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	<title>Politica italiana Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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	<title>Politica italiana Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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		<title>L’Europa dei veti al voto: l&#8217;analisi del Patto di Stabilità che verrà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Dec 2023 18:24:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Banche centrali]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con il suo veto, l’Ungherese Viktor Orban ha bloccato gli oltre 50 miliardi di aiuti...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2023/12/19/leuropa-dei-veti-al-voto-lanalisi-del-patto-di-stabilita-che-verra/politica-italiana/">L’Europa dei veti al voto: l&#8217;analisi del Patto di Stabilità che verrà</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Con il suo veto, l’Ungherese <strong>Viktor Orban</strong> ha bloccato gli oltre 50 miliardi di aiuti destinati a Kiev e a breve potrebbe essere il turno dell’Italia, con <strong>Meloni e Giorgetti</strong>, pronti a fare altrettanto, riproponendo il copione sovranista sul tema del <strong>Patto di Stabilità</strong>. Da sempre oggetto di contese e di sotterfugi volti a poterne posticipare gli effetti negativi all’anno, o nel caso dell’Italia, al governo successivo. Tuttavia, e al di là di quel che spera Roma,<strong> la scelta sul Patto di Stabilità è una scelta sulla guida dell’UE di domani </strong>e non è affatto scontata, come invece si potrebbe credere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I 26 anni dall’entrata in vigore del Patto di Stabilità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’UE, attraverso la banca centrale dell’Unione Europea (la BCE), ha come mandato quello di mantenere stabili i prezzi attraverso politiche monetarie espansive – attraverso il famoso Bazooka di <strong>Draghi </strong>&#8211;  oppure restrittive – com’è da un anno a questa parte, con l’inasprimento dei tassi d’interesse. <strong>La fiscalità, invece, spetta ai singoli Paesi membri, i quali si sono auto-imposti, nel lontano 1997</strong>, un articolato sistema per garantire la stabilità dei bilanci pubblici, che in sintesi suona più o meno così: <strong>coloro che hanno un alto debito nazionale devono fare scendere il debito, gli altri possono spendere nei limiti della moderazione</strong>, salvo casi eccezionali (il famoso 3%).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Debito pubblico e deficit dividono l’UE</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sin qui la storia nota, però ve ne è un’altra meno conosciuta e che ci racconta <strong>i fallimenti del meccanismo sottostante il Patto di Stabilità</strong>. Dal 2002 in poi, infatti, ben pochi Paesi sono davvero riusciti a rispettare i parametri concordati ed è evidente – dal grafico qui sotto – come il rapporto debito/pil segni una frattura tra i membri dell’UE. Da una parte i famigerati frugali – Germani, Olanda, Repubbliche baltiche, Lussemburgo e Paesi del Nord – dall’altra, invece, il sud, capitanato da Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e Francia. <strong>Nei fatti nessuna delle potenze dell’Unione – Germania, Francia e Italia – ha mai raggiunto il tanto agognato 60%</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1278" height="663" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012.png" alt="" class="wp-image-681" style="width:720px;height:auto" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012.png 1278w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012-300x156.png 300w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012-1024x531.png 1024w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012-768x398.png 768w" sizes="(max-width: 1278px) 100vw, 1278px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: OCSE &#8211; GDP Nazionale dal 2002 al 2022 <a href="https://data.oecd.org/gga/general-government-debt.htm#indicator-chart">https://data.oecd.org/gga/general-government-debt.htm#indicator-chart</a> </figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">I <strong>deficit</strong>, invece, <strong>presentano una lettura più incerta</strong>. All’alba del lancio dell’euro, <strong>tra il 2002 e il 2003, né la Francia, né la Germania erano nel perimetro del 3%</strong>. La prima era al 4%, mentre la seconda al 3,7%, ben poca cosa rispetto al 7,8% della Grecia di allora, ma comunque molto sopra all’Italia e Spagna, rispettivamente 3,2% e 0,4%. La successiva crisi dei mutui subprime ha livellato, verso il basso, tutti i Paesi dell’area Euro e lo stesso è accaduto con la pandemia. <strong>A conti fatti sono più gli anni in cui il meccanismo del fiscal compact non ha funzionato di quelli dove effettivamente è stato rispettato</strong>, ma soprattutto – e qui i suoi detrattori hanno gioco facile – salvo rarissimi casi, come quello dell’Irlanda – non ha portato i Paesi in difficoltà a raggiungere né il rapporto debito/pil al 60%, né il deficit entro il 3%.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="1272" height="682" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853.png" alt="" class="wp-image-680" style="width:719px;height:auto" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853.png 1272w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853-300x161.png 300w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853-1024x549.png 1024w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853-768x412.png 768w" sizes="(max-width: 1272px) 100vw, 1272px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte OCSE &#8211; Deficit dal 2002 al 2022 <a href="https://data.oecd.org/gga/general-government-deficit.htm#indicator-chart">https://data.oecd.org/gga/general-government-deficit.htm#indicator-chart</a></figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Regole ed errori. Che cosa non ha funzionato col Patto di Stabilità?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Di per sé né un parametro, né una regola, nascono come buoni o cattivi, ma lo diventano in rapporto alle conseguenze che essi generano e <strong>nel caso del Patto di Stabilità la sentenza è ardua</strong>. Più i conti sono in ordine, ovvero il rapporto tra entrate e uscite è a favore delle prime, meglio è, perché ciò consente di <strong>attivare politiche anti-cicliche in caso di crisi</strong> (come nel 2008, nel 2011 e nel 2020) o improvvisi cambi di rotta (come nell’abbandono di alcune catene di approvvigionamento o tecnologie). Tuttavia, e qui è il principale problema, <strong>se per far quadrare i conti si riducono sanità, istruzione e investimenti, il gioco non vale la candela</strong>, poiché si baratta il futuro per il presente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quindi la spesa pubblica va sempre bene? No e il caso dell’Italia ne è la prova</strong>. In Italia si è sempre scelto – anche quando alla guida c’erano i tecnici – di tagliare voci di bilancio a basso costo elettorale. Si tratta di misure che incidono su platee di elettori che disertano le urne – come i giovani – o di nicchie – le famose pensioni d’oro – senza però intaccare sistemi di mance ben collaudati ed oliati. Col risultato che l’Italia spende tanto: solo<strong> in welfare se ne vanno 632 mld di euro all’anno</strong>, <strong>ma per avere una visita col Sistema Sanitario Nazionale pubblico occorrono mesi, se non anni</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Bruxelles deve scegliere tra il rigore o la crescita</h2>



<p class="wp-block-paragraph">C’è un problema, ed è politico, sia a Bruxelles come a Roma. <strong>In UE è urgente una chiamata alla realtà dei fatti, perché come diceva Keynes, quando i dati cambiano occorre cambiare la propria posizione</strong>. Attuare misure pro-cicliche, com’è stato fatto con l’austerity del 2011, non ha prodotto grandi risultati, anzi, e per capirlo basta osservare i conti pubblici italiani. Ma d&#8217;altra parte per l&#8217;Italia non c&#8217;era alternativa in quel frangente per abbassare lo spread.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pochi anni fa è stato approvato il Next Generation EU e la musica sembrava cambiata. Tuttavia le odierne trattative sul Patto di Stabilità pare vogliano far prevalere ancora la teoria sulla realtà. <strong>In questo momento è necessario attingere a fondi, anche pubblici e ingenti, per promuovere quelle transizioni </strong>senza le quali sarà impossibile mantenere gli attuali standard di competitività, la stessa in virtù della quale si sono già compiuti così tanti sacrifici.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Svendita o investimento: l’Italia deve scegliere.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">A Roma, invece, si rende altresì necessario un cambio di rotta, ma in senso opposto. La (s)vendita delle aziende nazionali (Ilva, Ita, Tim etc.) ha sì evitato il continuo sperpero di denaro pubblico, ma ha anche evidenziato<strong> l’incapacità di gestione da parte del Pubblico e questo è preoccupante</strong>. Si è infatti visto, soprattutto con la pandemia, come una gestione della sanità in mano ai privati non aiuti, anzi, perché viene scartato ciò che non è redditizio in funzione di ciò che invece lo è. E <strong>uno Stato che si definisca tale non può permettersi di allocare servizi essenziali a terzi</strong>, deve invece imparare a gestirli e farli funzionare per il bene della collettività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Occorre investire in una nuova classe dirigente pubblica e bloccare, ove possibile e tra l’altro già indicato da più di un commissario alla <strong>spending review</strong>, quei mille rivoli che alimentano sì ampi sistemi clientelari utili alle urne, ma che al contempo sul lungo periodo impongono le svendite di beni pubblici, le inefficienze e l’utilizzo di regole draconiane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio <strong>Dolci </strong>e Roberto <strong>Biondini</strong></p>
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		<title>L&#8217;economista in prestito, la politica in debito</title>
		<link>https://ilcaffekeynesiano.it/2022/07/07/leconomista-in-prestito-la-politica-in-debito/politica-monetaria-e-dintorni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jul 2022 20:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Monetaria e dintorni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In meno di 30 anni sono già stati tre i governi tecnici che hanno dovuto...</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">In meno di 30 anni sono già stati tre i governi tecnici che hanno dovuto gestire l&#8217;enorme debito pubblico italiano, che dagli anni &#8217;80 in poi accompagna ogni esecutivo e ne condiziona le scelte. E tutte le volte che è stato istituito un governo tecnico, a guidarlo c&#8217;era sempre un&#8217;economista, prima Ciampi (&#8217;93), poi Monti (2011) e ora Draghi (2021), e c&#8217;è addirittura chi oggi ipotizza in futuro un ritorno di Tremonti a Palazzo Chigi e di Cottarelli in Regione Lombardia. Ma perché la politica italiana si lascia commissariare dall&#8217;economia e quali sono gli effetti dell&#8217;alternanza tra governi tecnici e partitici?</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><em>3 minuti di lettura</em></p>



<p class="has-text-align-justify has-black-color has-text-color wp-block-paragraph">Ogni società occulta dentro sé stessa un frammento del proprio passato mistico, sia esso un rituale, un inno o più semplicemente un riferimento a un’entità superiore alla quale affidare le proprie preghiere, speranze e paure nei momenti più bui. Per i britannici molto di tutto ciò è racchiuso nel noto <em>God save the Queen</em>, mentre in Italia quando cresce il timore per il baratro ci si affida sempre di più agli economisti. L’Italia, ad esempio, coltiva pressoché da sempre, e per ragioni storiche, il mito del salvatore a cui consegnare le sorti del proprio destino, ed ovviamente ogni responsabilità: sia in caso di successo, sia di insuccesso. <strong>D&#8217;altronde, essendo stato il Belpaese zona di dominazione straniera per lungo tempo, la conseguente alienazione dal sentimento di Stato si è spesso tradotta col disinteresse verso il consolidamento del Bene Comune, visto più come bene di qualcun altro che proprio.</strong> Da questo incastro storico è così nato un genuino rimbalzo delle responsabilità verso l&#8217;esterno, una burocrazia macchinosa e quindi una delegittimazione degli organi preposti a dirigere lo Stato.</p>



<p class="has-text-align-justify has-black-color has-text-color wp-block-paragraph">Questa cultura del “rimbalzo” non è quindi estranea alla politica italiana e troppo spesso si sono infatti materializzate delle situazioni socio-economiche talmente gravi da imporre il richiamo ad un vero e proprio “deus ex machina”, quale simbolo di speranza e allo stesso tempo oggetto di accollamento di ogni forma di responsabilità.&nbsp;In particolare, quando nel recente passato è cresciuto il timore per il baratro economico e/o sociale ci si è affidati sempre più spesso agli economisti. Sono loro, a conti fatti, a rappresentare l’incarnazione tutta italiana della provvidenza, le perenni riserve dello Stato a cui attingere nei momenti del bisogno, sempre pronti a risolvere i problemi di una classe politica che negli ultimi trent’anni non è stata capace di essere autonoma. Questa anomalia ha radici profonde che trovano la loro origine nel ’93 con l’ex banchiere <strong>Ciampi</strong>, poi <strong>Monti</strong> e ora <strong>Draghi</strong>, con l’auspicio che nel futuro figure come quella di <strong>Tremonti</strong> e di <strong>Cottarelli</strong> possano continuare sulla loro scia: uno come Presidente del Consiglio e l’altro come governatore della Regione Lombardia. Insomma, <strong>ovunque si volga lo sguardo, che sia destra, sinistra o centro, la figura degli economisti prende sempre più la forma del “salvatore”, con il commissariamento a tempo indeterminato dei politici di professione</strong>. Ma come mai si è innescato questo meccanismo di debordamento del sistema economico a danno di quello politico e quali possono essere gli effetti?</p>



<p class="has-text-align-justify has-black-color has-text-color wp-block-paragraph">In primis, a segnare la svolta è stato l’avvento della società per specializzazione e quindi l’aumento del ricorso alla tecnocrazia come forma di governo preferenziale. Ciò significa che non vi possa essere ministro migliore di colui che per primo conosce la materia; ne consegue che all’istruzione e Università sia nominato un docente, alla sanità un medico e all’economia un’economista. D’altronde, chi se non un cultore della materia può gestire al meglio un ministero ad essa dedicata? <strong>Questo ragionamento fila per un po’, per poi inciampare rovinosamente su sé stesso, perché proprio secondo tale imperativo dovrebbe essere un politico di professione a ricoprire il ruolo di Presidente del Consiglio e non un economista in senso stretto, men che meno se banchiere. Ed è proprio qui che emerge il dubbio: è corretto il ricorso ossessivo agli economisti?</strong></p>



<p class="has-text-align-justify has-black-color has-text-color wp-block-paragraph"><a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2022/06/18/tre-indizi-fanno-una-prova-linflazione-e-le-nostre-colpe/">Dagli anni ’80 in poi il debito pubblico del nostro Paese ha letteralmente preso il decollo</a> e senza che vi fossero ragioni esterne tali da giustificare uno scostamento così elevato rispetto alla media UE. Ed è stato proprio questo ricorso smodato ai soldi dei contribuenti, necessario per tappare i buchi di bilancio ed elargire regalie di ogni sorta di categoria e capaci di aggregare attorno a sé dei voti, ad aprire la via agli economisti prestati alla politica. Questi ultimi, una volta eletti a deus ex machina, sono poi saliti al Colle ed hanno costruito maggioranze, sempre molto ampie, per cercare di aggiustare solo e sempre una cosa: i conti pubblici. Di fatto l’economista che guida il governo non viene chiamato a fare politica, ma solo a risolvere un problema per poi dissolversi nel nulla delle urne e magari ricevendo (molti) insulti su come si fa quel mestiere.</p>



<p class="has-text-align-justify has-black-color has-text-color wp-block-paragraph">Nel’93 Ciampi prese le redini di un Paese in preda a crisi di natura sia partitiche (Tangentopoli e la crisi dei partiti avevano dilaniato la fiducia dell’elettorato), sia economiche. Infatti, l’Italia era lontana dagli obiettivi fissati dal Trattato di Maastricht che lei stessa aveva firmato ed erano ancora presenti grossi colossi statali nati col dopo guerra (l’Iri su tutti). Ed una volta chiusasi la parentesi Ciampiana la politica riprese il suo corso come se nulla fosse mai accaduto, fino a quando, nel 2011, il differenziale tra BTp e Bund non superò <a href="https://st.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-09/spread-btpbund-oltre-punti-063829.shtml?uuid=AajR9xJE">i 500 punti base</a> e l’Italexit non era più così impensabile. Subentrò quindi l’esecutivo guidato da Mario Monti, che rinforzò sì i fondamentali economici italiani, ma con misure lacrime e sangue, per poi lasciare il testimone a Letta e successivamente a Renzi. Passarono altri governi, ed ecco ritornare alla guida del Paese un’economista, Mario Draghi, anche lui chiamato per traghettare l’Italia fuori dalla crisi sanitaria e partitica, nonché economica ed ambientale. Le analogie che accompagnano tutti questi governi tecnici sono quasi sempre state le stesse: crisi partitica ed economica insieme, ma è l’ordine tra questi due fattori ad essere fondamentale. <strong>È la crisi economica a determinare quella politica o viceversa? E qual è, ammesso che eista, il nesso causale tra le due?</strong></p>



<p class="has-text-align-justify has-black-color has-text-color wp-block-paragraph">Di fatto <strong>la parabola dell’economista che risolve i problemi è una costante della cultura politica italiana. Interessante sarà quindi analizzare due differenti fenomeni: da un lato, come questi governi tecnici si formino, agiscano e vengano successivamente rivalutati dalla società stessa che li aveva formati, dall’altro come l’eredità di questi tecnici venga spesa dai governi  successivi, perlopiù di natura strettamente politic</strong>a. </p>



<p class="has-text-align-justify has-black-color has-text-color wp-block-paragraph">Nasce così una rubrica che vuole fare un po&#8217; più di luce su questa dinamica squisitamente in salsa italiana, con un’intenzione critica e d’inchiesta.</p>



<p class="has-black-color has-text-color wp-block-paragraph"><em>Roberto Biondini e Claudio Dolci</em></p>
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