'evoluzione del debito Americano e la futura traiettoria">L&#8217;evoluzione del debito Americano e la futura traiettoria </a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma perché il debito Americano cresce e dov’è finita questa montagna di liquidità, ma soprattutto, perché nessuno se ne preoccupa più di tanto? La risposta è che la stragrande maggioranza del debito – espresso sottoforma di politiche espansive di stampo Keynesiano e clientelari – è servito per coprire le crepe di un’economia che da cinquant’anni non è più la stessa. L’origine di molti problemi, infatti, risale agli anni ’80, quando l’amministrazione Reagan scelse di risollevare il Paese, reduce dalla crisi petrolifera e dalle successive misure Volckeriane, con un taglio dell’aliquota marginale sui ceti più abbienti. L’idea era semplice, e tra l’altro basata sull’intuizione di Arthur Laffer, un taglio delle tasse avrebbe generato maggiori investimenti e con essi una crescita economica sostenuta, nonché, per effetto di uno sgocciolamento, più prosperità per tutti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Privatizzare i profitti e nazionalizzare le perdite</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ed in parte è stato così, ma da quel momento storico in poi si deciso di ridurre le entrare del bilancio federale, senza però snellire, per converso, le spese, anzi. Due esempi, l’aliquota marginale è passata dal 70% del 1981, al 28% del 1986 (oggi è a <a href="https://taxfoundation.org/data/all/federal/latest-federal-income-tax-data-2024/">25,9%</a>), mentre i costi collettivi, soprattutto negli ultimi 20 anni, sono enormemente aumentati, tanto che solo le politiche anti-Covid sono costate circa 5,6 trilioni di dollari ed altri 5 sono serviti per finanziare le guerre in Medio Oriente (<a href="https://www.whitehouse.gov/briefing-room/speeches-remarks/2021/08/31/remarks-by-president-biden-on-the-end-of-the-war-in-afghanistan/#:~:text=After%20more%20than%20%242%20trillion,a%20day%20for%20two%20decades.">Afghanistan</a> e <a href="https://www.hks.harvard.edu/publications/true-cost-iraq-war-3-trillion-and-beyond">Iraq</a>). Salvo per la parentesi degli anni ’90, in cui la crescita economica ha sostenuto e superato i costi, tanto da ridurre anche il debito pubblico, negli USA si è sempre adottata una logica vagamente bipolare: privatizzare i profitti e nazionalizzare le perdite.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="619" height="242" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine6.png" alt="" class="wp-image-709" style="width:776px;height:auto" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine6.png 619w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine6-300x117.png 300w" sizes="(max-width: 619px) 100vw, 619px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Figura 2 Serie storica dell&#8217;andamento del GDP (PIL) Americano</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ciò ha funzionato perché la crescita del PIL ha sempre coperto, senza però mai compensare davvero, diversi problemi, generando una ricchezza, soprattutto finanziaria, che ha reso l’America ciò che conosciamo. Ma a quale prezzo?</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una crescita sì, ma solo per alcuni</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’outsourcing industriale, iniziato negli anni ’90 e che ha cambiato senso di marcia solo da poco, la perdita di potere contrattuale dei corpi intermedi, accompagna da una politica accomodante, e la spinta dell’innovazione tecnologica hanno col tempo eroso sia i compensi dei lavoratori, sia il tenore di vita della classe media, al contrario di ciò che è accaduto per chi aveva accesso agli strumenti finanziari. Si è così innestato un fattore di cambiamento di natura economica insieme a uno sociale, perché nel frattempo l’America è diventata sempre più multietnica ed contemporaneamente elitaria.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="693" height="729" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine5.png" alt="" class="wp-image-710" style="width:511px;height:auto" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine5.png 693w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine5-285x300.png 285w" sizes="(max-width: 693px) 100vw, 693px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Figura 3 Il rapporto tra aumento della produttività e le paghe degli Americani</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="652" height="381" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/1_.jpg" alt="" class="wp-image-713" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/1_.jpg 652w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/1_-300x175.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 652px) 100vw, 652px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Figura 4 La riduzione del tenore di vita della classe media Americana</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="643" height="252" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine4.png" alt="" class="wp-image-712" style="width:793px;height:auto" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine4.png 643w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine4-300x118.png 300w" sizes="auto, (max-width: 643px) 100vw, 643px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Figura 5 La crescita dell&#8217;indice Dow Jones</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="643" height="254" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine3-1.png" alt="" class="wp-image-714" style="width:776px;height:auto" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine3-1.png 643w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine3-1-300x119.png 300w" sizes="auto, (max-width: 643px) 100vw, 643px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Figura 6 La dismissione del settore manifatturiero Americano</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al diminuire del tenore di vita della classe media Americana e mentre il Paese intero continuava a crescere, si è assistito a un fenomeno migratorio, non solo delle imprese all’estero, ma anche di coloro che si sono trasferiti negli USA per cercare fortuna.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="778" height="632" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine7.png" alt="" class="wp-image-719" style="width:522px;height:auto" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine7.png 778w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine7-300x244.png 300w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine7-768x624.png 768w" sizes="auto, (max-width: 778px) 100vw, 778px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Figura 7 L&#8217;immigrazione negli Stati Uniti</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti fattori, socioeconomici, sono stati resi più evidenti dalla crisi prodotta dal Covid-19. Durante quel periodo, infatti, l’amministrazione guidata da Joe Biden ha sì introdotto misure di stampo Keynesiano per  sostenere la popolazione e le imprese, ma senza applicare i dovuti contrappesi (le riforme, soprattutto fiscali), con il conseguente aumento del divario tra due Americhe, quella di chi aveva un titolo di studio superiore (college) e quella di chi invece svolgeva lavori ben più umili.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il ruolo svolto dall&#8217;impennata dei prezzi e dall&#8217;aumento dei tassi</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La liquidità immessa nel mercato per sostenere la crisi pandemica, infatti, ha poi generato una spinta inflattiva che com’è noto colpisce soprattutto i meno abbienti; inoltre, le misure di sostegno non ha aiutato tutti <a href="https://www.hamiltonproject.org/publication/post/have-workers-gotten-a-raise/">nello stesso modo</a>. Un esempio? Nel 2020 la disoccupazione colpì in modo diseguale chi aveva un titolo di studio superiore (6,5%) rispetto a coloro che non avevano neppure un diploma (15,4%). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il successivo incremento degli stipendi, non è riuscito a compensare allo stesso modo tutti i lavoratori, perché chi faceva fatica ad arrivare a fine mese si è comunque ritrovato ad acquistare prodotti alimentari più alti rispetto all’epoca pre-Covid. Infine, durante la pandemia milioni di lavoratori hanno perso il lavoro, mentre i salari medi (calcolati su coloro che grazie a un titolo di studio elevato sono riusciti a continuare a lavorare) <a href="https://www.epi.org/blog/average-wages-have-surpassed-inflation-for-12-straight-months/">sono aumentati</a>, alterando la percezione complessiva dei dati.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="967" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/283209-33304-1024x967.png" alt="" class="wp-image-715" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/283209-33304-1024x967.png 1024w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/283209-33304-300x283.png 300w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/283209-33304-768x725.png 768w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/283209-33304.png 1216w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Figura 8 La crescita salariale reale rispetto all&#8217;inflazione</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="643" height="252" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine2.png" alt="" class="wp-image-716" style="width:738px;height:auto" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine2.png 643w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine2-300x118.png 300w" sizes="auto, (max-width: 643px) 100vw, 643px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Figura 9 L&#8217;aumento dei prezzi al consumo per la stragrande maggioranza dei beni Americani</p>



<p class="wp-block-paragraph">E le misure messe in atto per asciugare l’ingente liquidità immessa in un mercato bloccato dalla pandemia e dai colli di bottiglia ha colpito, ancora una volta, hanno sì arginato l’inflazione, ma anche colpito maggiormente coloro che erano già in difficoltà, come <a href="https://www.federalreserve.gov/publications/2023-economic-well-being-of-us-households-in-2022-banking-credit.htm">ispanici e neri</a>. I quali hanno riscontrato maggiore difficoltà nell’accesso ai servizi finanziari, e <a href="https://www.nytimes.com/2024/05/14/business/economy/interest-rates-inequalixty.html">non riescono tuttora a risalire l’ascensore sociale</a>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Si è così rafforzato ancora di più il divario tra le due Americhe. Quella di chi grazie a un titolo di studio elevato, quindi a una buona famiglia d’origine, ha concluso il college, risparmiato durante il Covid, magari cambiato lavoro e guadagnato qualcosa extra investendo i risparmi in borsa. E coloro che invece, lavorando come camerieri o in fabbrica, hanno perso il lavoro, la casa e hanno sì visto un incremento dei salari, ma non superiore al costo della vita. Nella media le due Americhe si sono fuse in una, sempre in crescita.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Esiste ancora l’American Dream?</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Oltre all’aumento del debito e di una ricchezza che ora si concentra nell’élite di un Paese ormai lontano dai fasti industriali del passato e a più riprese impantanato in guerre molto costose, si sono andati sommando anche i problemi demografici di quasi tutti i Paesi Occidentali, come l’aumento della spesa sociale e la polarizzazione degli Americani, sempre più impossibilità a riconoscersi gli uni con gli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Andando nell’ordine, la crisi demografica c’è anche negli USA, seppur meno rispetto ad altri Paesi Occidentali, e a preoccupare è l’aumento del costo della sanità dovuto a un progressivo allungamento dell’aspettativa di vita. Da soli, Medicare e Medicaid comportano una spesa annua di 1,6 trilioni di dollari, col primo che occupa ora circa il 10% del bilancio <a href="https://www.kff.org/medicare/issue-brief/what-to-know-about-medicare-spending-and-financing/">federale e che si stima salirà fino al 18% nel 2032</a>. E la domanda, negli Usa come in Italia, è sempre la stessa, chi pagherà i conti e come?</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un’America sempre più multietnica e divisa per titolo di studio, si è andato col tempo sedimentando anche un altro problema, quello della polarizzazione politica. Le bolle create dai Social hanno acuito le differenze socioeconomiche già in essere, tanto che <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2024/10/30/upshot/voters-moving-polarization.html?searchResultPosition=1">il NYT</a>, analizzando i flussi migratori di 3,5 milioni di Americani che dalle precedenti elezioni hanno cambiato Stato, ha scoperto come in molti abbiano scelto il proprio quartiere di destinazione sulla base della preferenza politica. Sarà poi una coincidenza, ma già questi dati evidenziavano un cambio di colore di diversi Stati chiave. Una bolla nella bolla, come evidenziato a caldo da <a href="https://www.nytimes.com/2024/11/06/opinion/trump-elites-working-class.html">David Brooks</a>, columnist di un giornale, il NYT, che ha impedito di vedere le profonde trasformazioni che gli USA hanno attraversato.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il peso di una narrazione che non regge più nella rielezione di Trump</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">A far vincere Trump non è stata quindi la follia di un popolo ignorante, ma la stanchezza nei confronti di un sistema che economicamente non regge più il peso delle sue promesse. L’American Dream resta per pochi, pochissimi, mentre una grossa fetta della popolazione è invisibile, coperta dallo scintillio di un’economia oggi a debito. Certo, la crescita c’è, ma non copre le spese e soprattutto avvantaggia di più alcune fasce della popolazione rispetto ad altre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono poi i problemi del partito Democratico, incapace di sostituire una leadership con un’altra altrettanto matura, e la difficoltà di Harris di smarcarsi da un’amministrazione che nel portafoglio di chi era e resta svantaggiato ha tolto più che dato. È poi venuta meno una sintonizzazione sui problemi reali dell’America profonda, né xenofoba, né razzista, ma semplicemente stanca, impoverita e rassegnata nel vedere inascoltate le proprie istanze, perlopiù legate a pari opportunità e un maggior benessere. Forse, se invece di dedicare tanto spazio a temi linguistici e dimostrare incertezza su temi geopolitici (Israele?) ed energetici (fracking?), le cose sarebbero potute andare diversamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, resta aperto l’interrogativo; perché votare proprio un esponente di quell’1% di super ricchi che non paga il dovuto, che ha contribuito a sbilanciare i rapporti socioeconomici degli USA, ma soprattutto, che con la sua agenda peggiorerà, anziché migliorare, la condizione delle fasce di popolazione che lo sostengono?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta è che la narrazione di Trump è stata più efficace nel riconoscere che c’erano degli esclusi e nell’offrire loro l’illusione che sia possibile mantenere un welfare espansivo riducendo le tasse ed affidando tutto alla crescita trainata dalla tecnologia. E lo ha fatto usando due totem, Musk e Vance. Ambedue icone, il primo dello sviluppo conoscitivo ed innovativo, mentre il secondo di quell’American Dream che è parte integrante della cultura popolare Americana.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Quale futuro per l’Europa</strong></h2>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="626" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine-WhatsApp-2024-11-07-ore-19.21.32_da303cfb.jpg" alt="" class="wp-image-718" style="width:503px;height:auto" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine-WhatsApp-2024-11-07-ore-19.21.32_da303cfb.jpg 640w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/11/Immagine-WhatsApp-2024-11-07-ore-19.21.32_da303cfb-300x293.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Da qui una riflessione sull’Europa e sul perché sia stato, e sia tuttora così difficile riconoscere la profonda trasformazione socioeconomica dell’America. Il motivo è che anche l’Europa, così come gli elettori di Trump, si è aggrappata a una speranza, ossia quella di poter affidare la responsabilità delle proprie mancate scelte (tra l’altro le stesse elencate nel rapporto sulla competitività di Mario Draghi e di Enrico Letta) a un Paese che ora deve badare di più a sé stesso. Il mancato riconoscimento di un confine netto e l’eccessivo protrarsi nel tempo di un rapporto simbiotico, hanno fatto sì che noi europei anteponessimo i nostri propri bisogni ed aspettative, proiettandoli, sopra quelli altrui.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di </em>Claudio <strong>Dolci</strong></p>
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		<title>Il Medioriente detta al mondo l&#8217;agenda del clima e della geopolitica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Dec 2023 19:47:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica: il mondo che cambia]]></category>
		<category><![CDATA[Tutti gli articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La COP 28 di Dubai, la liberazione degli ostaggi israeliani e infine l’Expo 2030, sono...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La COP 28 di Dubai, la liberazione degli ostaggi israeliani e infine l’Expo 2030, sono tutti eventi in capo ad altrettante monarchie, oggi simbolo del nuovo corso della storia: non più a guida Occidentale, ma neppure comunista. Cina e Russia seguono infatti la nuova testa d’Ariete mediorientale, la prima perché troppo occupata a soccorrere un’economia domestica in crisi e la seconda poiché ormai impantanata nella guerra in Ucraina, mentre <strong>i petrodollari avanzano e creano paradossi</strong>. Primo fra tutti quello degli <strong>Emirati Arabi Uniti</strong>, <strong>membro attivo dell’Opec+ e al contempo a capo della conferenza internazionale</strong> – <strong>la COP 28</strong> – che ha come scopo quello di ridurre le emissioni di gas climalteranti. Uno dei tanti cortocircuiti del nostro tempo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La COP 28 cerca ancora soluzioni per il riscaldamento globale?</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La necessità di riformare il modello COP, che ormai dal lontano ’95 cerca di porre freni al riscaldamento globale, è evidente e da tempo, soprattutto alla luce degli scarsi risultati maturati sin qui. <strong>Il 2023 è stato infatti l’anno più caldo di sempre</strong> – <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-2023-sara-un-anno-record-per-il-riscaldamento-globale-154892">+2°C rispetto l’era preindustriale</a> – <strong>e si stima che anche gli Accordi di Parigi</strong> (COP21 – 2015), volti a non superare il +1,5°C, <strong>siano già ampiamente irrealistici</strong>, tanto che già oggi le Nazioni Unite dichiarano – anche al netto del raggiungimento di tutti gli impegni presi dai Paesi sottoscrittori – si andrà incontro ad un aumento tendenziale delle temperature <a href="https://it.euronews.com/green/2023/11/20/crisi-climatica-ora-o-mai-piu-per-mantenere-la-soglia-di-15c-avverte-il-rapporto-onu">nell’ordine dei +2.9°C</a>. Un disastro da imputare al largo utilizzo dei combustibili fossili, di cui è tra l’altro è in programma un’estensione, sia per ricerca che per produzione.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="605" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-01-165004-1024x605.png" alt="" class="wp-image-669" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-01-165004-1024x605.png 1024w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-01-165004-300x177.png 300w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-01-165004-768x454.png 768w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-01-165004.png 1402w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: The Production Gap https://productiongap.org/2023report</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lo scenario in cui si riescano davvero a ridurre le emissioni globali facendo salire la colonnina di mercurio solo, si fa per dire, di +1.5°C, sono appena del’14%</strong>. Ed forse è proprio alla luce di questi dati che si è scelto di organizzare la COP 28 a Dubai e di farla condurre dal Sultano Al-Jaber, già a capo dell’Adnoc (Abu Dhabi National Oil Company). </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Gli Emirati Arabi Uniti fondano la propria ricchezza su petrolio e gas</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Certo, gli Emirati Arabi Uniti – stando ai <a href="https://www.ft.com/content/36a2f00d-eb7a-4057-bc31-6be6c4f01d16">report del FT</a> – hanno investito <strong>200 miliardi in progetti perlopiù green</strong> in giro per tutto il mondo, ma è altresì vero che <strong>Adnoc ha destinato quasi altrettanti fondi</strong>, per l’esattezza 150 mld distribuiti nei prossimi 5 anni, <strong>in progetti volti all’espansione delle proprie attività nel campo delle fonti fossili</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo è quello di aumentare la produzione di petrolio dai 4 Milioni di barili a giorno d’oggi ai 5 nel 2027, mentre il GNL passerà dalle attuali 6 Mt alle 15,6 Mt nel 2028. Tutto nell’ordine naturale delle cose per <strong>un Paese il cui PIL dipende al 27% proprio all’estrazione di petrolio e gas</strong>. Non è stata quindi una sorpresa, salvo per qualche sognatore, lo scoop <a href="https://www.theguardian.com/environment/2023/dec/03/back-into-caves-cop28-president-dismisses-phase-out-of-fossil-fuels">del Guardian</a>, in cui è lo stesso Al-Jaber a sostenere che <em>“nessuna scienza dimostra che un&#8217;uscita dai combustibili fossili sia necessaria per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi sopra i livelli pre-industriali”</em>. Ed incalzato sullo stop ai combustibili fossili chiosa <em>“a meno che</em> &#8211; ha proseguito Al-Jaber &#8211; <em>qualcuno non voglia riportare il mondo indietro all&#8217;era delle caverne&#8221;</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pragmatico e risoluto Al-Jaber ha semplicemente reso palese la posizione degli Emirati Arabi Unita, tra l’altro condivisa dall’Arabia Saudita e dal Qatar.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Diplomazia e gas: il Qatar gioca col fuoco, dando con una mano ciò che toglie con l’altra</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il Qatar, </strong>ad esempio, Paese piccolo e per giunta situato in una regione ad alta conflittualità, <strong>deve il 40% del proprio PIL al del terzo giacimento di gas naturale più grande al mondo</strong>, che però è in condivisione con l’Iran. Il giacimento, North Dome Gas Field, è infatti situato nel Golfo Persico, in un guado immaginario tra i due Paesi, che oltre all’estrazione di combustibili fossili condividono la lotta per la liberazione della Palestina, anche se con profili geopolitici differenti. Se l’Iran non nasconde le antipatie per Israele e gli Stati Uniti, il Qatar, invece, vede nella Casa Bianca un potenziale alleato e per questo mantiene una posizione ambigua, interpretando sia il ruolo di negoziatore di ostaggi che quello di finanziatore di Gaza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Stando alle fonti <a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/hamas-cash-to-crypto-global-finance-maze-israels-sights-2023-10-16/">dell’agenzia Reuters</a></strong>, <strong>diverse centinai di milioni di dollari provenienti dal Qatar fluiscono, ormai dal 2014, nelle casse di Gaza</strong>, la quale ne incamera <strong>addirittura 30 mln ogni mese per il solo funzionamento della centrale elettrica e per la popolazione residente</strong>. A parole questi finanziamenti sarebbero tracciati, ma la storia recente ci ricorda come il Qatar abbia già innescato frizioni nel Medioriente proprio a causa del suo ruolo ambiguo; che, <a href="https://www.corriere.it/esteri/17_giugno_05/crisi-golfo-arabia-saudita-egitto-emirati-bahrein-rompono-relazioni-diplomatiche-il-qatar-8594a09e-499c-11e7-80a9-c638c3a4067c.shtml">nel 2014, obbligò l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, il Bahrein e lo Yemen a sospendere i loro rapporti diplomatici con Doha</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’accusa dei vicini di casa del Qatar? <strong>Il sostegno di gruppi terroristici intenti a destabilizzare la regione attraverso l’emittente qatarina Al Jazeera.</strong> Tant’è che tra i 13 punti per porre fine al blocco sul Qatar vi era la cessazione di ogni intesa militare-economica con Hizbullah, Fratelli Mussulmani, Is e Al-Qaida. E all’indomani dell’attacco del 7 Ottobre contro Israele, Doha ha subito espresso critiche verso la strategia politica di Netanyahu, salvo poi negoziare il rilascio degli ostaggi. Infine giova alla memoria ricordare come <strong>il Qatar abbia dato ospitalità non solo ad Hamas, ma anche esponenti del regime talebano durante il conflitto Afghano ed abbia aiutato gli Usa nella ritirata da Kabul</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il Qatar gioca da battitore libero e gli Emirati Arabi Uniti difendono l’oro nero, è all’Arabia Saudita che occorre guardare per capire il conflitto Israelo-Palestinese e all’avvenire del domani.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Rinascimento o fede? L’Arabia Saudita promette il futuro, ma a caro prezzo</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’Arabia Saudita è l’anello di congiunzione tra passato e futuro. <strong>Riyadh controlla le riserve di petrolio che per decadi, prima dell’utilizzo del fracking da parte degli USA, hanno condizionato la politica estera di Washington</strong>.  Gli Accordi di Abramo avrebbero dovuto infatti riavvicinare Israele all’Arabia Saudita, il tutto sotto l’egida degli Usa, e proprio per questo Muhammad Bin Salman (MBS), il 20 Settembre scorso su Fox News, annunciava i passi in avanti. Ma il 7 Ottobre ha cambiato tutto. La normalizzazione si è fermata e così l’Iran e forse il Qatar hanno messo a segno la loro più importante vittoria: impedire il disgelo tra potenze Arabe ed Israele.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza una stabilizzazione dei rapporti basata sull’intesa tra più potenze regionali, il Canale di Suez, e con esso lo scambio di merci e persone tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo, resta suscettibile alle tensioni regionali. Un rischio per la Casa Bianca e un freno alle mire di MBS, che con l’Expo 2030 contava e forse ancora spera di lanciare l’Arabia Saudita nel futuro, che però funziona ancora col petrolio di ieri.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Arabia Saudita deve infatti la sua fortuna ai combustibili fossili, che contribuiscono a determinare il 50% del suo PIL. La sola Aramco detiene il 17% delle riserve petrolifere del globo</strong>, per questo non desta sorpresa il fatto che l’Arabia Saudita stia incrementando, già dal 2015, la sua produzione annua di petrolio dell’1% con l’obiettivo di arrivare sino al 2050 (ciò equivale a una crescita del 45%). Ed anche sul fronte del gas i numeri non sono affatto green, poiché l’obiettivo è raggiungere il 2030 con un incremento di produzione del 40%.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’oro nero muove ancora il mondo e il PIL Russo ne è la prova</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il problema del clima? Sì, esiste, ma prima vengono i profitti</strong>. Pare il gioco delle tre carte, ma in realtà è l’equilibrio tra domanda e offerta. Finché si continuerà a domandare petrolio e gas questi verranno estratti, indipendentemente dagli impegni delle varie COP, alle promesse elettorali e a quanto dimostrano, a suon di dati, gli scienziati del clima. È l’economia e per ora funziona ad energia fossile. Punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A testimonianza di ciò si può ricordare come all’inizio dell’invasione Ucraina si pronosticasse un tracollo verticale dell’economia russa, con tanto di default stile Argentina, che di fatto però non c’è mai stato perché il mondo ha sempre fame di oro nero. <strong>La Commissione UE ha da poco rivisto in rialzo  il PIL russo per il 2023 (+2%)</strong> e <a href="https://www.ft.com/content/aff34dec-9fbb-4158-9af8-7a7761b25893">il FT ha evidenziato come il 20% del GNL Russo transiti dall’Europa per poi raggiungere il mondo</a>. Trasbordi, triangolazioni e dipendenza energetica armano ancora l’esercito russo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’altronde <strong>il picco della domanda di combustibili fossili deve ancora arrivare</strong> (si prevede per il 2030), <strong>così come quello delle emissioni di CO2</strong>. La Cina, ad esempio, il cui mix energetico è dipendente all’’80% dai fossili, è responsabile del 25,88% delle emissioni di CO2 al mondo; seguono gli Stati Uniti, l’India, la Russia e l’Indonesia. E nel complesso anche le due manifatture d’Europa presentano ancora ampi margini di miglioramento: la Germania, ad esempio, dipende dai fossili per il 50%, mentre l’Italia per il 36% (fonte: <a href="https://www.ft.com/content/683416b8-b2c9-495f-b983-f9e325dd004e">FT</a>).</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I paradossi di ieri e di oggi</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Persino <strong>i titoli in borsa non parteggiano più per il clima</strong>. A <a href="https://www.ft.com/content/2660341a-77e9-4e22-a129-1963ee1dac4a">Wall Street l’indice S&amp;P 500 Global Energy Index ha perso, dall’inizio dell’anno, il 31%</a>, mentre l’indice dell’energie fossili ha perso solo l’1%. L’aumento dei costi sta letteralmente bruciando i progetti legati alle energie rinnovabili, con impianti e grandi investitori dell’automotive che ritornano ora con interessa a guardare ai motori termici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fronte all’anno più caldo di sempre sarebbe legittimo aspettarsi un maggior investimento in fonti rinnovabili, invece non è così. <strong>Deloitte ha da poco presentato un report, alla COP 28</strong>, in cui illustra i <strong>denari necessari a togliere il giogo del petrolio al collo del mondo: dai 5 ai 7 trilioni di dollari all’anno, ma ad oggi non si superano i 2.</strong> Si attribuisce la colpa della situazione agli utenti che non scelgono auto elettriche e al costo, senza però ragionare sui denari bruciati ogni anno dal petrolio, dal gas e dal carbone e di come si potrebbero utilizzare per aiutare i progetti green.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il mondo brucia è alla triade che oggi ne rivendica la guida che occorre volgere lo sguardo e alla pesante eredità che Wall Street e il PIL russo ci raccontano: <strong>questo, purtroppo, mondo funziona a petrolio</strong> e noi rischiamo ogni giorno di più di fare la fine dei dinosauri. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di</em> Claudio <strong>Dolci</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2023/12/05/il-medioriente-detta-al-mondo-lagenda-del-clima-e-della-geopolitica/all-news/">Il Medioriente detta al mondo l&#8217;agenda del clima e della geopolitica</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>Palla tra due fuochi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Apr 2022 09:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica: il mondo che cambia]]></category>
		<category><![CDATA[Tutti gli articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Inflazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I prezzi corrono veloci, come mai siamo stati abituati negli ultimi vent’anni. Le ultime rilevazioni&#160;Eurostat&#160;mostrano...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">I prezzi corrono veloci, come mai siamo stati abituati negli ultimi vent’anni. Le ultime rilevazioni&nbsp;<a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/prc_hicp_manr/default/table?lang=en">Eurostat</a>&nbsp;mostrano una tendenza allarmante per l’inflazione di Eurolandia. Come si può facilmente notare dall’immagine, l<strong>’inflazione di Eurolandia è salita a marzo al 7,5% rispetto all’anno precedente, dal già elevato 5,9% di febbraio</strong>. In parole povere, ciò significa che in media, un prodotto che a marzo 2021 costava 100 euro, lo scorso mese è costato 107,5 euro. Un aumento molto alto che ha come effetto la chiara perdita di potere d’acquisto delle famiglie, visto che l’aumento dei prezzi sulle merci non ha avuto un corrispondente aumento dei salari dei consumatori. Perché questo? Perché prendendo come costante la domanda di prodotti da parte dei cittadini, cioè la quantità di merce domandata (anche se in realtà anch’essa è in progressivo aumento rispetto ai periodi pandemia), è solamente&nbsp;<strong>il lato dell’offerta che ha subito un incremento violento dei prezzi</strong>: infatti, oggi, non si produce di più con la necessità di maggiore manodopera e il conseguente aumento degli stipendi, ma sono solamente aumentati i costi per produrre gli stessi prodotti di prima e così, per ottenere un profitto, i produttori hanno aumentato i prezzi che pesano sul consumatore finale.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/04/screenshot-152.png?w=1014" alt="" class="wp-image-424"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph">L’ultimo paragrafo ha messo in luce, come l’inflazione può essere buona o cattiva a seconda che i prezzi colpiscano la domanda dei beni (buona) o l’offerta degli stessi (cattiva).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fortunatamente (si fa per dire),&nbsp;<a href="https://www.milanofinanza.it/news/s-p-riduce-la-crescita-del-pil-globale-2022-dello-0-6-al-3-6-202204011328005475">Standard and Poors</a>&nbsp;riferisce che nonostante l’aumento dei prezzi, il risparmio acquisito durante la pandemia ha reso, per il momento, meno pesanti gli effetti del caro prezzi. Per l’agezia di rating “<em>Le questioni relative alla catena di approvvigionamento sono più rilevanti in Europa che negli Stati Uniti. L’economia ha mostrato un buon slancio sulla scia della variante omicron. La domanda e la fiducia sono ancora relativamente forti, sebbene quest’ultima sia diminuita dall’invasione russa.&nbsp;<strong>Il risparmio in eccesso accumulato durante la pandemia fornisce alle famiglie ammortizzatori temporanei all’attuale shock dei prezzi</strong></em>.” E sul fronte inflazione continua: “<em>Prevediamo che la Bce si muoverà verso la fine del 2022 e manterrà il tasso di riferimento al di sotto della neutralità (1,50%) fino alla metà del 2024. La normalizzazione del bilancio non inizierà prima del 2024 e comporterà un’azione passiva sotto forma di non rinnovo di obbligazioni in scadenza</em>.” In breve, l’agenzia di rating crede che&nbsp;<strong>la BCE non frenerà come in USA la politica monetaria accomodante per evitare un freno troppo rapido e pericoloso per il ricorso al credito</strong>. Infatti, se il costo del denaro venisse aumentato per frenare l’inflazione, andrebbe da sé che anche il costo dei mutui e dei prestiti subirebbe dei rincari e in un’area economia come Eurolandia, che è appena uscita da una crisi economia senza precedente causa pandemia e che si appresta ad affrontarne un’altra sul piano geopolitico, sarebbe opportuno non andarci con i piedi di piombo. Soprattutto se si pensa che questo shock dei prezzi proviene più da una crisi dell’offerta che da un’esplosione della domanda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad ogni modo, l’inflazione core in Europa a marzo ha raggiunto il 2,7%, un livello che supera di molto il classico target UE dell’appena sotto il 2% che ultimamente è stato modificato come raggiungimento&nbsp;<em>nel&nbsp;</em>medio periodo. Su questo fronte, la presidente Lagarde è stata molto chiara, come riporta il&nbsp;<a href="https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_30.03.2022_10.14_20310203">sole24ore</a>: “<em>Siamo pronti a reagire a una serie di scenari e il corso che seguiremo dipenderà dai dati in arrivo. In particolare, se i dati in arrivo supporteranno l’aspettativa che le prospettive di inflazione a medio termine non si indeboliranno anche dopo la fine dei nostri acquisti netti di attività, concluderemo gli acquisti netti nell’ambito del programma di acquisto di attività nel terzo trimestre. Ma se le prospettive di inflazione a medio termine dovessero cambiare e se le condizioni di finanziamento diventano incoerenti con ulteriori progressi verso il nostro obiettivo del 2%, siamo pronti a rivedere il nostro programma per gli acquisti netti di attività in termini di dimensioni e/o durata”.&nbsp;</em>In poche parole,&nbsp;<strong>è ancora presto per cambiare rotta, ma non è troppo tardi per entrare in acque inesplorate</strong>. E ciò dipenderà soprattutto dall’evolversi della crisi del conflitto in Ucraina, che allo stato attuale non tende a diminuire con la conseguente incapacità di prevedere come e quando i prezzi delle materie prime inizieranno finalmente a calare. Il forte incremento quest’ultimi è quasi tutto legato all’energia, che ha registrato un rincaro del 44,7%, dal 32% del mese precedente. L’aumento mensile è stato del 12,5%. Tutte le componenti hanno registrato, però, accelerazioni dei prezzi e i tassi di crescita sono tutti al di sopra dell’obiettivo Bce. I prezzi dei beni industriali, ad esempio, (energia esclusa) sono aumentati del 3,4%, rispetto al 3,1% di febbraio (+2,5% su base mensile); mentre quelli dei servizi sono saliti del 2,7%, sempre rispetto al 2,5% di febbraio (+0,4% su base mensile).</p>



<p class="wp-block-paragraph">E anche se l’estate, soprattutto in tempi di riscaldamento climatico, è alle porte, il problema non è affatto eliminato.&nbsp;<strong>L’Europa non sarà autonoma dalle materie prime energetiche per lungo tempo e gli accordi commerciali in tal senso, paralleli ad investimenti sull’economia verde nel medio periodo, sono necessari per poter evitare una stagflazione duratura&nbsp;</strong>(la situazione economica in cui i prezzi aumentato ma la produzione collassa)<strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcune mosse geopolitiche si stanno già palesando agli occhi del mercato. Da un lato abbiamo la Russia che vedendosi sbattere le porte in faccia al proprio gas sta ora stipulando accordi con l’India del primo ministro Modi. Dall’altro lato, invece, abbiamo l’occidente, con gli USA in testa che, come riporta Fubini sul&nbsp;<a href="https://www.corriere.it/economia/consumi/22_aprile_02/ora-l-occidente-bussa-all-iran-cosi-cambia-diplomazia-petrolio-86220004-b2bc-11ec-8273-0ad59adb9bd4.shtml">Corriere della sera</a>, sono stretti tra due fuochi: le sanzioni contro la Russia stanno aprendo nuove rotte del petrolio che tagliano fuori le economie ricche. E di ciè se n’è avuto conferma negli ultimi giorni, quando l’Iran ha iniziato ad alzare sempre di più il prezzo con gli USA affinchè si porti ad un aumento del greggio di cui Biden ha bisogno.&nbsp;<strong>In America, infatti, il gasolio è al massimo storico e le elezioni di metà mandato non sono così lontane</strong>. Occorre poi ricordare che l’Iran è oggi sotto sanzioni a causa del proprio programma nucleare e fiutando la debolezza americana, Teheran sta ora alzando la posta in palio, chiedendo, tra le altre cose, di togliere la Guardia rivoluzionaria islamica — una forza armata di Stato — dalla lista delle organizzazioni terroristiche (lì dove l’aveva confinata Donald Trump nel 2019). Ora Biden esita, perché qualunque concessione finirebbe per sottoporlo ad un attacco interno, proprio in vista delle elezioni di midterm. Si spiega anche così il motivo per cui la Casa Bianca abbia appena deciso di rilasciare una quantità senza precedenti di riserve strategiche di greggio per calmierare i prezzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In sintesi,&nbsp;<strong>la guerra del petrolio è appena cominciata e l’occidente si ritrova tra la morsa dell’inflazione e della carenza delle materie prime, vittima della sua debolezza più grande</strong>, mentre il mondo emergente, consapevole dell’opportunità di poter diventare giocatore chiave della partita, non si lascerà sicuramente scappare l’occasione di influenzare il futuro dell’economia mondiale. Il tempo, purtroppo, non gioca più dalla nostra parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di Roberto Biondini e Claudio Dolci</em></p>
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		<title>Conseguenze e sensatezza della riforma del catasto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Nov 2021 12:24:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riforme]]></category>
		<category><![CDATA[Tutti gli articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Catasto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>4 min di lettura “L’essenza della politica sono le imposte”.&#160;Basterebbe questa sola frase, pronunciata da&#160;Giulio...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2021/11/14/conseguenze-e-sensatezza-della-riforma-del-catasto/all-news/">Conseguenze e sensatezza della riforma del catasto</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>4 min di lettura</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“L’essenza della politica sono le imposte”.</em>&nbsp;Basterebbe questa sola frase, pronunciata da&nbsp;<strong>Giulio Tremonti</strong>&nbsp;in un’intervista alla&nbsp;<a href="https://www.lastampa.it/topnews/economia-finanza/2021/10/06/news/tremonti-un-suicidio-politico-toccare-il-catasto-governo-timido-sul-taglio-del-cuneo-1.40778576"><strong>Stampa</strong></a>, a dare un senso alle polemiche che avvolgono l’attuale&nbsp;<strong>riforma del catasto</strong>, ma questa volta, più che le parole sono i dati ad impressionare.&nbsp;<strong>In Italia, infatti, ci sono 25,8 milioni di proprietari di case, su un patrimonio immobiliare di 35 milioni di unità</strong>; in pratica,&nbsp;<strong>il 73% degli immobili è di proprietà</strong>. E da questa ed altre imposte sulla casa,&nbsp;<strong>lo Stato incamera ben 40 miliardi di euro</strong>. In altre parole, quando si parla di catasto si maneggiano i voti e una parte considerevole del Pil, tanto che&nbsp;<strong>Mario Draghi</strong>, che questa riforma ha voluto (in accordo con gli impegni del&nbsp;<strong>Pnrr</strong>),&nbsp;<strong>si poi è affrettato a dire che non ci saranno aumenti d’imposta e che semmai se ne riparlerà nel 2026</strong>. Ma è davvero così e di che aumenti si sta parlando?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di tutto occorre ricostruire il quadro storico dell’attuale riforma del catasto. Fu infatti il governo guidato da&nbsp;<strong>Matteo Renzi</strong>, come ricorda&nbsp;<strong>Vieri Ceriani</strong>,&nbsp;<strong>ex sottosegretario al</strong>&nbsp;<strong>Mef nel governo Monti</strong>, intervistato dall’<a href="https://www.agi.it/economia/news/2021-10-06/riforma-catasto-imposizioni-eque-14098197/"><strong>Agi</strong></a>, ad aver tentato di metterci mano.&nbsp;<em>“<strong>La riforma del catasto</strong>&nbsp;– come raccontato da Ceriani –&nbsp;<strong>è in cantiere da 10 anni</strong>&nbsp;e che con la legge delega approvata nel 2014 era stata impostata”</em>&nbsp;ed anche allora, com’è oggi con&nbsp;<strong>Draghi</strong>, si parlò di&nbsp;<strong>mantenere lo stesso gettito e a votarla infatti fu tutto il Parlamento all’unanimità</strong>; peccato che poi,&nbsp;<strong>dopo due rinvii, quella riforma restò di fatto congelata e dimenticata</strong>. D’altronde, Paesi europei ben più pragmatici e ligi del nostro, come la&nbsp;<strong>Germania</strong>, discutono da decenni di un’eventuale riforma catastale senza però trovare un punto d’incontro; il che la dice lunga.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad ogni modo, e a differenza di Renzi,&nbsp;<strong>Draghi non ha la necessità di trovare l’accordo politico</strong>, poiché&nbsp;<strong>senza riforma i soldi del Pnrr rischiano di restare a Bruxelles</strong>&nbsp;e quindi, con l’aiuto di una vaghezza della delega, estranea al suo modus operandi, ha tentato di far convergere il consiglio dei ministri sull’approvazione di scatola chiusa, che si limita, per ora e negli intenti, a fotografare la situazione catastale italiana, senza aumentare le imposte. E da questo punto di vista, come ricordato da&nbsp;<strong>Fabrizio Pistolesi</strong>, in un’intervista all’<a href="https://www.linkiesta.it/2021/10/riforma-catasto-immobili-vani-metri-quadri/"><strong>Linkiesta</strong></a>,&nbsp;<em>“è certo che il catasto italiano è rimasto quello pensato ormai una settantina di anni fa. Questa riforma non può più aspettare, è assolutamente necessaria. Non possiamo basarci su norme stabilite subito dopo la Seconda Guerra Mondiale che hanno più riscontro nell’attualità”</em>. Parole di buon senso, che però, proprio a causa dell’accidia che ha contraddistinto i governi del passato, rischia oggi di presentare ai contribuenti dei conti molto salati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti, in un articolo scritto da&nbsp;<strong>Alessandro d’Amato</strong>, per&nbsp;<a href="https://www.open.online/2021/10/08/riforma-del-catasto-come-sara/"><strong>Open</strong></a>, si è provato ad aggiornare la base imponibile del catasto seguendo quelle che sono le linee guida del governo e numeri che ne sono usciti parlano da sé.&nbsp;<strong>Si prevede un aumento medio per l’Imu del 128% e valori dell’Isee stellari (+318%), ed ovviamente a essi si aggiunge l’aumento della Tari</strong>. In concreto, come riporta d’<strong>Amato</strong>, “nei centri storici si va dal +33% di Bari al +151% di Milano: sotto la Madonnina si passerebbe da 4.200 a 10.500 euro l’anno. A Roma da 7.100 a 10.800, un balzo del 52%. A Bologna del 56%, a Bari del 33%. E a Napoli, sempre in testa con Milano, di quasi il 120%. In periferia – con l’eccezione di Milano: +87% – aumenti inferiori: dall’1% di Bologna, un ritocco, al 60% di Napoli passando per il 18% di Roma”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Milano rappresenta poi quel luogo d’Italia dove gli aumenti della revisione del catasto rischiano di lasciare i segni più evidenti, come descritto da&nbsp;<strong>Gino Pagliuca</strong>&nbsp;in un articolo per il&nbsp;<a href="https://milano.corriere.it/notizie/economia/21_ottobre_13/riforma-catasto-perche-milano-rischia-stangata-aumenti-174percento-entro-2026-record-citta-studi-c3e4c912-2be4-11ec-98f9-fbd4bdd13a87.shtml"><strong>Corriere.it</strong></a>. Se il capoluogo lombardo verrà infatti&nbsp;<strong>diviso in 42 microzone</strong>&nbsp;e verranno confermati i parametri per la riforma catastale (ovvero, il passaggio dai vani ai metri cubi e l’inclusione del valore di mercato dell’immobile) ecco che abitare in alcune zone, come&nbsp;<strong>Città Studi</strong>,&nbsp;<strong>potrà costare molto di più</strong>. Come riporta Pagliuca, “<strong>al Vigentino + 112%, a Piola-Città studi +267%, a Brera +193%</strong>”,&nbsp;<strong>con un incremento medio pari al 174,2%.</strong>&nbsp;A determinare questi aumenti è soprattutto la valutazione del mercato immobiliare, la quale alza la base dell’imponibile e fa quindi lievitare l’imposta, e&nbsp;<strong>non è detto che l’aliquota resti fissa al 1,14%.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Descritta così questa riforma non sembra un affare, ma&nbsp;<strong>occorre ricordare come questi aumenti siano dovuti ai mancati aggiornamenti del catasto e che grazie a questo intervento legislativo sarà inoltre possibile rimetter mano agli abusi edilizi, la cui ricerca è ferma da ben 9 anni</strong>. L’ultima caccia all’<em>immobile fantasma&nbsp;</em>fu infatticondotta&nbsp;<strong>tra il 2010 e il 2012 e portò nelle casse dello Stato ben 537 milioni di euro e con essi alla scoperta di 1,2 milioni di case abusive</strong>; un po’ meno di quelle che l’attuale governo punta a scovare grazie a droni e immagini satellitari. E “<strong>chi però ha una casa non del tutto in regola con le norme urbanistiche –&nbsp;</strong>come racconta<strong>&nbsp;Pagliuca – potrebbe vedere aumentato il valore fiscale prima del 2026”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il che appare sacrosanto, così come che chi vive in centro città paghi di più rispetto a chi abita in provincia, ma oltre a queste ragioni pratiche&nbsp;<strong>la riforma del catasto è importante perché riallinea l’Italia agli obiettivi dell’Unione Europea e a quelli del Fondo Monetario Internazionale</strong>. I vertici di quest’ultimo, così come quelli della&nbsp;<strong>Commissione Europea</strong>&nbsp;esortano già da tempo l’Italia affinché, tra le altre cose, mantenga l’imposta patrimoniale sul reddito o sui beni reali, sia per una questione di equità sociale, sia per una ragione di solidità dei conti pubblici; come tra l’altro stanno già facendo altri Paesi della UE. Lo stesso&nbsp;<strong>Carlo Cottarelli</strong>, già direttore del&nbsp;<strong>Dipartimento Affari Fiscali del FMI</strong>, nel suo libro&nbsp;<strong><em>I sette peccati capitali dell’economia italiana</em></strong>&nbsp;affermava la necessità di&nbsp;<em>“tassare di più le case (e meno i redditi legati ad attività produttive) perché è più difficile evadere le tasse sulla casa…il grado di evasione dell’IMU è relativamente basso. È stato quindi un errore detassare la prima casa.”</em>&nbsp;L’esatto opposto di quello che hanno fatto i governi italiani degli ultimi 20 anni, eccezion fatta per l’esecutivo guidato da&nbsp;<strong>Mario Monti</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da Bruxelles a Cottarelli, la ricetta è semplice:&nbsp;<strong>riportare l’attenzione sulla necessaria rivalutazione delle rendite catastali italiane per affrontare così una più corretta stima fiscale delle metrature abitative in linea con gli standard di mercato e per una tassazione più equa per tutti</strong>. D’altro canto, è già da tempo che la Commissione Europea studia idee impositive&nbsp;<strong><em>“growth-friendly”</em></strong>, che si traducono in una serie di raccomandazioni volte ad allargare le basi imponibili, spostando così il prelievo dai fattori produttivi (capitale e lavoro) a forme meno dannose per la crescita economica. Tra le varie idee che coinvolgono i beni immobili si ricordano: la riforma dei valori catastali, l’aumento delle tasse ricorrenti sulla proprietà immobiliare e la possibilità di dedurre gli interessi passivi sui mutui contratti per l’acquisto della casa. Tutte raccomandazioni che sono state più volte portate all’attenzione dello stato italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Europa, ma non solo lei, suggeriscono di fatto un passaggio dalla tassazione delle persone</strong>&nbsp;(ivi compreso il lavoro)&nbsp;<strong>a quelle delle cose</strong>&nbsp;(case e patrimoni in primis). Ed a suffragare tale logica vi sono diversi studi, tra i quali quello di&nbsp;<strong>Arnold et al.&nbsp;</strong>(2011),&nbsp;<strong>Heady et al.</strong>&nbsp;(2009),&nbsp;<strong>Kneller</strong>&nbsp;(1999) e&nbsp;<strong>QUEST III</strong>, sviluppato dalla&nbsp;<strong>Commissione Europea</strong>. Nell’insieme giungono tutti alla conclusione che&nbsp;<strong>le imposte più distorsive sono quelle che ricadono sulle società, seguite da quelle sulle persone fisiche, sul consumo, e infine sulla proprietà, in particolare, le imposte ricorrenti sulla proprietà immobiliare</strong>. Si giunge quindi alla conclusione che una corretta valutazione dei valori catastali, la quale può comportare anche un aumento delle imposte, coniugata ad un abbassamento delle tasse legate al mondo del lavoro dovuto al maggiore introito, possa favorire lo sviluppo economico.&nbsp;<strong>Al momento, invece, abbiamo delle tasse sulla casa profondamente ingiuste, perché poco aggiornate e male, mentre le imposte sul lavoro sono eccessivamente alte a danno di tutti</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’idea socialmente accettabile per riequilibrare l’imposta, oltre la già citata idea di diminuire le imposte sul mondo del lavoro, sarebbe poi quella di applicare una progressività d’imposta patrimoniale immobiliare sulle nuove valutazioni in base al reddito percepito dal contribuente e proprietario di immobili o almeno attuare esenzioni di carattere redistributivo per i redditi più bassi. In altre parole, se, come confermano i dati pubblicati da&nbsp;<a href="https://tg24.sky.it/economia/2021/10/17/casa-costi-2021#13"><strong>SkyTg24</strong></a>, “il&nbsp;<strong>68%&nbsp;</strong>– dei proprietari di immobili –ha un reddito sotto i&nbsp;<strong>26.000 euro lordi annui</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>8 su 10&nbsp;</strong>hanno contratto un&nbsp;<strong>mutuo</strong>&nbsp;per acquistare la propria casa”, allora è possibile prevedere degli sgravi affinché l’aumento d’imposta del catasto non pesi troppo sul loro bilancio economico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quindi, tenuto conto dei correttivi, dell’entrata in vigore della misura e della giustizia sociale (nonché fiscale) che introdurrebbe nel nostro Paese, perché questa riforma del catasto è così osteggiata? Le ragioni sono tante e la prima è sicuramente&nbsp;<strong>legata alla sfiducia nelle istituzioni</strong>. D’altronde, le leggi sulla tassazione dei patrimoni hanno subito continui rimaneggiamenti, praticamente uno ogni governo, tanto che dal 2006 a oggi si contano almeno 5 revisioni, le quali non hanno fatto altro che rendere sempre più incomprensibile al cittadino la natura dell’imposta e le sue modalità di pagamento; e hanno creato inoltre un loop di avversione sempre più consistente verso tale imposta. Esiste poi una ragione pratica,&nbsp;<strong>in molti non pagano tasse sulla casa</strong>&nbsp;(nello specifico gli abusivi)&nbsp;<strong>ed altrettanti sono soggetti a imposte ridicole</strong>&nbsp;e che per questo non vorrebbero cambiare. Infine&nbsp;<strong>la casa tocca da vicino tutti gli italiani</strong>,&nbsp;<strong>proprietari o no di immobili, e quindi obbliga ogni governo a scontrarsi con la logica del&nbsp;<em>do ut des</em></strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Draghi però, proprio per il fatto di non essere a capo di alcun partito può imporre una seria riforma del catasto</strong>, così come fece Monti con l’Imu,&nbsp;<strong>senza che questa lo possa politicamente danneggiare</strong>. Ma proprio la temporalità dell’attuale riforma, destinata ad essere attuata solo nel 2026, invita tutti a ricordare il destino dei governi tecnici: fatta una legge, com’è stato per l’Imu di Monti, è subito stata abrogata col primo governo utile e così potrebbe essere per la ventura riforma di Draghi, la quale rischia persino di esser uccisa quand’è ancora nella culla, ancor prima di verificare la sua sensatezza e il suo impatto sui conti pubblici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Roberto Biondini e Claudio Dolci</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2021/11/14/conseguenze-e-sensatezza-della-riforma-del-catasto/all-news/">Conseguenze e sensatezza della riforma del catasto</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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