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	<title>Inflazione Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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	<title>Inflazione Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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		<title>La bomba dell&#8217;inflazione colpisce il mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Oct 2023 08:25:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Monetaria e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Banche centrali]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>5 min di lettura “La teoria arriva fino a un certo punto.”: così reagisce l’Oppenheimer...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2023/10/02/la-bomba-dellinflazione-colpisce-il-mondo/politica-monetaria-e-dintorni/">La bomba dell&#8217;inflazione colpisce il mondo</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">5 min di lettura</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“La teoria arriva fino a un certo punto.”</em>: così reagisce <strong>l’Oppenheimer</strong> di Christopher Nolan di fronte a ciò che sfugge ai numeri, ma che esiste nel mondo fisico. E per certi versi è così che reagiscono anche i titani dell’economia d’oggi, premi Nobel e non, che provano ad attribuire un senso a un fenomeno noto, l’inflazione, ma che oggi si manifesta in modo imprevedibile rispetto al passato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color"><strong>L’inflazione oggi: i dati degli Stati Uniti</strong></mark></p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli Stati Uniti la Fed, guidata da <strong>Powell</strong>, ha deciso di prendersi una pausa, lasciando i tassi d’interesse al massimo storico dal 2001 ad oggi, tra il <strong>5,25-5,50%.</strong> <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/la-fed-lascia-tassi-invariati-AFVxv9v">Una mossa cautelativa</a> visto che all’orizzonte vi sono sia dati positivi (<strong>inflazione core al 3,7%</strong> per il <strong>2023 </strong>e <strong>2%</strong> per il <strong>2026</strong>; <strong>PIL</strong> al <strong>2,1%</strong> nel <strong>2023</strong> e a <strong>1,8%</strong> nel <strong>2026</strong>), sia negativi, come il prezzo del <a href="https://mercati.ilsole24ore.com/materie-prime/commodities/petrolio/BRNST.IPE?refresh_ce&amp;nof">petrolio oltre i 90$</a> e un tasso di disoccupazione praticamente invariato (intorno al 4%). Quest’ultimi due devono far riflettere economisti ed osservatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il prezzo del petrolio sale è logico aspettarsi che anche tutti quei prodotti ad esso associati, dalla plastica per le bottiglie usa e getta ai fertilizzanti usati in agricoltura, ma così come il cemento e ogni oggetto che necessita di questa fonte d’energia fossile per essere realizzato, subiscano un conseguente rialzo; e <strong>se i prezzi salgono l’inflazione continua a restare alta</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi il tema della disoccupazione. L’assunto è questo: <strong>visto che l’offerta non riesce a tenere il passo della domanda, allora ha senso frenare quest’ultima rendendo più difficile l’accesso al denaro per acquistare beni e fare investimenti</strong>. I libri di testo, infatti, insegnano ad ogni economista che la miglior medicina per imbrigliare un’inflazione galoppante consiste nel raffreddare l’economia. Tuttavia, un’economia più fredda produce anche, almeno in passato è stato così, ampie sacche di disoccupazione, come descritto dalla curva di Phillips.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="220" height="220" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/10/Immagine1.png" alt="" class="wp-image-540" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/10/Immagine1.png 220w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/10/Immagine1-150x150.png 150w" sizes="(max-width: 220px) 100vw, 220px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Bene, oggi, almeno negli Usa, pare non essere più così. Tanto che si è creata una corrente di economisti che parla di “<strong>deflazione immacolata</strong>”, cioè priva di effetti negativi per l’economia reale (ovvero tassi di disoccupazione elevati); ma non tutti sono disposti a mettere in croce i dogmi di una vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">Economisti nell’ottagono: Krugman contro Coy</mark></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra gli economisti si sa non è mai corso buon sangue, anzi. D’altronde è frequente che una teoria ne smentisca un’altra e i dati, com’è noto, hanno bisogno di filtri per restituire un senso, da qui le molteplici interpretazioni. Il confronto tra Coy e Krugman (sul <a href="https://www.nytimes.com/2023/09/26/opinion/columnists/recession-federal-reserve-paul-krugman-peter-coy.html">New York Times</a>) ci può aiutare a definire le argomentazioni di chi vede un’imminente recessione e chi invece scorge il sole oltre le nuvole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi teme la recessione (Coy) lo fa sostenendo che ci vogliono 22 mesi dall’inizio dell’ascesa dei tassi prima che inizi la recessione vera e propria e la Fed non li ha mai alzati così tanto e così velocemente senza causarne una; alcune banche regionali sono fallite (SVB e Signature Bank), il mercato immobiliare è fermo a causa dei mutui troppo onerosi; la <strong>Bidenomics</strong> ha drogato l’economia con gli stimoli; le aspettative delle persone circa il futuro sembrano disattendere quelle della Fed. In sintesi, la recessione c’è, ma si cerca di non vederla. Chi invece guarda con ottimismo al presente e al futuro prossimo (<strong>Krugman</strong>) lo fa sostenendo che i modelli del passato mal si adattano a descrivere la congiuntura creata dal Covid-19 e dalla guerra; i dati ci mostrano un calo significativo dell’inflazione senza un aumento della disoccupazione; gli stimoli della Bidenomics potrebbero perdurare nel tempo; la percezione dell’inflazione attesa e reale delle persone è diversa da quella rappresentata dai dati. Tradotto, l’inflazione era transitoria, sta rientrando e non c’è motivo per preoccuparsi troppo (almeno al momento). Il punto di contatto tra questi due mondi? Mai fidarsi dell’ottimismo della Fed.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">L’inflazione in UE: che cosa ci dicono i dati?</mark></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In <a href="https://www.ft.com/content/f6399c1f-5c0e-47fe-8a56-7138b9cb0099">UE l’indice armonizzato dei prezzi al consumo ha raggiunto il 4,6%</a> (dal 5,2% di Agosto), mentre l’inflazione core (quella privata dell’energia, del cibo, dell’alcol e tabacco) non è migliorata più di tanto. Nel terzo trimestre del 2023 si assesta al 5,1%, contro il 4,9% di quello precedente (<a href="https://www.ecb.europa.eu/stats/ecb_surveys/survey_of_professional_forecasters/html/table_hist_core.it.html">BCE</a>), mentre i tassi d’interesse sono tra il <strong>4,50-4,75%.</strong> Le economie stanno rispondendo in modo differente a seconda del caso, con l’Italia che rallenta e la Germania in recessione, mentre l’accordo sul patto di stabilità pare non trovare l’auspicato via libera.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il rialzo dei tassi sta oggi colpendo le economie più fragili, che non necessariamente sono anche quelle con più debito</strong>. Ad esempio, lo spread tra i titoli greci e il Bund tedesco a 10 anni è a poco più di 146 punti base, contro il 192 dei BTP italiani. La Grecia, infatti, dalla crisi del debito sovrano ad oggi ha fatto delle riforme, mentre in Italia queste restano delle sconosciute (nonostante il Pnrr le imponga) e ciò genera sfiducia, la quale rende più difficile trovare i soldi per rifinanziare il debito pubblico senza pagare interessi da usura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, anche le misure lacrime e sangue e l’aumento dei tassi d’interesse in chiave deflattiva non sono privi di problemi, che nel lungo periodo possono essere peggiori rispetto a un’inflazione elevata. E ciò ci riporta al confronto tra Coy e Krugman.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">L’alta inflazione uccide, ma anche le politiche deflattive non scherzano</mark></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Al di là di queste dispute, infatti, <strong>il vero nocciolo della questione è se tenere fisso il target dell’inflazione al 2%, oppure se alzarlo al 3%.</strong> Il perché? Se si accettasse un target più alto si potrebbe già ora dichiarare vinta la lotta all’inflazione. Niente più rialzo dei tassi e un maggiore spazio, anche in futuro, per repentine crescite, che godrebbero di un punto percentuale in più d’inflazione per prosperare senza che le banche centrali intervengano a raffreddare tutto. Tuttavia, ripudiare lo standard che negli anni ha accompagnato almeno una generazione di economisti ha un costo, non solo reputazionale, ma anche sostanziale. Un’inflazione più alta significa applicare una tassa maggiore ai meno abbienti, che è poi la ragione per cui le banche centrali cercano in ogni modo di stabilizzare i prezzi. Chi subisce di più l’aumento di 20 centesimi di euro sul prezzo del caffè non è chi guadagna 2.000€ al mese, ma chi a stento arriva a 1.200€. Da qui l’iniquità con cui l’inflazione colpisce i redditi e impone strategie, anche dolorose, per rientrare nei ranghi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora avanti con la lotta senza quartiere all’inflazione? Sì, ma attenzione che la cura non sia peggiore della malattia. <strong>Francesco Saraceno</strong>, su <strong>Domani</strong>, ci ricorda come la stretta monetaria agisca sia sul breve, sia sul lungo periodo, con effetti particolarmente perversi proprio su quest’ultimo arco temporale. Tra questi, citati da Saraceno, quello più preoccupante riguarda il bisogno di un cambio tecnologico che favorisca la transizione energetica, il quale richiede alti investimenti che però proprio la stretta economica soffoca. E <em>“se tassi di interesse elevati dovessero finire per ostacolare la transizione verso le fonti di energia rinnovabile</em> – scrive Saraceno –, <em>il rischio sarebbe quello di un aumento dell’inflazione nel medio periodo a causa del mancato abbandono delle energie fossili”</em>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ritorno in massa al fossile produrrebbe una corsa al barile di greggio, con l’avvio di un circolo vizioso di fatto mai sedato. Inoltre, Saraceno, citando l’economista <strong>Dani Rodrik</strong>, critica l’approccio usato in Grecia, dove austerità e riforme hanno sì migliorato i fondamentali, ma anche azzoppato la produttività. Di fatto, in mancanza di incentivi e con la distruzione di sacche di settori scarsamente produttivi, non si è materializzato l’investimento in settori potenzialmente più promettenti, per via della scarsa domanda legata alla stagnazione del ciclo economico. <em>“Comprimendo la domanda globale</em> – continua Saraceno – <em>in un momento in cui per motivi contingenti (la riorganizzazione post pandemica) e strutturali (la transizione energetica) <strong>il bisogno per l’economia di ricollocazioni settoriali è particolarmente acuto, le banche centrali rischiano di ostacolare le trasformazioni strutturali necessarie per una crescita robusta e sostenibile nel lungo periodo</strong>”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">L’inflazione cambia il mondo, ma non l’economia</mark></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza il tempo per riesaminare nel dettaglio le cause profonde dell’attuale inflazione (extraprofitti/Covid-19/Guerra in Ucraina/stimoli economici etc.), senza serie storiche abbastanza precise (il richiamo al periodo di <strong>Volcker</strong> ha senso, ma non è esattamente quello che sta succedendo ora), senza la possibilità di rimettere in discussione alcuni dogmi (il target del 2%, la curva di Phillips etc.), le attuali decisioni monetarie rischiano di produrre effetti perlopiù imprevedibili. Per ora, almeno sul breve periodo, quindi sul lato del controllo dei prezzi, pare stiano riuscendo a sedare l’inflazione, ma sul medio-lungo periodo è difficile prevederne gli effetti. Se poi Coy avesse ragione, e con lui altri nomi illustri come quello di Lawrence H. Summers, il peggio sarebbe a un passo dal piombarci addosso. L’unica certezza è che in questo momento la macroeconomia, come ogni scienza, si trova a un bivio, perché la teoria arriva solo a un certo punto, poi subentra la realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><a href="https://ilcaffekeynesiano.it/chi-siamo-2/">Di Claudio Dolci</a></strong></p>
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		<title>Tre indizi fanno una prova: l’inflazione e le nostre colpe</title>
		<link>https://ilcaffekeynesiano.it/2022/06/18/tre-indizi-fanno-una-prova-linflazione-e-le-nostre-colpe/energia-e-transizione-energetica-uncategorized/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jun 2022 14:22:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Banche centrali]]></category>
		<category><![CDATA[Energia e Transizione Energetica]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[Cambiamento climatico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’attuale crisi climatica, i colli di bottiglia e infine l’enorme debito pubblico italiano ci possono...</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">L’attuale crisi climatica, i colli di bottiglia e infine l’enorme debito pubblico italiano ci possono aiutare a comprendere meglio il perché dell’aumento dell’inflazione e di quella che domani, forse, sarà la futura crisi finanziaria. L’Italia, infatti, rischia più di altri di dover pagar pegno ed essere presa di mira dagli speculatori, ma le colpe di tutto non ricadono solo sui soliti indiziati e vanno ricercate nel passato del Bel Paese e nelle congiunture col presente.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sono bastate una manciata di gaffe e il sovrapporsi di <strong>tre congiunture</strong> per rendere evidenti le ipocrisie che per anni hanno accompagnato la politica della UE e dei singoli Stati ad essa aderenti. Nessuno, infatti, neppure la Germania, è esente dall’aver contribuito a creare quella tempesta finanziaria che tra qui e il prossimo inverno rischia di scatenarsi sui mercati del Vecchio Continente. Tempesta di cui un assaggio c’è già stato in questi mesi, con <strong>l’impennata dell’inflazione</strong> dal lato dell’offerta e la necessità di intervenire con l’incremento dei tassi da parte della Bce, per arrestarla, con la conseguenza che gli spread, soprattutto di Paesi indebitati come l’Italia, sono schizzati alle stelle, per poi riscendere.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La miopia legata all’uso del gas e gli effetti del cambiamento climatico</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per comprendere l’evolversi dell’attuale quadro macroeconomico, in cui geopolitica e politiche locali hanno un ruolo importante, occorre ritornare allo scorso inverno e più precisamente a <strong>Glasgow</strong>, quando i grandi della Terra hanno affrontato la realtà dei fatti: <em>non esiste un pianeta B e i cambiamenti climatici esistono per davvero</em>. Già, perché sino al 31 Ottobre del 2021 l’esigenza di dover contenere le emissioni di CO2 era sì presente, ma non pressante (come evidenziato dal <a href="https://www.nature.com/articles/s43017-022-00285-w/figures/1">grafico</a>).</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/06/immagine-9.png?w=1024" alt="" class="wp-image-941"/><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: <a href="https://www.nature.com/articles/s43017-022-00285-w/figures/1">Nature</a></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">L’idea generale, concordata a Parigi e ripresa a Glasgow, è quella di interrompere l’ascesa delle emissioni di CO2, ma non prima che ciò sia conveniente ai mercati. Il carbone, ad esempio, responsabile dell’80% delle emissioni di CO2 del comparto energetico, almeno nell’Ue, sta certamente subendo continue riduzioni, ma al suo posto è subentrato il gas. <strong>Dagli anni ’90 ad oggi i Paesi dell’Ue hanno infatti scelto di incrementare la quota di gas importato quale sostituto meno clima alterante rispetto al carbone</strong> (<a href="https://www.agi.it/blog-italia/energia-e-sostenibilta/perch_il_gas_naturale_la_fonte_di_transizione_ideale_verso_un_futuro_a_basse_emissioni-2306711/post/2017-10-30/">producendo il 40%</a> di CO2 in meno) e per tanto, esso è stato inserito nella tassonomia verde europea.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/06/immagine-4.png?w=1024" alt="" class="wp-image-922"/><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=File:Imports_of_selected_energy_products,_EU,_1990-2020_Petajoule_%28PJ%29.png">Eurostat</a></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il gas è davvero così verde come si dice? Secondo le commissioni europee chiamate a decidere, per ora no. Come riportato da <strong>Domani</strong>, in un articolo a firma di <strong>Francesca De Benedetti</strong>, le critiche al gas non sarebbero arrivate solo dagli ambientalisti oltranzisti e radical chic (come li ha definiti Cingolani), ma persino da <strong>JP Morgan</strong>, <strong>Goldman Sachs</strong> e dallo stesso <strong>Eu Technical Expert Group</strong> che ha stilato il dossier tecnico per la commissione europea. <em>“La notte di Capodanno</em> – scrive De Benedetti – <em>è filtrato il piano di Bruxelles: dare l’etichetta verde a gas e nucleare, proprio come da accordo fra i governi. Il parere negativo espresso dalla Piattaforma sulla finanza sostenibile, che raccoglie componenti come l’Institute for European Enviromental Policy, ma pure la Banca Europea degli Investimenti</em> (Bei<em>), mondo della scienza e degli investimenti, non ha fermato Ursula von der Leyen, che a febbraio, ignorando qualche voto contrario e astensione nel suo stesso collegio di commissari, è andata dritta per quella strada.”</em> Ora il Parlamento europeo potrebbe riscrivere la tassonomia, visto che alla crescente fronda dei sempre contrari al gas si è ora aggiunta quella di coloro che intravedono nel combustibile fossile la mano finanziaria di Putin (e questo persino tra i membri del PPE).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che si palesa la prima congiuntura e relativa ipocrisia: <strong>di fronte al riscaldamento globale si è scelto di continuare a investire su energie fossili perlopiù presenti in Paesi dai profili anti-democratici, ed oggi, nonostante i dati sul clima non incoraggianti e le ipocrisie sui conti in rubli, la scelta di molti Paesi dell’Ue resta la stessa: più gas per tutti</strong>. Nonostante ogni nuovo giacimento di gas rappresenti un chiodo sulla bara della specie umana, si continua a cercare gas e stringere accordi con Paesi non allineati ai valori Occidentali ed in primis al concetto base di democrazia.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I colli di bottiglia e lo shock dal lato dell’offerta</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, così come una rondine non fa la primavera neppure una singola congiuntura è sufficiente a spiegare la tempesta che attende i mercati. Guerra e clima sono certamente impattanti, a maggior ragione oggi, sulla scia dei tagli delle forniture di gas da parte di Gazprom, ma è una seconda congiuntura ad aver dato il colpo decisivo. <strong>Con l’avvento della pandemia di Sars-Cov2 si era interrotto quel flusso di merci e persone che ha permesso alla globalizzazione di marciare e trascinare con sé le economie mondiali</strong>. Di fatto, dalla fine del 2019 sino a quando le strategie di contenimento messe in atto da vari Paesi del mondo non hanno iniziato a dare gli effetti sperati, la globalizzazione e con essa il modello produttivo del <a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2021/11/14/laumento-dei-prezzi-travolge-la-societa-del-just-in-time/">Just in Time</a>, hanno smesso di correre. È stato grazie ai vaccini e alle policy di contenimento del virus che la Cina e gli States hanno ripreso a marciare, trascinando poi con loro il resto del mondo, come mostra l’indice delle Commodities elaborato da Bloomberg; dal quale si evince come il 2021 sia stato l’anno migliore di sempre, persino del 2011 post Grande Recessione.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/06/immagine-6.png?w=975" alt="" class="wp-image-926"/><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2021-12-31/commodities-have-their-best-year-since-financial-crisis-rebound">Bloomberg</a></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Ma le cose non sono mai così semplici. <strong>E se da un lato è vero che la fine della pandemia ha portato ad un miglioramento delle condizioni economiche, dall’altro i prezzi dei beni sono aumentati così tanto da rendere più instabile la ripresa economica.</strong> Ma cosa significa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli economisti di tutto il mondo si interrogano sul perché i prezzi siano aumentati tanto: il ragionamento più semplice è che l’uscita dalla pandemia abbia spinto i consumatori a domandare sempre più massicciamente prodotti e spingere così in alto l’inflazione. In politica monetaria, questa inflazione viene definita “positiva” ed è un buon segno per la ripresa del benessere della società: più domanda uguale più consumi, più lavoro, più stipendi. Ma non è invece da mettere nel cassetto l’eventualità che questo aumento dei prezzi sia stato dovuto principalmente ad un livello di offerta troppo basso, minore della situazione pre-pandemia, a parità di domanda dei beni. È come dire che lo stesso prodotto post pandemia abbia subito un aumento di prezzo perché i produttori ora non sono più in grado di produrlo al prezzo di un tempo. E questa viene definita inflazione “negativa”, poiché rappresenta un freno all’economia: in questo caso, infatti, più inflazione significa meno domanda, meno consumi, meno occupazione e quindi salari ridotti. Scritto più semplicemente: <strong>uno shock sui prezzi dal lato dell’offerta aumenta l’inflazione e diminuisce la produzione (generando poi la stagflazione).</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E noi oggi dove ci troviamo? Prima dell’inizio della guerra, le principali banche centrali erano convinte che si trattasse effettivamente di un aumento dei prezzi ambivalente, quindi in grado di colpire sia il lato della domanda sia il lato dell’offerta, con l’attenuante che quest’ultima manifestazione si sarebbe poi sgonfiata una volta che le produzioni avessero recuperato le condizioni economiche pre-Covid. Ma la guerra ha fatto il suo ingresso, e con lei il conflitto commerciale tra super potenze. La Russia è stata colpita da pesanti sanzioni commerciali che di riflesso hanno certamente avuto un effetto sulle nostre economie. Ma soprattutto, è stata la risposta di Mosca a creare più insofferenza al già fragile equilibrio di domanda ed offerta: come abbiamo scritto, l’economia occidentale si basa prevalentemente sull’uso di gas e petrolio per far funzionare la produzione ed è chiaro che se esso viene tagliato, l’offerta di beni subisce un grosso ridimensionamento, che poi si traduce in un aumento (in chiave “negativa”) dei prezzi. Ed è così che in Europa e negli USA, si sono impennati i prezzi dei beni al consumo, soprattutto delle materie prime, come il gasolio, facendo schizzare le previsione dell’inflazione e preoccupare le banche centrali, tanto da spingerle a <a href="https://www.facebook.com/ilcaffekeynesiano/posts/pfbid02vtLe55AjmibTtnvsyr1XpS8t3VfwKidLApDRrUzLmeH5qm4DGzYV5gNSr5nKbnJ7l?notif_id=1654245413885493&amp;notif_t=feedback_reaction_generic&amp;ref=notif">rivedere le loro politiche sui prezzi</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si palesa poi una differenza tra gli Stati Uniti e la UE: i primi, a prescindere dalla loro miglior capacità di attutire i colpi grazie ad un mercato del lavoro più elastico (non per forza socialmente migliore), hanno l’asso nella manica per non far andare completamente fuori controllo l’aumento dei prezzi. Infatti, <strong>gli Stati Uniti sono tra i più grandi esportatori di gas e possono quindi sopperire alla crisi energetica più facilmente degli europei che sono poverissimi di materie prime fossili. </strong>Un’altra prova della cecità del Vecchio Continente di non aver investito prima su modalità alternative di approvvigionamento di energia.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La congiuntura italiana</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta analizzate queste due congiunture e i limiti delle politiche attuate per porvi rimedio, occorre rivolgere lo sguardo ai mali del nostro Bel Paese. L’Italia, infatti, e in special modo la sua classe dirigente, ha tracciato un solco che dagli anni ’80 ad oggi espone la nostra economia alle turbolenze dei mercati. D’altro canto, come raccontano i dati di <strong>Banca d’Italia</strong>, il debito pubblico del nostro Paese è cresciuto nonostante l’assenza di crisi economiche globali, tanto che nel 1993 aveva già toccato il 120% del Pil. C’è poi stata un’opera di revisione dei conti, con l’avvento dell’euro, ma di fatto non si è più scesi sotto quota 100% è da questa incapacità di riassorbire le risorse erogate dallo Stato (a stimolo dell’economia nazionale) che è iniziato il declino dei conti pubblici.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/06/debito.jpg?w=1024" alt="" class="wp-image-933"/><figcaption class="wp-element-caption">Fonte:<a href="https://infostat.bancaditalia.it/inquiry/home?spyglass/taxo:CUBESET=/PUBBL_00/PUBBL_00_02_01_03&amp;ITEMSELEZ=TUEE0140:true&amp;OPEN=true/&amp;ep:LC=IT&amp;COMM=BANKITALIA&amp;ENV=LIVE&amp;CTX=DIFF&amp;IDX=2&amp;/view:CUBEIDS="> Banca d’Italia</a></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il ciclo economico, così come previsto sia dagli studi classici, sia da Keynes stesso, prevede infatti dei <strong>momenti di recessione di fronte ai quali si rende necessario l’intervento pubblico per riequilibrare una domanda che non trova più allineamento all’interno del mercato</strong> e questo lo si è visto sia durante la Grande Recessione, sia oggi con la crisi pandemica. Lo Stato quindi spende, facendo deficit, per evitare il tracollo e la sofferenza tra le fasce della popolazione più svantaggiate introducendo sussidi e stimoli all’economia. Tuttavia, in assenza di un risanamento dei conti pubblici, da effettuarsi nel successivo boom, ci si espone poi alle speculazioni del mercato. E’ sempre la storia della cicala e della formica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Draghi, quando era a capo della Bce, aiutò gli Stati con un debito pubblico elevato grazie al famoso <em>whatever it takes</em>: tradotto, se il debito dello Stato sul mercato fosse stato allocato a tassi d’interesse troppo elevati, lo avrebbe comprato la UE. Una cosa simile era successa col Pepp durante la pandemia, ma ora, complici le due congiunture descritte in precedenza, la politica monetaria deve fronteggiare l’inflazione attraverso un aumento dei tassi e col rischio di soffocare la crescita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E di fronte a questo aumento dei tassi i Paesi maggiormente indebitati (e che negli anni hanno dimostrato di non saper rientrare del proprio debito), oggi pagano pegno e più di altri. In tal senso è interessante il caso del Portogallo, che come racconta <strong>Luciano Capone</strong> sul <strong>Foglio</strong>, <em>“Di fronte all’aumento dell’inflazione, agli evidenti segnali di rallentamento nell’Europa centrale e orientale e alla prospettiva di tassi d’interesse più elevati – diceva meno di un mese fa il ministro delle Finanze portoghese – non possiamo permetterci di introdurre un fattore di rischio aggiuntivo”. L’obiettivo di Medina è sostenuto dal suo predecessore e ora governatore della Banca centrale portoghese, Mário Centeno, secondo le cui proiezioni il rapporto debito/pil del Portogallo scenderà al di sotto di quello di Francia, Spagna e Belgio entro il 2025, per arrivare al 104 per cento nel 2027, 30 punti in meno rispetto al picco del 2020 (135 per cento).”</em> In Italia, invece, i piani di rientro del debito sono assai più graduali e già oggi c’è chi invoca persino un nuovo scostamento di bilancio e la sospensione <em>ad libitum</em> del Patto di Stabilità.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Lo spread: la fotografia di un Paese</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Esiste quindi un dato che ad oggi mostra, in tutta la sua plasticità, gli effetti delle tre congiunture sin qui descritte è quello dello spread italiano.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/06/amcharts-1.png?w=975" alt="" class="wp-image-937"/><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: <a href="https://mercati.ilsole24ore.com/obbligazioni/spread/btp-10a-bund-10a">Il Sole 24 Ore</a></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">L’incremento del differenziale tra Btp e Bund inizia nel novembre del 2021, a margine degli accordi di Glasgow e all’indomani dell’affermarsi dei colli di bottiglia ed illustra come l’Italia rappresenti, soprattutto a causa dell’incapacità di riformare settori a rendita e di rinnovarsi, la preda ideale per chi intenda speculare. Il lavoro dello speculatore di fatto è proprio questo, trovare Paesi in crisi e agire fino a quando qualcuno non interviene, in questo caso la <strong>Bce</strong> con lo scudo anti-spread e <strong>Christine Lagarde</strong> con le sue parole.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tuttavia, sperando sempre che la Ue intervenga risolutamente e tempestivamente, le colpe dell’attuale situazione economica italiana vengono da più lontano e investono soprattutto una classe politica incapace di fare riforme e impreparata di fronte alle emergenze.</strong> Si può quindi cercare di addossare tutte le responsabilità dei mali italiani a Greta Thunberg e agli ecologisti che vogliono salvare il mondo, oppure all’Europa che impone vincoli di bilancio e politiche a vantaggio della Germania, ed infine alle autocrazie, dapprima quella cinese e poi quella russa col Covid e il ricatto del gas. <strong>Ma sarebbe assai più saggio guardarsi allo specchio, leggere i dati che mostrano decenni di sperperi e di clientelismo, per poi individuare i mali della politica ed infine quelli degli elettori che scelgono sempre chi promette loro l’uovo oggi, senza però spiegare che così domani non ci sarà mai nessuna gallina.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">di Roberto Biondini e Claudio Dolci &nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/06/18/tre-indizi-fanno-una-prova-linflazione-e-le-nostre-colpe/energia-e-transizione-energetica-uncategorized/">Tre indizi fanno una prova: l’inflazione e le nostre colpe</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>La mancanza di consapevolezza del mondo che verrà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 May 2022 08:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Disuguaglianze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>lettura 5 minuti “Non è finita, finché non è finita.”&#160;Così diceva Yogi Berra, famoso giocatore...</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>lettura 5 minuti</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Non è finita, finché non è finita.”</em>&nbsp;Così diceva Yogi Berra, famoso giocatore di baseball statunitense, in merito alla necessità di&nbsp;<strong>non arrendersi mai fin tanto che anche una piccolissima possibilità di vittoria resta viva</strong>. Ed è a tale possibilità che oggi si stanno affidando milioni di cittadini ucraini, che da più di due mesi lottano per difendere il proprio territorio disumanamente e illegalmente invaso dalle forze russe. Ogni giorno le notizie che ci provengono dai territori di guerra ci raccontano di situazioni militari, civili e umanitarie tanto aberranti quanto distanti da quell’idea illuministica di pace tra i popoli e risoluzioni diplomatiche tra le nazioni su cui si è fondata l’Europa stessa.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Un mondo in guerra</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">D’altra parte, quello che non dobbiamo nasconderci è che&nbsp;<strong>l’attuale conflitto ucraino non è un’eccezione e probabilmente non sarà nemmeno l’ultima</strong>. Questo perché le guerre non hanno mai smesso di comparire, né sull’emisfero boreale, né su quello australe e dalla caduta del muro di Berlino in poi ci hanno accompagnato sino ad oggi: dalle due guerre del golfo, a quella contro il terrorismo combattuta in Afghanistan e in Iraq, a cui sono poi seguite quella in Siria e in Libia. Nel loro insieme tutte queste guerre formano una collana di perle nere gemmate dall’assenza di timore per le conseguenze, perché lontane da noi, e con l’interesse, spesso occidentale, di parteciparvi nel bene e nel male.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ed è probabilmente per via della sua prossimità ai confini europei che l’attuale conflitto in Ucraina ha scosso così profondamente le opinioni pubbliche europee</strong>, smuovendone le radici. Certo, in passato v’era stata anche la guerra in Kosovo, anch’essa nel perimetro dell’Ue, ma non c’erano sul tavolo né l’ipotesi di un conflitto nucleare, né la possibilità di assistere in diretta allo scontro, così come hanno reso possibile le nuove tecnologie, e non vi era neppure una sfida così diretta all’intero impianto valoriale e ideologico su cui si basa lo stile di vita Occidentale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sin da subito, infatti, la guerra in Ucraina è stata raccontata come uno scontro tra visioni del mondo: “noi contro loro”,&nbsp;<strong>l’Occidente, guidato dall’arsenale della democrazia, che si oppone a un Oriente autocratico composto da Russia e Cina</strong>. Una narrazione convincente, ma non sempre corroborata dai fatti, i quali mostrano invece abusi e crimini commessi anche in regimi democratici. D’altronde, la guerra è sempre una cosa sporca, sia che la portino avanti i paladini della democrazia illuminista, sia che a guidarla sia una dittatura. A prescindere dagli schieramenti, ciò che lascia un conflitto sono macerie e vite spezzate in virtù di ragioni geopolitiche e tattiche militari che rendono impossibile l’individuazione di un “uomo” o una società senza peccato. Se quindi&nbsp;<strong>è indubbia l’adesione a uno schieramento, pro o contro un sistema valoriale e ideologico a cui fa capo la società stessa, ed in questo caso a favore dell’Ucraina</strong>, un Paese invaso e sull’orlo dell’abisso, contro un’autocrazia che si colloca in uno spazio assolutista, guidata da un uomo che si pone al di sopra della Storia, resta pur sempre aperto il tema delle implicazioni di questa scelta di campo.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Lo scenario economico</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Da un punto di vista strettamente economico è ormai certa la frenata economica a cui stiamo andando incontro, che si tratti della sola recessione, o della stagflazione, sarà giusto il tempo a dirlo, ma lo scenario non è roseo.&nbsp;<strong>L’Unione Europea esce dalla crisi pandemica peggiore che la storia recente ricordi e probabilmente anche dalla crisi economica peggiore dalla sua fondazione</strong>,&nbsp;<strong>nel 1957</strong>. Il 2020 è stato un anno nero, controbilanciato con efficacia dal 2021, grazie soprattutto alla vaccinazione e al fronte comune di stimolo fiscale varato dai 27. Tant’è che l’iniziale spauracchio dovuto al rincaro dell’inflazione, insorto in coda al 2021 a seguito della carenza di materie prime (i famigerati colli di bottiglia), fu ben presto etichettato come una circostanza limitata nel tempo e dovuta all’eccezionale ripresa della domanda di beni. E per questo, nei fatti, rinomati studiosi se non proprio la BCE stessa intimavano prudenza e contenimento del panico circa l’ascesa dell’<strong>inflazione</strong>, sicuri della sua transitorietà ed incapacità di influenzare la struttura macroeconomica della zona euro in maniera profonda e duratura. Infatti, prima dello scoppio della guerra, la fiducia generale stava crescendo e l’occupazione riprendeva, incoraggiando una visione ottimista del prossimo futuro. Ma poi il 24 febbraio tutto è cambiato, anzi, il mondo è cambiato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immediatamente l’Occidente si è schierato contro la Russia, colpevole di aver minato l’indipendenza di uno stato sovrano. Le dichiarazioni, da parte dei vari capi di stato occidentali, a supporto dell’Ucraina si sono fatte via via più affollate e dalle parole,&nbsp;<strong>la UE e gli Stati membri, sono passati quindi ai fatti con l’approvazione di sanzioni commerciali mai viste prime, accompagnate dall’invio di armi per sostenere la resistenza</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad oggi l’Ue ha varato ben&nbsp;<strong>5 pacchetti di sanzioni</strong>, ognuno di portata maggiore rispetto al precedente, ma giunti al sesto (che prevede, sulla carta, uno stop all’importazione di&nbsp;<strong>petrolio russo</strong>) la macchina europea si è inceppata sul diritto di veto e sulle necessità (geopolitiche, poiché sia geografiche che strategiche) a cui sono soggetti alcuni dei Paesi del patto di Varsavia. Di fatto, i cinque pacchetti già varati coinvolgono svariati ambiti: dal divieto, a partire da agosto 2022, di acquistare, importare o trasferire nell’Ue carbone e altri combustibili fossili solidi (investendo così il comparto energetico), al divieto di esportazione di altri beni, come i prodotti del lusso (ma non solo), e il sequestro di quelli privati (come gli yacht degli oligarchi). Ma dal punto di vista strategico ed economico, le sanzioni più pesanti hanno riguardato l’accesso ai porti dell’Ue per le navi registrate sotto la bandiera della Russia e il fermo del settore finanziario russo.&nbsp;<strong>L’Occidente ha costretto l’autocrazia russa all’autarchia</strong>, fatta eccezione per il rapporto che Mosca intrattiene con la Cina e con tutti quei Paesi che non hanno varato la risoluzione dell’Onu che condannava l’invasione ai danni dell’Ucraina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&nbsp;<strong>da un punto di vista etico, non c’è dubbio che queste sanzioni abbiano una natura ammirevole e condivisibile. Tuttavia, ognuno di questi pacchetti ha portato con sé degli effetti economici.</strong>&nbsp;Effetti che non solo sono molto più lenti ad apparire ma, proprio per la loro lentezza nel mostrarsi, sono ancora poco considerati tra i governi europei. Ma ad ogni azione corrisponde sempre una reazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qualche segnale si è già palesato nella vita quotidiana. Ad esempio,&nbsp;<strong>da transitoria l’inflazione sembra destinata a radicarsi per almeno 2 anni e forse più</strong>. Il gas e la benzina, il pane e la pasta, il costo dei mutui e dei prestiti, solo per citarne alcuni, stanno salendo vertiginosamente ed aggredendo una base economica ancora fragile e convalescente dal post pandemia. La differenza sostanziale rispetto a quest’ultima, infatti, è che i prezzi erano fermi e quindi i tassi d’interesse generali rimanevano bassi e stabili, oggi invece i prezzi schizzano e&nbsp;<strong>le banche centrali non possono fare altro che rendere il denaro più oneroso per cercare di stabilizzarli. Ed è quello che ha fatto la Fed pochi giorni fa, senza tra l’altro riuscire a frenare un’inflazione all’8,3%</strong>. Ma un denaro più oneroso significa anche un aumento del costo per i debiti e per i finanziamenti, col rischio di innescare una paralisi creditizia. Blocco che si aggiungerebbe a quello, anch’esso potenziale, del settore manifatturiero, suscettibile al costo delle utenze del gas, della luce e del petrolio. In breve, una situazione piuttosto pericolosa per il futuro. È chiaro che le boccate d’aria date dai bonus sono sì necessarie, ma non sufficienti e presto bisognerà trovare nuovi mercati (e l’Italia qualcosa sta già facendo con accordi in Africa) per sopperire alla domanda di materie prime: ma il prospetto per il futuro non pare certo rose e fiori. Si sta comunque limitando “un’industria” con dei colpi protezionistici non da poco (per buona pace dei sovranisti).<strong>&nbsp;Si stima che milioni di persone nel mondo soffriranno la fame per questa guerra</strong>&nbsp;(!). E l’impatto sociale dovuto alla crisi economica si manifesterà anche a causa della crisi migratoria impellente, se la guerra non finirà nei prossimi mesi e nulla lascia presagire un esito differente.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un dibattito a senso unico</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista morale questa guerra ha già prodotto più di un illustre vittima. Sin dall’inizio, come fu profetizzato da&nbsp;<strong>Monti</strong>&nbsp;stesso, i principali organi di stampa hanno preso partito&nbsp;<em>senza sé e senza ma</em>, conducendo uno scontro ben più acceso di quello tra no-vax e pro-vax. La logica di fondo suona più o meno così: c’è un aggressore e un aggredito, e&nbsp;<a href="https://www.la7.it/piazzapulita/video/i-filosofi-e-il-cretino-il-racconto-di-stefano-massini-05-05-2022-437063">persino un&nbsp;<em>cretino</em>&nbsp;capirebbe</a>&nbsp;da che parte stare, perché è ovvio. Ed in parte forse è anche così, peccato che vi sia altro di cui tener conto. Come ha ben argomentato&nbsp;<strong>Francesco Fronterotta</strong>&nbsp;sul&nbsp;<strong><em>Riformista</em></strong>, la storia (come materia di studio) esiste per capire le cause di qualcosa, così come il dibattito ci aiuta a ragionare sulle parti coinvolte in un evento. Invece, ciò che accade, è che si sovrappongano due parole con significati diversi, come sono&nbsp;<em>spiegare</em>&nbsp;e&nbsp;<em>giustificare</em>, che in questa vicenda vengono usate alla stregua di sinonimi, com’è stato negli anni per favola e fiaba. Quest’ultima è priva di morale, mentre la prima deve alla morale stessa la sua genesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E purtroppo, operare dei distinguo non ha salvato dalle liste di proscrizione insigni intellettuali e studiosi, da Luciano Canfora a Lucio Caracciolo. Il primo accusato a vario titolo di essere un comunista filoputinista, una sorta di ossimoro vivente, mentre il direttore di Limes, nota rivista di geopolitica, ha osato sostenere che quella attuale sia una&nbsp;<em>guerra per procura</em>. Ed in quest’ultimo caso è interessante notare come l’onta per aver sollevato un simile dubbio non abbia scalfito&nbsp;<strong>Dario Fabbri</strong>, che dagli studi di&nbsp;<strong><em>La7</em></strong>&nbsp;conduce&nbsp;<strong>Mentana</strong>&nbsp;e il suo pubblico nel mondo geopolitico e che sul primo numero di&nbsp;<strong><em>Domino</em></strong>&nbsp;ha scritto:&nbsp;<em>“Di nuovo alla testa di un compatto fronte occidentale, in Ucraina gli Stati Uniti stanno stravincendo la guerra per procura”</em>. Sarà anche Fabbri al soldo di Mosca? Già, perché la ricerca di chi cerca di spiegare ha condotto il Copasir a investigare sugli ospiti dei Talk Show, sempre che la Rai non li cancelli prima, risolvendo così il problema alla radice. Non che sulle altre reti il dibattito sia più pacato e le ipotesi di cura più sobrie, anzi, come ben dimostra lo scambio tra&nbsp;<a href="https://www.la7.it/otto-e-mezzo/video/un-errore-far-entrare-alcuni-paesi-nellunione-europea-il-dibattito-tra-scurati-e-feltri-09-05-2022-437547">Scurati e Feltri</a>, ormai dialogare pubblicamente in modo pacato della guerra in Ucraina è pressoché impossibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, cercare di capire, darsi un metodo per indagare i fenomeni del mondo rappresenterebbe il fondamento dell’illuminismo e ciò che l’ha distinto dalla fede e dalle altre forme di credenze dogmatiche. Perché ora non è più così? Forse perché di fatto, ci piaccia o meno, l’Ue è in guerra così come lo sono gli Stati Uniti e quindi, una volta operata la scelta di campo, diventa impossibile leggere il conflitto da una diversa angolatura, poiché vi si è coinvolti mente e corpo. E quando viene meno la distinzione tra il soggetto e l’oggetto di studio, cessa di conseguenza ogni analisi metodica; d’altronde, in guerra la comunicazione è questa, nulla di cui stupirsi. Salvo per il fatto che una vera voce unica, almeno in Europa, non è ancora pervenuta, anzi, regna ancora il caos e le posizioni di mediazione, seppur vi sia una guerra e sia stata presa una posizione netta. Se vi è quindi una convergenza su chi condannare per la guerra, come potrebbe fare da sé qualunque cretino, restano molti dubbi sulle strategie e gli obiettivi da perseguire, nonché sulle modalità d’azione dell’Ue: anche se di questi temi e sul ruolo di storici e studiosi di geopolitica, è meglio non parlare, almeno ad alta voce e in pubblico. Beata democrazia.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>In breve</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Di conseguenza, siamo davvero consapevoli di che cosa implicano le scelte circa questo conflitto e di come ci stiano modificando? È fantastico difendere i principi di libertà e democrazie, ma saremo pronti e maturi a patire anche lacrime e sangue, quando verrà il momento? Siamo consapevoli che è ancora possibile che nonostante tutto la Russia vinca il conflitto, e che cosa succederà alle sanzioni? Resteranno? E come faremo a riaprirci al diverso in un clima da caccia alle streghe com’è quello attuale? A questi interrogativi dovremo saper rispondere molto presto, perché avere la botte piena e la moglie ubriaca non sarà di certo possibile e c’è pure il rischio che alla fine non riusciremo neppure ad ottenere nessuna delle due.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Roberto Biondini e Claudio Dolci</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/05/14/la-mancanza-di-consapevolezza-del-mondo-che-verra/geopolitica-il-mondo-che-cambia/">La mancanza di consapevolezza del mondo che verrà</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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