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	<title>Price Cap Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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	<title>Price Cap Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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		<title>Le sanzioni sul petrolio servono davvero?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2022 08:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[Energie fossili]]></category>
		<category><![CDATA[Scelte economiche]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[Price Cap]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sfida tra democrazie ed autocrazie si gioca soprattutto sul terreno delle sanzioni commerciali, là...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La sfida tra democrazie ed autocrazie si gioca soprattutto sul terreno delle sanzioni commerciali, là dove l’Ue paga anni di delocalizzazione e l’assenza di una vera e propria strategia per l’autonomia energetica, come dimostra la sfida posta dall’embargo e dal <em>price cap</em> sul petrolio degli Urali. A distanza di una settimana dalla loro introduzione, entrambe le sanzioni energetiche contro la Russia (sia il blocco, sia il tetto al prezzo del greggio russo) si scontrano infatti con la realtà della burocrazia, le regole del mercato e l’imperativo di non restare a secco di carburante durante l’interno, proprio quando la domanda è più alta. Sorge così un interrogativo: qual è l’efficacia delle sanzioni contro il greggio russo e il loro tallone d’Achille?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Che cosa hanno deciso le democrazie occidentali?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 5 dicembre scorso i Paesi del G7 e l’Ue hanno posto sia l’embargo sul petrolio russo, sia un price cap sul prezzo al quale quest’ultimo può essere commercializzato verso altri Stati. Con l’embargo si impedisce alle navi russe di portare il loro carico di petrolio in Europa e nelle principali democrazie occidentali e successivamente si prevede di arrestare anche <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/petrolio-come-bando-ue-russia-cambia-traffici-mondiali-AEb7eqMC?refresh_ce=1">l’oleodotto Druzhba che ad oggi rifornisce l’Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca</a>. Una mossa che nei fatti imporrà una riorganizzazione delle diverse supply chain che smistano l’oro nero, il quale, se di origine russa, dovrà dirigersi altrove per poi magari essere raffinato, rimpacchettato con nuovo foglio di via per poi riapprodare proprio in quei Paesi che hanno posto l’embargo. In alternativa, la Russia dovrà occuparsi lei stessa della raffinazione e poi esportate il greggio così lavorato, una strategia che però ha i mesi contati, visto che dal 5 febbraio 2023 anche benzina e diesel russi saranno soggetti ad embargo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insieme a questa misura le democrazie occidentali hanno deciso di imporre un <em>price cap</em>, con tutte le eccezioni del caso dato che nessuno può impedire a un Paese terzo, come può essere il Brasile, l’India o la Cina, di acquistare petrolio russo. Pertanto la misura può essere così tradotta: se la Russia vuole commerciare il proprio petrolio sopra <a href="https://www.agi.it/economia/news/2022-12-05/embargo-petrolio-russo-price-cap-19070163/">i 60$ al barile</a>, questa è la soglia limite stabilita dall’accordo, le navi atte al suo trasporto non saranno assicurate dalle principali compagnie che ne tutelano il transito. Un po’ com’era stato anche con lo Swift utilizzato per bloccare le banche russe, anche in questo caso si è scelto di sfruttare a proprio vantaggio la forza dominante che le compagnie assicurative occidentali esercitano sul mercato del trasporto delle merci via mare. Ben <a href="https://www.agi.it/estero/news/2022-12-02/accordo-ue-price-cap-petrolio-russo-19045851/">il 90/95%% dei servizi assicurativi</a> per questo genere di trasporti è infatti in mano ai Paesi del G7.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’idea di quest’ultimi, e con essi dell’Ue, è quella di limitare gli introiti delle esportazione di materie prime russe che possono essere facilmente sostituibili con quelle di altri Paesi, ma in questo piano d’azione ci sono almeno tre falle che meritano attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I limiti dell’embargo e del <em>price cap</em> al petrolio russo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima è che il mercato globale, per sua stessa natura, limita l’efficacia delle sanzioni, soprattutto quando esse investono materie prime importanti ed i Paesi che ne esportano in maggiori quantità. La Russia, infatti, è membro dell’Opec+, in quanto secondo esportatore al mondo per petrolio, con una quota pari all’8,3% di greggio a livello mondiale, dopo l’Arabia Saudita (16,5%), e seguita dal Canada (7,5%), dall’Iraq (7,3%), dagli Emirati Arabi Uniti (7,1%) e via discorrendo. Gli Usa, giusto per citare il Paese capofila del G7 (e non solo), grazie allo Shale oil riescono oggi ad aggiudicarsi un sesto posto a livello globale con una quota di esportazione pari al 4,2%, mentre la produzione nazionale è la prima al mondo (con il 17% e 706 milioni di tonnellate di greggio). Di fatto<strong>, pur essendo i primi produttori di greggio a livello mondiale (secondo quanto attesta lo IEA) gli Usa utilizzano la maggior parte di quanto estratto per sostentare la propria crescita e ciò attribuisce, di rimbalzo, maggior potere contrattuale agli altri Paesi esportatori</strong>. Com’è noto, infatti, la domanda e l’offerta di petrolio, sono perlopiù gestite dal cartello globale dell’Opec ed dell’Opec+, che all’occorrenza possono decidere di diminuire la produzione giornaliera per mantenere alto il prezzo. Ed in questo scenario la Russia ha gioco facile proprio in virtù del suo secondo posto nella classifica di Paese esportatore che le consente di reperire altri partner verso cui dirigere il propri prodotti petroliferi ed esercitare la propria forza al tavolo dei grandi produttori di greggio. Come arginare un potere simile? L’idea è quella del <em>price cap</em> legato alle assicurazioni marittime, ma il problema è di chi controlla quest’ultime.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La controffensiva russa al <em>price cap</em> e all’embargo: il ruolo delle democrature</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Subito dopo l’avvio dell’invasione dell’Ucraina, e le successive contestazioni da parte delle democrazie occidentali, la Russia ha intensificato le proprie esportazioni verso Paesi terzi. Come riportato dal <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/petrolio-come-bando-ue-russia-cambia-traffici-mondiali-AEb7eqMC?refresh_ce=1">Sole24Ore</a> <em>“mentre rispetto all’anno precedente le esportazioni russe verso la UE calavano di 1,5 milioni di barili al giorno, ancor prima dell’embargo, quelle verso la Cina aumentavano di 225.000 barili al giorno, per un totale di 1,9 milioni; l’India acquistava 965.000 barili in più, per 1,1 milioni totali; la Turchia cresceva di 320.000 barili a 540.000”.</em> <strong>Il caso di maggior rilievo è sicuramente quello dell’India, che è passata ad acquisti ingenti di oro nero grazie allo sconto praticato dalla Russia</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda di petrolio nel mondo (Mt: milioni di tonnellate)</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/12/immagine1.png?w=385" alt="" class="wp-image-2219"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph">IEA: “key World Energy Statistics 2021” – Crude oil net importers: pp.13</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se oggi il Brent, indicatore del prezzo del petrolio estratto nel Nord Europa, supera tranquillamente i 75$ al barile, (oggi 80,69$) quello russo, invece, viene svenduto sul mercato asiatico con uno sconto che oscilla tra i 25/35$ al barile (<a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ispitel-petrolio-dalla-russia-senza-amore-36947">come riportato dall’ISPI</a>). E a questo prezzo i margini di guadagno russo restano comunque elevati: circa 600.000$ al giorno (nonostante il <em>price cap</em>). Emerge così con forza il limite dei 60$ decisi dalle democrazie occidentali: un prezzo troppo alto e assai vicino a quello a cui viene già oggi commercializzato il greggio russo, come criticato dallo stesso Zelensky.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rimane poi aperta la questione del chi controlla cosa e come si può arginare un bene che viaggia sul mare (terza falla). <strong>Già perché mentre l’Ue e il G7 decidevano il da farsi, Putin ha dato mandato per costruire un’imponente flotta fantasma (come rivelato dal Financial Times) che ad oggi conta già più di 100 petroliere acquistate da armatori anonimi.</strong> Si tratta di navi a fine carriera, quindi con età compresa tra i 12 e i 15 anni, di grande stazza, capaci di trasportare anche 700.000 barili di greggio l’una. Ci sarebbe sempre il limite dell’assicurazione marittima, ma anche qui ci sono già almeno un paio di ostacoli che ne rendono difficile l’applicazione. Come riportato da <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/petrolio-al-gran-valzer-dei-cap-36965">Massimo Nicolazzi su ISPI</a>, <em>“Un trasportatore e/o un assicuratore non hanno di regola né il diritto né l’obbligo di conoscere il prezzo effettivo cui il carico per cui prestano servizio è venduto. Qui soccorre l’OFAC, con le sue linee guida del 22 novembre scorso. Le linee guida definiscono shippers e assicuratori come Tier 3 Actors e prevedono che “Tier 3 Actors must obtain and retain customer attestations, in which the customer commits that for the service being provided, the Russian oil was purchased or will be purchased at or below the relevant price cap”. Insomma, siamo all’autocertificazione, fate voi quanto affidabile ed efficace”</em>. <strong>Per di più già oggi la Turchia, grande sponsor della pace tra Ucraina e Russia, nonché importatrice del greggio di quest’ultima, sta fermando le petroliere europee che transitano dal Bosforo e non quelle del Cremlino (come riportato da Futura d’Aprile su Domani)</strong>. E come se tutto ciò non inficiasse già abbastanza il piano delle democrazie, il <a href="https://www.ft.com/content/90dcc9b7-3371-411e-9d80-a2be0b4c10ca">Financial Times ha poi riportato l’indagine svolta dall’Ong Global Fishing Watch</a> la quale sostiene come le navi cisterna russe stiano attuando le stesse manovre di occultamento già impiegate da Venezuela ed Iran tramite una falsificazione dei dati del trasponder di bordo. A ciò si aggiunge la già rodata pratica di transhipment effettuati a largo e che permetto di far passare il greggio da una petroliera ad un’altra, rendendo pressoché impossibile scovarne l’origine. In realtà, come racconta lo stesso Nicolazzi su ISPI, dalla composizione del greggio si può intuire quale sia il Paese d’origine, ma anche qui occorrerebbe prima di tutto la volontà e i mezzi per fare analisi e imporre le sanzioni così come decise dalle democrazie occidentali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Qual è l’effetto dell’embargo e del price cap sul petrolio russo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo non basta dire gatto per averlo messo nel sacco. Le sanzioni sul petrolio russo non stanno avendo l’effetto sperato e con il superamento delle misure draconiane imposte da Xi in materia di sanità pubblica è facile che peggiorino pure. Come raccontato da <strong>Alberto Ciò</strong> sul <strong>Foglio </strong><em>“Se la domanda si manterrà sostenuta e la Cina uscirà dal suo pesante lockdown sarà inevitabile un rialzo dei prezzi. Parimenti di</em><em>ffi</em><em>cile potrebbe essere per l’Europa trovare fornitori alternativi al greggio russo, specie se l’Opec confermerà il taglio della sua produzione complessiva, e ancor più da febbraio ai prodotti petroliferi. Morale: la sensibile riduzione degli acquisti europei di petrolio russo già avvenuta nel corso dell’anno e la </em><em>fi</em><em>ssazione di elevati sconti da parte di Mosca ad acquirenti non europei a livelli prossimi al tetto di 60 doll/bbl non dovrebbero comportare pesanti contraccolpi per le </em><em>fi</em><em>nanze russe, così disattendendo gli obiettivi che i paesi europei miravano a conseguire”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>All’Ue non resta che prepararsi a tirare le somme anche in vista del taglio dei prodotti raffinati previsto per febbraio, che rischia di bloccare la logistica del Vecchio Continente (visto che il diesel lo si importa perlopiù dalla Russia).</strong> La <strong>prima</strong> considerazione è che senza una vera cooperazione tra Paesi amici è difficile riuscire a imporre sanzioni efficaci in un mercato globalizzato. Il petrolio interessa a tutti e l’Ue non è l’unico acquirente di facile approvvigionamento, a differenza di quanto riguarda il gas. La <strong>seconda</strong> considerazione riguarda proprio il <em>price cap</em> su quest’ultimo: difficile, se non impossibile, staccarsi dal gas russo a meno di non ridurre drasticamente dal domanda, cosa che ad oggi non sembra essere in agenda (almeno in Italia). <strong>Terzo</strong>, ed ultimo, lo scontro tra Occidente e autocrazie poteva essere un’occasione per rendersi indipendenti dal punto di vista energetico, magari grazie a un piano europeo finanziato col debito comune, invece ognuno è andato per la sua strada: c’è chi ha nazionalizzato, chi imposto un <em>price cap</em> locale e chi immesso 200 miliardi a sussidio della propria manifattura e dei cittadini. <strong>Il rischio di queste strategie a breve, se non brevissimo raggio d’azione, è che amplifichino solo il divario tra i Paesi membri dell’Ue e il risentimento che gli euroscettici nutrono nei confronto dell’Unione. L’esatto opposto di quanto si auspicava chi ha introdotto le sanzioni</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di Claudio Dolci</em></p>
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		<title>Il Price Cap e le divisioni europee</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Guglielmo De Puppi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Oct 2022 15:39:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia e Transizione Energetica]]></category>
		<category><![CDATA[Energie fossili]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
		<category><![CDATA[Gas]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quella risposta pronta e coesa che l’Unione Europea aveva esibito di fronte alla pandemia lasciava...</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">Quella risposta pronta e coesa che l’Unione Europea aveva esibito di fronte alla pandemia lasciava intravedere degli spiragli per l’avvio di una nuova fase d’integrazione del Vecchio Continente. Ma l’attuale crisi energetica ha ampiamente infranto queste speranze riproponendoci la frammentazione e le divisioni che in passato hanno spesso caratterizzato l’agire dei ventisette.</h2>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La lentezza della burocrazia europea</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo oltre sei mesi dall’inizio del conflitto in Ucraina, infatti, non sembra esserci ancora nessun accordo in vista. Il vertice tenutosi qualche giorno fa a Praga tra i primi ministri dei Paesi Membri, non ha visto la formulazione di alcuna proposta concreta riguardo alla gestione dei prezzi del gas e dell’elettricità. Tutto ciò mentre su molte imprese e sulle famiglie con i redditi più bassi inizia a gravare il peso delle bollette. Il quale, almeno negli intenti dei promotori, doveva essere assorbito dal famigerato tetto al prezzo del gas, un’idea mesi fa fu avanzata e sostenuta con forza anche dal nostro ex-Presidente del Consiglio, Mario Draghi. Ma ad oggi che cosa si intenda esattamente con questa proposta non è chiaro, come non lo è il motivo per cui<strong> il <em>price cap</em> stia generando reazioni così diverse tra i vari Paesi</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Come funziona il mercato del gas in Ue e nel mondo</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Per comprendere il meccanismo del price cap e le divisioni che ha suscitato, bisogna innanzitutto capire <strong>come funziona il mercato europeo del gas.</strong> Il gas arriva in Europa in due modi. Il primo è legato ai gasdotti internazionali, delle infrastrutture di trasporto fisse che vincolano attraverso contratti a lungo termine i Paesi fornitori e gli acquirenti (spesso entrambi rappresentati da società pubbliche – le utility). Il secondo è rappresentato dalle forniture via mare del gas naturale liquefatto (LNG), il quale viene rigassificato principalmente in Spagna e Inghilterra. Una particolarità dell’LNG è che può viaggiare ovunque e per questo il suo approvvigionamento è fortemente condizionato dall’incontro tra domanda e offerta, che assume perlopiù la forma della competizione tra l’Ue e i Paesi asiatici (grandi consumatori di questo prodotto). Infine, c’è un altro meccanismo che si è sviluppato nell’ultimo decennio e che negli ultimi mesi ha esposto il prezzo del gas a una maggiore volatilità. Si tratta dei <strong>mercati <em>spot</em>, dove i trader negoziano futures, operazioni fisiche e di cambio</strong>. I mercati spot si differenziano dai mercati a termine in quanto l’acquisto e la vendita dei beni vengono effettuati dietro pagamento immediato, invece che in differita. Non vi è pertanto differenza tra la data della transazione e quella del relativo saldo, motivo per cui il prezzo rappresenta il valore spot del bene in quell’esatto istante. L’esempio più celebre è sicuramente quello della Title Transfer Facility (TTF) olandese, le cui oscillazioni di prezzo hanno portato al record di 339 EUR/MWh dello scorso agosto.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/10/immagine.png?w=469" alt="" class="wp-image-1971"/><figcaption class="wp-element-caption"><em>Fonte: Trading economics</em></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La situazione geopolitica causata dalla guerra Ucraina e il conseguente rialzo dei prezzi (già iniziato alla fine del 2021 per altre ragioni) hanno creato la necessità di politiche che ad oggi prefiggono due distinti obiettivi. In primo luogo quello di <strong>sostenere le categorie sociali e produttive dall’impatto dei prezzi</strong> (senza energia non c’è sviluppo e crescono le tensioni interne). Il secondo, connesso al primo, è quello di <strong>ridurre la dipendenza dal gas russo</strong> (e qui si può parlare di ragioni etiche e geopolitiche). <strong>Ma in che modo il prezzo al tetto del gas può concorrere a realizzare questi due propositi?</strong> E quali potrebbero essere gli effetti sul mercato?</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La proposta e gli obiettivi del price cap: le proposte a confronto</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il price cap può essere genericamente definito come una regolamentazione economica che stabilisce un limite ai prezzi che possono essere addebitati da un fornitore di servizi pubblici. Se analizziamo il mercato europeo del gas più nello specifico, <strong>sono tre i modelli di tetto al prezzo che vengono attualmente discussi</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il modello iberico</strong>, già attuato da Spagna e Portogallo, è quello che sembra riscuotere il maggior consenso tra i Paesi Membri. <strong>Consiste nell’applicare un tetto al prezzo del gas</strong> (e conseguentemente dell’elettricità) <strong>alle forniture pagate dai consumatori</strong>. Viene dunque imposto un prezzo nelle centrali elettriche che è circa metà di quello stabilito nel mercato TTF. Nel momento in cui il prezzo a cui il gas viene acquistato all’ingrosso è superiore a quello prefissato per la vendita ai clienti finali, <strong>il governo centrale</strong>, per garantire le forniture, <strong>compensa gli attori operanti sul mercato interno.</strong> Si tratta di una misura facilmente attuabile e che sicuramente contribuisce all’obiettivo di alleviare cittadini e imprese dal rialzo dei prezzi, perché a sopperire agli scostamenti improvvisi è lo Stato e non più il consumatore. Tuttavia, <strong>gli economisti sono molto divisi riguardo al raggiungimento dell’indipendenza da Mosca</strong>. Infatti, una misura simile potrebbe in realtà aumentare la domanda di gas anziché ridurla, esponendo maggiormente l’Unione Europea ai ricatti di Putin.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda opzione è di applicare <strong>un tetto soltanto al prezzo del gas russo</strong>. Dovrebbe agire sostanzialmente come un dazio, riducendo i profitti del Cremlino. Avrebbe potuto rappresentare una buona soluzione (anche se difficilmente negoziabile) se non fosse che <strong>la Russia ha ormai già ridotto, se non completamente interrotto, i flussi di gas</strong>. In questo caso ad aver giocato contro è stata l’inerzia con cui l’Ue ha affrontato il tema, procrastinando ogni decisione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, il terzo modello riguarda <strong>un limite al prezzo rivolto a tutte le importazioni di gas, includendo paesi come Norvegia, Algeria, Stati Uniti, ecc.</strong> In questo caso il sostegno alle imprese e alle categorie sociali verrebbe garantito, l’impatto sulla domanda del gas russo andrebbe valutato attentamente. Ma il problema principale di quest’ultima soluzione è di tipo geopolitico e legato al mercato del gas via nave. Infatti, fissare un price cap per tutte le importazioni, non andrebbe a impattare i contratti a lungo termine, ma il potere d’acquisto europeo sul LNG. F<strong>issare un tetto al prezzo significherebbe favorire i paesi asiatici, diventando meno competitivi e rischiando di perdere forniture di gas che attualmente sono indispensabili</strong>. L’LNG potrebbe andare ove è più conveniente lasciando l’Ue all’asciutto, inoltre già adesso ci sono molte polemiche sui traffici marittimi di gas liquefatto. Dove armatori dalle dubbie bandiere portano in giro per il mondo petrolio e gas che altrove sarebbero banditi o pesantemente sanzionati.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La soluzione dell’Ue al problema del gas</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Pro e contro di ciascun modello possono essere valutati soltanto se si accetta il price cap quale giusto strumento economico e questo è già in sé un fattore divisivo sia all’interno dell’Ue che tra gli <strong>economisti.</strong> Alcuni di loro, infatti, ritengono che il mercato del gas sia caratterizzato da importanti distorsioni, per cui un intervento del governo sarebbe giustificato in quanto volto a internalizzare l’incertezza oggi esternalizzata e al contempo generata dal mercato stesso. Altri, invece, <strong>ritengono che il price cap possa significare la fine per il libero mercato del gas così come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi</strong>, annullando così i benefici del <em>price signaling </em>(un meccanismo fondamentale per veicolare informazioni a produttori e consumatori e influenzare la quantità offerta e domandata), l’utilità del commercio transfrontaliero e incentivando la domanda. Alle divisioni ideologiche, probabilmente meno determinanti nell’influenzare il dibattito europeo, si sommano poi degli interessi strategici contrastanti. In queste divergenze di prospettiva troviamo la chiave per interpretare l’impasse di questi mesi e per ritenere che un accordo sul tetto al prezzo sia quantomai difficile, in qualsivoglia delle diverse forme discusse.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In Europa possiamo distinguere chiaramente due gruppi di Paesi</strong>. I 15 stati che hanno richiesto il price cap, guidati da Italia, Francia e Spagna, i quali hanno ancora capacità di importazione e mirano a rifornire le loro riserve con gas LNG, risentendo però in maniera particolare della volatilità del TTF, dove i prezzi del gas via nave, ma anche quelli dei contratti a lungo termine, vengono oggi determinati. Per loro un tetto al prezzo rappresenterebbe un modo per avere accesso a un maggior quantitativo di gas, a prezzi più contenuti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vi è poi il secondo gruppo di Paesi, guidato in primis da Germania e Olanda, i cui terminali LNG hanno già raggiunto la capacità massima e non possono pertanto aumentare le loro importazioni. <strong>Per questi Stati gli alti prezzi del gas sono uno strumento fondamentale per ridurre la domanda,</strong> là dove un price cap, invece, significherebbe incentivarla senza che questa possa essere corrisposta da un’adeguata offerta. In una parola: razionamento, con tutte le conseguenze politiche, sociali ed economiche del caso. Ancora una volta l’<strong>Ue si ritrova spaccata in due: da una parte ci sono i Paesi frugali, che si sono attrezzati per ridurre i consumi, e dall’altra quelli del Sud, maggiormente esposti per la mancanza di infrastrutture </strong>(come in Italia) <strong>o per le difficoltà nel ridurre i consumi senza poter compensare il disagio che ciò comporterebbe per le fasce più esposte</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Visti interessi così lontani è difficile immaginare che il price cap possa essere attuato senza scontentare gli attori in gioco. Tuttavia, la necessità di cooperare e trovare una soluzione comune si fa sempre più stringente. Come ricorda l’AD di Eni, <strong>Descalzi</strong>, infatti, <strong>l’inverno più complesso da affrontare sarà quello del 2023/4, quando il gas russo raggiungerà in minima parte l’Europa</strong>. Per rifornire le riserve europee servirà un’azione unita e coesa sul mercato, che dia ai Paesi dell’Unione un maggior potere di acquisto, rendendoli competitivi soprattutto rispetto alle importazioni di gas LNG. E a maggior ragione oggi, a pochi giorni dall’annuncio dell’<strong>OPEC+ </strong>in merito al taglio della produzione del greggio, diventa centrale anche la costituzione di un maccanismo comune di sostegno a famiglie e imprese. È fondamentale che a soffrire le conseguenze delle recrudescenze del covid, dell’inflazione, della recessione e della guerra non siano sempre le stesse categorie sociali. Sarebbe pericoloso sia per la tenuta dell’Unione, sia per il sogno europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di</em> Guglielmo <strong>De Puppi</strong></p>
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		<title>Nein! Un bicchiere mai pieno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2022 06:43:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie fossili]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Scelte economiche]]></category>
		<category><![CDATA[Gas]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Price Cap]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nein! La svolta tanto attesa, ed invocata ormai 8 mesi fa dal dimissionario governo Draghi,...</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">Nein! La svolta tanto attesa, ed invocata ormai 8 mesi fa dal dimissionario governo Draghi, è stata sonoramente stroncata dai vertici europei. <strong>Si dovrà dunque attendere sino al 6 ottobre per sapere se ci sarà o meno un <em>price cap</em> al tetto del gas </strong>e ciò dovuto al veto imposto dall’Ungheria, dalla Slovenia, dall’Austria, dai Paesi Bassi, dalla Repubblica Ceca e infine <a href="https://www.open.online/2022/09/09/unione-europea-gas-price-cap-saltato-perche/">dalla Germania</a>. Inutile dirlo, a pesare maggiormente è stato il dissenso di quest’ultima, la quale teme il blocco totale di qualunque fornitura di gas russo e con essa uno stop della propria industria, un aumento della disoccupazione e il rischio di tensioni sociali: in breve, <strong>no gas, no Pil</strong>. Di fronte a questa decisione gli osservatori economici si sono divisi in due blocchi, quello degli <em>ottimisti</em> da una parte e dei <em>pessimisti</em> dall’altra.</h2>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Dalla parte degli ottimisti</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Chi nonostante tutto continua a vedere il bicchiere mezzo pieno confida nella razionalità degli attori economici e nelle aspettative, si spera positive, del mercato (le quali, almeno al momento, riemergono puntualmente nelle analisi statistiche). Dal lato razionale, <strong>l’idea che in breve tempo la Russia possa reindirizzare i propri gasdotti verso la Cina e l’India</strong>, così come si potrebbe fare con la canna per irrigare il giardino, <strong>risulta priva di fondamento</strong>. Da ciò ne consegue che senza l’Europa a spingere la domanda, al gas russo non resti che venir bruciato in Siberia (come già avviene) per mantenere la stabilità dei giacimenti. Sempre in quest’ottica, è ritenuto altrettanto assurdo che l’establishment russo continui nell’autoflagellazione della propria economia, <a href="https://www.internazionale.it/notizie/2022/09/02/economia-russa-previsioni">la quale registra un calo del Pil a doppia cifra.</a> Certo, c’è chi, soprattutto in Italia, dirà che tutto sommato poteva andare peggio e che quindi le sanzioni funzionino poco, il realtà il quadro è più complesso. La Russia sta letteralmente facendo di tutto per mantenere stabile la propria economia e ci riesce grazie a importazioni ridotte e maggiori entrate dal <em>comparto commodities</em> (grano, gas, petrolio, fertilizzanti ecc.). Tuttavia, proprio le scarse importazioni fanno presagire un venturo collasso della produzione interna, dovuto principalmente alla difficoltà nel reperire componenti ad alto contenuto tecnologico, ormai da anni in <em>outsourcing</em> (come, ad esempio, le turbine della Siemens per i gasdotti). Certo, se Atene piange Sparta non ride e l’attuale inflazione europea (trainata soprattutto dal comparto energetico, oltre che dai colli di bottiglia) n’è la prova; ma al momento dire chi, tra Ue e Russia, spunterà partita non è facile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro elemento a favore degli ottimisti è quello che riguarda<strong> il livello di stoccaggio delle riserve di gas nazionali, a cui si sta ora accompagnando una politica di risparmio energetico e la solidarietà promossa in seno all’Ue</strong>. Il governo <strong>Draghi</strong>, infatti, ha appena approvato il piano di risparmio energetico nazionale, che entro poche settimane dovrebbe essere reso operativo, il quale prevede che il&nbsp;<strong>riscaldamento si accenda più tardi, resti in funzione un’ora in meno e si abbassi di un grado per l’intera stagione invernale</strong>. Insieme a queste misure <strong>il Ministero della Transizione Ecologica</strong> ha ha fornito anche i numeri sull’approvvigionamento alternativo per evitare eventuali shock causati dallo&nbsp;<a href="https://www.pmi.it/economia/mercati/391120/energia-europa-verso-un-tetto-al-prezzo-del-gas-russo.html"><strong>stop al&nbsp;gas russo</strong></a>; come ad esempio la massimizzazione della produzione a<strong>&nbsp;carbone e a olio</strong>&nbsp;delle centrali già esistenti e regolarmente in servizio, che contribuirà da solo (per il periodo 1° agosto 2022 – 31 marzo 2023) a una riduzione di circa <strong>2,1 miliardi di metri cubi di gas</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le&nbsp;<strong>stime</strong>&nbsp;sull’impatto di tutte le misure di contenimento previste dal Mite porteranno ad un <strong>potenziale risparmio di circa 5,3 miliardi di Smc di gas</strong>, conteggiando anche la massimizzazione della produzione di energia elettrica da combustibili diversi dal gas (circa 2,1 miliardi di Smc di gas) e i risparmi connessi al contenimento del riscaldamento (circa 3,2 miliardi di Smc di gas), cui si aggiungono le misure comportamentali da promuovere attraverso campagne di sensibilizzazione degli utenti ai fini di ottonere un atteggiamento più virtuoso nei confronti dei consumi. Attualmente, e come già anticipato, il piano di<strong>&nbsp;stoccaggio</strong> nazionale&nbsp;di gas in vista del prossimo inverno (quale potenziamento dalle misure anticrisi energetica approvate successivamente alla guerra in Ucraina) procede puntualmente. <strong>Al primo settembre 2022 gli stoccaggi erano all’83%, in linea con l’obiettivo di riempimento superiore al 90%</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questa lettura ottimistica del presente si accompagna a braccetto anche l’ultimo report trimestrale dell’<strong>Istat</strong> che vede un’economia italiana non ancora duramente colpita dalla crisi energetica, anzi, i dati riportati nel report sono tutt’altro che negativi. Nel secondo trimestre del 2022 il Pil nazionale è aumentato dell’1,1% rispetto al trimestre precedente e del 4,7% nei confronti del secondo trimestre del 2021. La variazione quindi acquisita per il 2022 è pari a +3,5%. Rispetto al trimestre precedente, invece, tutti i principali aggregati della domanda interna sono in ripresa, con un aumento dell’1,7% sia dei consumi finali nazionali, sia degli investimenti fissi lordi.&nbsp;Infine, le importazioni e le esportazioni sono aumentate, rispettivamente, del +3,3% e del +2,5%.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il bicchiere mezzo vuoto e la crisi in arrivo</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Chi invece vede il bicchiere mezzo vuoto legge i dati del momento come l’annuncio dell’imminente recessione. <a href="https://www.tpi.it/economia/crisi-energetica-goldman-sachs-a-inizio-2023-bollette-da-quasi-500-euro-al-mese-per-le-famiglie-italiane-20220908928874/"><strong>Goldman Sachs</strong></a>, ad esempio, ha previsto <strong>un aumento dei costi energetici europei, a partire dall’inizio del 2023, per un importo di 2 trilioni di dollari, pari al 15% del Pil europeo</strong> (e lo scenario migliore, nel peggiore si parla 4 trilioni e del 30% del Pil). Dal punto di vista del consumatore ciò si tradurrebbe con un aumento mensile delle bollette pari a 500€ (nel migliore degli scenari) e di 590€ nel peggiore. Considerando l’affitto, una macchina e l’inflazione che divora il potere d’acquisto, <strong>anche uno stipendio medio rischia di non essere più uno scudo efficace contro il caro vita</strong>. Sempre per restare in tema aumenti, anche <strong>Confartigianato</strong> ha annunciato che <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2022/09/08/confartigianato-a-rischio-881mila-pmi-35-milioni-posti-lavoro_961bc1c9-1438-4236-8675-f40968968f57.html">col caro energia sono a rischio 881.264 micro imprese e quindi 3.529.000 di posti di lavoro</a>. Già ora le bollette stanno mettendo in ginocchio le imprese, soprattutto quelle energivore, che poi sono quelle che forniscono i materiali per la trasformazione degli altri prodotti. Un esempio esplicativo è quello delle vetrerie che devono mantenere accesi i forni e il cui vetro serve per praticamente di tutto, dalle bottiglie per il vino ai barattoli per la conserva. Infine, ad annunciare che il canarino in miniera è prossimo alla morte, si è aggiunta anche l’agenzia di <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/09/01/fitch-ue-puo-resistere-allo-stop-delle-forniture-di-gas-russo_65bd7f07-f758-4d64-b5eb-0be11754b817.html">rating Fitch</a>, la quale stima che <strong>con un flusso di gas russo pari al 20%</strong> (sempre miglior scenario) <strong>si avrà un effetto negativo sul Pil tedesco pari al 3% e su quello italiano del 2,5%</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Che cosa succederà nei prossimi mesi?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Chi ha ragione? Lo si vedrà solo col tempo, ma due sono gli aspetti che devono far riflettere. Il primo, come ha ammesso la stessa Lagarde, è che la <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/09/08/lagarde-decisione-unanime-ma-ancora-lontani-da-obiettivi_11f2707f-43c4-4ae8-9c19-cf4c8e7706d8.html">Bce ha sbagliato le proprie valutazioni</a> circa l’impatto del Covid e della guerra in Ucraina sull’inflazione. Come riportato dall’agenzia <strong>Ansa</strong>, <strong>Lagarde</strong> ha affermato che <em>“Abbiamo fatto degli errori nelle previsioni sull’inflazione, come tutte le istituzioni internazionali, come molti economisti, perché è virtualmente impossibile prevedere e includere nei modelli il Covid, la guerra in Ucraina, il ricatto sull’energia. <strong>Me ne assumo la colpa perché sono il capo dell’istituzione</strong>”</em>; aggiungendo poi, “<em>Abbiamo fatto errori, abbiamo capito le cause, e vi posso assicurare che lo staff aggiorna costantemente, integra quello che finora non era stato preso in considerazione”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il secondo, invece, riguarda il fatto che <strong>la moneta</strong> (l’euro) <strong>e il mercato</strong> (Ttf) <strong>restano preminenti rispetto alla crescita.</strong> L’euro continua infatti a oscillare sulla parità col dollaro e in questi ultimi tempi è sceso addirittura sotto. I motivi sono tanti: crisi ucraina, crisi energetica, tassi d’interesse ancora bassi. E se da un lato una moneta debole permette di agevolare le esportazioni, dall’altro il rovescio della medaglia è presto detto: l’import subisce un colpo molto forte. E se il mercato (Ttf) dove il gas viene scambiato rimane a livelli estremi, il risultato di questa addizione è presto detta. D’altra parte, per apprezzare la moneta (anche se si ricorda che non fa parte degli obiettivi della BCE) occorre aumentare i tassi, come ha fatto Francoforte l’altro giorno per bloccare l’inflazione. Ma come si sa, un aumento dei tassi significa costo del denaro più alto, mutui più cari, rischio paralisi economica. La via è stretta, non vi è dubbio. <strong>Ma sta alla politica fiscale, non a quella monetaria, trovare una soluzione efficace per edulcorare l’impatto economico della crisi</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A conti fatti l’accoppiata tra questi due elementi (poiltiche monetarie e modelli previsionali) rischia di complicare ulteriormente la situazione dei ceti meno abbienti, soprattutto se accompagnata dalla cecità nei confronti della lettura geopolitica del momento storico. D’altronde, come sostengono da mesi <strong>Fabbri </strong>e <strong>Caracciolo</strong>, il popolo russo vive di gloria immateriale: se il blocco del gas si renderà strategico non ci sarà valutazione economica e/o razionale che possa impedire alla Russia di continuare la sua azione di stop all’occidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Difficile sapere come andrà a finire ed ancor più difficile è sapere quando la crisi potrà finire. L’Europa ha di fatto scelto una via etica di grande valore: sanzionare la Russia per aver invaso uno Stato straniero. <strong>Ma gli stati europei saranno altrettanto pronti a scontare una crisi economica quasi inevitabile per i loro ideali?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Di Claudio Dolci e Roberto Biondin</em>i</p>
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		<title>In gas veritas. Come nasce la dipendenza dal gas russo e dove ci porterà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Sep 2022 00:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie fossili]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Gas]]></category>
		<category><![CDATA[Price Cap]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di chi è la colpa della dipendenza dal gas russo e quale governo ha contribuito...</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">Di chi è la colpa della dipendenza dal gas russo e quale governo ha contribuito maggiormente? Con l’aumento dei prezzi del gas, dovuti sia al disallineamento tra domanda e offerta (blocco dei gasdotti russi) sia alle speculazioni borsistiche (Ttf), è partito l’ormai classico scarica barile tra le forze politiche. Dapprima ad attaccare è stata la destra, con Berlusconi, che dalle colonne del Corriere ha rivendicato i successi dei suoi governi, da qui il contrattacco da sinistra. Ma di chi è davvero la responsabilità?</h2>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le accuse della destra</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">In un’intervista rilasciata al <strong>Corriere della Sera</strong> (il 31 Agosto), <strong>Silvio Berlusconi</strong> ha dichiarato: <em>«Con il mio ultimo governo, all’inizio del 2011, avevamo ridotto la quota del gas russo al 19,9 per cento. Tre anni dopo, all’inizio del 2014, con il governo Letta la dipendenza dalla Russia era salita al 45,3 per cento: più del doppio. Con il governo Conte nel 2019 ha raggiunto il livello record del 47,1 per cento»</em>. <strong>I dati riportati dal Cavaliere sono imprecisi, come dimostrato dalla ricostruzione di <a href="https://www.pagellapolitica.it/fact-checking/importazioni-gas-russia-berlusconi">Pagella Politica</a>, ma nel complesso dicono il vero.</strong> La dipendenza da Gazprom ha effettivamente ripreso a correre molto velocemente dopo la caduta dell’ultimo governo Berlusconi, anche se una tendenza all’aumento era già in essere nel 2011, con le importazioni al 27% e non il 19,9% (un dato questo, relativo al 2010).</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/09/immagine.png?w=480" alt="" class="wp-image-1609"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Imprecisioni a parte, è stato sufficiente il grafico delle importazioni per fornire ad <strong>Affari e Verità</strong> la possibilità di lanciare una stoccata al Pd Lettiano, inferta per mezzo di un articolo a firma di <strong>Franco Bechis</strong>. Quest’ultimo ripercorre le tappe del post-berlusconismo rintracciando uno per uno i responsabili dell’aumento delle importazioni: <strong>Monti </strong>e <strong>Letta </strong>(i più visibili), giungendo infine a <strong>Prodi</strong> (il regista occulto). Scrive il direttore di <strong>Affari e Verità</strong>: <em>“è stato il professore di Bologna</em> – Prodi – <em>a preparare il cammino per lo sfondamento di Gazprom in Italia”</em>. Ma come? Attraverso incontri privata e bilaterali. <em>“Ai primi di gennaio</em> – racconta Bechis – <em>del 2014 Gazprom rese pubblici i suoi dati di bilancio, spiegando con soddisfazione di avere aumentato l’export verso la Ue del 20%. Ma la gemma di quel rapporto era stata proprio l’Italia di Letta (e forse di Prodi): l’export di gas verso Roma era cresciuto del 68%, più di tre volte la media europea”</em>. La ricostruzione di Bechis collima con le parole di Berlusconi e col grafico sull’andamento delle importazioni, ma elude le ragioni sottostanti a quegli accordi.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Ciò che la destra non dice sul gas russo</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo grande escluso dal dibattito sul gas è il contesto geopolitico. <strong>Negli anni in cui si è scelto di affidarsi a Gazprom, nel nord d’Africa si stava via via diffondendo quella che poi verrà chiamata la primavera araba</strong>. Tunisia, Egitto, Libia e Yemen erano attraversate da proteste civili, molto violente, le cui ragioni erano sia economiche (l’inflazione aveva raggiunto livelli allarmanti, colpendo i generi alimentari e quindi soprattutto le fasce più deboli), sia politiche (con la richiesta di maggiore democrazia). Si temeva il tracollo delle autocrazie e con esse dei contratti con le aziende del comparto energetico, così ci si guardò attorno, verso altri partner. Il problema è che già all’epoca, come riportato da <a href="https://formiche.net/2022/07/gas-russo-politica-italiana-mayer/">Formiche.net</a>, <strong>la Russia possedeva&nbsp;ambizioni geopolitiche tutt’altro che innocue</strong>: nel 2009, Gazprom (per mano del governo) aveva iniziato quello che oggi potremmo definire come l’incipit della guerra in Ucraina, ponendo uno stop arbitrario alle industrie ucraine. Come riportato da <strong>Marco Mayer</strong> <em>“In Europa si reagisce avviando </em><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/le-guerre-del-gas-tra-russia-e-ucraina_%28Atlante-Geopolitico%29/"><em>un processo di diversificazione dei paesi</em></a><em> di provenienza per ridurre la dipendenza dal gas russo. In Italia (e in Germania) NO”</em>. Questa difformità rispetto alle mosse degli altri membri dell’Ue può essere spiegata, come fa Mayer, studiando la ramificazione di Gazprom a seguito delle liberalizzazioni che hanno coinvolto l’Italia dell’epoca. <em>“A partire dal 2008</em> – scrive Mayer – &nbsp;<em>Gazprom raggiunge un accordo per </em><a href="https://www.energyintel.com/0000017b-a7b4-de4c-a17b-e7f68eec0000"><em>l’acquisto di <strong>ENIA</strong></em></a><em>, sigla una </em><a href="https://www.reuters.com/article/gazprom-italy-idUKLP18138720080925"><em>intesa con <strong>A2A </strong></em></a><em>e&nbsp;<strong>GazpromBank e GazpromExport</strong>&nbsp; assumono il controllo di un importante gruppo di trading: </em><a href="https://www.centrexitalia.com/chi-siamo/storia/"><strong><em>Centrex”.</em></strong></a></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Responsabilità negate: l’azione geopolitica della Russia di Putin</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>A conti fatti nessun governo può dirsi né dalla parte della ragione, né da quella dei diritti, ed è quest’ultimo punto a ferire maggiormente</strong>. Già nel 2009 la Russia aveva dimostrato di considerare l’Ucraina un ostacolo, tanto da inficiarne le capacità produttive, e nel 2014 diede l’avvio alla guerra del Donbass, eppure, in entrambi i casi, l’Italia continuò ad approvvigionarsi da Gazprom con volumi via via più consistenti. Ma perché? Una risposta a questa domanda la fornisce <strong>Stefano Silvestri</strong>, Presidente dell’<strong>Iai</strong> e direttore di <strong>Affari Internazionali</strong>, che intervistato dal <strong>Riformista</strong> non lascia scampo a chiunque provi a scansare le responsabilità sulla dipendenza dal gas russo. <em>“Abbiamo cercato di andare d’accordo con tutti, facendo del cerchiobottismo la cifra del nostro agire in politica estera. E quel poco o tanto che si è fatto è andato via via scemando fino a scomparire […] <strong>c’è una politica dell’ENI, come al solito e giustamente, ma poi il vuoto</strong>”</em>. E come dare torto a Silvestri? In politica estera l’Italia segue la direzione di un’azienda privata, che ha i suoi interessi specifici, e poco altro; prova ne è il fatto che l’ultimo Ministro degli Esteri è stato <strong>Luigi di Maio</strong>. <strong>Se chiunque può dirigere la Farnesina, meglio ancora se tecnico</strong> (come sostenuto da Silvestri), <strong>allora vuol dire che la politica italiana in campo estero non esiste.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni si è lasciato che il piano inclinato facesse il suo corso, senza che Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I e II, provassero ad invertire la rotta, anzi. Si dirà che in un governo di coalizione è difficile imporre cambi di passo radicali, oppure che servono anni per anche solo avviare un processo di diversificazione; eppure, il governo <strong>Draghi</strong>, in soli quattro mesi, ha fatto quello che chi era venuto prima di lui semplicemente non aveva il polso di fare; per inciso, la Russia non è diventata un’autarchia dal 2022.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La conseguenza del cerchiobottismo italiano</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Le certezze sono entità sdrucciolevoli, perché quando si pensa di poter far affidamento su di esse svaniscono lasciando solo il vuoto dell’ignoto. Tuttavia, alla luce di quanto emerge oggi, è possibile fare qualche ipotesi molto simile a una certezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima è che<strong> la crisi inflazionistica che sta colpendo l’Ue sia differente da quella a stelle e strisce</strong>. Negli States l’inflazione galoppa, ma gli indicatori macroeconomici mostrano comunque una ripresa sufficientemente forte da poter assorbire un incremento di tassi più ampio di quello già messo in campo dalla Fed. Come ha scritto l’economista <strong>Alessandro Penati</strong>, su <strong>Domani</strong>, a luglio negli Stati Uniti c’erano due offerte di lavoro per ogni disoccupato, le imprese (dell’S&amp;P 500) avevano già iniziato a far fronte all’inflazione trasferendo i costi aumentando il margine operativo lordo e soprattutto, grazie allo scisto, petrolio e gas non hanno mai rappresentato un problema (salvo sul piano ambientale…). Per Penati, <strong>se l’Ue <em>“segue la Fed</em></strong> (nel rialzo continuo dei tassi) <em><strong>la recessione non è più un rischio, ma una certezza”</strong></em> e visto che il Tpi (lo scudo anti-spread) non è ancora mai entrato in funzione, non si sa come si comporteranno i mercati nei confronti del debito italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda certezza riguarda il fatto che <strong>nessun Paese possa davvero salvarsi da solo</strong>, un concetto questo, che fatica a giungere a destinazione. Vista la lentezza nell’approvare il debito comune europeo, negato durante la Grande Recessione, è difficile che una soluzione europea arrivi in tempo utile per salvare le imprese già adesso in ginocchio. Purtroppo, ad oggi l’Ue marcia ancora divisa sul fronte energetico, ci sono sì degli spiragli, come il tetto al prezzo del gas e lo scorporo dell’energia rinnovabile da quella prodotta col fossile sul Ttf, ma è ancora tutto avvolto da eccessiva vaghezza e lentezza. Occorre poi considerare che per gli esperti del settore energetico, <strong>Tabarelli</strong> (di Nomisma) e <strong>Scaroni</strong> (ex A.D. di Eni), il tetto al prezzo del gas è fantascienza. Lo scorporo delle fonti energetiche sul Ttf, invece, rischia (soprattutto se accoppiato a uno stop delle quote di emissione, ETS) di rallentare l’avanzata delle rinnovabili. Oggi, infatti, ci si stupisce del fatto che gas ed eolico vengano quotati allo stesso prezzo, ma come riportato anche dal <strong>Corriere della Sera</strong>, questo meccanismo in passato ha favorito l’espansione delle rinnovabili; quando il loro costo di realizzazione era sconveniente rispetto al fossile. Anche se però è corretto sostenere che, in questo periodo transitorio di alto livello dei prezzi dovuti a tensioni geopolitiche piuttosto che ad aumenti di costi di produzione, il prezzo delle energie rinnovabili debba essere sganciato da quello delle energie fossili, così da evitare una speculazione redditizia per le industrie ed onerosa per la società.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La terza certezza riguarda proprio <strong>l’inverno che ci attende.</strong> <strong>Il riempimento delle riserve di gas non ci salverà da un’ipotetica, ma assai verosimile, chiusura totale di Nord Stream e non lo faranno neppure i contratti stipulati dal governo Draghi negli ultimi mesi</strong>. Quest’ultimi purtroppo diventeranno operativi solo col tempo, mentre le riserve di gas servono perlopiù per coprire i picchi di richiesta e non per sopperire in toto alla domanda energetica interna del Paese. Un dato confermato anche dalle parole di <strong>Benjamin Moll</strong>, professore di economia alla London School of Economics, il quale ha detto <a href="https://www.milanofinanza.it/news/visto-dagli-usa-il-rischio-razionamento-del-gas-in-europa-e-limitato-ecco-perche-202208261243429517"><em>“è utile avere uno stoccaggio di gas pieno, ma anche se è pieno, dovremo ridurre la domanda”</em>.</a> Come riportato da <strong>Palombi</strong>, sul <strong>Fatto Quotidiano</strong>, la Germania non ha solo riempito le proprie riserve, ma ha anche ridotto i consumi, con l’obiettivo di fare a meno del 20% della domanda interna entro l’autunno. In Italia, invece, non si considera credibile uno stop totale delle forniture russe e pertanto si è scelto per il momento di non ridurre i consumi, che nei primi sei mesi del 2022 sono scesi di solo il 2%, contro il 15% della Germania. Anche se ad oggi qualcosa in più si sta facendo. Esiste infatti una proposta del governo di ridurre fino a 2 gradi e di un paio d’ore l’uso del gas nelle abitazioni. Un sacrificio non oneroso tecnicamente, ma politicamente scomodo da sostenere in campagna elettorale e per questo scansato dai leder politici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si dice che errare sia umano, mentre perseverare sia diabolico. Ecco, forse questa è la cifra che descrive il panorama politico italiano dove lo sport nazionale, lo scarica barile, impedisce di cogliere l’immobilismo della classe dirigente che negli anni ha ignorato il problema energetico perché priva di una qualsivoglia agenda geopolitica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>
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