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	<title>Globalizzazione Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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	<title>Globalizzazione Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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		<title>Nein! Un bicchiere mai pieno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2022 06:43:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie fossili]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Scelte economiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nein! La svolta tanto attesa, ed invocata ormai 8 mesi fa dal dimissionario governo Draghi,...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/09/12/nein-un-bicchiere-mai-pieno/geopolitica-il-mondo-che-cambia/globalizzazione/">Nein! Un bicchiere mai pieno</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">Nein! La svolta tanto attesa, ed invocata ormai 8 mesi fa dal dimissionario governo Draghi, è stata sonoramente stroncata dai vertici europei. <strong>Si dovrà dunque attendere sino al 6 ottobre per sapere se ci sarà o meno un <em>price cap</em> al tetto del gas </strong>e ciò dovuto al veto imposto dall’Ungheria, dalla Slovenia, dall’Austria, dai Paesi Bassi, dalla Repubblica Ceca e infine <a href="https://www.open.online/2022/09/09/unione-europea-gas-price-cap-saltato-perche/">dalla Germania</a>. Inutile dirlo, a pesare maggiormente è stato il dissenso di quest’ultima, la quale teme il blocco totale di qualunque fornitura di gas russo e con essa uno stop della propria industria, un aumento della disoccupazione e il rischio di tensioni sociali: in breve, <strong>no gas, no Pil</strong>. Di fronte a questa decisione gli osservatori economici si sono divisi in due blocchi, quello degli <em>ottimisti</em> da una parte e dei <em>pessimisti</em> dall’altra.</h2>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Dalla parte degli ottimisti</strong></h3>



<p>Chi nonostante tutto continua a vedere il bicchiere mezzo pieno confida nella razionalità degli attori economici e nelle aspettative, si spera positive, del mercato (le quali, almeno al momento, riemergono puntualmente nelle analisi statistiche). Dal lato razionale, <strong>l’idea che in breve tempo la Russia possa reindirizzare i propri gasdotti verso la Cina e l’India</strong>, così come si potrebbe fare con la canna per irrigare il giardino, <strong>risulta priva di fondamento</strong>. Da ciò ne consegue che senza l’Europa a spingere la domanda, al gas russo non resti che venir bruciato in Siberia (come già avviene) per mantenere la stabilità dei giacimenti. Sempre in quest’ottica, è ritenuto altrettanto assurdo che l’establishment russo continui nell’autoflagellazione della propria economia, <a href="https://www.internazionale.it/notizie/2022/09/02/economia-russa-previsioni">la quale registra un calo del Pil a doppia cifra.</a> Certo, c’è chi, soprattutto in Italia, dirà che tutto sommato poteva andare peggio e che quindi le sanzioni funzionino poco, il realtà il quadro è più complesso. La Russia sta letteralmente facendo di tutto per mantenere stabile la propria economia e ci riesce grazie a importazioni ridotte e maggiori entrate dal <em>comparto commodities</em> (grano, gas, petrolio, fertilizzanti ecc.). Tuttavia, proprio le scarse importazioni fanno presagire un venturo collasso della produzione interna, dovuto principalmente alla difficoltà nel reperire componenti ad alto contenuto tecnologico, ormai da anni in <em>outsourcing</em> (come, ad esempio, le turbine della Siemens per i gasdotti). Certo, se Atene piange Sparta non ride e l’attuale inflazione europea (trainata soprattutto dal comparto energetico, oltre che dai colli di bottiglia) n’è la prova; ma al momento dire chi, tra Ue e Russia, spunterà partita non è facile.</p>



<p>Un altro elemento a favore degli ottimisti è quello che riguarda<strong> il livello di stoccaggio delle riserve di gas nazionali, a cui si sta ora accompagnando una politica di risparmio energetico e la solidarietà promossa in seno all’Ue</strong>. Il governo <strong>Draghi</strong>, infatti, ha appena approvato il piano di risparmio energetico nazionale, che entro poche settimane dovrebbe essere reso operativo, il quale prevede che il&nbsp;<strong>riscaldamento si accenda più tardi, resti in funzione un’ora in meno e si abbassi di un grado per l’intera stagione invernale</strong>. Insieme a queste misure <strong>il Ministero della Transizione Ecologica</strong> ha ha fornito anche i numeri sull’approvvigionamento alternativo per evitare eventuali shock causati dallo&nbsp;<a href="https://www.pmi.it/economia/mercati/391120/energia-europa-verso-un-tetto-al-prezzo-del-gas-russo.html"><strong>stop al&nbsp;gas russo</strong></a>; come ad esempio la massimizzazione della produzione a<strong>&nbsp;carbone e a olio</strong>&nbsp;delle centrali già esistenti e regolarmente in servizio, che contribuirà da solo (per il periodo 1° agosto 2022 – 31 marzo 2023) a una riduzione di circa <strong>2,1 miliardi di metri cubi di gas</strong>.</p>



<p>Le&nbsp;<strong>stime</strong>&nbsp;sull’impatto di tutte le misure di contenimento previste dal Mite porteranno ad un <strong>potenziale risparmio di circa 5,3 miliardi di Smc di gas</strong>, conteggiando anche la massimizzazione della produzione di energia elettrica da combustibili diversi dal gas (circa 2,1 miliardi di Smc di gas) e i risparmi connessi al contenimento del riscaldamento (circa 3,2 miliardi di Smc di gas), cui si aggiungono le misure comportamentali da promuovere attraverso campagne di sensibilizzazione degli utenti ai fini di ottonere un atteggiamento più virtuoso nei confronti dei consumi. Attualmente, e come già anticipato, il piano di<strong>&nbsp;stoccaggio</strong> nazionale&nbsp;di gas in vista del prossimo inverno (quale potenziamento dalle misure anticrisi energetica approvate successivamente alla guerra in Ucraina) procede puntualmente. <strong>Al primo settembre 2022 gli stoccaggi erano all’83%, in linea con l’obiettivo di riempimento superiore al 90%</strong>.</p>



<p>A questa lettura ottimistica del presente si accompagna a braccetto anche l’ultimo report trimestrale dell’<strong>Istat</strong> che vede un’economia italiana non ancora duramente colpita dalla crisi energetica, anzi, i dati riportati nel report sono tutt’altro che negativi. Nel secondo trimestre del 2022 il Pil nazionale è aumentato dell’1,1% rispetto al trimestre precedente e del 4,7% nei confronti del secondo trimestre del 2021. La variazione quindi acquisita per il 2022 è pari a +3,5%. Rispetto al trimestre precedente, invece, tutti i principali aggregati della domanda interna sono in ripresa, con un aumento dell’1,7% sia dei consumi finali nazionali, sia degli investimenti fissi lordi.&nbsp;Infine, le importazioni e le esportazioni sono aumentate, rispettivamente, del +3,3% e del +2,5%.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il bicchiere mezzo vuoto e la crisi in arrivo</strong></h3>



<p>Chi invece vede il bicchiere mezzo vuoto legge i dati del momento come l’annuncio dell’imminente recessione. <a href="https://www.tpi.it/economia/crisi-energetica-goldman-sachs-a-inizio-2023-bollette-da-quasi-500-euro-al-mese-per-le-famiglie-italiane-20220908928874/"><strong>Goldman Sachs</strong></a>, ad esempio, ha previsto <strong>un aumento dei costi energetici europei, a partire dall’inizio del 2023, per un importo di 2 trilioni di dollari, pari al 15% del Pil europeo</strong> (e lo scenario migliore, nel peggiore si parla 4 trilioni e del 30% del Pil). Dal punto di vista del consumatore ciò si tradurrebbe con un aumento mensile delle bollette pari a 500€ (nel migliore degli scenari) e di 590€ nel peggiore. Considerando l’affitto, una macchina e l’inflazione che divora il potere d’acquisto, <strong>anche uno stipendio medio rischia di non essere più uno scudo efficace contro il caro vita</strong>. Sempre per restare in tema aumenti, anche <strong>Confartigianato</strong> ha annunciato che <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2022/09/08/confartigianato-a-rischio-881mila-pmi-35-milioni-posti-lavoro_961bc1c9-1438-4236-8675-f40968968f57.html">col caro energia sono a rischio 881.264 micro imprese e quindi 3.529.000 di posti di lavoro</a>. Già ora le bollette stanno mettendo in ginocchio le imprese, soprattutto quelle energivore, che poi sono quelle che forniscono i materiali per la trasformazione degli altri prodotti. Un esempio esplicativo è quello delle vetrerie che devono mantenere accesi i forni e il cui vetro serve per praticamente di tutto, dalle bottiglie per il vino ai barattoli per la conserva. Infine, ad annunciare che il canarino in miniera è prossimo alla morte, si è aggiunta anche l’agenzia di <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/09/01/fitch-ue-puo-resistere-allo-stop-delle-forniture-di-gas-russo_65bd7f07-f758-4d64-b5eb-0be11754b817.html">rating Fitch</a>, la quale stima che <strong>con un flusso di gas russo pari al 20%</strong> (sempre miglior scenario) <strong>si avrà un effetto negativo sul Pil tedesco pari al 3% e su quello italiano del 2,5%</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Che cosa succederà nei prossimi mesi?</strong></h3>



<p>Chi ha ragione? Lo si vedrà solo col tempo, ma due sono gli aspetti che devono far riflettere. Il primo, come ha ammesso la stessa Lagarde, è che la <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/09/08/lagarde-decisione-unanime-ma-ancora-lontani-da-obiettivi_11f2707f-43c4-4ae8-9c19-cf4c8e7706d8.html">Bce ha sbagliato le proprie valutazioni</a> circa l’impatto del Covid e della guerra in Ucraina sull’inflazione. Come riportato dall’agenzia <strong>Ansa</strong>, <strong>Lagarde</strong> ha affermato che <em>“Abbiamo fatto degli errori nelle previsioni sull’inflazione, come tutte le istituzioni internazionali, come molti economisti, perché è virtualmente impossibile prevedere e includere nei modelli il Covid, la guerra in Ucraina, il ricatto sull’energia. <strong>Me ne assumo la colpa perché sono il capo dell’istituzione</strong>”</em>; aggiungendo poi, “<em>Abbiamo fatto errori, abbiamo capito le cause, e vi posso assicurare che lo staff aggiorna costantemente, integra quello che finora non era stato preso in considerazione”</em>.</p>



<p>Il secondo, invece, riguarda il fatto che <strong>la moneta</strong> (l’euro) <strong>e il mercato</strong> (Ttf) <strong>restano preminenti rispetto alla crescita.</strong> L’euro continua infatti a oscillare sulla parità col dollaro e in questi ultimi tempi è sceso addirittura sotto. I motivi sono tanti: crisi ucraina, crisi energetica, tassi d’interesse ancora bassi. E se da un lato una moneta debole permette di agevolare le esportazioni, dall’altro il rovescio della medaglia è presto detto: l’import subisce un colpo molto forte. E se il mercato (Ttf) dove il gas viene scambiato rimane a livelli estremi, il risultato di questa addizione è presto detta. D’altra parte, per apprezzare la moneta (anche se si ricorda che non fa parte degli obiettivi della BCE) occorre aumentare i tassi, come ha fatto Francoforte l’altro giorno per bloccare l’inflazione. Ma come si sa, un aumento dei tassi significa costo del denaro più alto, mutui più cari, rischio paralisi economica. La via è stretta, non vi è dubbio. <strong>Ma sta alla politica fiscale, non a quella monetaria, trovare una soluzione efficace per edulcorare l’impatto economico della crisi</strong>.</p>



<p>A conti fatti l’accoppiata tra questi due elementi (poiltiche monetarie e modelli previsionali) rischia di complicare ulteriormente la situazione dei ceti meno abbienti, soprattutto se accompagnata dalla cecità nei confronti della lettura geopolitica del momento storico. D’altronde, come sostengono da mesi <strong>Fabbri </strong>e <strong>Caracciolo</strong>, il popolo russo vive di gloria immateriale: se il blocco del gas si renderà strategico non ci sarà valutazione economica e/o razionale che possa impedire alla Russia di continuare la sua azione di stop all’occidente.</p>



<p>Difficile sapere come andrà a finire ed ancor più difficile è sapere quando la crisi potrà finire. L’Europa ha di fatto scelto una via etica di grande valore: sanzionare la Russia per aver invaso uno Stato straniero. <strong>Ma gli stati europei saranno altrettanto pronti a scontare una crisi economica quasi inevitabile per i loro ideali?</strong></p>



<p><em>Di Claudio Dolci e Roberto Biondin</em>i</p>
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		<title>L’aumento dei prezzi travolge la società del just in time</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Nov 2021 17:21:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Commercio]]></category>
		<category><![CDATA[Produzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>4 min di lettura Le temperature si stanno abbassando, segno che l’inverno si avvicina, ma...</p>
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<p><em>4 min di lettura</em></p>



<p>Le temperature si stanno abbassando, segno che l’inverno si avvicina, ma i prezzi dei combustibili, invece, stanno prendendo esattamente la direzione opposta. Il petrolio, ad esempio, è passato dai 40$ al barile di novembre 2020, agli attuali 80$, mentre il prezzo del metano sembra ormai fuori controllo, tanto che i proprietari di auto a metano preferiscono girare a benzina. In questo momento, se esistesse un trofeo per la più veloce manifestazione dell’inflazione nel mercato, allora il rincaro dei prezzi dell’energia lo vincerebbe a mani basse. E se negli scorsi anni gli aumenti erano stati contenuti, oggi invece&nbsp;<strong>la fiammata dei prezzi rischia di provocare scottature di secondo e terzo grado a molti consumatori</strong>; ma partiamo dal principio.</p>



<p>Negli ultimi anni si è sempre narrata la<strong>&nbsp;lotta macroeconomica portata avanti dalle banche centrali e dai governi nazionali</strong>&nbsp;<strong>per ritrovare e spingere in alto l’inflazione perduta</strong>. Un traguardo, quest’ultimo, necessario per contribuire alla produzione, che socialmente si dovrebbe poi riflettere in un aumento dei salari e un miglioramento delle condizioni di vita. Tant’è che da più di dieci anni la BCE inonda di liquidità il sistema per far aumentare la domanda dei beni e spingere di conseguenza la crescita dei prezzi e con essi l’inflazione, verso il traguardo del 2% annuo. Peccato che al momento non solo sia già stato raggiunto questo obiettivo, ma lo si è persino superato e non di poco, perché, complice una congiuntura di eventi,&nbsp;<strong>l’inflazione nell’area euro zona sta ora toccando i massimi dal 2008 salendo al 3,4% rispetto al 3% di appena un mese fa.&nbsp;</strong>E purtroppo in questo caso l’eccesso rischia di trasformarsi in nemico, piuttosto che in un alleato.</p>



<p><strong>L’inflazione</strong>, infatti, può essere sospinta da diversi fattori e&nbsp;<strong>presentare quindi un lato più&nbsp;<em>benevolo</em>&nbsp;e uno più&nbsp;<em>malevolo</em>: il primo espressione di una crescita della domanda, mentre il secondo frutto di un calo dell’offerta</strong>. Non a caso negli ultimi anni si è sempre spinto l’acceleratore sull’aumento della domanda dei consumatori, quindi per un’inflazione&nbsp;<em>buona</em>, mentre oggi, invece, siamo forse di fronte a quella&nbsp;<em>cattiva</em>. Questo perché l’aumento dei prezzi delle materie prime ha generato un&nbsp;<em>effetto frusta</em>&nbsp;su tutta la produzione dei beni, andando così ad aumentare i costi per le aziende, che a loro volta si sono riflessi in primis sui consumatori finali, attraverso i rincari in fase d’acquisto, e che potenzialmente si potrebbero riflettere nella diminuzione dei salari per i lavoratori o aumento della disoccupazione. D’altronde, se un’impresa vuole continuare a produrre e vendere beni mantenendo gli stessi margini di profitto, pur subendo gli aumenti in fase di produzione, deve aumentare i prezzi e/o ridurre i costi della propria mano d’opera. L’esatto opposto di quello che avremmo con un’inflazione sospinta dell’aumento della domanda, che invece spingerebbe le aziende a produrre di più, assumere e aumentare i salari dei dipendenti. Ed il problema è che questo è forse il fenomeno al quale stiamo andando incontro oggi, ovvero&nbsp;<strong>l’aumento dei prezzi a causa di uno shock sull’offerta, viene definito “stagflazione” ed indica un’economia in recessione nella quale i prezzi aumentano</strong>.</p>



<p>Ed è proprio l’aumento dei prezzi delle materie prime ad incidere sull’attuale inflazione, come riporta il&nbsp;<strong><em>Sole24ore</em>,&nbsp;</strong>infatti, nei prossimi tempi&nbsp;<strong>l’energia aumenterà del +29,8%, per la componente elettrica, e del +14,4% per il riscaldamento</strong>, che si aggiungerà ai rialzi dei tre mesi precedenti:&nbsp;<strong>un +9,9% per l’elettricità e +15,3% per il gas</strong>&nbsp;(quest’ultimo, dai minimi per-Covid, ha registrato un’impennata sui mercati italiani pari al&nbsp;<strong>440%</strong>&nbsp;– fonte&nbsp;<strong><em>La Repubblica</em></strong>). Un rincaro comunque rivisto a ribasso rispetto a quanto annunciato dal&nbsp;<strong>ministro Cingolani</strong>, merito&nbsp;<strong>dell’intervento governativo che ha sostanzialmente sterilizzato gli aumenti per oltre 3 milioni di nuclei familiari</strong>&nbsp;aventi diritto ai bonus di sconto per l’elettricità e&nbsp;<strong>per 2,5 milioni che fruiscono del bonus gas</strong>. In termini inflazionistici, però, l’aumento del costo energetico, rispetto ad altri fattori e su tasso annuo in rapporto a settembre 2021, segna quota&nbsp;<strong>+17,4%</strong>, per quanto concerne l’energia, contro il 2,1% del cibo e tabacco e l’1,7% dei beni industriali.</p>



<p>Siamo quindi in&nbsp;<em>stagflazione</em>? È ancora presto per dirlo, anche se l’aumento dei prezzi post-lockdown si sta dimostrando più alto e persistente di quanto molti esperti si aspettassero e legato soprattutto all’offerta; ad esempio,&nbsp;<strong>il prezzo delle materie prime nel 2021 è salito in media del 60%</strong>, come riportato dal&nbsp;<strong><em>Corriere della sera</em></strong>. Coi produttori di acciaio e chip asiatici (tra cui ovviamente la Cina) che faticano ad evadere gli ordini, i quali sono cresciuti sia per via di un ritorno alla normalità, sia per la spinta indotta dai piani di rilancio nazionali ed extranazionali. Un esempio? Si prenda il&nbsp;<strong>superbonus 110</strong>&nbsp;che grazie al decreto semplificazioni ha letteralmente preso il volo facendo segnare aumenti record: +243% per l’acciaio tondo per cemento armato, +128% per il polietilene, +73,8% per il Pvc, +76,1% per il legno di conifere, +25,2% per il bitume e via discorrendo (come riportato dal&nbsp;<strong><em>Sole24Ore</em></strong>). Senza considerare poi la quota di aziende edili che per afferrare una fetta della torta, finanziata con soldi pubblici, con le tasse europee, sta ora affollando la scena: la sola Cassa Edile di Asti, da giugno a settembre di quest’anno ha registrato un aumento degli iscritti pari al 25% (dati forniti da&nbsp;<strong><em>la Stampa</em></strong>).</p>



<p>Ma&nbsp;<strong>all’aumentare di questi prezzi non si è ancora palesata una crescita dei salari e la proposta per un salario minimo</strong>&nbsp;è entrata ed uscita di scena con estrema rapidità.</p>



<p>Siamo inoltre imprigionati in una serie di colli di bottiglia produttivi e logistici il cui sgorgo si sta accennando solo ora, basti pensare che in 18 mesi il prezzo di un container è aumentato del&nbsp;<strong>600%</strong>&nbsp;(come ha dichiarato Ruggerone alla&nbsp;<strong><em>Verità</em></strong>), mentre il&nbsp;<strong><em>Financial Times</em></strong>, con un articolo a cura di&nbsp;<strong>Claire Jones</strong>, mostra come ora si stia ritornando a costi di spedizione più umani, seppur nettamente superiori rispetto a quelli dell’agosto 2019. E&nbsp;<strong>ad aggravare ancora di più la situazione economica, ci si è messa pure la crescente ostilità geopolitica</strong>, come ha ricordato sia&nbsp;<strong>Dario Fabbri</strong>, in un intervento a&nbsp;<strong><em>Omnibus</em></strong>, sia&nbsp;<strong>Vladimir Chizhov</strong>, le cui affermazioni sono state raccolte in un articolo scritto da Henry Foy e Sam Fleming per il&nbsp;<strong>Financial Times</strong>. Il riassunto del rappresentate russo all’UE e di Fabbri collimano: se l’Europa continua a trattare in modo ostile il Cremlino, allora è difficile che questo imponga alla compagnia di bandiera Gazprom di aprire i rubinetti. Oltre alle sanzioni inflitte a Mosca per i fatti del&nbsp;<strong>Donbass</strong>&nbsp;e le agitazioni nel&nbsp;<strong>Nord Africa</strong>, ad essere oggetto di polemica è anche l’ampliamento di&nbsp;<strong>Nord Stream 2</strong>; tanto che l’ormai ex-Cancelliera,&nbsp;<strong>Angela Merkel, ha di fatto rinunciato all’opzione<em>&nbsp;kill switch</em>&nbsp;sul gasdotto, lasciando così un’eredità pesante al suo successo e all’Europa intera</strong>.</p>



<p>Infine, ad incrementare i prezzi dell’energia c’è poi il fattore&nbsp;<strong>Green</strong>, il quale agisce attraverso un&nbsp;<strong>rincaro dei permessi dell’emissione della CO2</strong>, che, per quanto marginale,&nbsp;<strong>pesa, comunque, per il 20% sull’attuale prezzo del gas</strong>.</p>



<p>In questa situazione, dove il confine tra domanda e offerta, così come quello tra politiche nazionali e sovranazionali, impedisce una chiara lettura dei fenomeni, c’è una domanda che assilla gli operatori dei mercati e i leader dei diversi Paesi:&nbsp;<strong>questi aumenti della componente energia saranno transitori o perpetui?</strong>&nbsp;Molto dipenderà dal futuro green dell’energia, come sottolineato da&nbsp;<strong>Massimo Bello</strong>&nbsp;(Wekiwi), presidente dell’associazione dei grossisti e trader dell’energia&nbsp;<strong>Aiget</strong>:&nbsp;<em>“tra le voci di rincaro, la forte impennata del costo della CO2 non è un fenomeno transitorio e rischia di diventare strutturale. Difficile dire come contenere i prezzi; ed è un problema europeo, non italiano. Bisogna intervenire nella concentrazione e poca concorrenza delle materie prime? Nella struttura della formazione del costo della CO2? Nel creare nuova capacità? Nel favorire contratti pluriennali?”</em>.</p>



<p>A conti fatti,&nbsp;<strong>l’attuale fiammata inflazionistica può essere scomposta in due componenti</strong>, la prima legata alla domanda e la seconda all’offerta. Partendo dalla prima, durante i vari lockdown la domanda di beni era calata, le imprese avevano lavorato meno e il mercato energetico aveva subito una contrazione. Successivamente, con le riaperture e le riforme varate dai vari governi del mondo è ripartita la domanda, la quale, si è scontrata con le ragioni dell’offerta: blocco del gas russo (geopolitica), aumenti dei prezzi dovuti ai piani Green (climate-change), indolenza dei governi verso l’adozione di piani energetici svincolati da risorse fossili (politiche nazionali) e speculazione dei mercati. Oggi,&nbsp;<strong>la fretta nel ripartire e nel dover cambiare modello d’approvvigionamento energetico sta rendendo difficile generare un’offerta adeguata alla domanda</strong>; ed è per questo che forse quest’inflazione è più&nbsp;<em>malevola</em>&nbsp;che&nbsp;<em>benevola</em>.</p>



<p>Tuttavia, non tutto il male vien per nuocere: qualche potenziale soluzione già circola tra i&nbsp;<em>policy makers</em>. Tra quelle di maggior rilievo c’è la proposta europea di lotta comune contro questi sbalzi di prezzo. Come riporta&nbsp;<strong><em>la Repubblica</em></strong>&nbsp;il piano elaborato dalla UE prevede un consorzio volontario tra le grandi imprese europee che gestiscono le infrastrutture del gas (reti e stoccaggi) per aumentarne la disponibilità. Bruxelles sta inoltre studiando anche interventi in favore dei consumatori più deboli, dalla riduzione della tassazione al rimborso parziale delle bollette. E’ chiaro che si tratta di semplici risposte a breve-medio termine e che quindi un’analisi più approfondita per come rendere l’Europa più indipendente possibile da shock esterni sarà la strada maestra da imboccare nel futuro.</p>



<p>Siamo certamente solo all’inizio di questo&nbsp;<em>social-affair</em>, ma si profila nuovamente una situazione in cui,&nbsp;<strong>in un mondo in cui gli&nbsp;<em>stati-continente&nbsp;</em>la fanno da padrone, la difesa degli interessi dei cittadini dipendano sempre di più da una cooperazione comunitaria, piuttosto che da una incompleta risoluzione attuata da sovranità nazionali</strong>.</p>



<p>Roberto Biondini Claudio Dolci</p>
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