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	<title>#finanzapubblica Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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		<title>Che cosa dice il Ddl Concorrenza?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2022 18:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[Riforme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>4 minuti di lettura Finalmente&#160;è arrivato il primo sì: con 180 voti favorevoli, e 26...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">4 minuti di lettura </p>



<p class="wp-block-paragraph">Finalmente&nbsp;<strong>è arrivato il primo sì</strong>: con 180 voti favorevoli, e 26 contrari, il ddl Concorrenza ha superato i veti, le barricate e i mal di pancia del Senato e ora si appresta ad approdare alla Camera, dove non solo occorrerà stare attenti agli attacchi di chi sta già affilando i coltelli in vista della conta, ma si dovranno pure trovare le risposte alle tante parentesi ancora aperte che ancora accompagnano questo disegno di legge. Già, perché&nbsp;<strong>questo primo sì è tutto fuorché l’ultimo e definitivo, e per ora si prefigura una strada tortuosa</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come prima cosa occorre fare un po’ di chiarezza attorno al dibattito pubblico che ha accompagnato il ddl Concorrenza, che come lascia intendere il nome, non riguarda solo le concessioni balneari. Quest’ultime rappresentano, infatti, solo la punta dell’iceberg di un sistema corporativo ben più ramificato e che la&nbsp;<strong>direttiva europea Bolkestein</strong>&nbsp;cerca di mandare in soffitta da più di un decennio. A dire il vero,&nbsp;<a href="https://quifinanza.it/economia/video/cosa-cambia-taxi-2022-perche-protesta/551937/">il governo italiano avrebbe dovuto già da tempo emanare un’apposita legge</a>&nbsp;sulla concorrenza, con cadenza annuale, come ha ricordato lo stesso Draghi in conferenza stampa, ma dal secondo governo Berlusconi in poi (fatto salvo il 2017), ciò non è mai avvenuto. Si è quindi dovuti ricorrere a uno strappo rispetto al passato, generando un disegno di legge che si compone di&nbsp;<a href="https://www.rainews.it/articoli/2022/05/ddl-concorrenza-primo-ok-del-senato-con-180-s-alle-concessioni-balneari-935cc049-42d2-40a0-a7d3-604ad18f15c9.html">ben 36 articoli</a>, di cui uno dedicato alle concessioni balneari. Le quali hanno il pregio di esemplificare un problema: a fronte di un giro d’affari complessivo del valore di 15 miliardi di euro, lo Stato italiano incassa solo 101 milioni. E non si tratta solo di una questione di tasse, ma anche del fatto che quello dato in concessione a un soggetto privato, perché è questo il punto, è a tutti gli effetti un bene pubblico.&nbsp;<strong>Una spiaggia è, e dovrebbe essere, di tutti e non solo di pochi eletti, ma sulla concorrenza si sa, come d’altronde accade anche sulla casa, si toccano temi cari ai partiti</strong>. La destra unita, ad esempio, ha dapprima posto il veto sulla delega fiscale, ottenendo ulteriori garanzie sull’assenza di tasse (almeno fino al 2026) e ora, sul tema delle concessioni balneari, batte i pugni sul tavolo per mantenere lo status quo.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Che cosa accadrà alle concessioni balneari?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il testo votato lunedì 30, infatti, impone la messa a gara delle concessioni balneari (ivi compresi laghi e fiumi per l’esercizio delle attività turistico-ricreative e sportive) entro il 31 dicembre 2023. Ciò significa che dal primo gennaio 2024 i beni dati in concessione dovrebbero tornare allo Stato, ma in questo caso il condizionale è d’obbligo, perché nel Paese delle eccezioni, qual è l’Italia, è possibile posticipare di ulteriori 12 mesi il vincolo del 2023 (appena varato). Se infatti vi dovesse essere&nbsp;<em>la presenza di un contenzioso o difficoltà oggettive legate all’espletamento della gara</em>, ecco che si guadagnerebbero ulteriori 12 mesi, giungendo così al 31 dicembre del 2024. Ma non è finita qua, perché&nbsp;<strong>sono stati anche previsti degli indennizzi per i concessionari che dovessero perdere la gara per lo stabilimento balneare o il bene oggetto della cessione da parte dello Stato.</strong>&nbsp;E qui inizia il gioco dei rimandi, perché con questo ddl il governo chiede al Parlamento il via libera per legiferare e le linee guida, ma poi sarà compito dei singoli decreti legislativi (che verranno di volta in volta approvati) definire nello specifico dettagli come questi, che non sono certo di poco conto. D’altronde, come riportava anche il&nbsp;<strong>Corriere della Sera</strong>&nbsp;del 27 maggio, le posizioni dei vari attori chiamati a decidere non sono poi così vicine. Nell’articolo si legge&nbsp;<em>“Da una parte c’erano Lega e Forza Italia che chiedevano un indennizzo basato sul valore complessivo dell’impresa che includesse quindi sia i beni materiali che immateriali, compreso l’avviamento commerciale. Per i Cinque Stelle era importante una «valutazione equa fatta sulla base di una perizia estimativa giurata da un perito indipendente». Il governo preferiva invece il valore dell’impresa «al netto» degli investimenti.”</em>&nbsp;E su questi distinguo è interessante la posizione di tutti quei politici che chiamano in causa l’impostazione (a favore dei concessionari balneari storici) assunta dal Portogallo, perché, come riportato dal&nbsp;<strong>Sole 24 Ore</strong>,&nbsp;<em>“lo scorso 6 aprile, Bruxelles ha deciso di avviare una procedura di infrazione nei confronti di Lisbona per la mancata corretta attuazione delle norme relative alle procedure di gara per l’aggiudicazione di concessioni balneari.”</em>. Quindi è falso affermare che la direzione assunta dal Portogallo sul tema sia andata bene all’Ue, anzi, ed anche l’Italia (qualora dovesse fare retromarcia alla Camera o concedere indennizzi privi di senso agli attuali concessionari) potrebbe subire la medesima sorte. Ad oggi, infatti,&nbsp;<strong>l’unica cosa certa è che a pagare per una concorrenza vera sarà il vincitore della gara, sempre ammesso che non si tratti dell’ultimo proprietario, o di chi è abituato a pagare le tasse</strong>&nbsp;(sempre se dovesse scattare l’infrazione da parte dell’Ue).</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Concessioni idroelettriche e taxi</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">E purtroppo, neppure alle concessioni del settore idroelettrico e a quelle legate al trasporto pubblico (Taxi e Ncc) è andata meglio, anzi. Sulle prima ha giocato forza l’attuale crisi energetica e le richieste della Lega, la quale è riuscita a far inserire il golden power sulle concessioni, come riportato dal giornale&nbsp;<strong>La Verità</strong>. Nell’articolo, a firma di&nbsp;<strong>Claudio Antonelli</strong>, si legge&nbsp;<em>“Gli asset strategici, anche se in concessione – è stato stabilito – rientreranno nell’ambito di applicazione del golden power. Nello specifico, saranno coperti da golden power «i beni e i rapporti di rilevanza strategica per l’interesse nazionale, anche se oggetto di concessioni, comunque affidate, incluse le concessioni di grande derivazione idroelettrica».”</em>&nbsp;Sui taxi invece, all’articolo n° 10 si trova la frase che ha scatenato le ire del settore:&nbsp;<em>“promozione della concorrenza, anche in sede di conferimento delle licenze, al fine di stimolare standard qualitativi più elevati”</em>. Che alle orecchie degli addetti al settore deve aver sortito lo stesso effetto delle unghie su di una lavagna, o giù di lì. E dalle colonne del&nbsp;<a href="https://www.iltempo.it/politica/2022/05/28/news/riforma-taxi-licenze-ddl-concorrenza-problema-mario-draghi-governo-sciopero-standard-qualita--31777806/">Il Tempo</a>,&nbsp;<strong>Andrea Anderson</strong>, della segreteria nazionale del sindacato Orsa Trasporti ha dichiarato&nbsp;<em>“quello che esigiamo – ha dichiarato Anderson – è lo stralcio totale dell’articolo 8 da questo Ddl. E per ottenerlo siamo pronti a fare le barricate, se necessario. Questo deve essere chiaro”.</em>&nbsp;Un pensiero condiviso anche da&nbsp;<strong>Loreno Bittarelli</strong>, Presidente URI e Presidente del Consorzio Nazionale ItTaxi, per il quale&nbsp;<em>“Siamo tutti uniti in questa battaglia con l’intenzione di portarla fino in fondo. La nostra posizione è chiara: quell’articolo va cancellato e, contestualmente, vanno ripresi i discorsi relativi ai decreti attuativi.”</em>&nbsp;Se queste sono le premesse, è assai probabile che lo scontro sul ddl Concorrenza continuerà. Tuttavia, sin da ora è possibile tracciare un bilancio del testo uscito dal Senato.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il bicchiere mezzo pieno e quello mezzo vuoto</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Le concessioni rappresentano un terreno scivoloso per qualunque governo e a maggior ragione per uno nato da un’alleanza spuria. Draghi ha avuto il merito di puntare i piedi e minacciare le dimissioni in caso di ulteriori slittamenti nella tabella di marcia per l’approvazione del ddl, ed in questo lo hanno aiutato&nbsp;<a href="https://www.openpolis.it/le-misure-legislative-previste-dal-pnrr-per-il-2022/">i vincoli del Pnrr</a>, i quali identificano la misura sulla concorrenza come&nbsp;<a href="https://italiadomani.gov.it/it/Interventi/riforme.html">“riforma abilitante”</a>&nbsp;(<a href="https://www.openpolis.it/parole/cose-il-pnrr-piano-nazionale-ripresa-e-resilienza/">ovvero</a>, “interventi funzionali a garantire l’attuazione del piano”). È inoltre positivo l’intervento sulle colonnine per la ricarica delle auto elettriche sui tratti autostradali, ove si specifica che&nbsp;<em>“dovranno prevedere criteri premiali per le offerte in cui si propone l’utilizzo di tecnologie altamente innovative, con specifico riferimento, in via esemplificativa, alla tecnologia di integrazione tra i veicoli e la rete elettrica.”</em>&nbsp;Sempre col pollice verso l’alto vi è anche l’intervento sulle piattaforme digitali volto a tutelare maggiormente il consumatore in caso di prevaricazione. Nello specifico, e come riportato dal&nbsp;<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/balneari-ue-incalza-l-italia-rischio-infrazione-e-caso-portogallo-AEiM9NdB"><strong>Sole 24</strong>&nbsp;<strong>Ore</strong></a>,&nbsp;<em>“la norma integra la disciplina dell’abuso di dipendenza economica introducendo una presunzione relativa (cioè superabile fornendo prova contraria) di dipendenza economica nelle relazioni commerciali con un’impresa che offre servizi di intermediazione di una piattaforma digitale, se questa ha un ruolo determinante per raggiungere utenti finali e/o fornitori, anche in termini di effetti di rete o di disponibilità dei dati”</em>. Di fatto questo articolo svolge una funzione di scudo ogni qual volta i dati forniti da una piattaforma siano carenti, oppure si presentino vicoli così stringenti da pregiudicare la migrazione presso altri operatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo non si può dire altrettanto sulle deroghe a cui sono soggette le concessioni balneari, perché nel 2023, e per diverse strutture nel 2024, ci sarà un nuovo esecutivo, il quale potrebbe decidere di rimandare o riscrivere daccapo l’intero impianto in fase d’approvazione, con buona pace dei fondi del Pnrr. D’altro canto&nbsp;<strong>Giorgia Meloni</strong>&nbsp;ha già affermato che&nbsp;<em>“In Spagna, in Portogallo, hanno prorogato le concessioni. Le infrazioni? Se ne sono fregati”</em>, e&nbsp;<strong>Massimo Mallegni</strong>, Senatore in quota Forza Italia, ha voluto precisare – come riportato dal Corriere della Sera – che&nbsp;<em>“Qualora il centrodestra vincesse, come ci auguriamo, le elezioni nel 2023, ci impegniamo solennemente a modi</em><em>fi</em><em>care la norma approvata dal Senato. Allo stesso tempo non butteremo via ciò che con fatica abbiamo ottenuto: gli indennizzi. È stata una decisione storica,&nbsp;</em><em>fi</em><em>no a oggi questo era vietato dall’Articolo 49 del Codice della Navigazione. Quindi vittoria”</em>. Sempre sugli indennizzi citati da Mallegni, è bene ricordare che, tolto l’Art. 49 del Codice della Navigazione, questi verranno elargiti anche a chi ha compiuto abusi, anche edilizi, come ricordato da&nbsp;<strong>Angelo Bonelli</strong>&nbsp;di Europa Verde.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte l’Italia avrà la sua legge sulla concorrenza, com’era tra l’altro previsto e per giunta con cadenza annuale, dal lontano 2009, e forse, grazie ad essa si riusciranno ad evitare le sanzioni europee. Tuttavia, le numerose eccezioni, i possibili cambi dell’ultimo minuto e i regali a chi per anni ha versato una miseria all’erario, lasciano l’amaro in bocca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>
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		<title>L’ottimismo per i conti pubblici italiani nasconde l’attuale recessione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 May 2022 18:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>5 min di lettura Nessun governo italiano dirà mai che pagare più tasse sia un...</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>5 min di lettura</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nessun governo italiano dirà mai che pagare più tasse sia un bene, oppure che l’andamento delle finanze pubbliche, negative o positive che siano, derivi da scelte politiche infelici oppure da fattori congiunturali che nulla hanno a che vedere con la lungimiranza programmatica e la visione di qualche capo partito. D’altronde&nbsp;<strong>la politica è anche questo: dissimulare le sconfitte ed esaltare l’uovo di Colombo di turno come se fosse una propria creatura, peccato che prima o poi i nodi vengono al pettine</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La ripresa economica nel 2021</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ne sa qualcosa l’attuale esecutivo, che nel 2021 ha potuto vantare una forte ripresa economica, ma che ora fatica ad ammettere lo scenario, tutt’altro che roseo, che ci si prospetta. Le roboanti dichiarazioni di fine<strong>&nbsp;2021</strong>, quando nonostante l’ascesa dell’inflazione e del gas, ci si crogiolava in lucidi sogni in cui&nbsp;<strong>la crescita era stimata al 4,7%</strong>, hanno finalmente lasciato il posto a quanto già da mesi andavano dicendo le agenzie di rating, le banche centrali, il fondo monetario internazionale e persino Confindustria:&nbsp;<strong>l’Italia crescerà molto meno di quanto previsto, anzi, al netto della spinta del 2021, saremo in recessione</strong>.&nbsp;<a href="https://www.mef.gov.it/inevidenza/Approvato-il-Def-2022-la-crescita-al-3.1/">Nel 2022 la crescita attesa sarà del 2,9%</a>, mentre per il 2023 si assisterà al 2,3%.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/05/upb.jpg?w=980" alt="" class="wp-image-528"/><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: Ufficio Parlamentare di Bilancio&nbsp;<a href="https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2022/04/Audizione-UPB-DEF-2022.pdf#page=28">https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2022/04/Audizione-UPB-DEF-2022.pdf#page=28</a></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">E alla luce di questi dati, per essere più corretti, visto che a alla recessione si accompagna un’inflazione in costante ascesa, sarebbe più opportuno parlare di&nbsp;<strong>stagflazione</strong>. Ma si sa, in politica, come in economia, le parole generano aspettative ed influenzano i comportamenti, quindi mai dire come stanno davvero le cose e quando si può meglio negare anche l’evidenza. &nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un esempio? La crescita miracolosa del 2021 non è tutta farina del sacco del Ministro dell’Economia, è stata determinata soprattutto da contingenze; prima fra tutte l’avvento dei vaccini, i quali hanno permesso maggiori riaperture e quindi un rimbalzo fisiologico del sistema economico e produttivo. A ciò si sono sommate altri assi nella manica, come il rallentamento nell’assunzione del personale che avrebbe dovuto prendere il posto di coloro che hanno usufruito di quota100 (i concorsi erano bloccati a causa del Covid), oppure le performance del mercato finanziario del 2020, che hanno generato prelievi di importo maggiore rispetto all’anno precedente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma come ogni evento eccezionale che si rispetti, anche i risultati del 2021 sembrano essere destinati a non ripetersi. Secondo quanto riportato dall’<a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-def-le-migliori-prestazioni-dei-conti-pubblici-rispetto-alle-attese-nel-2021"><strong>Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani</strong></a>:&nbsp;<em>“nonostante la&nbsp;<strong>overperformance delle entrate continue (anche se solo in parte) nel 2022, le spese sono state riviste pesantemente verso l’alto</strong>: (i) perché i risparmi di spesa nel 2021 erano o di natura intrinsecamente temporanea (il sopracitato” rallentamento delle procedure concorsuali) o erano legati al ciclo economico, rivisto al ribasso per il 2022; (ii) per l’ effetto dei tre decreti-legge introdotti nel 2022 per contenere l’impatto dell’aumento delle materie; (iii) per la revisione nei tempi previsti di alcune spese del PNRR; e (iv) per la maggiore spesa per interessi passivi principalmente imputabile alle previsioni aggiornate per l’inflazione”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tradotto,&nbsp;<strong>il 2021 ha beneficiato di eccezionalità che difficilmente si riproporranno nel 2022</strong>, salvo quelle che si potranno occultare senza troppa difficoltà, come l’incremento della pressione fiscale.&nbsp;<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/il-carico-fiscale-italia-cresce-424percento-pil-quinto-peggior-paese-ocse-ADs0k85">Nel 2018 era</a>&nbsp;pari al 41,9%, è poi cresciuta nel 2019, al 42,4%,&nbsp;<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/istat-pressione-fiscale-sale-518percento-quarto-trimestre-2021-AE52lLPB">nel 2020, al 42,8%</a>, ed infine&nbsp;<strong>nel 2021, al 43,5%</strong>, in altre parole, benché a voce si dica che le tasse siano sempre da ridurre, nei fatti questo risulta vero solo per alcune aliquote, non certamente per tutte e il risultato complessivo tende verso l’incremento.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Si sottovalutano ancora i Cigni Neri</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ed a guardar bene dentro le pagine del&nbsp;<strong>DEF</strong>&nbsp;(Documento di Economia e Finanza) il governo stima i rischi connessi all’attuale invasione da parte della Russia, ma ciò nonostante, sceglie i valori&nbsp;<a href="https://www.openpolis.it/parole/che-cose-il-def-documento-di-economia-e-finanza/">tendenziali e programmatici del Pil</a>&nbsp;più alti della forchetta generati dalle analisi, lasciando così intendere un incauto ottimismo.&nbsp;<strong>L’UPB</strong>&nbsp;(Ufficio Parlamentare di Bilancio; ovvero un ente indipendente che analizza i conti pubblici), ha invece evidenziato come&nbsp;<strong>un protrarsi della guerra finirebbe per costare un punto percentuale di Pil nel solo 2022 e mezzo nel 2023.</strong>&nbsp;Per l’Upb&nbsp;<em>“Lo scenario base della previsione del DEF sconta una risoluzione del conflitto in tempi relativamente brevi che, al momento, appaiono tuttavia molto aleatori”</em>. E, nel caso in cui si verificasse lo scenario peggiore,&nbsp;<em>“L’economia italiana sarebbe tra le più colpite da questo shock e il PIL subirebbe una contrazione addizionale di circa un punto e mezzo percentuale nel complesso del biennio. Contemporaneamente si assisterebbe a più marcati incrementi dei prezzi al consumo, per circa 2,5 punti percentuali cumulati nel 2022-23 nel caso dell’Italia”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non tutti se lo ricordano, ma&nbsp;<strong>nel 2020 il Pil italiano crollò del 8,9%</strong>, mentre l’anno scorso è sì cresciuto molto, ma pur sempre del 6,6%, di conseguenza il divario rispetto al pre-Covid c’è ancora. Per questo gli scenari di rischio presenti nel DEF sarebbero da prendere in considerazione nella loro accezione più negativa. Se dovesse continuare l’impennata dei prezzi energetici si assisterebbe a un calo dello 0,8% del Pil, rispetto al piano tendenziale, nel solo 2022 e di 1,1% nel 2023. Il secondo scenario elaborato, ben più nefasto del primo, immagina un’Europa dove sia difficile reperire il gas e dove gli accordi che l’attuale governo ha ora avviato per rimpiazzare i gasdotti di Mosca non vadano tutti in porto. Ed in questo caso&nbsp;<strong>la caduta del Pil sarebbe pari al 2,3% nel 2022 e dell’1,9% nel 2023</strong>, con, rispettivamente, un tasso d’occupazione più basso dell’1,3% e del 1,2%. In altre parole, in questo secondo scenario&nbsp;<strong>la crescita reale, nel 2022, sarebbe pari allo 0,6 per cento e nel 2023 al 0,4</strong>&nbsp;<strong>per cento</strong>. E, come riporta il DEF stesso&nbsp;<em>“Giacché il 2022 eredita 2,3 punti percentuali di crescita dal 2021, la crescita del PIL nel corso del 2022 sarebbe nettamente negativa, mentre il deflatore dei consumi crescerebbe del 7,6 per cento”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Se questo secondo scenario dovesse verificarsi si avrebbe una recessione, non più tecnic</strong>a (com’è quella prevista oggi),&nbsp;<strong>ma reale</strong>, alla quale si accompagna un’inflazione ormai superiore al 2% nella componente di fondo, e superiore al 6,7% per quanto riguarda l’indice nazionale. Vista la gravità scenario c’è da sperare che l’Italia e l’Europa si stiano muovendo al meglio per sostituire il gas russo o quanto meno prima di vare ulteriori sanzioni. Ma è davvero così?</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Perché sostituire il gas ci costerà caro</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ad oggi&nbsp;<strong>l’Italia importa dalla Russia 29 miliardi di metri cubi di gas</strong>&nbsp;e per questo il governo Draghi, grazie all’azione congiunta del Mite e della Farnesina, vorrebbe sottrarsi dalla dipendenza di Mosca sostituendola con quella di sei differenti Paesi; per inciso,&nbsp;<a href="https://www.economist.com/graphic-detail/2021/02/02/global-democracy-has-a-very-bad-year">tutte democrazie di “ferro</a>“, a partire dall’<strong>Egitto</strong>&nbsp;(dal quale importeremo 3 mld di metri cubi in più). Seguono poi, l’<strong>Angola</strong>&nbsp;e il&nbsp;<strong>Congo</strong>&nbsp;(con 6 mld, entro 2023), il&nbsp;<strong>Qatar</strong>&nbsp;(con 3 mld di GNL), l’<strong>Azerbaijan</strong>&nbsp;(con 10 mld dal TAP) e infine l’<strong>Algeria</strong>&nbsp;(con 9 mld entro il 2024). Su quest’ultima le perplessità sono molte, non solo per via del fatto che l’Algeria dovrebbe incrementare del 50% le proprie esportazioni verso l’Italia, ma perché il governo di Algeri sfrutta il gas come strumento di mediazione tra il potere detenuto dalle élite e il popolo che controllano; di conseguenza è difficile prevedere se e come verranno rispettati i contratti di fornitura nei confronti dell’estero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potranno anche sembrare questioni di lana caprina, ma in realtà è vero il contrario, perché stringere una partnership energetica per l’importazione di gas, soprattutto mediante gasdotti, è ben più complesso rispetto a comprare petrolio da un qualsiasi impianto offshore. Come racconta&nbsp;<strong>Francesco Sassi</strong>&nbsp;(ricercatore in geopolitica e mercati energetici presso il centro RIE), in un articolo a firma di&nbsp;<strong>Enrico Mingori</strong>&nbsp;uscito sul settimanale&nbsp;<strong><em>TPI</em></strong>,&nbsp;<em><strong>“il gas necessita di infrastrutture che sono molto costose e legano il Paese importatore e quello esportatore nel lungo periodo”</strong></em>. Alla luce di questo dettaglio, che pare sin da subito in antitesi rispetto agli impegni nella riduzione dell’energia fossile presi a Glasgow (infatti, si sostituirebbero i 29 mld di metri cubi russi con i 32 mld provenienti da questi 6 Paesi), è evidente che instaurare rapporti di lungo corso con “democrature”, e talvolta veri e propri regimi, espone il nostro Paese allo stesso&nbsp;<strong>problema etico</strong>&nbsp;d’oggi. Senza considerare poi che al momento nessuno di questi sostituti riuscirà ad incrementare nell’immediato le proprie esportazioni e che quindi prima di 18 mesi (come ha sostenuto lo stesso Cingolani, che inizialmente parlò addirittura di 24) sarà difficile dire addio a Gazprom; a meno che non si accettino pesanti razionamenti energetici.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le criticità che nessuno vuole vedere</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Tenuto conto della difficile sostituzione del gas russo, almeno nell’immediato, e dell’incertezza legata alla durata del conflitto in Ucraina, è difficile restare sereni. Dopo tutto, tali scenari non considerano con la dovuta attenzione i rallentamenti nei lavori parlamentari che riguardano le Riforme richieste dal Pnrr e le difficoltà che quest’ultimo sconta soprattutto dal lato dell’attuazione. A conti fatti, come riportato da&nbsp;<strong><a href="https://pagellapolitica.it/articoli/attuazione-pnrr-rincari-ritardi-scadenze">Pagella Politica</a></strong>,&nbsp;<strong><em>Il Sole 24 Ore</em></strong>&nbsp;e l’<strong>Upb</strong>,&nbsp;<em>“l’anno scorso è stato dunque speso il 37,2 per cento di quanto preventivato: circa 2,5 miliardi di euro sono andati in progetti ferroviari, circa 1,2 miliardi di euro ai bonus edilizi, 990 milioni di euro a&nbsp;</em><a href="https://www.mise.gov.it/index.php/it/transizione40"><em>Transizione 4.0</em></a><em>, un programma di incentivi per le aziende, e 395 milioni di euro per l’edilizia scolastica”.</em>&nbsp;Di questo passo alla stagflazione si potrebbe aggiungere il problema della spesa dei fondi legati al Pnrr.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il motivo per cui tutto questo passa sotto traccia è da ricercarsi non solo nell’ambito politico, in cui ammettere un problema equivale ad innescare una crisi di governo, ma anche nelle regole delle istituzioni pubbliche. D’altronde,&nbsp;<strong>dare per probabile lo scenario peggiore</strong>&nbsp;(quello recessivo)&nbsp;<strong>potrebbe facilmente condurre a un aumento degli interessi sulla parte del debito finanziata sul mercato</strong>. Di fatto l’Italia è ostaggio del proprio debito pubblico, che si sta riducendo, ma lentamente rispetto all’aumento vertiginoso della prima ondata Covid.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/05/immagine1.png?w=431" alt="" class="wp-image-533"/><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: DEF&nbsp;<a href="https://www.dt.mef.gov.it/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/def_2022/DEF-2022-Programma-di-Stabilita_PUB.pdf">https://www.dt.mef.gov.it/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/def_2022/DEF-2022-Programma-di-Stabilita_PUB.pdf</a></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema di fondo è che&nbsp;<strong>l’ottimismo con cui si sta affrontando il presente, e soprattutto si guarda al futuro a noi più prossimo rischia di allontanarsi dalla cruda verità in cui purtroppo la pandemia e la crisi ucraina ci hanno trascinati.</strong>&nbsp;E se continuare a parlare di crescita al 4,7%, anche a gennaio e febbraio, sulla spinta dei risultati del 2021, è stato un atto di sicurezza risibile, prevedere una guerra di breve durata e la possibilità di fare a meno del gas russo in una manciata di mesi, rischia di trasformarsi in una tragedia. Un atto paragonabile a quello dell’orchestra che suona mentre il Titanic affonda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/05/02/lottimismo-per-i-conti-pubblici-italiani-nasconde-lattuale-recessione/politica-italiana/">L’ottimismo per i conti pubblici italiani nasconde l’attuale recessione</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>Una sanità malata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2022 08:06:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
		<category><![CDATA[#finanzapubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>3 min di lettura Nonostante la pandemia, e le promesse dei governi che l’hanno gestita,...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/04/14/una-sanita-malata/geopolitica-il-mondo-che-cambia/ue-geopolitica-il-mondo-che-cambia/">Una sanità malata</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">3 min di lettura</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante la pandemia, e le promesse dei governi che l’hanno gestita, la&nbsp;<strong>sanità italiana resta universale solo sulla carta</strong>, lasciando di fatto scoperto uno dei pilastri del&nbsp;<strong>welfare state</strong>, al quale purtroppo neppure il Pnrr pare ora in grado di fornire un adeguato rinforzo.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>LE RISORSE DEL PNRR DESTINATE ALLA SANITÀ</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Numeri alla mano, il&nbsp;<strong>Pnrr</strong>&nbsp;varato dall’attuale governo ha stanziato&nbsp;<a href="https://www.openpolis.it/piano-nazionale-di-ripresa-e-resilienza/"><strong>15,63 mld di euro alla sanità</strong></a>, (ovvero, alla sesta missione del piano italiano), declinati in due differenti rami:&nbsp;<strong>8,63 mld</strong>&nbsp;a&nbsp;<em>Innovazione, ricerca e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale</em>&nbsp;(SSN) e&nbsp;<strong>7 mld</strong>&nbsp;alle&nbsp;<em>Reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale</em>. Al di là delle etichette, l’idea di fondo è quella di delocalizzare l’assistenza medica sul territorio, così da non gravare più un sistema, quello ospedale-centrico, rivelatosi non più funzionale né in caso di emergenza, né di fronte a una popolazione sempre più anziana e affetta da più patologie croniche. In Italia, nel 2019, si stimavano circa&nbsp;<strong>10 milioni di persone, sopra i 15 anni, affette da comorbilità</strong>, ovvero con almeno 3 patologie croniche. Di conseguenza, l’idea di realizzare 1.350 case della comunità, 400 ospedali di comunità e 600 centrali operative territoriali per gestire chi di fatto non necessita di essere ricoverato in un ospedale classico, trova una sua sensatezza. Fin qui tutte misure di buon senso, ma che si scontrano con la realtà storica della sanità italiana.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>LO STATO DI SALUTE DELLA SANITÀ ITALIANA</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Nel nostro Paese&nbsp;<strong>il Covid-19 ha ucciso</strong>&nbsp;<strong>161.000 persone</strong>&nbsp;(<a href="https://statistichecoronavirus.it/continenti/coronavirus-europa/">siamo primi in Europa</a>, se si esclude il Regno Unito) e stando a quanto riportato da&nbsp;<strong>Francesco Zambon</strong>, in un’intervista al quotidiano&nbsp;<strong>La Verità</strong>, i morti reali sarebbero molti di più. Un articolo uscito sulla rivista&nbsp;<strong>Lancet</strong>, suggerisce infatti come a livello mondiale siano morte 18 milioni di persone, rispetto ai 6 mln conteggiati sinora, di conseguenza&nbsp;<em>“per il biennio in questione</em>&nbsp;(2020-2021) – dichiara Zambon –&nbsp;<strong><em>i morti non sarebbero 137.000, ma 259.000</em></strong><em>. Abbiamo ampiamente sottostimato il loro numero”</em>. E uno dei fattori che ha determinato questo esito è forse da ricercarsi nei tagli che per anni hanno colpito la sanità pubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra il 2010 e il 2018,&nbsp;<strong>in Italia, sono venuti a mancare 33.000 posti letto</strong>&nbsp;(da 244.000 a 211.000) e con essi il personale ospedaliero necessario a farli funzionare. Secondo le elaborazioni della fondazione&nbsp;<strong><a href="https://www.editorialedomani.it/fatti/pnrr-draghi-conte-sanita-speranza-covid-hlyvj4fd">Gimbe</a></strong>, inoltre, nella stessa decade&nbsp;<strong>sarebbero venuti meno 37 mld di euro di investimenti per la sanità pubblica</strong>. Ed addentrandosi ulteriormente nella matassa è facile capire come in realtà le responsabilità coprano un arco temporale ben più ampio, di almeno&nbsp;<strong>20 anni</strong>, coinvolgendo più o meno ogni partito, a prescindere dal colore e dalle promesse fatte in campagna elettorale.&nbsp;<strong>Marco Ravelli</strong>&nbsp;infatti, sul settimanale&nbsp;<strong>TPI</strong>, ha analizzato nel dettaglio l’ultimo ventennio politico, attribuendo ben 33 mld di tagli al secondo governo&nbsp;<strong>Berlusconi</strong>, altri 30 mld (ancora in divenire) all’esecutivo guidato da<strong>&nbsp;Monti</strong>&nbsp;e infine 9,3 a quello di&nbsp;<strong>Renzi</strong>.&nbsp;<em>“Il risultato</em>&nbsp;– scrive Ravelli –&nbsp;<em>è che quando è iniziata la pandemia non mancavano solo i posti letto, ma anche 56.000 medici e 50.000 infermieri: in Italia ci sono 5,6 infermieri ogni 1.000 abitanti mentre in Francia il rapporto è di 10,5 e in Germania di 12,6”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapporto tra forze ed esiti non è sempre lineare e Paesi con più personale e strutture sanitarie rispetto all’Italia non hanno comunque fronteggiato la pandemia con risultati molto differenti da quelli nostrani. Tuttavia, è indubbio il fatto che alcune strutture abbiano dovuto scegliere a priori chi assistere e chi no sulla base della disponibilità di un posto letto in ospedale e questo non sarebbe dovuto succedere, soprattutto in un Paese dove la sanità dovrebbe essere un servizio universale. Ed oggi il problema è che&nbsp;<strong>l’investimento del Pnrr rischia di non sanare affatto le attuali lacune e di lasciare inoltre ai posteri tanti edifici privi di alcuna utilità</strong>.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>LE CRITICITÀ DEL PNRR IN TEMA DI SALUTE</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">A lanciare l’allarme è&nbsp;<a href="https://www.openpolis.it/gli-investimenti-del-pnrr-per-la-sanita-territoriale/"><strong>Openpolis</strong></a>, che nella sezione del sito dedicata al Pnrr, sottolinea come “<strong><em>per far funzionare questo sistema tuttavia serviranno nuovi medici, infermieri, personale tecnico-amministrativo eccetera</em></strong><em>. Ne consegue quindi che senza un incremento strutturale della spesa pubblica nel settore sanitario queste strutture rischiano di rimanere delle scatole vuote”.</em>&nbsp;In altre parole, non basta costruire una struttura, sia essa informatica oppure fisica, affinché la si possa usare al meglio, perché senza un personale qualificato ogni investimento rischia di rivelarsi un buco nell’acqua o, peggio ancora (come in questo caso), di esser lasciato addirittura come zavorra alle future generazioni. Oltre alla beffa anche il danno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le Regioni, dal canto loro, hanno già capito che senza un aumento considerevole della spesa pubblica in ambito sanitario è inutile procedere con la costruzione di nuove strutture e infatti la&nbsp;<strong>Campania di De Luca</strong>&nbsp;ha detto di no nella Conferenza Stato-Regioni. D’altronde, è&nbsp;<strong><a href="https://www.lavoce.info/archives/94355/sanita-territoriale-la-programmazione-non-fa-i-conti-con-la-spesa-corrente/">Giovanni Fattore</a></strong>&nbsp;stesso, su&nbsp;<strong>LaVoce.info</strong>, a evidenziare una criticità nell’agire del governo:&nbsp;<em>“la programmazione prevista per gli interventi strutturali, quelli finanziabili con i fondi del Pnrr, non tiene conto delle implicazioni sulla spesa corrente”</em>. Tradotto, i soldi che l’Ue ha destinato all’Italia, e agli altri Paesi, non possono essere spesi per assumere del personale (ma per formarlo invece sì), anche perché in caso contrario verrebbe meno l’intento del piano europeo stesso: creare una serie di riforme per rilanciare la futura generazione di europei. C’è da sottolineare però, come&nbsp;<strong>solo la Campania si sia opposta</strong>, lasciando così intendere che chi negli anni ha accantonato risorse ora può permettersi di spenderle meglio e che di fatto esiste un divario tra le diverse Regioni d’Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tirata una riga e sommati i problemi con le soluzioni è evidente che i soldi del Pnrr destinati alla sanità siano sulla buona strada per arginare una deriva, ma assai lontani delle esigenze del Paese. Solo analizzando i dati degli ultimi 10 anni,&nbsp;<strong>a fronte di un taglio di 37 mld ne vengono impiegati 15,63 mld, ampiamente insufficienti per recuperare le depauperazioni portate avanti da più governi</strong>. Vi sono poi dei problemi legati a una disparità del servizio sanitario regionale (come dimostra la protesta Campana) e che il Pnrr cerca di sì di bilanciare (destinando il 40% delle risorse al Sud), ma che al tempo stesso sembrano invece destinate a riaffermarsi con ancor più forza. La&nbsp;<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/calabria-risanamento-arranca-debito-spesa-e-personale-AEzTUwKB">sanità Calabrese</a>, ad esempio, è tuttora sotto commissariamento e i conti dell’attuale gestione e di quella passata, prima ancora dei soldi del Pnrr, sono ancora in fase di calcolo: data di elaborazione prevista, entro il 31 dicembre 2022.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rischio ad oggi è quindi che il Pnrr sanitario finisca per acuire, invece di stemperare, le differenze tra Nord e Sud del Paese, rendendo così vana sia l’idea di una riforma per le future generazioni, sia la costruzione di una sanità davvero universale lungo tutto lo stivale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/04/14/una-sanita-malata/geopolitica-il-mondo-che-cambia/ue-geopolitica-il-mondo-che-cambia/">Una sanità malata</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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