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	<title>Draghi Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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	<title>Draghi Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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		<title>L&#8217;Italia deve dimostrare maturità geopolitica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Oct 2023 10:06:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica: il mondo che cambia]]></category>
		<category><![CDATA[Draghi]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al 41esimo meeting di Rimini, il già presidente della BCE e del Consiglio Mario Draghi...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Al 41esimo meeting di Rimini, il già presidente della BCE e del Consiglio <strong>Mario Draghi</strong> aveva parlato di debito buono e di debito cattivo. E la differenza sostanziale si potrebbe riassumere nello spendere denaro pubblico in investimenti, ricerca, produttività piuttosto che in spesa corrente incapace di rigenerare un introito nel medio termine ma soltanto di oberare sulle finanze pubbliche. Con il suo intervento a Rimini, Draghi riprendeva il suo <strong>discorso ad inizio pandemia </strong>con quel contributo sul <strong>Financial Times</strong> a marzo 2020 in cui poneva l’accento sugli alti livelli di debito pubblico necessari per non soccombere alla crisi.&nbsp;Una parabola che era stata accolta da tutti come uno stacco rispetto all’era cosiddetta dell’austerità a cui eravamo stati abituati dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che il clima fosse cambiato lo si è poi concretamente visto quando, per la prima volta della Storia europea, <strong>gli stati aderenti alla UE hanno quindi deciso di fare debito comune</strong>, realizzando quel tassello di politica fiscale comunitaria che già da tempo era stata teorizzata per rimanere però soltanto su carta. Grazie al Next Generation EU, l’euro ha trovato finalmente il suo compagno di viaggio: accompagnare una politica monetaria comune ad una politica fiscale comune incentrata sugli investimenti e sulla crescita, il New Deal europeo, un Piano Marshall esponenziale. <strong>L’eredità di Keynes, gli insegnamenti di Caffè e gli interventi di Draghi </strong>hanno trovato realizzazione con uno sforzo politico non semplice in Europa. E se certamente l’aspetto ideologico di dimostrare finalmente di essere un’Unione solidale ha giocato la sua parte per frenare i populismi, non da meno è stata la brusca frenata economica dovuta dal Covid con l’incapacità anche per gli stati frugali come la Germania di riuscire da soli, a far decollare un piano di portata colossale. Il pragmatismo accompagna sempre la geopolitica, nessuno è buono e nessuno è cattivo (a differenza del debito) ma tutti guardano agli interessi che una scelta può scaturire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Capire che nel 2023<strong> sono gli “Stati-continente” che fanno la Storia </strong>e non più le nazioni nate dalla Pace di Westfalia nel 1648 è oltremodo necessario. Se non ci fosse stata l’Unione Europea (unita) a fare debito comune nel 2020, Stati come l’Italia schiacciati dal macigno del debito pubblico, paralizzati da un’improduttività imbarazzante e immobilizzati nel reddito pro capite, avrebbero fatto poco; anzi, probabilmente non ce l’avrebbero fatta. E lo si può notare chiaramente anche nella questione migranti: più uno Stato è sovranista, più fa fatica a trovare una soluzione e, specularmente, meno è disposto a trovare una soluzione. Con una battuta: <strong>i sovranisti sono i peggiori amici dei sovranisti.</strong> Serve a poco urlare ai tavoli (lo diceva <strong>Roosevelt</strong>) e a maggior ragione quando non si è proprio in condizioni economiche di farlo, anzi, quando le tue condizioni economiche dipendono dai tuoi alleati geopolitici e da tutti gli investitori che ti prestano denaro. È sorprendente vedere quanto sono sorpresi i sovranisti quando i loro interlocutori sbattono loro la porta in faccia dopo aver fondato una carriera politica sugli insulti e le offese nei confronti degli interlocutori stessi. E d’altra parte, nell’epoca post-moderna in cui viviamo, i sovranisti si appellano alla solidarietà internazionale, alla collaborazione europea, insomma chiedono più Europa. Non di meno, hanno ben accettato i fondi europei del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (giustamente si deve aggiungere) ma sono meno propensi a collaborare quando si tratta di assumersi doveri oltre che diritti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sì, perché <strong>solidarietà e comunità significa anche grande responsabilità</strong>: nel momento in cui è assodato che solo collaborando si può mantenere l’indipendenza economica e culturale e sopravvivere alle Super potenze mondiali, non bisogna poi dimenticarsi che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. L’Italia è stata la maggior beneficiaria del PNRR, ha cioè ricevuto più denaro di qualsiasi altro Stato europeo. A fronte di ciò, è stato chiesto però di essere puntuali nell’uso dei fondi, precisi negli investimenti e seri nell’applicazione delle riforme necessarie. Politiche che lo Stato italiano ha quindi accolto come proprie nel momento in cui ha accettato denaro estero. Ecco, <strong>l’incapacità di spendere denaro, i notevoli ritardi nel presentare i propri piani semestrali non giovano chiaramente alla nostra credibilità internazionale</strong>: soprattutto se a ciò aggiungiamo i dissapori e le offese che Roma continua a lanciare contro periodici nemici immaginari “Ottant’anni fa il governo tedesco decise di invadere gli Stati con l’esercito ma gli andò male, ora finanziano l’invasione dei clandestini per destabilizzare i governi che non piacciono ai socialdemocratici” cit. Andrea Crippa. Oltre che essere vomitevole, come può risultare utile all’Italia una geopolitica del genere? E continuando sul lato economico: perché aumentare un deficit a oltre il 5% (e circa 23 miliardi di euro in disavanzo in più nel triennio) quando non si è capaci di usare il debito che esiste già dando manforte a chi chiede un irrigidimento del Nuovo Patto di Stabilità e crescita che a breve verrà rimesso in piedi? Che senso ha opporsi ideologicamente alla riforma del MES quando i primi beneficiari (allorquando lo si volesse attivare, non per forza) saremmo proprio noi? </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Italia neo-sovranista è così ideologicamente atlantica quanto poco pragmaticamente europeista</strong>, un continuo corto circuito illogico che pare però interessi poco ai cittadini. Era già <strong>Freud </strong>che metteva in guardia: “La massa è straordinariamente influenzabile e credula, è acritica, per essa non esiste il verosimile […] Chi deve agire su di essa non ha bisogno di coerenza logica fra i propri argomenti, deve dipingere nei colori più violenti, esagerare e ripetere sempre la stessa cosa.” Difficile non notare oggi una somiglianza con la modalità sovranista di fare politica e trattare i cittadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Da soli, insomma, non si va da nessuna parte, lo devono capire tutti gli Stati partecipanti all’Unione.</strong> Se la pandemia sembrava la sfida del secolo, quella che si sta creando oggi con inflazione galoppante, disuguaglianze sempre più marcate, migrazioni in crescita, nuove super potenze, debito alto, crisi climatica e demografia al ribasso è proprio la sfida del millennio e sia il pragmatismo che il realismo, come successo per il Next Generation EU, devono essere i motori per guidare l’Europa verso il futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/chi-siamo-2/" data-type="link" data-id="https://ilcaffekeynesiano.it/chi-siamo-2/">Roberto Biondini</a></p>
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		<title>La manovra che verrà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Sep 2022 07:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Draghi]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli italiani hanno deciso, fuori Draghi e dentro Meloni. Il successo della coalizione di centrodestra...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/09/27/la-manovra-che-verra/politica-italiana/">La manovra che verrà</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">Gli italiani hanno deciso, fuori Draghi e dentro Meloni. Il successo della coalizione di centrodestra era già stato anticipato da numerosi sondaggi, ma ora ad aspettare la probabile neo-premier ci sono gli altrettanti i numerosi dossier economici aperti e in gran parte contraddistinti dal segno negativo. D’altronde, il quadro macroeconomico europeo è ancora contraddistinto da un’elevata incertezza, dall’esplosione dei prezzi energetici e dall’instabilità politica.</h2>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’Europa tira dritto a prescindere dal futuro esecutivo italiano</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Dal fronte europeo la prima a richiamare tutti all’ordine è Christine Lagarde, la quale ha annunciato che a breve la Bce dovrà aumentare ancora i tassi d’interesse. E ciò significa che vi sarà un aumento del costo del debito pubblico italiano, per via del crescere degli interessi, e che anche per le imprese sarà più difficile reperire i denari necessari a finanziare le loro attività. La mossa della Bce è obbligata dal contesto congiunturale, come <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2022/09/26/bce-lagarde-prevediamo-nuovi-rialzi-dei-tassi-di-interesse.-le-prospettive-economiche-si-stanno-facendo-piu-fosche_a9f352bf-dcd9-4aa6-a19c-e2c4bf50bf43.html">ribadito da Lagarde stessa</a>: <em>“<strong>le prospettive si stanno facendo più fosche</strong>. L’inflazione rimane troppo alta ed è probabile resterà sopra i nostro target per un periodo esteso di tempo”</em>. Tuttavia, il costo da pagare per fermare l’inflazione è il raffreddamento della domanda interna all’eurozona e quindi della ripresa post-pandemica. D’altro canto, il mancato accordo sul <em>price cap</em> europeo impedisce di raffreddare la speculazione sul prezzo del gas, a cui si aggiungono il rallentamento dell’economia cinese e gli ancora persistenti colli di bottiglia, che nell’insieme di certo non aiutano a sedare un’inflazione ancora imperturbabilmente al galoppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sempre con l’Europa <strong>Meloni </strong>dovrà ancora andare d’accordo per un po’, viste le imminenti scadenze del Pnrr. Da <strong>Bruxelles </strong>son infatti ora in arrivo i 24 mld, relativi alla seconda tranche del Pnrr (che ne complesso ne stanzia oltre 190), ma a dicembre dovranno essere centrati 55 obiettivi (di cui 29 già raggiunti dall’esecutivo Draghi e 26 <em>ben avviati</em>) per ottenerne altri 21,8 mld. Il che significa che, almeno per il momento, non sono possibili quelle modifiche al Pnrr tanto invocate dalla coalizione di centrodestra. L’unica scappatoia che Bruxelles potrebbe concedere alla coalizione guidata da Meloni, come riportato dal <strong><em>Sole24 Ore</em></strong>, riguarderebbe una o più deroghe su quelle opere i cui costi sono stati stravolti dall’impennata dei prezzi, ma oltre a questo i margini sono troppo stretti. Occorre poi ricordare come per i vertici amministrativi alla guida del Pnrr non sia previsto il collaudatissimo spoil system, con i quali vengono da sempre sostituite le persone alla guida di numerose istituzioni italiane, a partire dai Media statali.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Terminata la rassegna europea si passa al fronte domestico, quello più caldo.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il governo <strong>Draghi </strong>ha stanziato complessivamente 66 mld di euro contro i rincari, ma molte misure scadranno a breve e dovranno essere rinnovate, altrimenti gli italiani si ritroveranno all’improvviso in un incubo occultato da misure a pioggia. Calcolatrice alla mano, per la <strong>Nadef </strong>serviranno tra i 40 e i 50 mld di euro: non proprio un inizio di legislatura in pompa magna. Questi miliardi serviranno a rifinanziare il taglio degli oneri di sistema sulle bollette di gas e di luce, a sforbiciare il cuneo fiscale, a ridurre di 30,5 centesimi il prezzo al litro dei carburanti ed infine a sostenere i crediti d’imposta per le imprese costrette a fronteggiare bollette alle stelle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non va poi dimenticata un’urgenza prossima relativa alla CIG. La riforma <strong>Orlando</strong>,partita a gennaio, prevede la CIG onerosa per le aziende e rigidi tetti alla durata, come riporta il <strong><em>Sole 24 Ore</em></strong>. Molte imprese, però, hanno esaurito il plafond e per questa ragione già 400 milioni di ore di deroga sono stati inseriti per evitare una catastrofe sociale. Nel frattempo, l’Istat dichiara l’aumento delle ore in cassa integrazione e la richiesta di sussidi di disoccupazione. Inoltre, le stime per il mercato del lavoro sono tutt’altro che rosee. Una bomba ad orologeria aleggia per il Bel Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal canto suo, <strong>Meloni </strong>potrà contare su almeno un asso nella manica, ovvero l’extra-gettito lasciatole in eredità da Draghi e relativo ai mesi di settembre, ottobre e novembre. L’aumento dei prezzi ha infatti fatto registrare un surplus nei conti pubblici, che però ora si scontrerà con maggiori costi per il personale e le pensioni. Basterà quindi questo tesoretto a far dormire sonni tranquilli a <strong>Meloni </strong>e Company?</p>



<p class="wp-block-paragraph">No, perché all’equilibrio dei conti pubblici italiani manca ancora il calcolo delle misure promesse in campagna elettorale dal centrodestra, le quali, come riportato da <strong><em>Pagella Politica</em></strong>, sono perlopiù prive di coperture e molto costose […]. Senza fare deficit, che altrimenti comporterebbe un primo passo falso nei confronti del mercato e delle istituzioni europee, la Meloni sarà costretta a proseguire il suo mandato all’insegna della sobrietà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La coalizione di centrodestra, sempre ammesso che non si sfaldi nel tragitto per il <strong>Colle</strong>, riuscirà a dimostrare di essere davvero a pronta a governare, oppure ci attenderà un 2011 bis?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Redazione il Caffè Keynesian</em>o</p>
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		<title>Un passo in avanti e due indietro: il vuoto politico post-Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Aug 2022 11:07:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Concorrenza]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Riforme]]></category>
		<category><![CDATA[Draghi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’arma del delitto è ancora fumante, ma c’è già chi ha iniziato a frugare nelle...</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">L’arma del delitto è ancora fumante, ma c’è già chi ha iniziato a frugare nelle tasche del malacapitato per poi darsi alla macchia. Poche ore dopo il crollo del governo Draghi è stato infatti stralciato l’art. 10 del Ddl Concorrenza ed è infuriata la bagarre partitica sul rigassificatore di Piombino. Nel mentre la Bce ha dato vita allo scudo anti-spread (Tpi), che in apparenza salvaguardia i Paesi più esposti agli attacchi degli speculatori, ma che in realtà impone delle condizionalità ed una discrezionalità tutte a svantaggio di coloro che sono privi di bussola, come i partiti.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sono trascorse poco più di due settimane dalle dimissioni dell’ex banchiere della Bce, eppure il Parlamento pare già ritornato al consueto caos istituzionale post governo tecnico, tra alleanze che inscenano un remake improvvisato del “la strana coppia” e la restaurazione dei privilegi per i soliti noti; il tutto accompagnato da un’impreparazione generale di quasi tutti i partiti nei confronti delle urne. E dire che dopo anni di campagna elettorale permanente ci si aspetterebbe quanto meno uno straccio di linea programmatica e una maggiore compostezza, ma pare chiedere troppo, anche perché con questo caldo è già difficile riuscire a posizionarsi lungo l’emiciclo parlamentare senza schiacciarsi tutti al centro, figurarsi elaborare delle idee con i transfughi che tirano la giacchetta da una parte e il taglio degli scranni dall’altra a rammentare a tutti la mancanza di posti a sedere. E così scattano i veti incrociati e una sfilza di ultimatum di carta pesta che stanno solo aspettando la pioggia delle urne per sciogliersi e restituire così una poltiglia informe chiamata maggioranza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Troppo caustico? Forse, ma è la politica bellezza. D’altronde, a meno che la destra non inciampi su sé stessa, pare difficile immaginare che possa sorgere a sinistra un contenitore abbastanza robusto da poter tenere insieme Mastella e Fratoianni, ma anche Calenda e lo stesso Renzi, che pur sembrano condividere il giardino della medesima villetta bifamigliare. E così, mentre fuori e dentro il Parlamento infuria una guerra totale, i taxi escono indenni dal ddl Concorrenza, si bloccano i progetti volti limitare la dipendenza dell’Italia dal gas russo ed in Ue viene approvato uno scudo anti-spread che tale rischia di non essere.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La rivincita delle auto bianche</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sembrava fatta, dopo anni di battaglie politiche e innumerevoli nomi illustri decimati lungo il cammino (persino Bersani e Monti non poterono nulla contro i taxi), ma alla fine hanno vinto loro: l’articolo 10 è stato stralciato. Come riportato da <a href="https://www.milanofinanza.it/news/ddl-concorrenza-avanti-senza-l-articolo-10-sulla-liberalizzazione-dei-taxi-202207221456565476"><strong>Milano Finanza</strong></a>, in un articolo di <strong>Silvia Valente</strong>, sono subentrate più ragioni apparentemente inderogabili. <em>“Da un lato –</em> scrive Silvia Valente <em>–, le proteste in tutta Italia e in particolare a </em><a href="https://www.milanofinanza.it/news/roma-la-protesta-dei-taxi-blinda-il-centro-della-capitale-202207131230504251"><em>Roma</em></a><em> delle auto bianche, contro la liberalizzazione del loro comparto che aprirebbe la via al dominio di Uber.&nbsp;E dall’altro lato, il ruolo dell’uscente governo Draghi che deve limitarsi </em><a href="https://www.milanofinanza.it/news/ecco-che-cosa-potra-fare-il-governo-draghi-nella-gestione-degli-affari-correnti-un-decreto-fissa-i-202207221034496242"><em>all’ordinaria amministrazione</em></a><em>, all’attuazione delle leggi e delle determinazioni già assunte dal Parlamento, in particolare quelle funzionali al raggiungimento degli obiettivi del Pnrr.&nbsp;La rotta scelta è stata dunque di sopprimere l’elemento più divisivo per avvicinarsi al compimento di una delle richieste europee, propedeutiche all’ottenimento dei fondi del Recovery italiano.”</em> In realtà la situazione era più complessa di come era stata raccontata in principio e, complice la crisi di governo, si è scelto di accantonare tutto in attesa che politici più audaci ci mettano sopra le mani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’altronde, gli <a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2022/07/23/i-mali-del-capitalismo-e-della-dottrina-di-milton-friedman/">Uber Files</a>, di cui abbiamo parlato anche noi, hanno svelato la fitta rete di relazioni opache e manipolatorie che la nota compagnia di trasporto californiana aveva costruito negli anni, a danno di settori blindati da contratti e associazioni di categorie senza peli sulla lingua. Se fosse stato approvato l’articolo 10, così com’era (ovvero, come riportato dal <a href="https://www.corriere.it/economia/lavoro/cards/concorrenza-guerra-taxi-ncc-liberalizzazioni-motivi-scontro/taxi-ddl-concorrenza-cosa-prevede-l-articolo-10.shtml"><strong>Corriere.it</strong></a>, <em>«adeguamento dell’offerta di servizi alle forme di mobilità che si svolgono mediante l’uso di applicazioni web […] promozione della concorrenza, anche in sede di conferimento delle licenze»</em>) si sarebbe scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora. Questo perché da anni le licenze vengono utilizzate dai tassisti come Tfr e l’apertura indiscriminata del mercato avrebbe dato il via una corsa a ribasso dei prezzi, certamente a favore degli utenti, ma non di chi ha pagato, e forse fin troppo, l’accesso al settore. Basta questa argomentazione per sorvolare sullo stralcio dell’ex-articolo 10 e schierarsi a favore dei taxi? Assolutamente no.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la concorrenza sleale è uno dei mali del capitalismo d’oggi, lo è anche ed a maggior ragione, la creazione di mono e di oligopoli il cui obiettivo principale è spazzare via ogni forma d’innovazione, acquisendo e imponendo barriere inaccessibili a chiunque vorrebbe cambiare lo status quo. Per queste ragioni, ed anche se in presenza di molte incoerenze, avrebbe avuto senso continuare a lottare per cambiare un sistema sbagliato introducendo l’art.10, anche perché rimangiandosi la parola si offre ora su piatto d’argento l’arma che mancava ai <a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2022/06/03/che-cosa-dice-il-ddl-concorrenza/">balneari</a> per chiedere un ritorno alla casella di partenza, vanificando così mesi di trattative e scontri tra bande partitiche.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I partiti in lotta con tutti, persino con loro stessi</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, sui taxi i partiti politici erano quanto meno riusciti a prendere delle posizioni decifrabili e per questo riconducibili a un’ideale, a una visione della società nella quale potersi identificare, sulla vicenda del rigassificatore di Piombino, invece, si è verificato l’impossibile. I partiti locali hanno realizzato un fronte compatto contro il gas (Gnl) via mare, sconfessando così le decisioni prese da quella maggioranza, altrettanto bizzarra, che in Consiglio dei Ministri aveva invece approvato quel progetto e stretto quindi gli accordi internazionali necessari per renderlo possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come raccontato dal noto sito di Fact-Checking <a href="https://pagellapolitica.it/fact-checking/partiti-rigassificatore-piombino"><strong>Pagella Politica</strong></a>, con un articolo di <strong>Federico Gonzato</strong>, <em>“il progetto della nave rigassificatrice di Piombino rientra nella strategia del governo italiano per ridurre la dipendenza dal gas russo in seguito alla guerra in Ucraina, ed </em><a href="https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/22_aprile_07/rigassificatore-l-annuncio-ministro-ma-piombino-dice-no-cosi-inaccettabile-e8025eee-b5d8-11ec-a5bb-947bbaae054b.shtml"><em>era stato annunciato</em></a><em> dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ad aprile. A metà luglio, dopo quasi tre mesi di trattative, il ministero della Transizione ecologica e la Regione Toscana </em><a href="https://www.ilpost.it/2022/07/14/accordo-rigassificatore-piombino/"><em>hanno trovato un accordo</em></a><em> di massima sul posizionamento della nave rigassificatrice, che dovrebbe rimanere ormeggiata nel porto di Piombino per al massimo tre anni. Più nel dettaglio, la nave in questione si chiama “Golar Tundra”, </em><a href="https://www.snam.it/it/media/comunicati-stampa/2022/Snam_acquista_rigassificatore_galleggiante_da_Golar_LNG.html"><em>è stata acquistata</em></a><em> a giugno dalla Società nazionale metanodotti (Snam) e può rigassificare fino a 5 miliardi di metri cubi di gas all’anno.”</em>&nbsp;In breve, tutti gli attori principali della decisione sembravano d’accordo sul dove posizionare il rigassificatore e sul perché fosse necessaria quest’opera, poi però è scattata la rappresaglia locale che è tracimata a livello nazionale, dove l’assenza del governo Draghi ha fatto il resto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Persino <strong>Eugenio</strong> <strong>Giani</strong>, Presidente di Regione Toscana, ha esordito con <em>“io non prenderò certo una decisione di autorizzazione se non vedo chi è il nuovo governo e chi sono i nuovi parlamentari”</em>, lasciando intendere che qualcun altro dovrà decidere per lui, ma chi? Probabilmente il Pd, il quale, a livello locale ha preso parte alla protesta contro il rigassificatore, mentre al Nazareno si sono limitati a restare in silenzio, forse per non apparire allineati a Fratelli d’Italia. Il problema è che con i flussi ridotti dalla Russia, l’Italia ha più che mai bisogno di trovare altre soluzioni per consentire alle imprese di non chiudere. E visto che si è scelto di puntare quasi tutto sul gas e nucleare, invece di investire in fonti davvero green, occorre trovare un luogo ove ormeggiare il rigassificatore di Snam, ma dove? Ci penserà la prossima maggioranza, nella speranza che a Piombino non se ne formi un’altra, magari con gli stessi colori e simboli, pronta ad opporsi a ogni costo. D’altronde si sa, maggioranza scaccia maggioranza.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Lo scudo anti-spread che protegge con discrezionalità</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">E mentre in Italia si cerca di capire se esista davvero una qualche barra da poter tenere dritta, in Ue si è deciso di costruire uno scudo anti-spread che potrebbe non proteggere i Btp con la stessa efficacia che i più auspicavano all’inizio, ma andiamo con ordine. Il nome scelto dalla Bce è <em>Transmission Protection Instrument </em>(Tpi) e fungerà da freno d’emergenza nel caso in cui il differenziale dei titoli di Stato dei diversi Paesi Ue dovesse accelerare bruscamente. Quella tra gli spread dev’essere infatti intesa come una corsa nella quale l’Italia deve fare il possibile per non allontanarsi troppo dalla Germania o comunque restare in linea con il gruppo di Spagna, Francia, Grecia e Portogallo. Di fatto si tratta di una corsa dove si vince se vincono tutti, perché anche un solo Paese può rendere aridi tutti gli altri, come ha ben dimostrato la Grecia, il cui Pil ed impatto economico sull’Ue sembravano trascurabili fino a quando gli spread non sono impazziti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed proprio per via di questo doppio filo tra spread ed economie che la Bce ha voluto porre delle condizionalità forti, ad uno strumento che se inefficace rischia di compromettere l’intera zona euro. Come riportato da <a href="https://www.open.online/2022/07/22/bce-tpi-scudo-anti-spread-come-funziona/"><strong>Open</strong></a>, in un articolo di <strong>Alessandro D’Amato</strong>, affinché entri in campo il Tpi è necessario che il Paese beneficiario stia rispettando il quadro di bilancio comunitario e non vi siano gravi squilibri macroeconomici; inoltre, la spesa pubblica dev’essere tenuta sotto controllo, così come occorre rispettare il Recovery Plan. Rispetto all’<strong>Omt</strong> e il <strong>Pepp</strong>, le differenze sono marcate. Facendo un’analogia col racconto di <em>Riccioli d’Oro e i tre orsi</em>, si può immaginare l’Omt come il freno più rigido a disposizione della Bce, poiché vincolato alle regole del Mes, al contrario, il Pepp è fin troppo lasco, poiché interviene in proporzione alle dimensioni dei Paesi che ne fanno uso, mentre il nuovo Tpi rappresenta una via di mezzo tra i due. Può intervenire in ogni momento e senza limiti d’acquisto, ma occorre rispettare i parametri sopracitati, e quindi “meritarselo”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti, come ha scritto l’economista <strong>Angelo Baglioni</strong>, su <a href="https://www.lavoce.info/archives/96350/scudo-anti-spread-bisognera-meritarselo/"><strong>LaVoce.info</strong></a>, <em>“Il nuovo “scudo anti-spread” non prevede meccanismi automatici: esso verrà usato dal Consiglio direttivo a sua discrezione, a patto che vengano soddisfatte una serie di condizioni impegnative. Non sarà facile usufruire dello scudo, soprattutto per un governo che intendesse approfittarne per allargare i cordoni della borsa.”</em> Ed ancora, scrive Baglioni, <em>“il nuovo strumento sarà tanto più efficace quanto maggiore sarà l’effettiva volontà del Consiglio direttivo della Bce di metterlo in pratica.”</em>. Ma perché introdurre così tanta discrezionalità e tra l’altro in un momento in cui la Bce ha deciso di alzare i tassi per contrastare l’inflazione? Baglioni suggerisce come l’aumento dei tassi e il Tpi debbano essere inquadrati nell’ottica di un sistema a matrice, dove gli obiettivi da perseguire sono due e differenti, ma legati tra loro. <em>“La manovra dei tassi di interesse serve a determinare il grado di restrizione (rialzo dei tassi) oppure di espansione monetaria (ribasso dei tassi): nel primo caso per frenare la domanda aggregata di beni e servizi e combattere così l’inflazione, nel secondo caso per agire nella direzione opposta. La gestione del bilancio della banca centrale (attraverso operazioni in titoli e di prestito al settore bancario) serve invece per assicurare la corretta trasmissione della politica monetaria in tutta l’area euro. Per avere una politica monetaria unica non basta avere una unica banca centrale, occorre anche che le condizioni monetarie e finanziarie siano uniformi in tutta l’area: in altri termini, che gli spread di tasso tra un paese e l’altro non si amplino troppo e per motivi meramente speculativi, slegati dai fattori fondamentali.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tradotto per chi è a digiuno, la Bce ha deciso di riavvolgere il nastro del tempo a prima dell’era Draghi e del Quantitative Easing, introducendo tra l’altro maggiori vincoli per quei Paesi che negli anni hanno speso molto (debito cattivo) ottenendo in cambio poco, spesso nulla, come nel caso dell’Italia.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cambia il vento ma i partiti mantengono la stessa rotta</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stralcio dell’art. 10 del ddl Concorrenza e le proteste di Piombino potranno sembrare solo gli elementi di contorno di una campagna elettorale soggetta a temperature marziane e a colpi di calore, ma in realtà svelano qualcosa di più, ed è l’assenza di una direzione univoca. La Bce dal canto suo, invece, una strada la sta tracciando e spera che col Tpi i Paesi più rischio righino dritto, mentre quest’ultimi sembrano più che altro aspettare il momento propizio per giocarsi la carta dell’azzardo morale, imponendo così un salvataggio pirata, costi quel che costi, affinché l’euro non sprofondi nel baratro. Andrà davvero così? Forse, ma ciò che spesso non considerano i fautori dell’azzardo morale è che questo inverno le temperature rischiano di essere ben più roventi rispetto a quelle attuali, suggerendo così ai decisori scelte al limite dell’impensabile e forse anche oltre.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di</em> Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/08/01/un-passo-in-avanti-e-due-indietro-il-vuoto-politico-post-draghi/politica-italiana/">Un passo in avanti e due indietro: il vuoto politico post-Draghi</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>L’Italia alla prova della serietà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Jul 2022 00:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Draghi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tanto tuonò che piovve. Non era difficile prevedere che Mario Draghi non si sarebbe fatto...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Tanto tuonò che piovve. Non era difficile prevedere che <strong>Mario Draghi</strong> non si sarebbe fatto tirare a lungo per la giacchetta. D’altronde la sua storia personale parla chiaro, dalle scelte&nbsp;storiche di politica monetaria&nbsp;introdotte&nbsp;quando ancora era presidente BCE&nbsp;fino ad arrivare alle narrazioni&nbsp;sul suo modo di approcciare&nbsp;ogni&nbsp;interlocutore, c’è sempre stato un filo conduttore esplicito: <strong>la serietà</strong>. Una caratteristica che potrebbe sembrare banale ma che in realtà raccoglie sotto il suo ombrello l’insieme delle proprietà caratteriali di <strong>Draghi</strong> nell’affrontare ogni sfida che ha avuto davanti e che ultimamente è stata sottovalutata da un partito della sua maggioranza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di quando lavorava a <strong>Francoforte</strong>, voci di corridoio hanno sempre sottolineato il suo pragmatismo nel gestire ogni problema, ascoltando la voce di molti&nbsp;senza mai, però, allontanarsi da quello che lui riteneva giusto e che si legava ai suoi valori. E questo suo modo operandi deciso ma anche capace (non si diventa&nbsp;per otto anni presidente&nbsp;<strong>BCE</strong>&nbsp;senza questa caratteristica) lo hanno reso uno degli interlocutori più rispettati dei nostri giorni, dalla destra alla sinistra, da <strong>Confindustria</strong> fino alle sigle sindacali, dai capi di partito fino al presidente degli Stati Uniti.&nbsp;“<em>Draghi un maestro, quando parla lui in Consiglio europeo stiamo tutti zitti ed ascoltiamo</em>” diceva poco più di un anno fa il premier spagnolo <strong>Sanchez</strong> a margine di un incontro a <strong>Bruxelles</strong>. Complice poi la mancanza di una forte leadership in Europa, post era <strong>Merkel</strong>, Mario Draghi ha acquisito il ruolo di perno centrale per una <strong>UE</strong> atlantista, in una fase, questa, di difficoltà per il mondo occidentale. Insomma, un cursus honorum brillante che giustamente (e qui bisogna sottolinearlo, soprattutto nell’era dell’uno vale uno) lo ha portato ad essere un presidente del consiglio quanto meno competente in materia e con un ottimo rapporto con le cancellerie mondiali, non tralasciando la stabilità finanziaria che ha prodotto, in un’epoca storica dove&nbsp;il capitalismo finanziario ha difatti moltissima influenza sulla politica.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando <strong>Mattarella</strong> un anno e mezzo fa lo chiamò al&nbsp;<strong>Quirinale</strong> per risolvere la crisi di governo del Conte II innescata da <strong>Matteo Renzi</strong>,&nbsp;diversi opinionisti nonché varie testate giornalistiche sottolinearono la sua&nbsp;accettazione a formare un governo&nbsp;(nel parlamento più sovranista e populista della Storia repubblicana) <strong>più per&nbsp;dovere istituzionale e morale che per desiderio&nbsp;personale di traghettare l’Italia fuori dalla crisi del Covid</strong>. Molti si chiedevano come avrebbe potuto portare avanti una compagine così eterogenea di parlamentari nella crisi peggiore dal dopoguerra ad oggi.&nbsp;Si&nbsp;usciva da un contesto frammentato di accuse e contro accuse&nbsp;tra&nbsp;i&nbsp;partiti,&nbsp;il&nbsp;ritardo sulla presentazione del progetto del <strong>PNRR</strong> sembrava&nbsp;ormai un dato di fatto e l’uscita dalla pandemia attraverso la vaccinazione pareva ancora per lo più un miraggio. <strong>Mario Draghi</strong> era però più spaventato dal primo ostacolo che da tutti gli altri. <strong>Si poteva lavorare sul piano tecnico per la ripresa economica del Paese, magari non riuscendoci, ma non avrebbe potuto&nbsp;né sopportare né&nbsp;sopperire alla lotta dei veti e contro veti dei partiti</strong>. La soluzione del governo di unità nazionale fu quindi la strada unica percorribile per poter cominciare l’avventura di governo.&nbsp;Lo disse dal primo giorno del suo esecutivo, ripetendolo volta per volta, domanda dopo domanda, fino all’ultima sua dichiarazione stampa prima delle dimissioni:&nbsp;“<em>Per me non c’è un governo senza i 5 stelle, ma questo governo continua finché riesce a lavorare.</em>” Tenere uniti tutti è sempre stata la sua arma di “ricatto” nei confronti dei partiti: <strong>o ci state tutti oppure me ne vado, non mi faccio dilaniare da fuoco amico&nbsp;per motivi elettorali</strong>. E bisogna ammettere che questa scelta è risultata vincente per almeno un anno e mezzo (un’era geologica nella repubblica parlamentare italiana)&nbsp;ma non è stata sufficiente per valere fino alla conclusione della legislatura.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più ci si è avvicinati alla scadenza naturale della legislatura, più i partiti hanno iniziato a punzecchiare&nbsp;l’esecutivo e la maggioranza per testare il terreno. Prima lo <strong>scontro PD-Lega</strong> sulla cittadinanza agli stranieri e sulla cannabis, poi&nbsp;soprattutto&nbsp;<strong>l’escalation grillina</strong> (ormai&nbsp;contiana?)&nbsp;contro alcuni punti del DDL aiuti che si è però talmente ramificato su aspetti più generali&nbsp;(vedi i nove&nbsp;punti&nbsp;di Conte)&nbsp;che manco si riesce più a capire quale sia stata la vera causa dello strappo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A parere di chi scrive, non ne esiste una vera e propria, anzi, forse non n’è mai esistita una diversa da quella di&nbsp;voler recuperare consenso in caduta libera come nessun partito nella storia italiana. Il movimento&nbsp;5&nbsp;stelle,&nbsp;per varie concause interne ed esterne al suo partito,&nbsp;ha intrapreso una discesa senza freni nella sua popolarità&nbsp;che lo ha portato&nbsp;a&nbsp;spingere qualsiasi tasto sul quadrante per&nbsp;cercare di frenare, senza contare su eventuali effetti collaterali prodotti&nbsp;dalle proprie scelte.&nbsp;A questo non si può omettere che, dall’altra parte, la corrente sovranista della Lega non ha perso attimi per gettare benzina sul fuoco tirando in ballo le elezioni per fare un’OPA sul nuovo parlamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tirare la corda ha i suoi pro, se sai fare Politica con la P maiuscola,&nbsp;ma se ti sfugge di mano la situazione e soprattutto se dall’altra parte non c’è un politico&nbsp;ma Il tecnico per eccellenza, allora ti accorgi che il politichese ha poca presa</strong>.&nbsp;E così Mario Draghi, in linea con&nbsp;ciò che aveva sempre detto, non ha perso un attimo per ribadire il suo pensiero ed essere ligio ai suoi principi, rimettendo nelle mani del Presidente della Repubblica il suo mandato.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’analisi potrebbe quindi essere svolta sulla cecità della classe politica italiana di oggi&nbsp;per quanto concerne&nbsp;la&nbsp;<em>serietà</em>&nbsp;delle&nbsp;idee.&nbsp;Purtroppo, siamo sempre stati abituati&nbsp;che l’ultimatum è in realtà un “penultimatum” e che quindi ogni volta che i giochi sembrano chiusi, essi possano in realtà riaprirsi senza problemi.&nbsp;Ogni volta che si stabilisce un principio, questo può essere naturalmente capovolto con un&nbsp;complicato linguaggio da azzeccagarbugli.&nbsp;Una cultura corrotta del parlamentarismo italiano che ha portato piano piano a fidarsi sempre meno della classe dirigente&nbsp;portando in parlamento forze demagogiche e innalzando a nuovi record l’astensione.&nbsp;<strong>Una distanza dal paese reale che si fa sempre più&nbsp;ampia e paurosa,&nbsp;una mancanza&nbsp;cronica&nbsp;di&nbsp;assunzione di&nbsp;responsabilità che è riuscita, nel caso della crisi del governo Draghi, a mettere d’accordo qualsiasi sindaco, presidente di regione,&nbsp;sindacato, sigla&nbsp;imprenditoriale, comunità civile&nbsp;e religiosa&nbsp;come mai&nbsp;prima</strong>.&nbsp;Come si è arrivato a tanto? Ma soprattutto, dove si può ancora arrivare?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nessuno sa cosa farà <strong>Mario Draghi</strong> mercoledì prossimo: se dicesse di sì al Draghi II si mangerebbe la sua parola, se invece dicesse di propendere per il no potrebbe essere&nbsp;imputato come il responsabile&nbsp;finale dell’affondamento della nave, se intendesse proseguire con lo stesso governo, come farebbe a fidarsi d’ora in avanti?&nbsp;È&nbsp;naturale&nbsp;sperare che questa crisi di governo rientri, ci sono troppe scadenze&nbsp;da rispettare, misure sociali da prendere e accordi internazionali delle quali essere protagonisti, ma <strong>quand’è&nbsp;che ci si inizierà a prendere “seriamente sul serio”? Quand’è che il politicante lascerà spazio al politico? Quand’è che prima dell’interesse dei partiti verrà anteposto l’interesse della Nazione?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Di Roberto Biondini e Claudio Dolci</em></p>
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		<title>L&#8217;economista in prestito, la politica in debito</title>
		<link>https://ilcaffekeynesiano.it/2022/07/07/leconomista-in-prestito-la-politica-in-debito/politica-monetaria-e-dintorni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jul 2022 20:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Monetaria e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Scelte economiche]]></category>
		<category><![CDATA[Draghi]]></category>
		<category><![CDATA[economista]]></category>
		<category><![CDATA[Monti]]></category>
		<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In meno di 30 anni sono già stati tre i governi tecnici che hanno dovuto...</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">In meno di 30 anni sono già stati tre i governi tecnici che hanno dovuto gestire l&#8217;enorme debito pubblico italiano, che dagli anni &#8217;80 in poi accompagna ogni esecutivo e ne condiziona le scelte. E tutte le volte che è stato istituito un governo tecnico, a guidarlo c&#8217;era sempre un&#8217;economista, prima Ciampi (&#8217;93), poi Monti (2011) e ora Draghi (2021), e c&#8217;è addirittura chi oggi ipotizza in futuro un ritorno di Tremonti a Palazzo Chigi e di Cottarelli in Regione Lombardia. Ma perché la politica italiana si lascia commissariare dall&#8217;economia e quali sono gli effetti dell&#8217;alternanza tra governi tecnici e partitici?</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><em>3 minuti di lettura</em></p>



<p class="has-text-align-justify has-black-color has-text-color wp-block-paragraph">Ogni società occulta dentro sé stessa un frammento del proprio passato mistico, sia esso un rituale, un inno o più semplicemente un riferimento a un’entità superiore alla quale affidare le proprie preghiere, speranze e paure nei momenti più bui. Per i britannici molto di tutto ciò è racchiuso nel noto <em>God save the Queen</em>, mentre in Italia quando cresce il timore per il baratro ci si affida sempre di più agli economisti. L’Italia, ad esempio, coltiva pressoché da sempre, e per ragioni storiche, il mito del salvatore a cui consegnare le sorti del proprio destino, ed ovviamente ogni responsabilità: sia in caso di successo, sia di insuccesso. <strong>D&#8217;altronde, essendo stato il Belpaese zona di dominazione straniera per lungo tempo, la conseguente alienazione dal sentimento di Stato si è spesso tradotta col disinteresse verso il consolidamento del Bene Comune, visto più come bene di qualcun altro che proprio.</strong> Da questo incastro storico è così nato un genuino rimbalzo delle responsabilità verso l&#8217;esterno, una burocrazia macchinosa e quindi una delegittimazione degli organi preposti a dirigere lo Stato.</p>



<p class="has-text-align-justify has-black-color has-text-color wp-block-paragraph">Questa cultura del “rimbalzo” non è quindi estranea alla politica italiana e troppo spesso si sono infatti materializzate delle situazioni socio-economiche talmente gravi da imporre il richiamo ad un vero e proprio “deus ex machina”, quale simbolo di speranza e allo stesso tempo oggetto di accollamento di ogni forma di responsabilità.&nbsp;In particolare, quando nel recente passato è cresciuto il timore per il baratro economico e/o sociale ci si è affidati sempre più spesso agli economisti. Sono loro, a conti fatti, a rappresentare l’incarnazione tutta italiana della provvidenza, le perenni riserve dello Stato a cui attingere nei momenti del bisogno, sempre pronti a risolvere i problemi di una classe politica che negli ultimi trent’anni non è stata capace di essere autonoma. Questa anomalia ha radici profonde che trovano la loro origine nel ’93 con l’ex banchiere <strong>Ciampi</strong>, poi <strong>Monti</strong> e ora <strong>Draghi</strong>, con l’auspicio che nel futuro figure come quella di <strong>Tremonti</strong> e di <strong>Cottarelli</strong> possano continuare sulla loro scia: uno come Presidente del Consiglio e l’altro come governatore della Regione Lombardia. Insomma, <strong>ovunque si volga lo sguardo, che sia destra, sinistra o centro, la figura degli economisti prende sempre più la forma del “salvatore”, con il commissariamento a tempo indeterminato dei politici di professione</strong>. Ma come mai si è innescato questo meccanismo di debordamento del sistema economico a danno di quello politico e quali possono essere gli effetti?</p>



<p class="has-text-align-justify has-black-color has-text-color wp-block-paragraph">In primis, a segnare la svolta è stato l’avvento della società per specializzazione e quindi l’aumento del ricorso alla tecnocrazia come forma di governo preferenziale. Ciò significa che non vi possa essere ministro migliore di colui che per primo conosce la materia; ne consegue che all’istruzione e Università sia nominato un docente, alla sanità un medico e all’economia un’economista. D’altronde, chi se non un cultore della materia può gestire al meglio un ministero ad essa dedicata? <strong>Questo ragionamento fila per un po’, per poi inciampare rovinosamente su sé stesso, perché proprio secondo tale imperativo dovrebbe essere un politico di professione a ricoprire il ruolo di Presidente del Consiglio e non un economista in senso stretto, men che meno se banchiere. Ed è proprio qui che emerge il dubbio: è corretto il ricorso ossessivo agli economisti?</strong></p>



<p class="has-text-align-justify has-black-color has-text-color wp-block-paragraph"><a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2022/06/18/tre-indizi-fanno-una-prova-linflazione-e-le-nostre-colpe/">Dagli anni ’80 in poi il debito pubblico del nostro Paese ha letteralmente preso il decollo</a> e senza che vi fossero ragioni esterne tali da giustificare uno scostamento così elevato rispetto alla media UE. Ed è stato proprio questo ricorso smodato ai soldi dei contribuenti, necessario per tappare i buchi di bilancio ed elargire regalie di ogni sorta di categoria e capaci di aggregare attorno a sé dei voti, ad aprire la via agli economisti prestati alla politica. Questi ultimi, una volta eletti a deus ex machina, sono poi saliti al Colle ed hanno costruito maggioranze, sempre molto ampie, per cercare di aggiustare solo e sempre una cosa: i conti pubblici. Di fatto l’economista che guida il governo non viene chiamato a fare politica, ma solo a risolvere un problema per poi dissolversi nel nulla delle urne e magari ricevendo (molti) insulti su come si fa quel mestiere.</p>



<p class="has-text-align-justify has-black-color has-text-color wp-block-paragraph">Nel’93 Ciampi prese le redini di un Paese in preda a crisi di natura sia partitiche (Tangentopoli e la crisi dei partiti avevano dilaniato la fiducia dell’elettorato), sia economiche. Infatti, l’Italia era lontana dagli obiettivi fissati dal Trattato di Maastricht che lei stessa aveva firmato ed erano ancora presenti grossi colossi statali nati col dopo guerra (l’Iri su tutti). Ed una volta chiusasi la parentesi Ciampiana la politica riprese il suo corso come se nulla fosse mai accaduto, fino a quando, nel 2011, il differenziale tra BTp e Bund non superò <a href="https://st.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-09/spread-btpbund-oltre-punti-063829.shtml?uuid=AajR9xJE">i 500 punti base</a> e l’Italexit non era più così impensabile. Subentrò quindi l’esecutivo guidato da Mario Monti, che rinforzò sì i fondamentali economici italiani, ma con misure lacrime e sangue, per poi lasciare il testimone a Letta e successivamente a Renzi. Passarono altri governi, ed ecco ritornare alla guida del Paese un’economista, Mario Draghi, anche lui chiamato per traghettare l’Italia fuori dalla crisi sanitaria e partitica, nonché economica ed ambientale. Le analogie che accompagnano tutti questi governi tecnici sono quasi sempre state le stesse: crisi partitica ed economica insieme, ma è l’ordine tra questi due fattori ad essere fondamentale. <strong>È la crisi economica a determinare quella politica o viceversa? E qual è, ammesso che eista, il nesso causale tra le due?</strong></p>



<p class="has-text-align-justify has-black-color has-text-color wp-block-paragraph">Di fatto <strong>la parabola dell’economista che risolve i problemi è una costante della cultura politica italiana. Interessante sarà quindi analizzare due differenti fenomeni: da un lato, come questi governi tecnici si formino, agiscano e vengano successivamente rivalutati dalla società stessa che li aveva formati, dall’altro come l’eredità di questi tecnici venga spesa dai governi  successivi, perlopiù di natura strettamente politic</strong>a. </p>



<p class="has-text-align-justify has-black-color has-text-color wp-block-paragraph">Nasce così una rubrica che vuole fare un po&#8217; più di luce su questa dinamica squisitamente in salsa italiana, con un’intenzione critica e d’inchiesta.</p>



<p class="has-black-color has-text-color wp-block-paragraph"><em>Roberto Biondini e Claudio Dolci</em></p>
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		<title>Mario Draghi al comando</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Nov 2021 18:56:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La giostra dell'inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[Draghi]]></category>
		<category><![CDATA[Inflazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>5 min di lettura Nell’antico Egitto, la parola era considerata una vera e propria forma...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2021/11/13/mario-draghi-al-comando/politica-monetaria-e-dintorni/la-giostra-dellinflazione/">Mario Draghi al comando</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>5 min di lettura</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’antico Egitto, la parola era considerata una vera e propria forma di magia e, tuttora, a millenni di distanza, il genere umano si avvale ancora di password per proteggere e aprire mondi altrimenti celati; e così, non dovrebbe sorprendere il fatto che quasi ogni ambito umano sia ancora abitato da formule più simili ad un “Abracadabra”. In questo appuntamento insieme a Roberto Biondini, appassionato di politiche monetarie, andremo a scoprire il lato magico dell’economia e la logica ad esso sottostante.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dal discorso di Roosevelt a quello di Churchill, politica ed economia hanno spesso affidato a interpreti illustri del loro tempo le ansie e le soluzioni dei momenti più drammatici che l’umanità ha dovuto affrontare. E ai giorni, nostri chi pensi abbia meglio colto l’eredità di questi maestri?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Parlando di economia è difficile individuare qualcuno che abbia saputo fare meglio di Mario Draghi. Quando disse: “La Bce è pronta a fare qualsiasi cosa per preservare l’euro, e credetemi sarà sufficiente” seppe cambiare, con queste semplici parole, il corso della Storia europea e per questo merita di rientrare nell’Olimpo degli economisti. Mario Draghi, infatti, allora presidente della Bce, si espresse così davanti agli occhi di un mondo che barcollava in balia di paure come quella della possibile caduta dell’euro e quindi del progetto comunitario europeo. E grazie a un semplice “whatever it takes”, pronunciato dalla figura più illustre del panorama economico comunitario, e forse mondiale, si evitò il baratro, e, facendo un’iperbole, anche il ritorno al baratto.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma al di là della retorica romantica che avvolge quelle parole, nel concreto, quale significato hanno avuto e come riuscirono a cambiare il corso della Storia?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Partiamo dall’inizio. In passato abbiamo trattato il tema delle banche centrali e del loro compito di mantenere stabile l’inflazione, gestendo la moneta in circolazione. In estrema sintesi: esse immettono moneta per aumentare l’inflazione, perché più soldi circolano, più i prezzi aumentano, e viceversa, riducono l’immissione quando è necessario contenere l’azione inflazionistica. Ecco, col tempo, le banche centrali hanno compreso che al posto di stampare moneta per attuare il loro obiettivo, esse avrebbero potuto controllare meglio la politica monetaria attraverso il livello del tasso d’interesse nominale.&nbsp;</em><em>È</em><em>il sistema tuttora usato dalle banche centrali come strumento principale: abbassandolo o alzandolo, in rapporto, rispettivamente, a una politica monetaria espansiva o restrittiva. In breve, e senza inoltrarsi troppo nei tecnicismi, è importante sapere che il movimento del tasso d’interesse&nbsp;rappresenta lo strumento principe per gestire la stabilità dei prezzi, obiettivo delle banche centrali e attuato attraverso quella che viene definita politica convenzionale.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>E come abbiamo già detto, dopo la Grande Recessione l’inflazione era letteralmente a zero, anzi negativa, e bisognava rialzarla, altrimenti l’economia sarebbe rimasta nella stagnazione che all’epoca imperversava in tutto il mondo, e quindi le banche centrali avrebbero dovuto abbassare il tasso d’interesse. C’era però un problema. I tassi d’interesse erano già stati abbassati al massimo. Come ricordavamo nella puntata precedente, infatti, la globalizzazione e politiche monetarie troppo espansive avevano già abbassato di molto i tassi d’interesse di loro competenza. Di conseguenza, il margine di manovra a disposizione delle banche centrali, per intervenire sulla leva dei tassi, era risicato. Si è arrivati addirittura, cosa non prevista dai libri di testo, a tassi d’interesse negativi, tali per cui pur investendo dei soldi, ne si sarebbero ricevuti di meno di quanti elargiti. Ma proprio l’adozione di tassi pari zero, e negativi, ha innescato la trappola della liquidità.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E come funziona la trappola della liquidità?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>È un fenomeno monetario tale per cui coloro che hanno dei soldi parcheggiati sui conti, piuttosto che spendere e consumare, sono disposti a tenerli fermi senza guadagnarci o addirittura perdendoci. E lo stesso può accadere alle banche, le quali preferiscono tenersi i soldi depositati in pancia, piuttosto che prestarli a imprenditori e rischiare così di non rivederli. In quest’ultimo caso, le banche preferiscono tenerli fermi depositati (anche nelle banche centrali) e scontare così un tasso d’interesse negativo imposto dagli istituti di credito centrali (come la Bce). Insomma, l’idea di far ripartire i consumi, la produzione e più in generale la fiducia tra gli attori economici e finanziari non stava funzionando, ed erano già stati adottati gli strumenti finanziari convenzionali allora disponibili.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>La situazione era simile a quella di un autobus in bilico su di un burrone. L’autista, nel tentativo di bilanciare il peso per rimettere le ruote motrici sulla terra ferma, intima ai passeggeri di spostarsi sul fondo dell’autobus, ma questi, temendo di perdere il proprio posto a sedere, o per paura di compromettere l’equilibrio precario, preferiscono restare ancorati dove sono, rischiando però così di scivolare nel baratro dinanzi a loro.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Nel frattempo, il debito pubblico di diversi Paesi UE, come l’Italia (che figurava tra i passeggeri capofila dell’autobus), aumentava sempre di più, soprattutto in riferimento al rapporto debito pubblico/Pil. Chiaramente se il Pil non aumentava, il rapporto non poteva fare altro che aumentare. Per esemplificare: se il rapporto pre-crisi era 10/10 =1, con la Grande Recessione, invece, il Pil si era contratto, in virtù di un calo dei consumi. Nel frattempo, il debito era aumentato, perché costava sempre di più ripagarlo, vista la sfiducia dei creditori verso le credenziali dell’Italia e di altri Paesi. In questo modo il rapporto divenne più simile a un 12/8= 1,5, piuttosto che l’1 descritto in precedenza.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Parentesi tecnica: abbiamo detto nella puntata precedente che nel mercato interbancario i tassi si erano alzati e che le banche non prestavano più se non a tassi altissimi, mentre qui abbiamo parlato di valori negativi per i tassi gestiti dalle banche centrali. Per evitare di appesantire il discorso, si ricordi solo che quando esiste una situazione particolare come quella a seguito della Grande Recessione, i tassi interbancari possono essere diversi da quelli gestiti dalle banche centrali (detti CB refi/ripo).</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Era una tempesta perfetta e l’Italia e la Grecia erano al centro dell’occhio del ciclone europeo, ma non hai ancora spiegato il senso delle parole di Draghi e come esse riuscirono a riportare il Sole?&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>La situazione era effettivamente drammatica, le banche che non si fidavano più a prestare soldi, l’inflazione era inchiodata nella palude della deflazione e i debiti nazionali crescevano a vista d’occhio. Fu prima che il mercato comunitario si disgregasse che la Bce, con a capo Mario Draghi, operò con almeno due azioni degne di nota, la seconda in particolare geniale. Entrambe si possono ricondurre alle cosiddette politiche monetarie&nbsp;</em><strong><em>non</em></strong><em>&nbsp;convenzionali.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Primo, visto che abbassare il tasso d’interesse non era più sufficiente, si decise di inondare il mercato con la moneta (Quantitative Easing o Bazooka Draghi): si utilizzò denaro della banca centrale, di nuova creazione, per grandi acquisti di una serie di attività finanziarie possedute dalle banche, cioè non solo titoli di stato a breve termine, ma anche quelli a lungo termine, così come i titoli garantiti da ipoteca, obbligazioni societarie, ecc. In questo modo si iniettò moneta liquida nel sistema bancario con l’obiettivo di aumentare i prestiti ai cittadini e far aumentare l’inflazione. Ma non finì qui.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Secondo, come si ricorderà, in Europa il problema non era circoscritto ai soli prestiti delle banche nei confronti dei&nbsp; cittadini, ma coinvolgeva anche il possibile fallimento degli istituti di credito stessi e persino degli Stati nazionali. Di conseguenza, i tassi d’interesse dei buoni del tesoro e lo spread erano in costante aumento, e per ridurre ambedue, Draghi ebbe un’idea così geniale da non richiedere neppure di muovere un dito; fu infatti necessario pronunciare solo tre parole: Whatever it takes; ovvero, si farà qualsiasi cosa per salvare l’Euro e l’Europa. In estrema sintesi la Bce, attraverso Draghi, disse agli investitori: se voi non comprate i titoli di Stato di un particolare Paese, come ad esempio l’Italia, perché pensate siano troppo rischiosi, lo faremo noi, senza limiti e anche direttamente dagli Stati! Quindi, affrettatevi finché i tassi restano alti, perché quando li inizieremo a comprare noi scenderanno e con essi il loro rendimento. Ed in questo modo gli investitori scelsero di comprare tutti i titoli, facendo così abbassare lo spread, senza che Draghi muovesse il pulsante di acquisto.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’altra volta, però, avevamo detto che un acquisto indiscriminato di debito da parte della Banca d’Italia aveva compromesso la stabilità del Bel Paese, e quindi com’è che, data la natura controversa dell’acquisto diretto di titoli, la Bce riuscì a rendere credibile la sua minaccia agli occhi degli investitori?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Senza entrare nei tecnicismi, la Bce aveva la possibilità di usare l’OMT (outright monetary transaction) e attraverso esso, la Banca centrale avrebbe potuto acquistare obbligazioni sui mercati secondari e anche sul mercato primario (in via del tutto eccezionale perché di regola è vietato per statuto) per salvaguardare un’adeguata trasmissione della politica monetaria. Certamente, tutto ciò aveva una condizionalità, cioè che l’acquisto di debito fosse associato a un rigoroso ed effettivo programma di riforme strutturali appropriate per lo Stato membro coinvolto. Non volevo anticiparlo subito per via dell’onta che lo circonda, ma l’OMT appena descritto s’inserisce nel tanto odiato Meccanismo Europeo di Stabilità, ovvero il MES. Tuttavia, e in questo risiede la genialità tattica di Draghi, l’OMT non era ancora&nbsp;</em><strong><em>mai&nbsp;</em></strong><em>stato utilizzato per nessuno Stato, e di conseguenza, anche il solo annunciarlo come possibilità per arginare i tassi riuscì a disinnescare quella tempesta speculativa che si andava formando sopra l’Europa.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ad ogni modo, è questo ciò che si nasconde dietro il “whatever it takes” e il cosiddetto “Bazooka” di Draghi, il quantitative easing, lo strumento adottato per far ripartire i prezzi e, indirettamente, tenere basso il costo dei debiti pubblici dei Paesi UE. D’altronde, e com’è già stato illustrato, più titoli del debito di uno Stato si comprano, più il tasso d’interesse sui BTP diminuisce, rendendo più sostenibile il debito stesso.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Infine, vorrei sottolineare che se la BCE non fosse stata INDIPENDENTE rispetto alle scelte dei governi, quel potere di persuadere gli investitori non lo avrebbe mai avuto. Gli investitori si sono fidati proprio perché la sua promessa di stampare moneta era atta per far ripartire l’inflazione, non per soddisfare scelte di debito nazionale.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La mossa di Draghi salvò l’Euro e l’Europa, ma sfruttò meccanismi che non erano ancora entrati nell’uso comune. Oggi, invece, tutti tremano anche solo sentendo pronunciare parole come Mes e Troika, perché ne hanno visti gli effetti su Paesi come la Grecia.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>In parte è così, ed è per questo che per impedire che in futuro le banche potessero ricadere in quella bolla di titoli spazzatura, creata a causa della scarsa regolamentazione bancaria, si istituirono diversi meccanismi di tutela. Ad esempio, fu richiesto agli istituti bancari di detenere un capitale più alto, evitando così esposizioni eccessive sul mercato e possibili fallimenti (come nel caso di Lehman Brothers). Fu poi introdotta una supervisione bancaria da parte della Bce e la regola del cosiddetto bail-in. Quest’ultima fu ritenuta molto controversa, e nei fatti recita così: se una banca ha bisogno di soldi, di norma non sarà lo Stato a farsene carico, ma gli azionisti della stessa. Tale regola è molto importante, perché in precedenza il salvataggio della banche, sempre da parte dello Stato, aveva alzato i debiti pubblici degli Stati nazionali, innescando poi quella spirale di sfiducia verso alcuni membri della UE, incentivando anche il cosiddetto moral hazard, cioè l’incentivo a comportarsi in modo spregiudicato sapendo che c’è qualcuno a salvarmi. Insomma, con Draghi si inaugurò l’Unione Bancaria tra gli Stati UE per garantire più sicurezza nel mercato finanziario.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non è curioso come alcune delle regole più semplici ed intuitive compaiano solo dopo aver perso il controllo della giostra (?). Ad ogni modo, una volta ripreso il controllo del mezzo, come fece Draghi a far ripartire l’economia della zona Euro? Garantendo così la crescita del PIL in quasi tutti gli Stati della comunità UE, anche se in Italia questa fu particolarmente modesta.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>La prima domanda, seppur retorica, fa parte della Storia del genere umano, mentre sull’affermazione circa il Pil italiano, ci sarebbe molto da dire. Ma tornando a Draghi, egli diede l’input per attivare politiche fiscali espansive.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>In breve, si incentivarono gli Stati ad investire, spendendo i soldi immessi dalla Bce che allora costavano pochissimo ed erano in abbondanza grazie alle politiche monetarie espansive. Una politica fiscale espansiva è una via obbligatoria per uscire dalla trappola di liquidità. Molti Stati sono riusciti quindi a ripartire, facendo crescere i consumi, gli investimenti e la produzione. E ritornando al caso dell’Italia, essa era tra quegli stati che crescevano di meno, perché su di essa pesava anche un debito pubblico altissimo e per questo doveva soppesare ogni scelta d’investimento. Era una situazione d’impasse. Da un lato, infatti, bisognava attuare investimenti che potessero essere utili per la ripresa (investimenti sul futuro piuttosto che spesa corrente), dall’altro evitare il rischio di alzare troppo il debito pubblico, innescando così una spirale destinata a produrre un’insostenibilità del debito stesso.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non c’era un altro modo per aggirare le idiosincrasie nazionali e promuovere comunque la crescita in tutti gli Stati UE?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Penso di sì, ma c’era un ostacolo: la mancanza di una politica fiscale europea comune. Il fatto che i 28 stati abbiano 28 politiche fiscali diverse rende pressoché impossibile un coordinamento dell’azione fiscale comunitaria e ciò inficia qualunque controllo sovranazionale. Tuttavia, l’attuale pandemia ha smosso questo stallo, spingendo gli Stati verso l’idea, seppur riluttante per alcuni, di adottare una politica fiscale comune.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’abilità di un politico, come di un economista, si misura tanto nelle sue idee, quanto nella sua capacità di convincere chi ascolta attraverso le parole. E in questo, da secoli, la magia insegna a tutti, superando gli ostacoli della ragione, del “non c’è nel manuale”, e promuovendo quel senso d’unione che si manifesta quando ci si sente vulnerabili nei confronti dell’ignoto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Roberto Biondini e Claudio Dolci</p>
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