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	<title>Banche centrali Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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	<title>Banche centrali Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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		<title>La bomba dell&#8217;inflazione colpisce il mondo</title>
		<link>https://ilcaffekeynesiano.it/2023/10/02/la-bomba-dellinflazione-colpisce-il-mondo/politica-monetaria-e-dintorni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Oct 2023 08:25:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Monetaria e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Banche centrali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>5 min di lettura “La teoria arriva fino a un certo punto.”: così reagisce l’Oppenheimer...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">5 min di lettura</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“La teoria arriva fino a un certo punto.”</em>: così reagisce <strong>l’Oppenheimer</strong> di Christopher Nolan di fronte a ciò che sfugge ai numeri, ma che esiste nel mondo fisico. E per certi versi è così che reagiscono anche i titani dell’economia d’oggi, premi Nobel e non, che provano ad attribuire un senso a un fenomeno noto, l’inflazione, ma che oggi si manifesta in modo imprevedibile rispetto al passato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color"><strong>L’inflazione oggi: i dati degli Stati Uniti</strong></mark></p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli Stati Uniti la Fed, guidata da <strong>Powell</strong>, ha deciso di prendersi una pausa, lasciando i tassi d’interesse al massimo storico dal 2001 ad oggi, tra il <strong>5,25-5,50%.</strong> <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/la-fed-lascia-tassi-invariati-AFVxv9v">Una mossa cautelativa</a> visto che all’orizzonte vi sono sia dati positivi (<strong>inflazione core al 3,7%</strong> per il <strong>2023 </strong>e <strong>2%</strong> per il <strong>2026</strong>; <strong>PIL</strong> al <strong>2,1%</strong> nel <strong>2023</strong> e a <strong>1,8%</strong> nel <strong>2026</strong>), sia negativi, come il prezzo del <a href="https://mercati.ilsole24ore.com/materie-prime/commodities/petrolio/BRNST.IPE?refresh_ce&amp;nof">petrolio oltre i 90$</a> e un tasso di disoccupazione praticamente invariato (intorno al 4%). Quest’ultimi due devono far riflettere economisti ed osservatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il prezzo del petrolio sale è logico aspettarsi che anche tutti quei prodotti ad esso associati, dalla plastica per le bottiglie usa e getta ai fertilizzanti usati in agricoltura, ma così come il cemento e ogni oggetto che necessita di questa fonte d’energia fossile per essere realizzato, subiscano un conseguente rialzo; e <strong>se i prezzi salgono l’inflazione continua a restare alta</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi il tema della disoccupazione. L’assunto è questo: <strong>visto che l’offerta non riesce a tenere il passo della domanda, allora ha senso frenare quest’ultima rendendo più difficile l’accesso al denaro per acquistare beni e fare investimenti</strong>. I libri di testo, infatti, insegnano ad ogni economista che la miglior medicina per imbrigliare un’inflazione galoppante consiste nel raffreddare l’economia. Tuttavia, un’economia più fredda produce anche, almeno in passato è stato così, ampie sacche di disoccupazione, come descritto dalla curva di Phillips.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="220" height="220" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/10/Immagine1.png" alt="" class="wp-image-540" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/10/Immagine1.png 220w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/10/Immagine1-150x150.png 150w" sizes="(max-width: 220px) 100vw, 220px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Bene, oggi, almeno negli Usa, pare non essere più così. Tanto che si è creata una corrente di economisti che parla di “<strong>deflazione immacolata</strong>”, cioè priva di effetti negativi per l’economia reale (ovvero tassi di disoccupazione elevati); ma non tutti sono disposti a mettere in croce i dogmi di una vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">Economisti nell’ottagono: Krugman contro Coy</mark></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra gli economisti si sa non è mai corso buon sangue, anzi. D’altronde è frequente che una teoria ne smentisca un’altra e i dati, com’è noto, hanno bisogno di filtri per restituire un senso, da qui le molteplici interpretazioni. Il confronto tra Coy e Krugman (sul <a href="https://www.nytimes.com/2023/09/26/opinion/columnists/recession-federal-reserve-paul-krugman-peter-coy.html">New York Times</a>) ci può aiutare a definire le argomentazioni di chi vede un’imminente recessione e chi invece scorge il sole oltre le nuvole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi teme la recessione (Coy) lo fa sostenendo che ci vogliono 22 mesi dall’inizio dell’ascesa dei tassi prima che inizi la recessione vera e propria e la Fed non li ha mai alzati così tanto e così velocemente senza causarne una; alcune banche regionali sono fallite (SVB e Signature Bank), il mercato immobiliare è fermo a causa dei mutui troppo onerosi; la <strong>Bidenomics</strong> ha drogato l’economia con gli stimoli; le aspettative delle persone circa il futuro sembrano disattendere quelle della Fed. In sintesi, la recessione c’è, ma si cerca di non vederla. Chi invece guarda con ottimismo al presente e al futuro prossimo (<strong>Krugman</strong>) lo fa sostenendo che i modelli del passato mal si adattano a descrivere la congiuntura creata dal Covid-19 e dalla guerra; i dati ci mostrano un calo significativo dell’inflazione senza un aumento della disoccupazione; gli stimoli della Bidenomics potrebbero perdurare nel tempo; la percezione dell’inflazione attesa e reale delle persone è diversa da quella rappresentata dai dati. Tradotto, l’inflazione era transitoria, sta rientrando e non c’è motivo per preoccuparsi troppo (almeno al momento). Il punto di contatto tra questi due mondi? Mai fidarsi dell’ottimismo della Fed.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">L’inflazione in UE: che cosa ci dicono i dati?</mark></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In <a href="https://www.ft.com/content/f6399c1f-5c0e-47fe-8a56-7138b9cb0099">UE l’indice armonizzato dei prezzi al consumo ha raggiunto il 4,6%</a> (dal 5,2% di Agosto), mentre l’inflazione core (quella privata dell’energia, del cibo, dell’alcol e tabacco) non è migliorata più di tanto. Nel terzo trimestre del 2023 si assesta al 5,1%, contro il 4,9% di quello precedente (<a href="https://www.ecb.europa.eu/stats/ecb_surveys/survey_of_professional_forecasters/html/table_hist_core.it.html">BCE</a>), mentre i tassi d’interesse sono tra il <strong>4,50-4,75%.</strong> Le economie stanno rispondendo in modo differente a seconda del caso, con l’Italia che rallenta e la Germania in recessione, mentre l’accordo sul patto di stabilità pare non trovare l’auspicato via libera.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il rialzo dei tassi sta oggi colpendo le economie più fragili, che non necessariamente sono anche quelle con più debito</strong>. Ad esempio, lo spread tra i titoli greci e il Bund tedesco a 10 anni è a poco più di 146 punti base, contro il 192 dei BTP italiani. La Grecia, infatti, dalla crisi del debito sovrano ad oggi ha fatto delle riforme, mentre in Italia queste restano delle sconosciute (nonostante il Pnrr le imponga) e ciò genera sfiducia, la quale rende più difficile trovare i soldi per rifinanziare il debito pubblico senza pagare interessi da usura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, anche le misure lacrime e sangue e l’aumento dei tassi d’interesse in chiave deflattiva non sono privi di problemi, che nel lungo periodo possono essere peggiori rispetto a un’inflazione elevata. E ciò ci riporta al confronto tra Coy e Krugman.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">L’alta inflazione uccide, ma anche le politiche deflattive non scherzano</mark></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Al di là di queste dispute, infatti, <strong>il vero nocciolo della questione è se tenere fisso il target dell’inflazione al 2%, oppure se alzarlo al 3%.</strong> Il perché? Se si accettasse un target più alto si potrebbe già ora dichiarare vinta la lotta all’inflazione. Niente più rialzo dei tassi e un maggiore spazio, anche in futuro, per repentine crescite, che godrebbero di un punto percentuale in più d’inflazione per prosperare senza che le banche centrali intervengano a raffreddare tutto. Tuttavia, ripudiare lo standard che negli anni ha accompagnato almeno una generazione di economisti ha un costo, non solo reputazionale, ma anche sostanziale. Un’inflazione più alta significa applicare una tassa maggiore ai meno abbienti, che è poi la ragione per cui le banche centrali cercano in ogni modo di stabilizzare i prezzi. Chi subisce di più l’aumento di 20 centesimi di euro sul prezzo del caffè non è chi guadagna 2.000€ al mese, ma chi a stento arriva a 1.200€. Da qui l’iniquità con cui l’inflazione colpisce i redditi e impone strategie, anche dolorose, per rientrare nei ranghi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora avanti con la lotta senza quartiere all’inflazione? Sì, ma attenzione che la cura non sia peggiore della malattia. <strong>Francesco Saraceno</strong>, su <strong>Domani</strong>, ci ricorda come la stretta monetaria agisca sia sul breve, sia sul lungo periodo, con effetti particolarmente perversi proprio su quest’ultimo arco temporale. Tra questi, citati da Saraceno, quello più preoccupante riguarda il bisogno di un cambio tecnologico che favorisca la transizione energetica, il quale richiede alti investimenti che però proprio la stretta economica soffoca. E <em>“se tassi di interesse elevati dovessero finire per ostacolare la transizione verso le fonti di energia rinnovabile</em> – scrive Saraceno –, <em>il rischio sarebbe quello di un aumento dell’inflazione nel medio periodo a causa del mancato abbandono delle energie fossili”</em>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ritorno in massa al fossile produrrebbe una corsa al barile di greggio, con l’avvio di un circolo vizioso di fatto mai sedato. Inoltre, Saraceno, citando l’economista <strong>Dani Rodrik</strong>, critica l’approccio usato in Grecia, dove austerità e riforme hanno sì migliorato i fondamentali, ma anche azzoppato la produttività. Di fatto, in mancanza di incentivi e con la distruzione di sacche di settori scarsamente produttivi, non si è materializzato l’investimento in settori potenzialmente più promettenti, per via della scarsa domanda legata alla stagnazione del ciclo economico. <em>“Comprimendo la domanda globale</em> – continua Saraceno – <em>in un momento in cui per motivi contingenti (la riorganizzazione post pandemica) e strutturali (la transizione energetica) <strong>il bisogno per l’economia di ricollocazioni settoriali è particolarmente acuto, le banche centrali rischiano di ostacolare le trasformazioni strutturali necessarie per una crescita robusta e sostenibile nel lungo periodo</strong>”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">L’inflazione cambia il mondo, ma non l’economia</mark></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza il tempo per riesaminare nel dettaglio le cause profonde dell’attuale inflazione (extraprofitti/Covid-19/Guerra in Ucraina/stimoli economici etc.), senza serie storiche abbastanza precise (il richiamo al periodo di <strong>Volcker</strong> ha senso, ma non è esattamente quello che sta succedendo ora), senza la possibilità di rimettere in discussione alcuni dogmi (il target del 2%, la curva di Phillips etc.), le attuali decisioni monetarie rischiano di produrre effetti perlopiù imprevedibili. Per ora, almeno sul breve periodo, quindi sul lato del controllo dei prezzi, pare stiano riuscendo a sedare l’inflazione, ma sul medio-lungo periodo è difficile prevederne gli effetti. Se poi Coy avesse ragione, e con lui altri nomi illustri come quello di Lawrence H. Summers, il peggio sarebbe a un passo dal piombarci addosso. L’unica certezza è che in questo momento la macroeconomia, come ogni scienza, si trova a un bivio, perché la teoria arriva solo a un certo punto, poi subentra la realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><a href="https://ilcaffekeynesiano.it/chi-siamo-2/">Di Claudio Dolci</a></strong></p>
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		<title>E’ guerra delle Valute</title>
		<link>https://ilcaffekeynesiano.it/2022/05/28/e-guerra-delle-valute-2/politica-monetaria-e-dintorni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 May 2022 10:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica: il mondo che cambia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Monetaria e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Banche centrali]]></category>
		<category><![CDATA[Inflazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>5 minuti di lettura Le armi economiche sono da sempre parte dell’arsenale tattico americano, da...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">5 minuti di lettura</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le armi economiche sono da sempre parte dell’arsenale tattico americano, da quando cioè gli Stati Uniti si sono imposti non solo come guardiani dell’ordine globale, ma anche come possessori dell’unica moneta in grado di dettar legge nel mondo economico. Ciò fu dapprima possibile grazie al golden standard (1922), un sistema che consentiva la convertibilità del dollaro con l’oro, e poi, dal 1981, grazie a una politica monetaria molto stringente imposta da Regan e Volcker. Come scrive&nbsp;<strong>Luca Fantacci</strong>, su&nbsp;<strong><a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/fragile-il-potere-di-re-dollaro-33020">Ispi</a></strong>,&nbsp;<em>“l’attuale&nbsp;<strong>paradossale versione dell’egemonia monetaria</strong>, in cui la moneta chiave</em>&nbsp;(il dollaro)&nbsp;<em>è tanto più forte (in termini di diffusione globale) quanto più debole (in termini di competitività) è l’economia dell’emittente: in effetti, l’accumulazione di riserve in dollari in tutto il mondo è semplicemente il&nbsp;<strong>riflesso dei deficit di bilancia dei pagamenti americani</strong>”</em>. Questa peculiarità del biglietto verde per eccellenza, lo ha reso la moneta più utilizzata per gli scambi commerciali internazionali (dove occupa il 40% dei pagamenti tra Paesi) e come punto di riferimento sia per il mercato, sia per l’apprezzamento delle altre valute di&nbsp;<em>riserva</em>&nbsp;(come l’euro, la sterlina, lo Yen e i Renminbi). Non è quindi inusuale la presenza di ingenti quantità di dollari nella quota di valuta estera detenuta dagli Stati, come nel caso della Russia, né l’utilizzo della stessa come moneta per il rimborso delle cedole sui Bond. Sempre gli Stati Uniti, oltre alla moneta, hanno da sempre usato mezzi di pressione economica per destabilizzare economie di Paesi avversi, dal celebre embargo su Cuba agli 8,9 mld versati nel 2014 da Bnp Paribas, sanzionata dall’Ofac (Office of Foreing Assets Control), per aver fatto operazioni non consentite con Sudan, Iran e altri Paesi ritenuti ostili da parte di Washington. Di fatto esisteva una black list e un modus operandi a modi “bando” ben prima dell’attuale guerra in Ucraina, anche se questa volta ci sono almeno un paio di peculiarità degne di nota.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La guerra dei numeri</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">La prima è che la Russia rischia di finire in default non per incapienza o diniego nei confronti del contratto, ma perché non può materialmente adempiere al contratto, a differenza di quanto accaduto in Argentina e in Pakistan. Fino al 24 maggio, infatti, era in vigore una licenza, la&nbsp;<a href="https://www.milanofinanza.it/news/russia-domani-riunione-straordinaria-della-banca-centrale-rublo-forte-su-euro-e-dollaro-202205251202029436">9A</a>, che consentiva alla Russia di pagare i propri debiti in valuta esterna, ma il suo mancato rinnovo fissa oggi la data del default russo al 23-24 giugno, quando andranno in scadenza le prossime cedole. Se quindi il ministero delle finanze moscovita non dovesse riuscire a scoprire metodi alternativi per saldare i propri contratti esteri, ecco che scatterebbe l’avvio della procedura per il default, con altri 30 giorni di vita prima della definitiva messa al&nbsp;<em>bando</em>&nbsp;economico, sancito dall’attivazione dei Credit default swaps (già aumentati dell’85% su base settimanale).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, alla bancarotta russa mancherebbero quei presupposti di base che si verificarono col caso argentino. Il rublo, infatti, grazie ai continui flussi di denaro europeo (quasi un miliardo al giorno) e agli obblighi di conversione della valuta estera, aveva raggiunto il suo valore massimo degli ultimi 4 anni, per poi perdere terreno in questi giorni (a seguito del taglio degli interesse da parte della banca centrale russa,&nbsp;<a href="https://www.milanofinanza.it/news/russia-la-banca-centrale-taglia-i-tassi-dal-14-all-11-202205261102161541">oggi scesi dal 20% all’11%</a>). Un balzo, quello del rublo, talmente forte da imporre continue revisioni nei confronti della strategia manipolatoria adottata dalla banca centrale russa. D’altronde, nessuno vuole più i rubli e quindi l’aumento improvvido della domanda interna è un risultato del tutto artificiale, frutto dell’obbligo, per qualunque soggetto russo che tratti valuta estera, di convertirla immediatamente. Una mossa questa, che di recente ha subito un brusco dietrofront da parte della banca centrale russa stessa, che ha passato la quota di valuta da convertire in rubli dall’80% al 50%. La ragione di questa mossa è molto semplice,&nbsp;<strong>il rapporto tra import ed export ha creato un forte avanzo commerciale, la russa esporta materie prime ma non importa più quasi nulla; e tutto ciò non è un bene, soprattutto per un Paese che vive di esportazioni verso l’esterno, da qui la necessità di rallentare l’apprezzamento del rublo sull’euro e sul dollaro.</strong>&nbsp;Nei fatti però, al netto delle mosse e contromosse per compensare l’effetto delle sanzioni, l’economia russa non gode di buona salute. Il Pil, ad esempio, è già dato in caduta libera con una forchetta che oscilla tra un meno 8/10% (e solo per il 2022), mentre l’inflazione è scesa solo di qualche decimo di punto, dal 17,8 al 17,5%, restando comunque talmente alta da obbligare Putin stesso ad aumentare 10% le pensioni e il salario minimo; lasciando così intendere che l’aumento dei prezzi non calerà tanto velocemente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In breve, è vero, la caduta dell’economia russa è frutto delle sanzioni, le quali (nonostante il continuo approvvigionamento di soldi da parte dei Paesi dell’Ue) stanno colpendo duramente Mosca. Tuttavia, vi è dell’artificio sia nel venturo default tecnico, sia nelle mosse volte a scongiurare questo epilogo. Di fatto, Russia e Stati Uniti stanno partecipando e barando allo stesso gioco e con analoghi strumenti.&nbsp;<strong>Da una parte si sta sostenendo la moneta domestica, il rublo, con artifici di ogni sorta, da obblighi a conti correnti paralleli, mentre dall’altra parte si dichiara un default quando lo Stato debitore, in questo caso la Russia, sarebbe disposta a pagare quanto dovuto, ma semplicemente non può</strong>. Si arriva così alla seconda peculiarità di questo duello ambientato sullo scacchiere economico internazionale, ed è il rischio che a perdere siano entrambi i contendenti, anche se per ragioni differenti.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le conseguenze</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Non è necessario essere degli indovini per capire che il contraccolpo più pesante di questa guerra economica sarà assorbito dalla Russia, come testimonia il direttore del dipartimento di Ricerca e previsione della banca centrale russa stessa,&nbsp;<strong>Alexander Morozov</strong>, il cui intervento è stato riportato in versione integrale da&nbsp;<em>Il&nbsp;<strong>Foglio</strong></em>. Lo choc dal lato dell’offerta sarà, secondo&nbsp;<strong>Morozov</strong>, paragonabile a quello della recessione degli anni ’90, tranne per il fatto che serviranno più anni per riprendersi. E ciò è dovuto al fatto che i comparti ad alta innovazione tecnologica necessitano di componenti di provenienza estera, i quali sarà molto difficile, se non impossibile, sostituire, rallentando così efficienza e produttività. D’altronde, com’è stato anche per l’embargo su Cuba, il rischio è che la Russia debba regredire o nel caso migliore accontentarsi di standard tecnologici più bassi rispetto a quelli attuali e pre-invasione dell’Ucraina. Per&nbsp;<strong>Morozov</strong>, inoltre,&nbsp;<em>“si prevede che il declino della trasformazione tecnologica dell’economia russa continuerà in questa fase, con l’invecchiamento delle strutture materiali e tecniche e la loro sostituzione con prodotti sostitutivi meno produttivi”</em>. Nei fatti, i russi non torneranno a guidare le Lada, ma poco ci mancherà (almeno sul piano tecnologico). Sul piano internazionale, invece, il default peggiorerà ulteriormente la reputazione di Mosca, rendendo ancor più difficile l’accesso a capitali per finanziare il proprio debito. Certo, siano a quando la Russia potrà contare sui miliardi che i Paesi dell’Ue le inviano ogni giorno per gas e petrolio, l’accesso ad ulteriore credito potrebbe non servire, ma il sesto pacchetto di sanzioni potrebbe vedere la luce nelle prossime settimane rendendo imminente un cambio di strategia per il Cremlino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul versante europeo, invece, il default russo potrebbe avere delle conseguenze non trascurabili, anzi. In un articolo uscito su&nbsp;<strong><em>Domani</em></strong>, a firma di&nbsp;<strong>Vittorio da Rold</strong>, viene illustrato come il debito mondiale abbia ormai raggiunto livelli preoccupati, con un importo complessivo pari a 303 mila miliardi di dollari e di come un default russo potrebbe innescare un effetto panico sui mercati di tutto il mondo. Come riportato da Rold Gopinath (numero due del Fondo Monetario Internazionale) il quale afferma che l’eventuale default russo avrebbe conseguenze soprattutto in Europa e ha nominato l’Austria e l’Italia come le più esposte alla Russia dei paesi europei. Il ministro dell’Economia Franco ha però rassicurato sul fatto che l’Italia risulta esposta con la Russia solo per 8 mld di euro, ma il commento di Gopinath era riferito soprattutto all’alto debito del nostro Paese, il quale potrebbe subire più di altri le turbolenze di un mercato irrequieto. Occorre inoltre considerare che diversi istituti di credito italiano sono esposti ben di più rispetto ai valori dichiarati dal ministro Franco.&nbsp;<a href="https://finanza.lastampa.it/News/2022/03/10/russia-verso-il-default-lesposizione-dellitalia-e-i-possibili-scenari/OV8yMDIyLTAzLTEwX1RMQg"><strong><em>La Stampa</em></strong></a>, a marzo, riportava un’esposizione complessiva pari a 25 mld di euro di crediti elargiti dal settore bancario italiano verso la Russia e il 27 maggio,&nbsp;<a href="https://www.milanofinanza.it/news/la-russia-impone-restrizioni-ai-conti-italiani-in-intesa-sanpaolo-e-unicredit-202205271536028981"><strong><em>Milano Finanza</em></strong></a>, quantificava a 7,5 i mld concessi a Mosca dalla sola Unicredit.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oltre allo choc immediato sulla finanza russa e su quella europea, non è poi da escludersi che l’arma economica impiegata dagli Usa non possa nuocere anche al dollaro stesso. Sono in molti, infatti, a ritenere che dopo questa entrata a gamba tesa sulla solvibilità dei conti di un Paese straniero possa andarsi affermando un sistema non più dollaro-centrico, magari sostituito dai renminbi. Ad oggi è solo uno scenario ipotetico, ma la Cina si è già mossa nella creazione di un sistema di pagamento internazionale sganciato dallo SWIFT e lo Yuan digitale è già una realtà, a differenza delle valute Occidentali, senza considerare poi che una gran parte del mondo ha votato contro la risoluzione che condannava la Russia per l’invasione dell’Ucraina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Occidente è oggi in grado di vincere la guerra economica contro la Russia, ma non sarà a costo zero e potrebbe rivelarsi, soprattutto nel lungo periodo, un boomerang. D’altronde l’attuale domanda interna di combustibili fossili sta venendo rimpiazzata con fornitori dal pedigree non meno autocratico rispetto a quello russo e non è chiara quale sia la politica estera intrapresa dell’Europea…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di Claudio Dolci e Roberto Biondini</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/05/28/e-guerra-delle-valute-2/politica-monetaria-e-dintorni/">E’ guerra delle Valute</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>La mancanza di consapevolezza del mondo che verrà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 May 2022 08:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Disuguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica: il mondo che cambia]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[Banche centrali]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>lettura 5 minuti “Non è finita, finché non è finita.”&#160;Così diceva Yogi Berra, famoso giocatore...</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>lettura 5 minuti</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Non è finita, finché non è finita.”</em>&nbsp;Così diceva Yogi Berra, famoso giocatore di baseball statunitense, in merito alla necessità di&nbsp;<strong>non arrendersi mai fin tanto che anche una piccolissima possibilità di vittoria resta viva</strong>. Ed è a tale possibilità che oggi si stanno affidando milioni di cittadini ucraini, che da più di due mesi lottano per difendere il proprio territorio disumanamente e illegalmente invaso dalle forze russe. Ogni giorno le notizie che ci provengono dai territori di guerra ci raccontano di situazioni militari, civili e umanitarie tanto aberranti quanto distanti da quell’idea illuministica di pace tra i popoli e risoluzioni diplomatiche tra le nazioni su cui si è fondata l’Europa stessa.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Un mondo in guerra</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">D’altra parte, quello che non dobbiamo nasconderci è che&nbsp;<strong>l’attuale conflitto ucraino non è un’eccezione e probabilmente non sarà nemmeno l’ultima</strong>. Questo perché le guerre non hanno mai smesso di comparire, né sull’emisfero boreale, né su quello australe e dalla caduta del muro di Berlino in poi ci hanno accompagnato sino ad oggi: dalle due guerre del golfo, a quella contro il terrorismo combattuta in Afghanistan e in Iraq, a cui sono poi seguite quella in Siria e in Libia. Nel loro insieme tutte queste guerre formano una collana di perle nere gemmate dall’assenza di timore per le conseguenze, perché lontane da noi, e con l’interesse, spesso occidentale, di parteciparvi nel bene e nel male.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ed è probabilmente per via della sua prossimità ai confini europei che l’attuale conflitto in Ucraina ha scosso così profondamente le opinioni pubbliche europee</strong>, smuovendone le radici. Certo, in passato v’era stata anche la guerra in Kosovo, anch’essa nel perimetro dell’Ue, ma non c’erano sul tavolo né l’ipotesi di un conflitto nucleare, né la possibilità di assistere in diretta allo scontro, così come hanno reso possibile le nuove tecnologie, e non vi era neppure una sfida così diretta all’intero impianto valoriale e ideologico su cui si basa lo stile di vita Occidentale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sin da subito, infatti, la guerra in Ucraina è stata raccontata come uno scontro tra visioni del mondo: “noi contro loro”,&nbsp;<strong>l’Occidente, guidato dall’arsenale della democrazia, che si oppone a un Oriente autocratico composto da Russia e Cina</strong>. Una narrazione convincente, ma non sempre corroborata dai fatti, i quali mostrano invece abusi e crimini commessi anche in regimi democratici. D’altronde, la guerra è sempre una cosa sporca, sia che la portino avanti i paladini della democrazia illuminista, sia che a guidarla sia una dittatura. A prescindere dagli schieramenti, ciò che lascia un conflitto sono macerie e vite spezzate in virtù di ragioni geopolitiche e tattiche militari che rendono impossibile l’individuazione di un “uomo” o una società senza peccato. Se quindi&nbsp;<strong>è indubbia l’adesione a uno schieramento, pro o contro un sistema valoriale e ideologico a cui fa capo la società stessa, ed in questo caso a favore dell’Ucraina</strong>, un Paese invaso e sull’orlo dell’abisso, contro un’autocrazia che si colloca in uno spazio assolutista, guidata da un uomo che si pone al di sopra della Storia, resta pur sempre aperto il tema delle implicazioni di questa scelta di campo.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Lo scenario economico</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Da un punto di vista strettamente economico è ormai certa la frenata economica a cui stiamo andando incontro, che si tratti della sola recessione, o della stagflazione, sarà giusto il tempo a dirlo, ma lo scenario non è roseo.&nbsp;<strong>L’Unione Europea esce dalla crisi pandemica peggiore che la storia recente ricordi e probabilmente anche dalla crisi economica peggiore dalla sua fondazione</strong>,&nbsp;<strong>nel 1957</strong>. Il 2020 è stato un anno nero, controbilanciato con efficacia dal 2021, grazie soprattutto alla vaccinazione e al fronte comune di stimolo fiscale varato dai 27. Tant’è che l’iniziale spauracchio dovuto al rincaro dell’inflazione, insorto in coda al 2021 a seguito della carenza di materie prime (i famigerati colli di bottiglia), fu ben presto etichettato come una circostanza limitata nel tempo e dovuta all’eccezionale ripresa della domanda di beni. E per questo, nei fatti, rinomati studiosi se non proprio la BCE stessa intimavano prudenza e contenimento del panico circa l’ascesa dell’<strong>inflazione</strong>, sicuri della sua transitorietà ed incapacità di influenzare la struttura macroeconomica della zona euro in maniera profonda e duratura. Infatti, prima dello scoppio della guerra, la fiducia generale stava crescendo e l’occupazione riprendeva, incoraggiando una visione ottimista del prossimo futuro. Ma poi il 24 febbraio tutto è cambiato, anzi, il mondo è cambiato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immediatamente l’Occidente si è schierato contro la Russia, colpevole di aver minato l’indipendenza di uno stato sovrano. Le dichiarazioni, da parte dei vari capi di stato occidentali, a supporto dell’Ucraina si sono fatte via via più affollate e dalle parole,&nbsp;<strong>la UE e gli Stati membri, sono passati quindi ai fatti con l’approvazione di sanzioni commerciali mai viste prime, accompagnate dall’invio di armi per sostenere la resistenza</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad oggi l’Ue ha varato ben&nbsp;<strong>5 pacchetti di sanzioni</strong>, ognuno di portata maggiore rispetto al precedente, ma giunti al sesto (che prevede, sulla carta, uno stop all’importazione di&nbsp;<strong>petrolio russo</strong>) la macchina europea si è inceppata sul diritto di veto e sulle necessità (geopolitiche, poiché sia geografiche che strategiche) a cui sono soggetti alcuni dei Paesi del patto di Varsavia. Di fatto, i cinque pacchetti già varati coinvolgono svariati ambiti: dal divieto, a partire da agosto 2022, di acquistare, importare o trasferire nell’Ue carbone e altri combustibili fossili solidi (investendo così il comparto energetico), al divieto di esportazione di altri beni, come i prodotti del lusso (ma non solo), e il sequestro di quelli privati (come gli yacht degli oligarchi). Ma dal punto di vista strategico ed economico, le sanzioni più pesanti hanno riguardato l’accesso ai porti dell’Ue per le navi registrate sotto la bandiera della Russia e il fermo del settore finanziario russo.&nbsp;<strong>L’Occidente ha costretto l’autocrazia russa all’autarchia</strong>, fatta eccezione per il rapporto che Mosca intrattiene con la Cina e con tutti quei Paesi che non hanno varato la risoluzione dell’Onu che condannava l’invasione ai danni dell’Ucraina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&nbsp;<strong>da un punto di vista etico, non c’è dubbio che queste sanzioni abbiano una natura ammirevole e condivisibile. Tuttavia, ognuno di questi pacchetti ha portato con sé degli effetti economici.</strong>&nbsp;Effetti che non solo sono molto più lenti ad apparire ma, proprio per la loro lentezza nel mostrarsi, sono ancora poco considerati tra i governi europei. Ma ad ogni azione corrisponde sempre una reazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qualche segnale si è già palesato nella vita quotidiana. Ad esempio,&nbsp;<strong>da transitoria l’inflazione sembra destinata a radicarsi per almeno 2 anni e forse più</strong>. Il gas e la benzina, il pane e la pasta, il costo dei mutui e dei prestiti, solo per citarne alcuni, stanno salendo vertiginosamente ed aggredendo una base economica ancora fragile e convalescente dal post pandemia. La differenza sostanziale rispetto a quest’ultima, infatti, è che i prezzi erano fermi e quindi i tassi d’interesse generali rimanevano bassi e stabili, oggi invece i prezzi schizzano e&nbsp;<strong>le banche centrali non possono fare altro che rendere il denaro più oneroso per cercare di stabilizzarli. Ed è quello che ha fatto la Fed pochi giorni fa, senza tra l’altro riuscire a frenare un’inflazione all’8,3%</strong>. Ma un denaro più oneroso significa anche un aumento del costo per i debiti e per i finanziamenti, col rischio di innescare una paralisi creditizia. Blocco che si aggiungerebbe a quello, anch’esso potenziale, del settore manifatturiero, suscettibile al costo delle utenze del gas, della luce e del petrolio. In breve, una situazione piuttosto pericolosa per il futuro. È chiaro che le boccate d’aria date dai bonus sono sì necessarie, ma non sufficienti e presto bisognerà trovare nuovi mercati (e l’Italia qualcosa sta già facendo con accordi in Africa) per sopperire alla domanda di materie prime: ma il prospetto per il futuro non pare certo rose e fiori. Si sta comunque limitando “un’industria” con dei colpi protezionistici non da poco (per buona pace dei sovranisti).<strong>&nbsp;Si stima che milioni di persone nel mondo soffriranno la fame per questa guerra</strong>&nbsp;(!). E l’impatto sociale dovuto alla crisi economica si manifesterà anche a causa della crisi migratoria impellente, se la guerra non finirà nei prossimi mesi e nulla lascia presagire un esito differente.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un dibattito a senso unico</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Dal punto di vista morale questa guerra ha già prodotto più di un illustre vittima. Sin dall’inizio, come fu profetizzato da&nbsp;<strong>Monti</strong>&nbsp;stesso, i principali organi di stampa hanno preso partito&nbsp;<em>senza sé e senza ma</em>, conducendo uno scontro ben più acceso di quello tra no-vax e pro-vax. La logica di fondo suona più o meno così: c’è un aggressore e un aggredito, e&nbsp;<a href="https://www.la7.it/piazzapulita/video/i-filosofi-e-il-cretino-il-racconto-di-stefano-massini-05-05-2022-437063">persino un&nbsp;<em>cretino</em>&nbsp;capirebbe</a>&nbsp;da che parte stare, perché è ovvio. Ed in parte forse è anche così, peccato che vi sia altro di cui tener conto. Come ha ben argomentato&nbsp;<strong>Francesco Fronterotta</strong>&nbsp;sul&nbsp;<strong><em>Riformista</em></strong>, la storia (come materia di studio) esiste per capire le cause di qualcosa, così come il dibattito ci aiuta a ragionare sulle parti coinvolte in un evento. Invece, ciò che accade, è che si sovrappongano due parole con significati diversi, come sono&nbsp;<em>spiegare</em>&nbsp;e&nbsp;<em>giustificare</em>, che in questa vicenda vengono usate alla stregua di sinonimi, com’è stato negli anni per favola e fiaba. Quest’ultima è priva di morale, mentre la prima deve alla morale stessa la sua genesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E purtroppo, operare dei distinguo non ha salvato dalle liste di proscrizione insigni intellettuali e studiosi, da Luciano Canfora a Lucio Caracciolo. Il primo accusato a vario titolo di essere un comunista filoputinista, una sorta di ossimoro vivente, mentre il direttore di Limes, nota rivista di geopolitica, ha osato sostenere che quella attuale sia una&nbsp;<em>guerra per procura</em>. Ed in quest’ultimo caso è interessante notare come l’onta per aver sollevato un simile dubbio non abbia scalfito&nbsp;<strong>Dario Fabbri</strong>, che dagli studi di&nbsp;<strong><em>La7</em></strong>&nbsp;conduce&nbsp;<strong>Mentana</strong>&nbsp;e il suo pubblico nel mondo geopolitico e che sul primo numero di&nbsp;<strong><em>Domino</em></strong>&nbsp;ha scritto:&nbsp;<em>“Di nuovo alla testa di un compatto fronte occidentale, in Ucraina gli Stati Uniti stanno stravincendo la guerra per procura”</em>. Sarà anche Fabbri al soldo di Mosca? Già, perché la ricerca di chi cerca di spiegare ha condotto il Copasir a investigare sugli ospiti dei Talk Show, sempre che la Rai non li cancelli prima, risolvendo così il problema alla radice. Non che sulle altre reti il dibattito sia più pacato e le ipotesi di cura più sobrie, anzi, come ben dimostra lo scambio tra&nbsp;<a href="https://www.la7.it/otto-e-mezzo/video/un-errore-far-entrare-alcuni-paesi-nellunione-europea-il-dibattito-tra-scurati-e-feltri-09-05-2022-437547">Scurati e Feltri</a>, ormai dialogare pubblicamente in modo pacato della guerra in Ucraina è pressoché impossibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, cercare di capire, darsi un metodo per indagare i fenomeni del mondo rappresenterebbe il fondamento dell’illuminismo e ciò che l’ha distinto dalla fede e dalle altre forme di credenze dogmatiche. Perché ora non è più così? Forse perché di fatto, ci piaccia o meno, l’Ue è in guerra così come lo sono gli Stati Uniti e quindi, una volta operata la scelta di campo, diventa impossibile leggere il conflitto da una diversa angolatura, poiché vi si è coinvolti mente e corpo. E quando viene meno la distinzione tra il soggetto e l’oggetto di studio, cessa di conseguenza ogni analisi metodica; d’altronde, in guerra la comunicazione è questa, nulla di cui stupirsi. Salvo per il fatto che una vera voce unica, almeno in Europa, non è ancora pervenuta, anzi, regna ancora il caos e le posizioni di mediazione, seppur vi sia una guerra e sia stata presa una posizione netta. Se vi è quindi una convergenza su chi condannare per la guerra, come potrebbe fare da sé qualunque cretino, restano molti dubbi sulle strategie e gli obiettivi da perseguire, nonché sulle modalità d’azione dell’Ue: anche se di questi temi e sul ruolo di storici e studiosi di geopolitica, è meglio non parlare, almeno ad alta voce e in pubblico. Beata democrazia.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>In breve</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Di conseguenza, siamo davvero consapevoli di che cosa implicano le scelte circa questo conflitto e di come ci stiano modificando? È fantastico difendere i principi di libertà e democrazie, ma saremo pronti e maturi a patire anche lacrime e sangue, quando verrà il momento? Siamo consapevoli che è ancora possibile che nonostante tutto la Russia vinca il conflitto, e che cosa succederà alle sanzioni? Resteranno? E come faremo a riaprirci al diverso in un clima da caccia alle streghe com’è quello attuale? A questi interrogativi dovremo saper rispondere molto presto, perché avere la botte piena e la moglie ubriaca non sarà di certo possibile e c’è pure il rischio che alla fine non riusciremo neppure ad ottenere nessuna delle due.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Roberto Biondini e Claudio Dolci</p>
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		<title>Le banche centrali sono davvero indipendenti dalla politica?</title>
		<link>https://ilcaffekeynesiano.it/2022/03/24/le-banche-centrali-sono-davvero-indipendenti-dalla-politica/politica-monetaria-e-dintorni/banche-centrali/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Mar 2022 15:17:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Banche centrali]]></category>
		<category><![CDATA[Macroeconomia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fed, Bce e Banca Centrale Russa a confronto: come stanno reagendo agli shock esogeni del...</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Fed, Bce e Banca Centrale Russa a confronto: come stanno reagendo agli shock esogeni del momento</h2>



<p class="wp-block-paragraph">5 min di lettura</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2004 il linguista statunitense <strong>George Lakoff</strong>, per anni docente all’Università di Berkeley, scrisse un saggio dal titolo <em>“Don’t think of an elephant”</em> svelando al grande pubblico ciò che per anni i cognitivisti hanno sostenuto con le loro ricerche, ovvero che <strong>le parole strutturano il nostro pensiero, i problemi che affrontiamo e le soluzioni a nostra disposizione</strong>. A prima vista potrebbe sembrare una scoperta di poco conto, ma le sue implicazioni possono aiutarci a comprendere l’attuale fenomeno inflazionistico e soprattutto il <em>frame</em> decisionale nel quale si stanno muovendo tre grandi banche centrali: quella americana, quella russa e infine quella europea.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Al post pandemia e i suoi colli di bottiglia si aggiunge ora il conflitto russo-ucraino</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Ad oggi <strong>ogni istituzione centrale è costretta a dover fronteggiare più fonti di destabilizzazione</strong> (o <em>stressor</em>) <strong>di natura esogena</strong>, come ad esempio la crisi innescata dalla pandemia, che ha dapprima immobilizzato il motore della globalizzazione, facendo crollare la domanda (con i lockdown), per poi ridimensionare l’offerta (attraverso i famosi <a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2021/11/14/laumento-dei-prezzi-travolge-la-societa-del-just-in-time/">colli di bottiglia</a>) e infine ha paralizzato le strategie di spesa dei singoli governi e di conseguenza l’azione delle banche centrali. Le quali, dal canto loro, erano già impegnate nel consolidare la ripresa successiva alla Grande Recessione e l’emergenza climatica; che da Parigi in poi, ha subito diverse battute d’arresto, sfociando nell’impegno mondiale di Glasgow e nella rimodulazione dei fondi del Next Generation EU per una transizione energetica. Occorre infatti ricordare che l’aumento dei prezzi delle materie prime, soprattutto quelle legate a fonti energetiche meno inquinanti (si fa per dire), come il gas, è stata innescata anche da una crescente domanda, la quale ha coinvolto non soltanto l’Occidente, ma anche la fabbrica del mondo, ovvero la Cina. A tali variabili (pressoché tutte esogene) si è ora aggiunta <strong>la crisi geopolitica</strong> (ennesima influenza esterna), che trova indubbiamente nel conflitto tra Russia e Ucraina il suo sintomo più manifesto, ma che in realtà era già ben presente da tempo. Un esempio? La guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti, la corsa alle terre rare in Africa (con la conseguente lottizzazione neo-imperialista di quel continente) ed ovviamente il conflitto Cina-Taiwan-Usa e quello in corso in Medio Oriente per rallentare l’ascesa dell’Iran in qualità di potenza nucleare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ognuna di queste variabili ha accresciuto l’impatto economico di quelle che l’hanno preceduta modificando l’agenda dei governi e delle banche centrali più e più volte, sino a determinare l’attuale situazione, nella quale <strong>è difficile abbandonare la strategia in corso per abbracciare quella più utile alla situazione corrente.</strong> E qui subentra il primo problema. Le banche centrali, infatti, e così dovrebbero fare anche i dicasteri preposti alla gestione economica, non ragionano in termini di emergenze (o come in questo caso, di <a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2022/03/15/leterno-ritorno-del-cigno-nero/">Cigni neri</a>), ma svolgono perlopiù un’attività di pianificazione affinché la crescita prosegua e con essa l’occupazione, il benessere e gli investimenti: tutto in linea cone le aspettative degli attori del mercato. Certo, oltre a questo le banche centrali assolvono anche la funzione di reset dell’economia nei confronti dei grandi stravolgimenti esogeni, ma c’è un limite oltre il quale la bussola che orienta le decisioni dei banchieri centrali non indica più il nord, né il sud, e l’unica cosa che pare sensata fare è navigare a vista, ed ogni comandante lo fa a suo modo, così come sta accadendo ora.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’america dell’austerity: come ne uscì e che cosa ci insegna oggi</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Ad esempio, nel 1980 l’economia americana dovette affrontare un’inflazione a doppia cifra, pari al 14,2% (contro i 7,6% attuali) e l’allora governatore, <strong>Adolph Volcker Jr</strong>, sotto l’amministrazione <strong>Carter</strong>, trovò il modo di stabilizzarla adottando strategie da <em>guerriglia mista</em>, in parte previste dagli strumenti convenzionali e in parte così forti da imporre una destabilizzazione nella mente degli operatori del mercato (come fece Draghi col bazooka del Quantitative easing). Di fatto Volcker fece ciò che è necessario per spegnere un incendio in un pozzo di petrolio, usare la dinamite e bruciare così l’ossigeno necessario alle fiamme per alimentarsi. Una mossa apparentemente controintuitiva, ma necessaria a modificare radicalmente le aspettative. Così, nel 1981 i tassi sui titoli del tesoro raggiunsero il <strong>22,4%</strong>, quindi 13 punti in più rispetto al ’79, e il messaggio di Volcker fu, come riportato da <strong>Franco Bruni</strong> su <strong><em>Domani</em></strong>, <em>“la gente doveva capire e credere solo che la politica monetaria avrebbe piegato l’inflazione, indipendentemente dal rialzo dai tassi che la contrazione della liquidità avrebbe causato”</em>. Tradotto, <strong>la Fed avrebbe fatto tutto il possibile e persino l’impensabile per modificare le aspettative dei mercati</strong>, gettando un candelotto di dinamite là dove era scoppiato l’incendio. Magari un piano folle, ma funzionò. Oggi, invece, Powell sta sì aumentando i tassi, ma attraverso un intervento più cauto rispetto a quello adottato da Volcker, il cui esito è ancora tutto da verificare.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La banca centrale russa alla prova della guerra</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Chi invece sta seguendo la strategia dell’ex-banchiere della Fed Volcker, è <strong>Elvira Nabiullina</strong>, che per salvare l’economia russa e il rublo dal default ha dapprima alzato i <strong>tassi del 20%</strong> e poi giocato per anni a una politica che per i governi italiani è pura fantascienza: <strong>ridurre il debito</strong>. Con un economia che si regge quasi unicamente sulle materie prime, quindi improntata all’export, Nabiullina ha fatto di tutto per mantenere in ordine i conti che <strong>Putin</strong> ereditò dal disastro compiuto da<strong> El’cin</strong>, bilanciando le spese e le manovre espansive in modo da ottenere una crescita <em>modesta</em> dell’economia, invece di premere sull’acceleratore a suon di debito (come invece ha fatto l’Italia per quasi trent’anni). In questo modo il rublo è stato lasciato libero di fluttuare, com’è tuttora, basando le spese sull’ingente ingresso di valuta estera, utili sia a stabilizzare i conti pubblici, sia ad acquistare prodotti d’importazione. La banca centrale russa (CBR, Central Bank of Russia) ha evitato di creare debito persino di fronte alla sciagura pandemica, continuando verso la via dell’austerità, conscia del fatto che il mondo avrebbe sempre avuto bisogno di gas e petrolio, pagato a suon di dollari ed euro. Ed anche oggi, nonostante sia evidente la spinta imperialista di Putin, che nulla ha a che vedere con la politica monetaria adottata dalla banca centrale russa negli ultimi 9 anni, il rublo sta, seppur faticosamente reggendo, anche se con molte incognite. La borsa russa è solo parzialmente riaperta (dopo la chiusura all’indomani della guerra), le riserve in valuta estera sono ancora perlopiù bloccate (eccezion fatta per i capitali in ingresso e l’oro) e l’inflazione a febbraio ha <a href="https://www.cbr.ru/eng/">toccato il 9,2%</a> ed è probabile, vista la corsa ad accaparrarsi i generi d’importazione, che sia destinata a crescere. Tuttavia, la strategia adottata da Nabiullina ha retto l’impatto e il rublo, come riporta <strong>Fubini</strong> sul <strong><em>Corriere</em></strong>, <strong>ha subito perso un 42%, all’indomani dell’invasione in Ucraina, per poi <a href="https://www.corriere.it/economia/aziende/22_marzo_22/rete-bucata-sanzioni-cosi-rublo-tornato-salire-a717f100-aa25-11ec-a7d6-08630d5b986a.shtml">riacquisire il 32% del proprio valore</a></strong>; ed inoltre, l’attuale mossa di Putin, che obbliga ad acquistare <a href="https://www.la7.it/la7retweet/lannuncio-di-putin-accetteremo-solo-pagamenti-in-rubli-per-il-gas-23-03-2022-430489">le materie prime in rubli</a>, potrebbe stemperare ancor di più quelle sanzioni che volevano affossare l’economia russa. In questo caso si tratta di riscrivere contratti già siglati e i Paesi europei più dipendenti dal gas e petrolio russo hanno già fatto sapere che non intendono accettare le nuove condizioni, ma <strong>il solo fatto di aver annunciato </strong>(perché è di questo che si tratta) <strong>un cambio della valuta ha fatto <a href="https://www.milanofinanza.it/news/putin-per-il-gas-russo-solo-pagamenti-in-rubli-202203231803251112">risalire il rublo di un +6%</a>.</strong></p>



<h4 class="wp-block-heading">La bce e il controllo dell’inflazione dopo anni di politica espansiva</h4>



<p class="wp-block-paragraph">E la Bce invece? In Europa regna ancora una strategia attendista. Ma come mai si è scelto di tergiversare? Una prima risposta la fornisce<strong> Giorgio Arfaras</strong> sul <em><strong>Il</strong> <strong>Foglio</strong></em>, ricordando come <em>“se la maggior inflazione fosse frutto degli andamenti dell’offerta (i prezzi delle materie prime che salgono e dei colli di bottiglia nel campo della tecnologia e dei trasporti) allora un rialzo dei tassi servirebbe a poco, anzi rischierebbe di frenare la ripresa che stava prendendo forza dopo la pandemia. Se per il timore di sbagliare, perché l’inflazione è da offerta e non da domanda, le banche centrali non facessero nulla, o molto poco, e quindi l’inflazione si mantenesse elevata nel tempo, si potrebbe avere lo stesso un forte impatto negativo sulla crescita, nel caso comparisse, come negli anni Settanta, la ricorsa fra prezzi e salari”</em>. Arfaras invita quindi tutti a non confondere le mele con le pere, ovvero ad evitare analogie tra le risposte della Fed e la Bce. In breve, <strong>è possibile che l’inflazione a stelle e strisce sia trainata perlopiù dalla crescita della domanda</strong> (che è un bene, perché segno di un boom post-pandemico), <strong>mentre quella europea sia ancora sospinta dalle carenze del lato dell’offerta </strong>(e questo è un male). Come ha ricordato <a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2021/11/25/news/la-buona-la-brutta-la-cattiva-l-inflazione-secondo-fabio-panetta-3402932/">Fabio Panetta</a>, membro del consiglio direttivo della Bce, si differenzia<strong>no tre tipologie d’inflazione</strong>, quella <em>cattiva</em> – frutto di uno schock dell’offerta, come nel caso dei colli di bottiglia –, quella <em>buona</em> – dettata da un aumento della domanda, dell’occupazione e della produzione –, ed infine quella <em>brutta</em> – che quindi persiste nel tempo –, ed <strong>in Europa ora c’è quella cattiva</strong>. Che fare dunque?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una prima risposta potrebbe essere quella di allinearsi alla politica della Fed, alzando quindi i tassi, ma così facendo c’è il serio rischio di compromettere la crescita non ancora consolidata; occorrerebbe perciò proseguire con una politica fiscale espansiva, come suggerito dall’economista <strong>Paolo Trezzi</strong>, così da attenuare gli effetti negativi per famiglie e imprese (quindi altro debito comune). Tuttavia, per fare ciò diventa necessario un accordo tra i 27 e questo al momento non c’è. <strong>L’Ue sta proseguendo l’ormai collaudatissima strategia di frammentazione</strong> che riguarda già sia la difesa (dove si stanno sperperando risorse in barba a qualsiasi economia di scala e di raggio d’azione), sia il fronte energetico, dove non si è ancora trovato un accordo (anche perché gli aumenti stanno colpendo principalmente Italia, Germania e quasi tutti i Paesi di Visegrad). Senza considerare poi che sul famoso fiscal compact aleggiano ancora le nubi dell’incertezza, mentre sul Pepp (il piano d’acquisto europeo) il dado è ormai tratto, <a href="https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_22.03.2022_15.30_40810408">terminerà a fine mese</a>. Ed è in questo mare di contraddizioni e non azioni che si consuma il dramma della Bce, perché sottostima i rischi, tra cui quello di una possibile <strong>stagflazione</strong>, e non rende chiare le sue decisioni ai mercati e forse anche a sé stessa: e questo è un errore che una banca centrale non può permettersi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Russia, ad esempio, è la politica a guidare le decisioni della banca centrale, mentre negli States, salvo rare eccezioni (com’è accaduto durante la Grande Recessione) è l’indipendenza a guidare la Fed, anche perché il dollaro funge da moneta di riferimento per il sistema economico. In Europa, invece, esiste una moneta unica, ma non c’è un istituzione bancaria né davvero indipendente dalla politica (stile Fed), né succube di quest’ultima (com’è in Russia) e i dati a favore di questa tesi sono due. Il primo riguarda l’attuale Presidente del Consiglio italiano, <strong>Mario Draghi</strong>, più volte accusato dai falchi dei Paesi frugali di avvantaggiare gli interessi del Bel Paese, ed oggi alla sua guida. <strong>Un caso, quello di Draghi, che rischia di ripetersi con Lagarde</strong>, visto le indiscrezioni riportate da <a href="https://www.repubblica.it/economia/2022/03/21/news/macron_chiama_lagarde_al_governo_lipotesi_che_agita_i_vertici_ue-342317397/"><strong><em>La Repubblica</em></strong></a> circa un possibile ingresso dell’attuale numero uno della Bce nel venturo governo Macron, in qualità di Primo ministro. Se ciò dovesse verificarsi, si tratterebbe dell’ennesimo caso di <strong>revolving doors inopportuno</strong>, nonché smaccato nei confronti di ruoli e carriere che dovrebbero restare scissi. Tuttavia, la Bce non è neppure succube della volontà politica com’è la CBR in Russia, dove Nabiullina non ha neppure potuto dare le proprie dimissioni. Si assiste quindi a una sorta di vuoto decisionale in seno alla<strong> Bce, la quale rincorre l’agire di chi ha più potere decisionale (ed economico) nella zona Ue, senza imporsi davvero come un’entità super partes</strong>. Ed è per questo che oggi Lagarde appare come bloccata in uno stallo strategico, che grazie a Lakoff e la sua intuizione acquista un senso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sia la Fed, sia la CBR, infatti, si muovono nel tentativo di creare aspettative, di far coincidere i loro pensieri con quelli degli investitori, affinché siano quest’ultimi, con le loro azioni, a realizzare vere e proprie profezie che si autoavverano. D’altronde, se gli investitori credono che l’inflazione sia transitoria essa lo diverrà, ed è così per tutto ciò che le banche centrali riescono a generare con le loro dichiarazioni e la credibilità di cui dispongono. L’economista <strong>Tommaso Monacelli</strong> ha ricordato, in un articolo su <strong><em>il Foglio</em></strong>, come <em><strong>“non esistono un’inflazione transitoria e una permanente, l’inflazione è unica e può diventare transitoria in base alle scelte di politica monetaria che orientano le scelte di consumatori e investitori”</strong>.</em> Ed è questa la cornice decisionale nella quale si muovono da sempre i banchieri e i mercati, ma soprattutto le varie teorie macroeconomiche: <strong>tutto ruota attorno alle aspettative, un concetto che in Europa non sembra aver presa</strong>. La Bce, infatti, è priva di una voce univoca e forte e per questo la sua capacità di creare delle aspettative credibili è debole e spesso contradditoria. Il problema, come ha sottolineato Tommaso Monacelli, è che la politica monetaria “è un misto tra scienza ed arte” ed forse il caso che Lagarde rifletta su ciò, perché con le sue parole, e l’assenza di una strategia di medio periodo, rischia di affossare l’intera zona Ue e non più solo le cicale del Sud: perché <strong>in ambito macroeconomico le parole hanno il potere di modificare la realtà più di quanto possa fare l’oro contenuto in un caveau</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/03/24/le-banche-centrali-sono-davvero-indipendenti-dalla-politica/politica-monetaria-e-dintorni/banche-centrali/">Le banche centrali sono davvero indipendenti dalla politica?</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>Del doman non c’è certezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Dec 2021 05:09:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Banche centrali]]></category>
		<category><![CDATA[FED]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Del doman non c’è certezza”: così cantava De Medici, nel ‘400, per sublimare la giovinezza...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2021/12/18/del-doman-non-ce-certezza/politica-monetaria-e-dintorni/banche-centrali/">Del doman non c’è certezza</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>“Del doman non c’è certezza”</em>: così cantava De Medici, nel ‘400, per sublimare la giovinezza e i suoi frutti. E chissà se il politico fiorentino avrebbe utilizzato una simile <em>canzona</em> anche per descrivere i tempi odierni, ove tutto appare incerto. Sicuramente, anche se in modo improprio, è alle sue parole che stanno pensando i vertici delle istituzioni di politica monetaria mondiale, i quali, canticchiandole nelle proprie menti, scrutano i dati alla ricerca di qualche indizio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’altronde, nell’articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2021/11/14/laumento-dei-prezzi-travolge-la-societa-del-just-in-time/"><em>l’aumento dei prezzi travolge la società del just in time</em></a> avevamo già affrontato la tematica dell’ascesa dei prezzi, soffermandoci sui beni energetici, i fattori legati alla pandemia, quelli dell’innovazione green ed infine sugli scontri geo-politici in atto un po’ ovunque. E già in quell’analisi era emersa tutta la complessità nel comprendere la ragione effettiva della crescita dell’inflazione nell’ultimo periodo, tant’è che, a quanto sembra dalle ultime dichiarazioni istituzionali,<strong> tutti faticano a predire per quanto tempo questa perdita di potere d’acquisto ci farà compagnia.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E’ in questa ottica si muovono le maggiori banche centrali (FED e BCE in testa), le quali, qualche giorno fa, hanno parlato alla stampa a seguito della consueta riunione dei vertici sulle possibili strategie da utilizzare nei prossimi mesi per mantenere valido il loro obiettivo di controllo dei prezzi e di piena occupazione (quest’ultimo valido solo per l’ente americano).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Partendo proprio da quest’ultimo, il governatore <strong>Powell sostiene che l’attuale dinamica di aumento dei prezzi non possa essere più considerata una fiammata temporanea</strong>, o quanto meno, i dati odierni dimostrano che l’attuale impennata sia molto alta e che possa durare di più del previsto: una sorta di fuoco, circoscritto, ma ancora ben vivo. Come riporta <a href="https://www.repubblica.it/economia/2021/12/10/news/le_borse_di_oggi_10_dicembre_2021_mercati_deboli_in_attesa_dell_inflazione_usa_e_delle_mosse_fed-329629865/#:~:text=L%27inflazione%20Usa%20al%206,8%25%2C%20record%20dal%201982."><em>la Repubblica</em></a>: “<em>I&nbsp;prezzi al consumo negli Stati Uniti&nbsp;sono saliti del 6,8% annuo a novembre: dato in linea con le aspettative degli analisti, ma che nulla toglie al fatto che sia il maggior aumento dal 1982 e una spinta ulteriore dopo il +6,2% di ottobre.” </em>E in rialzo ci sono anche le aspettative future dell’inflazione, come riporta <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/fed-accelera-tapering-tassi-fermi-fino-piena-occupazione-AEYR032"><em>ilSole24Ore</em></a>: “<em>2,6% nel 2022, dal 2,2% indicato a settembre, ma 2,3% nel 2023, dal 2,2% a settembre e 2,1% nel 2023.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se poi si sommano questi dati alla considerazione di Powell, si può comprendere come questo aumento dei prezzi non sia più ormai legato esclusivamente al mercato dell’energia, ma stia letteralmente contagiando un paniere di beni ben più ampio: dai prezzi delle auto (+31,4% annuale per i veicoli usati), ad esempio, agli affitti (+3%) e al mobilio (+6%); inoltre, i sondaggi sul tema hanno evidenziato i danni che questi incrementi comporteranno soprattutto per le piccole e medie aziende.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed in tal senso, se questo aumento tendenziale risultasse sostenuto nel tempo, allora le azioni della FED di ridurre gli stimoli monetari nel mercato sarebbero più che giuste. Washington è pronto a ridurre gli acquisti di titoli di Stato, da gennaio, di 20 miliardi di dollari al mese (un ritmo di acquisto doppio rispetto a quello deciso a inizio novembre) raggiungendo quota zero a marzo. Una riduzione che comunque Powell definisce <em>graduale</em>, mantenendo i tassi d’interesse bassi, allo 0-0,25% fino a quando il tasso di disoccupazione non tornerà a livelli coerenti con la definizione – non esplicitata però in un obiettivo – di massima occupazione. Ma che probabilmente, si normalizzeranno in tre anni. <strong>Di fatto la Fed sta attuando manovre di contenimento dell’inflazione e allo stesso tempo sta avvertendo i mercati che tassi così bassi non dureranno a lungo, anzi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa succede invece in casa BCE? <em>Flessibilità</em> ed <em>opzionalità</em> sono queste le due parole più utilizzate. Infatti, <strong>da questa parte dell’atlantico si continua a pensare che l’inflazione (più bassa rispetto ai cugini americani) resti un fenomeno tutto sommato temporaneo</strong>. Ed effettivamente la UE negli ultimi anni è stata terra di bassa inflazione costante, lontana dall’obiettivo dell’2% voluto e dovuto per statuto da Francoforte, il che avvalla l’azione di cautela della banca centrale europea. Inoltre, la fiammata inflazionistica odierna è sì alta, ma non esorbitante: tant’è che le ultime proiezioni sull’inflazione, per quanto più elevate rispetto a settembre, prevedono un +2,6% medio nel 2021, un +3,2% nel 2022 (in gran parte legato ancora ai rincari sui prezzi dell’energia) e un 1.8% – «che non è il 2%», ha detto Lagarde – nel 2023 e 2024. E su questi dati si poggiano sia le dichiarazioni di Lagarde stessa, sia le scelte concrete effettuate in campo monetario: infatti, se da un lato il PEPP si concluderà a marzo 2022, dall’altro la Bce ha però esteso il piano di reinvestimenti, il quale durerà fino alla fine del 2024 (e non più alla fine del 2023). Il piano di reinvestimenti, inoltre, resterà flessibile rispetto ai criteri del Quantitave Easing classico, al punto da comprendere anche i titoli della Grecia (i quali però, al momento non avrebbero ancora raggiunto i requisiti per rientravi), il tutto per evitare che l’economia ellenica sia danneggiata durante la ripresa dopo il Covid. Per non parlare poi del mantenimento dei tassi d’interesse schiacciati sullo 0 ancora per tutto il 2022. In breve, <strong>l’Europa è più preoccupata di soffocare la ripresa post pandemia rispetto che avere un’inflazione fuori controllo, la quale, al momento, non sembra incombente e così minacciosa com’è invece negli Usa</strong>. “<em>Se le pressioni sui prezzi si trasferiranno in aumenti salariali più elevati di quanto anticipato o l’economia torni più rapidamente alla piena capacità, l’inflazione potrebbe rivelarsi più elevata</em>.” La Bce rimane comunque pronta ad eventuali cambi di rotta. Da un punto di vista storico, la cautela della BCE ha una sua logica: infatti, tutti gli appassionati del tema inflazionistico si ricorderanno di quando l’allora presidente BCE Trichet aumentò i tassi d’interesse troppo e in modo precipitoso, facendo così cadere l’euro zona nella recessione e nella deflazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma da un punto di vista pratico cosa significano queste prese di posizione non perfettamente sovrapponibili delle due banche centrali più importanti del mondo? Che i mercati siano diversi tra loro? O che le parti stiano ancora un po’ brancolando nel buio in ricerca di risposte? Accademicamente parlando, si sa che l’unica cosa da evitare in campo monetario è l’<em>incertezza.</em> <strong>L’incertezza crea paura, timore e poca fiducia da parte di tutti gli operatori economici. Poca fiducia si riflette in meno investimenti sul futuro e, a cascata, ha tutti quegli effetti descritti nella nostra rubrica sull’Inflazione</strong>. Sembrano parole filosofiche ma, come abbiamo descritto, sono più che mai pratiche per la società. Sapere se domani l’inflazione sarà alta o bassa, costante o temporanea, è fondamentale per gli attori del mercato che devono decidere come utilizzare i propri soldi. E l’ultima cosa che ci vuole in un periodo di tanta sfiducia dovuta alla pandemia, è non sapere dalle istituzioni cosa fare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per ora, i mercati finanziari hanno reagito bene, senza troppi scossoni alle scelte delle Banche Centrali, segno che sicuramente aspettavano un cambio di passo dagli istituti centrali. Che questo voglia dire “sicurezza” è tutt’altro che certo. Gli istituti dovranno dare più rassicurazioni nel futuro se vorranno ottenere una crescita sostenuta. <strong>Ed è quantomai vero che, al momento, nessuno abbia in mano la sfera di cristallo per anticipare il futuro, ma commettere errori in questa fase è così facile che nessuno è disposto a correre rischi</strong>. D’altronde, anticipare un aumento dei tassi senza aver consolidato la ripresa comporta un rischio analogo a quello di lasciar correre l’inflazione con la possibilità che da un fuocherello ci si ritrovi a dover domare un’Amazzonia in fiamme. E al momento l’unico punto di partenza stabile è che tutto, dalle catene di valore al modo di viaggiare e concepire la globalizzazione, sta cambiando e probabilmente non tornerà tanto facilmente alla situazione iniziale. &nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Roberto Biondini e Claudio Dolci</em></p>
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		<title>La dinamica dei prezzi e le mosse di Bank of England</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Dec 2021 09:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Banche centrali]]></category>
		<category><![CDATA[Happy Birthday Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>5 min di lettura “Crediamo che sarà necessario un&#160;modesto inasprimento della politica monetaria&#160;per il raggiungimento...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2021/12/04/la-dinamica-dei-prezzi-e-le-mosse-di-bank-of-england-2/politica-monetaria-e-dintorni/banche-centrali/">La dinamica dei prezzi e le mosse di Bank of England</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>5 min di lettura</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">“Crediamo che sarà necessario un&nbsp;<strong>modesto inasprimento della politica monetaria</strong>&nbsp;per il raggiungimento dell’obiettivo di inflazione in modo sostenibile, nel medio termine”. È con queste parole, pronunciate di fronte alla <em>Society of Professional Economists,</em> che <strong>Andrew Bailey</strong>, attuale governatore della Bank of England&nbsp;(BoE), qualche tempo fa affrontava una platea ansiosa di capire quali sarebbero state le future mosse dalla banca centrale inglese. D’altronde, e com’è stato già scritto nella rubrica <a href="https://ilcaffekeynesiano.com/category/la-giostra-dellinflazione/"><em>La giostra </em>dell’inflazione</a>, quando le banche centrali dichiarano qualcosa è perché vogliono tranquillizzare gli attori economici su ciò che sta avvenendo. Anche se, <strong>nel Regno Unito, a colpire l’economia non sono solo l’inflazione e i colli di bottiglia, ma anche le conseguenze di Brexit</strong>. Già, perché nello stesso anno in cui è scoppiata la pandemia, il Regno Unito ha anche raggiunto il “definitivo” divorzio dall’Unione Europea ed ha quindi sommato gli effetti delle due congiunture, conseguendo pesanti effetti sui conti pubblici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante il 2021, infatti, <a href="https://www.ons.gov.uk/economy/governmentpublicsectorandtaxes/publicsectorfinance/bulletins/publicsectorfinances/latest">il governo di Boris Johnson ha contratto il più alto debito in rapporto al Pil Britannico che si sia mai</a> registrato dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, pari al 15,1% contro il 15,2% nel 1946. Il Regno Unito, inoltre, ha ora raggiunto un livello d’indebitamento, in rapporto al Pil, pari al 95,1%, che è certamente inferiore al quasi 160% dell’Italia, ma comunque resta a livelli che gli inglesi non vedevano dagli anni ’60. E il problema è che questi risultati economici non sono imputabili solo al Covid-19, come vorrebbe il governo inglese, ma derivano in gran parte dal frutto avvelenato degli accordi raggiunti con il patto su Brexit. Quest’ultimo, come ha rilanciato dalle colonne del <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2021/oct/28/economy-recovering-covid-brexit-eu">The Guardian</a> il <strong>Prof. Jonathan Portes</strong>, docente di economia e politiche pubbliche presso il King’s College di Londra, porterà nel medio-lungo periodo a una riduzione del Pil pro capite pari al 4%, mentre l’attuale pandemia si assesterebbe a un 2%. Di fatto, quello che sostiene il Prof. Portes, è che <strong>gli effetti della pandemia andranno a configurarsi come uno shock transitorio, di natura intensa ma di breve durata, mentre gli effetti di Brexit colpiranno l’economia inglese per un periodo di tempo più lungo</strong>, segnando nel profondo l’economia britannica. Ed è dello stesso avviso anche <strong>Richard Hughes</strong>, il Presidente dell’ufficio per la responsabilità al budget, che alla <a href="https://www.bbc.com/news/business-59070020">BBC</a> parla apertamente della sovrapposizione tra gli effetti del Covid-19 e di Brexit, sottolineando la maggior persistenza di quest’ultimi rispetto ai primi. In breve, quello che dicono gli esperti è che l’attuale pandemia rappresenta una ferita per l’economia inglese, come potrebbe essere un colpo di lama, mentre Brexit sarà più simile a una malattia cronica che accompagnerà il Regno Unito per un lungo periodo. Di conseguenza, è facile comprendere come il compito della Bank of England (BoE) sia ad oggi molto difficile, perché da una parte deve mitigare degli effetti sul breve periodo, dovuti alla pandemia, ma dall’altra è consapevole che ci saranno turbolenze persistenti e che il governo conservatore cercherà in un qualche modo di scaricarne la responsabilità prima sul Covid-19 e poi altrove, anche se non sarà facile. Dopo tutto, per il governo inglese addossare le colpe a Bruxelles sarà un po’ come cercare di arrampicarsi su una parte verticale di specchi affidandosi alle sole proprie forze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Regno Unito, infatti, ha sempre mantenuto la propria valuta, anche quando era parte della comunità Europea e negli anni ha perlopiù espresso una certa indipendenza dalle politiche economiche comunitarie, sia durante gli appuntamenti internazionali, sia nelle scelte di politica comune fiscale e monetaria. E ciò rimarca, qualora ce ne fosse bisogno, che fu molto più eccezionale l’entrata degli UK nella Comunità Europea, nel 1973, piuttosto che tutti i mal di pancia e i piagnistei dagli inquilini del numero 10 di Downing Street con l’Europa. Vedendo le carte, al di là degli incontri plenari tra i maggiori leader mondiali durante i quali ci si scambiano opinioni tutt’altro che coercitive, si noterà come <strong>l’impatto di Brexit sulle scelte di politiche monetarie della BCE si sia inserito nel già ampio ventaglio degli shock esterni che Francoforte ha sempre considerato e calibrato per le scelte da attuare a livello comunitario</strong>. Tuttavia, cosa ben diversa, sia dal punto di vista tecnico, sia da quello giuridico, sarebbe stata un’eventuale uscita di Londra dall’area Euro, possibilità che però non sembra essere presente neppure nei regolamenti europei. In una così ipotetica circostanza, la BCE avrebbe perso un membro sotto il suo controllo, e gli effetti del Brexit sarebbero stati certamente più seri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Bce ha quindi saputo gestire il divorzio dal Regno Unito, ma Bank of England ha fatto altrettanto? E com’è cambiata l’economia britannica dal 2016 a oggi?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Innanzitutto, è bene precisare che i <strong>primi segnali di come la BoE avrebbe gestito la politica monetaria balzavano già all’occhio prima del referendum del giugno del 2016</strong>. Bisogna infatti partire da due importantissime ipotesi, tra loro interconnesse. La prima afferma che le “aspettative circa il futuro” formulate del mercato (inteso come imprese, cittadini e investitori) giocano un ruolo fondamentale per lo sviluppo economico generale. Semplificando, si può affermare che se il mercato confida in una crescita dei prezzi stabile, sostenuta da politiche monetarie e fiscali serie e sicure, allora effettivamente sarà probabile che i prezzi cresceranno davvero in modo saldo generando così una crescita economica. La seconda ipotesi, invece, è che <em>l’incertezza </em>rappresenta sempre il peggior sentimento che può palesarsi tra gli attori del mercato, come tra l’altro ha dimostrato l’avvento della pandemia di Covid-19. &nbsp;Estremizzando quest’ultima ipotesi, <strong>si può arrivare a dire che sia peggio non conoscere il futuro, piuttosto che sapere con certezza che ci sarà una grave crisi</strong>. Questo perché l’incertezza genera caos tra gli attori del mercato, i quali non sanno più se sia meglio risparmiare o spendere, investire o disinvestire, inducendo così un blocco delle attività. Per chi volesse controllare la cartina tornasole, è sufficiente riguardarsi l’andamento della <a href="https://www.borsaitaliana.it/borsa/indici/indici-in-continua/grafico.html?indexCode=FTSEMIB&amp;lang=it">Borsa durante i primi mesi del Covid-19</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E in tutto il periodo del Brexit, la letteratura economica ci dice proprio che queste due ipotesi si sono sommate tra di loro. Dapprima è stato il turno del risultato sul voto del Referendum del 2016, e dopo, quello dell’altalena tra una <em>soft</em> o una <em>hard</em> Brexit. Le parole di Bank of England, di un report del 2019, furono lapidarie: “La Brexit cambierà radicalmente la natura delle relazioni del Regno Unito con il suo più grande partner commerciale (UE <em>ndr</em>). <strong>La vasta gamma dei potenziali scenari sembra aumentare l’incertezza e rendere le persone più pessimiste riguardo le prospettive economiche</strong>. Questi effetti, difficili da separare, stanno già influenzando l’economia del Regno Unito. Essi hanno ridotto in particolare gli investimenti delle imprese e possono aver pesato sulla produttività e sui consumi.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’altronde, quando si verifica un incremento dell’incertezza è probabile che gli investitori richiedano una compensazione più elevata per il rischio da essa generato e di conseguenza un aumento dei tassi d’interesse, causando così un inasprimento delle condizioni di credito (ovvero il <em>credit crunch</em>). Ed è chiaro che peggio di una Brexit-dura ci sia solo <a href="https://www.linkiesta.it/2021/11/cose-articolo-16-brexit-irlanda-nord/">una Brexit-non-so</a>, com’è stato in passato e com’è tuttora. D’altro canto, l’uscita dal mercato unico sta causando al Regno Unito una diminuzione della produttività e dei <a href="https://www.ft.com/content/4678cf0a-65ca-426c-9719-6ec82799717b">traffici commerciali con l’UE, che, sempre secondo l’Office for Budget Responsibility, potrebbero persino diminuire di un 15%</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fatto, l’incertezza è stato il sentimento più diffuso negli anni post Brexit. E in queste condizioni, la scelta che deve fare una banca centrale, come la BoE, è quella di mantenere le condizioni affinché il <em>credit crunch</em> non si verifichi e al contempo instillare fiducia sulla dinamica dei prezzi nel futuro. E per questo, inflazione permettendo, Bank of England ha mantenuto bassi i tassi d’interesse sul mercato finanziario e inondato il sistema economico di liquidità. Ma sebbene questa operazione non sia stata tecnicamente troppo complicata, soprattutto nell’era del <em>Whatever it takes</em> (tutto ciò che è necessario) attuato dalla Banca Centrale Europea, instillare fiducia per il futuro non è affatto una cosa semplice. Soprattutto se il patto commerciale tra UK e UE continua ad essere condotto su base ideologica, com’è stato sino ad ora. Per quattro anni e mezzo, infatti, si sono alternate ipotesi di tutti i tipi, una l’opposto dell’altra, con incontri su incontri per giungere infine a rimettere in discussione ogni scelta presa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci poi state delle prese di posizioni estreme, come la minaccia di Londra di non mantenere la parola presa in un accordo internazionale, che ha provocato un clima teso con la commissione europea ma anche con la camera dei lord di sua maestà. Ed è per questo, ma anche per via del Covid-19, che <strong>la BoE sta continuando a mantenere con forza politiche accomodanti, nel tentativo di evitare (o rimandare) una recessione</strong>. Nel passato abbiamo raccontato di come la politica monetaria sia uno strumento necessario ma non sufficiente per far ripartire un’economia, questo perché se la politica fiscale, in particolare le relazioni commerciali con il partner più importante, non sono chiare è difficile incoraggiare la ripresa. E nel frattempo, non bisogna dimenticare che tutte le medicine prese all’eccesso fanno male. E meno un paese è credibile, più gli effetti collaterali delle medicine possono apparire anzi tempo. In concreto, si può dire che <strong>l’uso copioso della politica monetaria espansiva sia utile se nel frattempo gli investimenti ripartono, ma se essi non sono abbastanza veloci, non solo per incertezza interna ma anche a causa di shock esterni </strong>(comel’aumento dei prezzi delle materie prime), ecco che il <em>bazooka </em>di moneta può causare più danni che benefici. &nbsp;E piuttosto che far ripartire la produzione, l’eccessiva liquidità può provocare un’iperinflazione senza crescita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad oggi, le principali banche centrali cercano di capire come affrontare l’aumento dell’inflazione e la genesi delle varianti di Sars-Cov2, ma se per quasi tutte l’ipotesi di un inasprimento dei tassi sembra quanto meno possibile, la BoE, invece, dovrà considerare anche gli effetti di Brexit e quindi il rischio del peggioramento, e non di poco, della ripresa economica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">P.S. L’analisi appena affrontata testimonia come la sovranità monetaria non sia di per sé un elemento sufficiente per lo sviluppo economico, ma come quest’ultimo dipenda in primo luogo dalla credibilità delle istituzioni a prescindere dalla loro essenza nazionale o sovranazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Roberto Biondini e Claudio Dolci</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2021/12/04/la-dinamica-dei-prezzi-e-le-mosse-di-bank-of-england-2/politica-monetaria-e-dintorni/banche-centrali/">La dinamica dei prezzi e le mosse di Bank of England</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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