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	<title>Economia italiana Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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	<title>Economia italiana Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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		<title>Made in Italy: sì, ma quale?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Collavini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Mar 2024 15:29:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia e Transizione Energetica]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’adozione del Decreto Legge 2 marzo 2024 n.19, e in particolare dell’articolo 38, è passata...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’adozione del Decreto Legge 2 marzo 2024 n.19, e in particolare dell’articolo 38, è passata sottotraccia, inosservata. D’altronde, nelle ultime settimane l’attenzione del Paese si è rivolta prima alle proteste dei balneari, poi degli agricoltori, con qualche comparsa dei tassisti: insomma, è evidente che <strong>sia la stampa sia l’opinione pubblica non hanno ben chiaro quali siano i settori produttivi in cui l’Italia non solo eccelle</strong>, ma sia anche una vera e propria potenza. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci si è invece convinti che l’ottava economia mondiale abbia le proprie fondamenta nel turismo, nell’agricoltura e nella moda, ovviamente. A chi scrive vengono in mente, con un sorriso, le parole pronunciate da <strong>Indro Montanelli</strong>, intervistato da Alain Elkann, con le quali l’ormai anziano giornalista descriveva <strong>gli italiani come un popolo di sarti, di albergatori, i migliori quando si tratta dei mestieri servili. Nulla di più falso</strong>, ovviamente, ma chissà per quale motivo si tratta di una convinzione ampiamente diffusa in tutta la Penisola, forse anche per la tragica e irresponsabile gestione, salvo gli anni di Marchionne, dell’unica manifattura di cui i media si sono interessati, ovvero il settore automobilistico.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">La produzione industriale italiana e il nuovo piano Transizione 5.0 </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Non è quindi raro imbattersi in giornalisti e scrittori, anche di notevole caratura, che descrivono l’Italia come un paese “industrialmente in disarmo”, nonostante <strong>la produzione industriale sia cresciuta in maniera solida e costante negli ultimi anni</strong>, scontando tuttavia le tensioni commerciali internazionali, la pandemia, l’aumento vertiginoso dei costi delle materie prime, i colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento e l’incremento del costo del denaro, oltre che l’invasione dell’Ucraina (mentre la guerra di Gaza non sta avendo effetti economici rilevanti e ancora non è chiaro quale sia l’impatto degli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa riguarda, quindi, l’articolo 38 di cui sopra? Si tratta del <strong>nuovo piano Transizione 5.0</strong>, il quale prevede la possibilità di usufruire di un credito d’imposta che può variare dal 35% al 45% per le imprese che investono nei campi dell’innovazione tecnologica, digitale e ambientale.  Questo <strong>IRA in miniatura ricalca Industria 4.0, varato nel 2016, con l’aggiunta degli elementi ecologici ed energetici</strong>, ed è in gran parte finanziato attraverso fondi europei. </p>



<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">Una spinta ad investire sulle nuove tecnologie produttive</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Concretamente, significa <strong>incentivare in maniera decisa le aziende manifatturiere a investire in beni strumentali che permettano loro di automatizzare e digitalizzare i processi produttivi</strong>, oltre che di renderli più efficienti dal punto di vista ambientale e dei consumi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La misura assume un’importanza ancora maggiore se si sottolinea che in molti di questi campi le imprese italiane dominano il mercato: per quanto riguarda il settore delle macchine utensili e dei robot industriali, ad esempio, solo Cina, Germania e Giappone sono superiori in termini di volumi prodotti ed esportati, ed in ogni caso <strong>l’Italia rappresenta un’eccellenza per quanto riguarda gli standard tecnologici</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti, dopo il letargo industriale cominciato con il governo D’Alema e conclusosi con il III governo Berlusconi, non solo le aziende italiane si sono viste costrette a razionalizzare numerosi aspetti della produzione per rimanere competitivi nei confronti dei concorrenti, soprattutto tedeschi, ma anche il Governo, spesso o latitante o eccessivamente pervasivo, si è deciso a intervenire per migliorare il contesto operativo. </p>



<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">L&#8217;impresa funziona se funziona il Sistema Paese</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il Sistema Paese è infatti ormai considerato un elemento fondamentale in tutte le più recenti teorie commerciali, da <strong>Krugman a Porter</strong>: in termini di competitività, <strong>un’impresa singolarmente non può superare una certa soglia, mentre è compito dello Stato far sì che l’ambiente circostante favorisca ed incentivi, non sussidi, la produzione</strong>. Dunque, l’avvio del piano Industria 4.0 ha permesso alla manifattura italiana di accrescere la propria produttività rivolgendosi, a monte, a un mercato interno e a una filiera i cui processi di trasformazione si svolgono per la maggior parte sul territorio nazionale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Un <strong>settore proiettato sull’esportazione</strong> poteva finalmente contare su una solida componente interna. Purtroppo, nelle ultime Leggi di Bilancio non sono stati inseriti i rifinanziamenti necessari e il credito d’imposta è sceso dal 50% iniziale, al 40% e infine al 20%. Ora, però, <strong>il piano Transizione 5.0 si prevede sarà determinante per la definitiva affermazione del vero Made in Italy</strong>, la cui resilienza e capacità non solo di adattarsi ma anche di reagire hanno sorpreso molti osservatori, anche rispetto alle industrie tedesche, giapponesi e cinesi, alle cui spalle vi sono strutture statali e burocratiche decisamente più efficienti nel supporto al sistema produttivo.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">I rischi e le opportunità del piano Transizione 5.0</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, a differenza delle misure precedenti, vengono incentivati anche gli investimenti nel campo energetico e ambientale, che sono settori in cui l’Italia vanta sì dei protagonisti, Eni ed Enel su tutti, ma con filiere che si perdono nell’Estremo Oriente, non solo per quanto riguarda l’approvvigionamento delle materie prime (le ormai celebri <em>terre rare</em>), ma soprattutto per la loro lavorazione e trasformazione, con il rischio quindi di destinare risorse pubbliche, anzi europee, al finanziamento di produzioni estere. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Di più, <strong>il vantaggio competitivo per le imprese derivante dall’efficientamento energetico potrebbe risultare decisamente minore rispetto ad altri impieghi</strong>, ma in ogni caso si tratta di un dibattito ancora molto acceso e divisivo, nonostante le netta presa di posizione della Commissione e del Parlamento europei, almeno in questo mandato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di </em>Federico Collavini</p>
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		<title>L’Europa dei veti al voto: l&#8217;analisi del Patto di Stabilità che verrà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Dec 2023 18:24:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Banche centrali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con il suo veto, l’Ungherese Viktor Orban ha bloccato gli oltre 50 miliardi di aiuti...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Con il suo veto, l’Ungherese <strong>Viktor Orban</strong> ha bloccato gli oltre 50 miliardi di aiuti destinati a Kiev e a breve potrebbe essere il turno dell’Italia, con <strong>Meloni e Giorgetti</strong>, pronti a fare altrettanto, riproponendo il copione sovranista sul tema del <strong>Patto di Stabilità</strong>. Da sempre oggetto di contese e di sotterfugi volti a poterne posticipare gli effetti negativi all’anno, o nel caso dell’Italia, al governo successivo. Tuttavia, e al di là di quel che spera Roma,<strong> la scelta sul Patto di Stabilità è una scelta sulla guida dell’UE di domani </strong>e non è affatto scontata, come invece si potrebbe credere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I 26 anni dall’entrata in vigore del Patto di Stabilità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’UE, attraverso la banca centrale dell’Unione Europea (la BCE), ha come mandato quello di mantenere stabili i prezzi attraverso politiche monetarie espansive – attraverso il famoso Bazooka di <strong>Draghi </strong>&#8211;  oppure restrittive – com’è da un anno a questa parte, con l’inasprimento dei tassi d’interesse. <strong>La fiscalità, invece, spetta ai singoli Paesi membri, i quali si sono auto-imposti, nel lontano 1997</strong>, un articolato sistema per garantire la stabilità dei bilanci pubblici, che in sintesi suona più o meno così: <strong>coloro che hanno un alto debito nazionale devono fare scendere il debito, gli altri possono spendere nei limiti della moderazione</strong>, salvo casi eccezionali (il famoso 3%).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Debito pubblico e deficit dividono l’UE</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sin qui la storia nota, però ve ne è un’altra meno conosciuta e che ci racconta <strong>i fallimenti del meccanismo sottostante il Patto di Stabilità</strong>. Dal 2002 in poi, infatti, ben pochi Paesi sono davvero riusciti a rispettare i parametri concordati ed è evidente – dal grafico qui sotto – come il rapporto debito/pil segni una frattura tra i membri dell’UE. Da una parte i famigerati frugali – Germani, Olanda, Repubbliche baltiche, Lussemburgo e Paesi del Nord – dall’altra, invece, il sud, capitanato da Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e Francia. <strong>Nei fatti nessuna delle potenze dell’Unione – Germania, Francia e Italia – ha mai raggiunto il tanto agognato 60%</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1278" height="663" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012.png" alt="" class="wp-image-681" style="width:720px;height:auto" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012.png 1278w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012-300x156.png 300w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012-1024x531.png 1024w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012-768x398.png 768w" sizes="(max-width: 1278px) 100vw, 1278px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: OCSE &#8211; GDP Nazionale dal 2002 al 2022 <a href="https://data.oecd.org/gga/general-government-debt.htm#indicator-chart">https://data.oecd.org/gga/general-government-debt.htm#indicator-chart</a> </figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">I <strong>deficit</strong>, invece, <strong>presentano una lettura più incerta</strong>. All’alba del lancio dell’euro, <strong>tra il 2002 e il 2003, né la Francia, né la Germania erano nel perimetro del 3%</strong>. La prima era al 4%, mentre la seconda al 3,7%, ben poca cosa rispetto al 7,8% della Grecia di allora, ma comunque molto sopra all’Italia e Spagna, rispettivamente 3,2% e 0,4%. La successiva crisi dei mutui subprime ha livellato, verso il basso, tutti i Paesi dell’area Euro e lo stesso è accaduto con la pandemia. <strong>A conti fatti sono più gli anni in cui il meccanismo del fiscal compact non ha funzionato di quelli dove effettivamente è stato rispettato</strong>, ma soprattutto – e qui i suoi detrattori hanno gioco facile – salvo rarissimi casi, come quello dell’Irlanda – non ha portato i Paesi in difficoltà a raggiungere né il rapporto debito/pil al 60%, né il deficit entro il 3%.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="1272" height="682" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853.png" alt="" class="wp-image-680" style="width:719px;height:auto" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853.png 1272w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853-300x161.png 300w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853-1024x549.png 1024w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853-768x412.png 768w" sizes="(max-width: 1272px) 100vw, 1272px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte OCSE &#8211; Deficit dal 2002 al 2022 <a href="https://data.oecd.org/gga/general-government-deficit.htm#indicator-chart">https://data.oecd.org/gga/general-government-deficit.htm#indicator-chart</a></figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Regole ed errori. Che cosa non ha funzionato col Patto di Stabilità?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Di per sé né un parametro, né una regola, nascono come buoni o cattivi, ma lo diventano in rapporto alle conseguenze che essi generano e <strong>nel caso del Patto di Stabilità la sentenza è ardua</strong>. Più i conti sono in ordine, ovvero il rapporto tra entrate e uscite è a favore delle prime, meglio è, perché ciò consente di <strong>attivare politiche anti-cicliche in caso di crisi</strong> (come nel 2008, nel 2011 e nel 2020) o improvvisi cambi di rotta (come nell’abbandono di alcune catene di approvvigionamento o tecnologie). Tuttavia, e qui è il principale problema, <strong>se per far quadrare i conti si riducono sanità, istruzione e investimenti, il gioco non vale la candela</strong>, poiché si baratta il futuro per il presente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quindi la spesa pubblica va sempre bene? No e il caso dell’Italia ne è la prova</strong>. In Italia si è sempre scelto – anche quando alla guida c’erano i tecnici – di tagliare voci di bilancio a basso costo elettorale. Si tratta di misure che incidono su platee di elettori che disertano le urne – come i giovani – o di nicchie – le famose pensioni d’oro – senza però intaccare sistemi di mance ben collaudati ed oliati. Col risultato che l’Italia spende tanto: solo<strong> in welfare se ne vanno 632 mld di euro all’anno</strong>, <strong>ma per avere una visita col Sistema Sanitario Nazionale pubblico occorrono mesi, se non anni</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Bruxelles deve scegliere tra il rigore o la crescita</h2>



<p class="wp-block-paragraph">C’è un problema, ed è politico, sia a Bruxelles come a Roma. <strong>In UE è urgente una chiamata alla realtà dei fatti, perché come diceva Keynes, quando i dati cambiano occorre cambiare la propria posizione</strong>. Attuare misure pro-cicliche, com’è stato fatto con l’austerity del 2011, non ha prodotto grandi risultati, anzi, e per capirlo basta osservare i conti pubblici italiani. Ma d&#8217;altra parte per l&#8217;Italia non c&#8217;era alternativa in quel frangente per abbassare lo spread.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pochi anni fa è stato approvato il Next Generation EU e la musica sembrava cambiata. Tuttavia le odierne trattative sul Patto di Stabilità pare vogliano far prevalere ancora la teoria sulla realtà. <strong>In questo momento è necessario attingere a fondi, anche pubblici e ingenti, per promuovere quelle transizioni </strong>senza le quali sarà impossibile mantenere gli attuali standard di competitività, la stessa in virtù della quale si sono già compiuti così tanti sacrifici.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Svendita o investimento: l’Italia deve scegliere.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">A Roma, invece, si rende altresì necessario un cambio di rotta, ma in senso opposto. La (s)vendita delle aziende nazionali (Ilva, Ita, Tim etc.) ha sì evitato il continuo sperpero di denaro pubblico, ma ha anche evidenziato<strong> l’incapacità di gestione da parte del Pubblico e questo è preoccupante</strong>. Si è infatti visto, soprattutto con la pandemia, come una gestione della sanità in mano ai privati non aiuti, anzi, perché viene scartato ciò che non è redditizio in funzione di ciò che invece lo è. E <strong>uno Stato che si definisca tale non può permettersi di allocare servizi essenziali a terzi</strong>, deve invece imparare a gestirli e farli funzionare per il bene della collettività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Occorre investire in una nuova classe dirigente pubblica e bloccare, ove possibile e tra l’altro già indicato da più di un commissario alla <strong>spending review</strong>, quei mille rivoli che alimentano sì ampi sistemi clientelari utili alle urne, ma che al contempo sul lungo periodo impongono le svendite di beni pubblici, le inefficienze e l’utilizzo di regole draconiane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio <strong>Dolci </strong>e Roberto <strong>Biondini</strong></p>
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		<title>LEGGE DI BILANCIO 2023</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Jan 2023 09:53:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Legge di bilancio]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">Il 29 di dicembre scorso si è concluso il tira e molla sulla legge di bilancio 2023 e con esso è svanito anche lo spettro dell’esercizio provvisorio, l’incubo numero uno di Giorgetti &amp; Co., ma il tributo pagato per questo miracolo di Natale è stato salato. <strong>Giorgia Meloni</strong>, infatti, <strong>è scesa a compromessi con tutti i suoi più acerrimi nemici, dai percettori del RdC ai burocrati di Bruxelles, passando per la Ragioneria di Stato e le forze della sua stessa maggioranza</strong>. Ma la sfida delle sfide, e con essa la sconfitta più cocente, Meloni l’ha inflitta a sé stessa, barattando l’anima populista per quella governista: un bagno di realtà che ha dilavato all’istante tutti gli ideali, le utopie e le narrazioni che nel tempo hanno reso FdI quello che è oggi.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Lo scontro con Bruxelles e le Istituzioni italiane</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo scontro è arrivato con le istituzioni dell’Ue, le quali hanno sì accolto la prima delle molte bozze sulla Legge di Bilancio con <a href="https://pagellapolitica.it/fact-checking/meloni-giudizio-commissione-ue-legge-bilancio">benaugurante “in line”</a>, ma riferito alle raccomandazioni di luglio e non a tutti i contenuti. La misura per i Pos, ad esempio, come quella sul tetto al contante, sono state criticate e con esse il condono sulle cartelle esattoriali e la riforma sulle pensioni (di cui si parlerà dopo). Da qui a sostenere, come ha fatto Meloni, che la Legge di Bilancio italiana sia stata tra le migliori d’Europa ce ne passa, più o meno come tra dire di fare il ponte sullo stretto di Messina. Forse la traduzione dall’inglese all’italiano può aver aiutato qualche portavoce di governo, ma <strong>i rilievi critici sulle misure delle bozze sono stati numerosi e bipartisan</strong>, visto che sono stati mossi persino dalle istituzioni italiane. La <a href="https://left.it/2022/12/30/le-bugie-di-fine-anno/">Banca d’Italia ha ricordato perché innalzare il tetto al contante </a>aiuti l’evasione, mentre <strong>la <a href="https://www.ilriformista.it/manovra-senza-coperture-la-ragioneria-chiede-al-governo-meloni-correzioni-su-44-misure-anche-smartworking-e-carta-giovani-335966/">Ragioneria dello Stato</a> ha bocciato ben 44 emendamenti perché privi di coperture o contradditori</strong>. A forza di tagli cuci è stato addirittura necessario riportare la Legge di Bilancio in Commissione, il tutto dopo le nottate insonni di vari gruppi parlamentari, perché c’era un <a href="https://quifinanza.it/economia/video/manovra-errore-mezzo-miliardo-testo-torna-commissione/683505/">buco da 450 milioni di euro su di un emendamento</a>. Morale della favola, alla fine <strong>il governo ha ceduto sotto i colpi delle regole rinunciando alla misura anti-Pos e dovendo porre rimedio là dove indicato</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una figuraccia dietro l’altra che Meloni ha provato coprire con la conquista del <em>price cap</em> europeo sul gas, una battaglia combattuta da <strong>Draghi</strong> e giunta a fine stagione con un accordo a ribasso, dopo incertezze e litigi che il neo-esecutivo ha solo sfiorato, ma mai toccato con mano perché impegnato a interpretare un ruolo più che marginale, inesistente. Tutto normale? Forse sì. <strong>Salvatore Currei</strong>, sul <strong><em>Riformista</em></strong>, ricorda come<strong> l’iter della Legge di Bilancio sia ormai ostaggio di questi mille passaggi tra istituzioni nazionali ed europee, che finiscono per ingabbiare ogni esecutivo con una camicia di forza</strong>; per giunta quest’anno c’era anche da affrontare <strong>il tema energetico, che da solo ha assorbito 21 dei 35 miliardi messi in campo da Meloni.</strong> Su una tematica, però, si sarebbe potuto agire diversamente. Come riportano <strong>Ainis</strong> e <strong>Cassese</strong>, rispettivamente su <strong><em>Repubblica</em></strong> e sul <strong><em>Corriere</em></strong>,<strong> il bavaglio al Parlamento si doveva evitare.</strong> Dopo tutto che senso ha avere due camere ed eleggere dei parlamentari se tanto poi decide solo l’esecutivo? Chi si ricorda la Meloni barricadera all’opposizione sa che questo fu un suo cavallo di battaglia, eppure alla fine anche lei ha posto la fiducia sulla Legge di Bilancio, confermando la prassi, istituzionalmente sgrammaticata, del monocameralismo di fatto. E così il Parlamento è stato relegato al ruolo di passacarte e poco più, a nulla sono valsi i discorsi che FdI ha fatto negli ultimi 10 anni contro chi ha zittito i rappresentati del popolo: le lancette battono le idee.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’abolizione del Reddito di Cittadinanza (RdC)?</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sin dal suo esordio il RdC è stato presentato per quello che non è. La povertà, infatti, c’è ancora e legare i sussidi per chi vive in condizioni di povertà alla ricerca del lavoro è stato un errore. <strong>I 5Stelle hanno venduto ai più una narrazione che non esiste, ma almeno erano riusciti a dare un po’ di sollievo agli sconfitti della società d’oggi.</strong> Meloni, invece, aveva annunciato in pompa magna di voler togliere il sussidio pentastellato sin da subito, salvo poi ripiegare su una strategia da compiersi in due anni e senza prevedere validi sostituti per aiutare chi ha poco o nulla. Dal 2023, come riportato dal sito <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/modifiche-reddito-cittadinanza-2023">Pagella Politica</a>, <em>“percettori del reddito di cittadinanza che hanno tra i 18 e i 59 anni di età e che all’interno del loro nucleo familiare non hanno minorenni, disabili e persone con più di 60 anni di età, potranno ricevere il sussidio al massimo per sette mesi.”</em> Si tratta di circa 404.000 persone, con un risparmio per le casse dello Stato di 743 milioni di euro (il salvataggio del mondo del calcio è costato ben di più, 889mln di Euro).</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo di questa misura è quello di impiegare la quota di percettori del RdC (gli <em>occupabili</em>), coloro che, per il governo, trascorrono le giornate sul divano. Da oggi, <strong>chi non accetterà la prima proposta di lavoro perderà il sussidio, mentre prima del governo Meloni queste offerte dovevano essere due e pure essere <em>congrue</em>.</strong> Un termine quest’ultimo su cui c’è stato molto dibattito, visto che un percettore che deve percorrere qualche centinaio di km per recarsi a lavoro, e magari è pure sprovvisto di un’auto, deve affrontare un problema oggettivo. Passato il polverone della bagarre tra FdI e opposizioni, <strong>un dossier Parlamentare suggerisce come la congruità dell’offerta rimanga un requisito tuttora valido</strong>, anche se non si capisce se per volontà dell’esecutivo o per la fretta che ha impedito di risalire all’articolo che ne garantiva l’efficacia. Nel 2024, invece, il RdC verrà abolito (sarò così?) e i suoi miliardi, 8,7 all’anno, verranno spostati altrove, in un fondo povertà e sostegno all’inclusione. Sin dal suo esordio, col governo Conte, il RdC ha ricevuto critiche (spesso legittime) ed ha fornito il carburante per la propaganda di tutti i partiti politici. Tuttavia, <strong>è difficile pensare che il governo Meloni, posto nel guado dell’inflazione a doppia cifra e della ventura recessione, possa abolire tout court questo sussidio</strong>, tant’è che l’attuale Legge di Bilancio colpisce solo una piccola parte dell’importo e dei percettori. Ed è probabile che alla fine gli si cambierà solo il nome e il funzionamento (sperando in qualcosa di più funzionale) del RdC, ma non la sostanza, anche perché i poveri esistono e votano.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La Flat Tax: chi ci perde e chi ci guadagna?</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti ormai sappiamo qual è il cavallo di battaglia della destra: tassa piatta per i lavoratori. In campagna elettorale eravamo rimasti ascoltatori di una corsa al ribasso dell’imposta sui redditi: dal 21% di Forza Italia, al 15% della Lega, forse per tutti, molto più probabilmente solo per gli autonomi in maniera più vigorosa. Addirittura, arrivando ad una strana proposta della tassa piatta incrementale (in italiani rimane un ossimoro) per i dipendenti. Cosa rimane di tutto questo? <strong>La flat tax per i dipendenti è scomparsa, ma per gli autonomi forfettari la base imponibile richiesta per calcolarla è aumentata fino ai redditi di 85 mila euro. </strong>Una vittoria per il centrodestra, ma che contribuisce ad alimentare numerose polemiche. <strong>Per i dipendenti si è infatti ridotto il cuneo fiscale di circa l’1%, mentre per gli autonomi lo si è ridotto in maniera più sostanziale</strong>. Oggi, a conti fatti, un autonomo forfettario con un reddito di 85 mila euro pagherà circa 10mila euro di imposte, mentre un dipendente, senza detrazioni, potrebbe arrivare quasi a 30mila! Ma a differenza di quanto si possa pensare, le critiche a questa mossa non provengono solamente dalle categorie che rappresentano i lavoratori dipendenti, ma anche quelle che rappresentano gli autonomi. Così afferma <strong>Anna Soru</strong>, la presidente di Acta che rappresenta piccole partite Iva, collaboratori, freelance, occasionali: “«<em>La tassa piatta non ci riguarda perché non ci favorisce, anzi il confronto ora è due volte perdente: con il lavoratore dipendente, beneficiato da una no tax area più alta a 8 mila euro contro i 5.500 euro, dall’ex bonus Renzi di 80 euro e ora pure dal taglio del cuneo fiscale. Ma perdente anche rispetto ai lavoratori autonomi con reddito alto che godono della flat tax al 15% ampliata da 65 a 85 mila euro e della flat tax incrementale. A questi livelli bassi di reddito la tassa piatta al 15% non conviene a un freelance perché si perdono tutte le detrazioni e deduzioni, come le spese per mutui, sanità, bonus edilizi». Fatturati più robusti, fino a 85 mila euro, riescono invece a trarre maggiore beneficio dal 15% secco”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, <strong>gli autonomi che beneficiano di questa riforma sono coloro che appartengono alla classe media</strong>, quella che già si sostentava da sé (e che ha patito di meno l’inflazione e del caro energia), non quella più vulnerabile e a rischio. Sul tema della flat tax s’inserisce inoltre tutto il discorso dell’evasione legata alla dichiarazione dei redditi. Così il professor <strong>Carlo Cottarelli</strong> che sul tema ha espresso più di una perplessità: “<em>Il rapporto che questo governo ci ha inviato è molto interessante anche per quello che ci dice sulla distribuzione dell’evasione. È quasi inesistente, sotto il 3%, per i lavoratori dipendenti. È invece elevatissima, oltre il 60 per cento, sull’IRPEF dei lavoratori autonomi e reddito d’impresa”.</em> Lo stesso <strong>Luigi Marattin</strong> era entrato nel vivo della trattativa politica per trovare una soluzione per l’emersione del nero dovuto allo scatto da tassa piatta a IRPEF una volta superata la soglia di allora (65mila euro). L’idea era quella di creare un cuscinetto per coloro che nell’arco dell’anno avessero superato la soglia: una flat tax leggermente più alta per evitare il nero. Una proposta caduta però nel vuoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per concludere, <strong>la flat tax rimane una manovra iniqua</strong>, a prescindere che siano autonomi o dipendenti a subirla. Ma, nonostante ciò, l’esecutivo ha tirato dritto.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le pensioni e la tenuta dei conti dello Stato</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>La manovra prevede una rivalutazione al 120% delle pensioni minime e alza l’assegno minimo 600 euro per gli over 75 nel 2023. Misure che avranno un costo di circa 5,4 miliardi l’anno. Se a questo aggiungiamo i 2,4 miliardi di entrate in meno dovute agli sgravi a 8 mila euro per le assunzioni di under 35, arriviamo a un buco di 7,8 miliardi per le casse dell’Inps</em>.” Così riporta il <strong><em>Corriere della Sera</em></strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche sul tema delle pensioni, si sa come il centrodestra abbia sempre difeso una cancellazione della<strong> legge Fornero</strong>, un pensionamento anticipato (vedi quota 100) e una rivalutazione delle pensioni fino addirittura a 1.000 euro (vedi Forza Italia).&nbsp; Ma <strong>aumentare le minime a 1.000 euro significa creare un deficit di oltre 100 miliardi per le casse dell’Inps, nel giro di soli tre anni, e distruggere la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico</strong>. Qui l’economia confligge con la giustizia sociale e le possibilità economiche del nostro Paese. Infatti, dare sostentamento alle classi meno agiate è un dovere, soprattutto in tempo di crisi, ma farlo mettendo a carico delle prossime generazioni le spese che ciò comporta è un atto immorale e ingiusto. E d’altra parte non era anche il RDC una misura per frenare la povertà? Forse bisognerebbe capire prima dove trovare i soldi per finanziare queste misure. Rimane l’opzione donna, con qualche tecnicismo sui figli a carico ma di una vera cancellazione di quota 100 ancora non se ne vede l’ombra, anche perché significherebbe quasi sicuramente default. <em>“Il numero delle prestazioni sociali erogate ogni anno è in continuo aumento. L’eccesso di assistenzialità, a cui si sono dedicati tutti i governi negli ultimi 22 anni, ha fatto sì che le pensioni totalmente o parzialmente assistite siano ormai oltre il 45% del totale”</em> dice ancora il <strong><em>Corriere della Sera</em></strong>, e su questo tema bisogna riflettere: <strong>quanto potrà resistere il nostro sistema pensionistico in un Paese dove chi cerca lavoro non lo trova e chi cerca lavoratori neppure?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’analisi della legge di bilancio 2022 potrebbe continuare ancora e nelle prossime settimane ne discuteremo con ulteriori approfondimenti. Quello però emerge sin qui è che il sistema della Repubblica Parlamentare italiana ormai pare non funzionare più. Non si può continuare ad approvare leggi così importanti, come quella di Bilancio, con un sistema che presenta questo grado di disfunzionalità e caos. <strong>Urge una riforma, ma non appena la si nomina il Gattopardo ci avverte delle controindicazioni: <em>tutto deve cambiare affinché tutto rimanga così</em></strong><em>. </em>Che fare allora? Forse meglio festeggiare l’anno nuovo e ripensarci dopo le feste, sperando che l’ottimismo per un nuovo inizio prevalga sulla cruda realtà dell’anno appena passato.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td>9 miliardi e 846 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo delle misure per ripagare, attraverso i crediti di imposta, una parte della spesa sostenuta dalle imprese per acquistare energia elettrica e gas.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>2 miliardi e 515 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo per i primi tre mesi del 2023 del rafforzamento del “bonus sociale”, che aiuta a ridurre la spesa sostenuta dalle famiglie in disagio economico per gas ed elettricità.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>Un miliardo e 75 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo, previsto tra il 2023 e il 2025 in termini di minori entrate per lo Stato, dell’estensione del regime forfetario al 15 per cento (quello che la Lega chiama erroneamente “flat tax”) per le partite Iva con ricavi fino a 85 mila euro.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>810 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo stimato per il 2024 della cosiddetta “flat tax incrementale”. Le partite Iva che nel 2023 hanno registrato un aumento di reddito rispetto ai tre anni precedenti vedranno tassarsi questo aumento con un’imposta fissa del 15 per cento.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>215 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo annuo della riduzione dell’Iva al 5 per cento sui prodotti dell’infanzia e per quelli dell’igiene intima femminile. Più nel dettaglio, la prima misura costa ogni anno 178,2 milioni di euro, la seconda 36,9 milioni.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>Un miliardo e 585 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo, stimato in minori entrate tra il 2023 e il 2030, di una delle misure della cosiddetta “tregua fiscale”, il condono con cui il governo ha deciso di fare uno sconto sulle sanzioni a chi ha debiti con il fisco.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>889 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo, in termini di versamenti sospesi, dell’emendamento “Salva sport”, ribattezzato anche “Salva calcio” perché permette alle federazioni e alle società sportive, in particolari a quelle calcistiche professionistiche, di riprendere a pagare le imposte, sospese con la pandemia di Covid-19, in 60 rate, più una maggiorazione del 3 per cento. Lo Stato conta dunque di recuperare tutti i versamenti sospesi entro il 2027.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>5 miliardi di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo per il 2023 del taglio del cuneo fiscale, ossia della differenza tra il lordo e il netto in busta paga. Il governo Meloni ha deciso di confermare il taglio del 2 per cento introdotto temporaneamente dal governo Draghi per i redditi fino a 35 mila euro e ha alzato al 3 per cento il taglio per chi guadagna fino a 25 mila euro l’anno.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>2 miliardi e 158 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo stimato, tra gli anni 2023 e 2025, della cosiddetta “quota 103”, che permetterà, con una serie di vincoli, di andare in pensione anticipata a chi ha almeno 62 anni di età e 41 anni di contributi versati.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>859 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo stimato dell’aumento delle pensioni minime, nel 2023 e nel 2024, da circa 525 euro a circa 564 euro. Il governo ha deciso di aumentare per le pensioni minime l’adeguamento previsto per la crescita dell’inflazione, che coinvolgerà con percentuali diverse tutte le pensioni. In più, nel 2023 le pensioni minime per le persone con più di 75 anni di età saranno portate a 600 euro.</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://pagellapolitica.it/articoli/costo-misure-legge-bilancio">da PagellaPolitica</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2023/01/02/legge-di-bilancio-2023/politica-italiana/">LEGGE DI BILANCIO 2023</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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