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	<title>Gas Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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	<title>Gas Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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		<title>Il prezzo del gas e la transizione energetica: quali prospettive?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jun 2023 17:47:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia e Transizione Energetica]]></category>
		<category><![CDATA[Gas]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>4 min di lettura Quando si è parlato dei prezzi del gas negli ultimi mesi,...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2023/06/10/il-prezzo-del-gas-e-la-transizione-energetica-quali-prospettive/energia-e-transizione-energetica-uncategorized/">Il prezzo del gas e la transizione energetica: quali prospettive?</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">4 min di lettura</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando si è parlato dei prezzi del gas negli ultimi mesi, i media e le istituzioni hanno fatto sempre riferimento alle conseguenze negative che i rincari hanno indotto sui consumatori e più in generale sull’economia. È innegabile che il rialzo dei prezzi del gas naturale abbia avuto delle ripercussioni sociali rilevanti. Si pensi, ad esempio, al modo in cui ha colpito in maniera regressiva le famiglie meno abbienti, riducendo il loro potere di acquisto e rafforzando ormai già consolidate diseguaglianze. Si pensi anche all’impatto su imprese e attività produttive che hanno dovuto chiudere i battenti o si sono salvate grazie a misure di supporto pubbliche. <strong>Ed è vero anche che l’aumento sostanziale dei prezzi ha favorito un rallentamento generale dell’economia, limitando i consum</strong>i (i consumatori possono spendere meno in altri beni). A volte però bisognerebbe rimarcare anche gli effetti benefici che i rialzi dei combustibili fossili possono avere per la transizione energetica, per esempio. Cercherò quindi di riassumere i segnali e gli incentivi che il mercato del gas ha lanciato nell’ultimo periodo, provando ad avanzare la tesi che dei prezzi elevati possono ridurre i consumi (e quindi la dipendenza dal gas) e favorire gli investimenti in rinnovabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mercato del gas, come tutti i mercati che non siano regolati, risponde alle dinamiche della domanda e dell’offerta. Se la domanda cresce i prezzi aumentano. <strong>Se c’è uno shock di offerta, come quello avuto in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, i prezzi aumentano</strong>. Con tutti i difetti del caso, il mercato del gas lancia attraverso i propri prezzi dei segnali fondamentali che in base all’elasticità della domanda dei consumatori, ne modificano più o meno le scelte. Durante l’inverno scorso, quando i prezzi sono lievitati drasticamente, i consumatori hanno risposto riducendo i loro consumi. Certo, le temperature più alte rispetto alle medie stagionali, hanno influito notevolmente. Ma ciò non toglie che molti Paesi Europei siano stati in grado di ridurre la domanda di gas quando era più urgente farlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un grafico pubblicato in un articolo di <strong>Matteo Villa </strong>(“Gas: la transizione traballa?”, 2023), ricercatore presso L’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), ci può aiutare a comprendere meglio quanto successo a livello di consumi tra il 2021 e maggio 2023. La linea arancione mostra la riduzione dei consumi cumulata nel periodo dal 1° agosto 2022 a oggi. “Come si può notare i consumi di gas naturale calano fino a una cifra vicina al -20% rispetto allo stesso periodo del 2021, per poi stabilizzarsi”. La linea blu, invece,&nbsp;analizza l’andamento dei risparmi con una media mobile a 30 giorni. Attraverso quest’ultima possiamo osservare l’andamento dei risparmi di gas soprattutto nel corso dell’autunno e inverno scorsi. É in questo periodo che si sono concentrati i massimi risparmi. E se è vero l’anomalia termica ha contribuito con temperature al di sopra delle medie storiche (+1,7°C a novembre e +2,1°C a dicembre 2022), i massimi risparmi succedono a delle fasi di rialzo dei prezzi del gas.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Consumi di Gas 2022/23 Vs 2021</em></p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2023/06/screenshot-240.png?w=644" alt="" class="wp-image-2678"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Fonte: ISPI</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Come sottolinea Matteo Villa, “dallo stesso grafico si può notare anche la&nbsp;variabilità sempre più pronunciata dei “recuperi”, ovvero del ritorno dei consumi di gas naturale in Italia verso i valori del 2021”. &nbsp;Particolarmente interessante è la risalita dei consumi da fine aprile a oggi. <strong>Siamo infatti rapidamente passati da un -25% al -7% dell’ultima settimana con una tendenza di crescita dei consumi che non si è ancora arrestata</strong>. Anche in questo caso il fattore prezzo è rilevante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se i prezzi intorno ai 130 €/MWh, in autunno, e 70 €/MWh, in inverno, avevano incentivato i consumatori italiani a ridurre i consumi,&nbsp;i prezzi di oggi, intorno ai 30 €/MWh, sono troppo bassi per farlo. Si tratta di un campanello d’allarme in primis per la transizione energetica, che conta su una riduzione sostanziale dell’utilizzo dei combustibili fossili (e per quanto il gas naturale sia meno inquinante, contribuisce in larga parte alle emissioni di CO<sub>2</sub> in atmosfera). Ma in secondo luogo anche per l’inverno che sta arrivando, che ci vedrà di nuovo senza (o quasi) gas russo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’aumento del prezzo del gas non è quindi risultato utile soltanto per il suo effetto sui consumatori. I prezzi elevati hanno anche reso gli investimenti in fonti rinnovabili più redditizi e interessanti, creando così un secondo canale attraverso cui incentivare la transizione energetica. Il grafico sottostante ci può aiutare a comprendere meglio questa dinamica. Si tratta di un semplice modello di equilibrio tra domanda e offerta nel breve periodo nel mercato elettrico. Come spesso succede, i costi variabili del gas (superiori a gran parte degli altri combustibili fossili e alle rinnovabili, per le quali questi ultimi sono nulli) determinano il prezzo di mercato (market clearing price).<strong> Maggiore è il prezzo del gas, maggiore è il prezzo di equilibrio</strong> (come detto il prezzo del gas quasi sempre detta l’equilibrio tra domanda e offerta), maggiore è l’introito per tutti gli impianti energetici che hanno costi variabili minori. Nel caso qui sotto riportato, andranno a beneficiare di un aumento del prezzo di equilibrio gli impianti a carbone, lignite e il nucleare. Ma il più grande guadagno arriverà a chi possiede fonti rinnovabili i cui costi di produzione sono nulli. Ecco che l’aumento del prezzo del gas favorisce ancora una volta la transizione energetica rendendo gli investimenti in rinnovabili più appetibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Equilibrio del Mercato Elettrico</em></p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2023/06/screenshot-241.png?w=611" alt="" class="wp-image-2680"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Fonte: Hertie School</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Concludendo, l’aumento dei prezzi del gas può essere uno strumento molto utile nel lungo periodo per incentivare la transizione energetica. L’azione preventiva sui consumi e l’effetto sugli investimenti in rinnovabili sono esempi che ci mostrano il lato positivo del rialzo dei prezzi avuto negli ultimi mesi. Si tratta di dinamiche di mercato che i politici non dovrebbero osteggiare ma incoraggiare, in quanto vanno nella direzione da noi tutti sperata. Allo stesso tempo, come è stato sottolineato in partenza, le conseguenze di aumenti così sostanziali possono essere molto forti in una società che purtroppo dipende ancora in larga parte da questo combustibile fossile. I<strong>nvece di annullare gli incentivi di mercato, le istituzioni dovrebbero cercare di limitare gli effetti regressivi sulle famiglie e sulle imprese, che potrebbero farci pagare a caro prezzo i vantaggi della transizione energetica.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">di Guglielmo <strong>De Puppi</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2023/06/10/il-prezzo-del-gas-e-la-transizione-energetica-quali-prospettive/energia-e-transizione-energetica-uncategorized/">Il prezzo del gas e la transizione energetica: quali prospettive?</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>Gli extraprofitti delle aziende energetiche: la risposta UE, tedesca e italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Guglielmo De Puppi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jan 2023 15:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia e Transizione Energetica]]></category>
		<category><![CDATA[Gas]]></category>
		<category><![CDATA[Green Deal]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questi ultimi mesi abbiamo sentito parlare spesso degli extraprofitti delle aziende energetiche. Si tratta...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2023/01/11/gli-extraprofitti-delle-aziende-energetiche-la-risposta-ue-tedesca-e-italiana/energia-e-transizione-energetica-uncategorized/">Gli extraprofitti delle aziende energetiche: la risposta UE, tedesca e italiana</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">In questi ultimi mesi abbiamo sentito parlare spesso degli extraprofitti delle aziende energetiche. Si tratta di tutte quelle entrate aggiuntive che i grandi attori operanti nel settore dell’energia si sono garantiti attraverso il rialzo dei prezzi. Non molti, tuttavia, sanno che<strong> l’Unione Europea e i Paesi Membri si stanno adoperando affinché una parte di questi extraprofitti vengano redistribuiti ai cittadini, in particolare alle famiglie e alle imprese</strong> che più risentono delle conseguenze della crisi energetica. È una scelta fondamentale per permettere ai Paesi che hanno limiti di spesa più stringenti di aiutare le realtà più colpite. Il punto di riferimento per le politiche dei vari paesi dell’UE in merito agli extraprofitti è il Regolamento del Consiglio Europeo del 6 ottobre 2022. Ne analizziamo qui le principali proposte, prima di passare alle applicazioni concrete che hanno sviluppato l’Italia e la Germania. La speranza è quella di comprendere meglio le implicazioni delle scelte di Bruxelles in materia di extraprofitti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Che cosa stabilisce il regolamento sugli extra-profitti varato dall’Ue?</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il Regolamento del 6 ottobre 2022 stabilisce <strong>la creazione di due meccanismi volti a ricavare risorse economiche</strong> che possano tutelare i consumatori finali di energia: in primo luogo un <strong>contributo di solidarietà temporaneo</strong> per le imprese e le organizzazioni che svolgono attività nei settori del petrolio greggio, del gas naturale, del carbone e della raffineria; poi, <strong>un tetto </strong>(anche esso temporaneo) <strong>ai ricavi straordinari</strong> di mercato dei produttori che hanno costi marginali più bassi (per esempio i produttori delle rinnovabili, i cui costi di produzione dell’elettricità corrispondono per lo più ai costi inziali di investimento). Il contributo di solidarietà è una sorta di imposta che in circostanze impreviste e straordinarie permette la generazione di entrate supplementari a favore delle autorità nazionali. Il tetto, invece, rappresenta un limite massimo ai ricavi di mercato dei produttori di energia elettrica. Attualmente è fissato a 180€ per MWh, un livello che secondo le autorità europee è significativamente superiore ai costi di produzione dell’energia (LCOE) e che quindi non mette a rischio la possibilità di recuperare i costi di investimento per i produttori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiariamo subito alcuni aspetti importanti per capire la natura delle decisioni dell’UE. Innanzitutto, <strong>in nessuna sezione del Regolamento Europeo citato si fa riferimento alla parola tasse</strong>. Si tratta di un elemento chiave, in quanto <strong>l’Unione Europea non ha competenza fiscale diretta</strong> (per qualsiasi decisione in merito a una tassa europea ci vorrebbe l’unanimità in Consiglio, risultato abbastanza improbabile da raggiungere oggi giorno). C’è poi anche una considerazione più strettamente politica: parlare di tasse è sempre altamente impopolare. L’avversione per misure fiscali dirette potrebbe compromettere la riuscita della misura. Perciò, chiunque si riferisca ai meccanismi sopra descritti come tasse sui ricavi o sulle aziende produttrici di energia, commette un errore (anche se quella è la sostanza).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Va compreso, poi, che trattandosi di un regolamento europeo, la misura del Consiglio rappresenta un atto giuridico direttamente applicabile in tutti gli Stati Membri (deve essere applicato in tutti i suoi elementi nell’Unione Europea). <strong>Italia e Germania si sono adoperate per tradurre al più presto le scelte del consiglio europeo in azioni concrete</strong>. L’Italia ha elaborato molto sul contributo di solidarietà, introducendolo ancor prima che l’Europa lo indicasse come via necessaria. La Germania, invece, ha sviluppato accuratamente un tetto ai ricavi, con meccanismi volti a preservare gli incentivi economici più importanti. Ecco perché questi due Paesi costituiscono degli esempi molto interessanti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La risposta di Italia e Germania al tema degli extra-profitti</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il contributo di solidarietà in Italia è stato introdotto dal governo<strong> Draghi</strong>. Sappiamo tutti quanto l’ex premier si è battuto a livello nazionale ed europeo affinché misure di rilievo fossero attuate per mitigare gli effetti della crisi energetica (il <a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2022/10/15/il-price-cap-e-le-divisioni-europee/">price cap sul gas</a> è sicuramente una vittoria che può ascriversi). <strong>Il contributo di solidarietà come inizialmente pensato avrebbe dovuto portare nelle casse dello stato oltre 10 miliardi di euro</strong>. Tuttavia, i numerosi ricorsi delle aziende energetiche hanno fatto si che l’Italia riuscisse a ricavarne solamente 1.5 mld di euro. Il contributo temporaneo è stato introdotto col decreto <strong>Taglia-prezzi</strong>, modificato una prima volta con il decreto <strong>Aiuti</strong> e di nuovo con la nuova legge di bilancio del governo Meloni. Ma come funziona quindi il contributo di solidarietà italiano?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le aziende coinvolte devono versarlo soltanto qualora l’incremento di reddito complessivo sia superiore di almeno il 10% rispetto alla media dei redditi complessivi conseguiti nei quattro periodi d’imposta precedenti al 2023. Se l’incremento di reddito supera la soglia indicata, allora il produttore dovrà versare il 50% dell’incremento di reddito complessivo allo Stato (il 25% prima della nuova legge di bilancio, anche se applicato a una platea di attori più ampia). <strong>La misura</strong> (Contributo Straordinario), <strong>secondo le stime del Sole 24 Ore, dovrebbe portare a bilancio circa 2.5 miliardi di euro nel 2023, coinvolgendo circa 7000 imprese.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Attraverso la legge di bilancio approvata il 29 dicembre scorso l’Italia ha ufficialmente avviato l’attuazione anche del tetto ai ricavi. Secondo quanto si può apprendere dal testo pubblicato in gazzetta ufficiale<strong> il tetto riguarderà principalmente impianti a fonti rinnovabili non rientranti nel Contributo Straordinario, ma anche impianti alimenti da fonti non rinnovabili come i produttori di elettricità che utilizzano torba, lignite o petrolio greggio</strong>. Per l’applicazione del tetto il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) calcola la differenza tra il prezzo di riferimento di 180€ per MWh stabilito dall’Unione Europea, e un prezzo di mercato pari alla media mensile del prezzo zonale orario. Se la differenza (180-X) è negativa il produttore deve versare al GSE l’importo corrispondente. Sembra esserci una certa flessibilità rispetto alla tecnologia presa in considerazione (per le fonti con costi di produzione superiore alla soglia di 180 euro, il valore di riferimento viene stabilito secondo criteri specifici dall’ARERA), anche se <strong>la Germania a riguardo ha sviluppato un piano molto più dettagliato.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il governo tedesco, infatti, ha elaborato un sistema per <strong>limitare i ricavi estremamente dinamico e flessibile, in cui la soglia dei 180 euro per MWh è quasi assente.</strong> Il grafico qui sotto ci aiuta a comprenderne l’intuizione. <strong>Il tetto è specifico alla tecnologia considerata</strong> (più basso per le rinnovabili dove i costi di produzione sono minori, più alto per petrolio e carbone). Allo stesso tempo si tratta di un tetto mobile, che varia con i prezzi delle commodity. Gli elementi che più caratterizzano la soluzione tedesca sono altri due, tuttavia. Il fatto che <strong>soltanto il 90% degli extraprofitti sia soggetto alla misura è fondamentale per coprire i produttori dal rischio legato ai costi aggiuntivi che potrebbero insorgere e all’incertezza connessa alla produzione</strong>, ma soprattutto per preservare l’incentivo a produrre quando i prezzi dell’elettricità sono alti e c’è scarsità di offerta (questo incentivo potrebbe essere eliminato dal tetto ai ricavi, che non permetterebbe più di guadagnare di più nei momenti in cui i prezzi sono più alti). <strong>Il tetto ai ricavi tedesco</strong>, infine, <strong>tiene in forte considerazione le strategie di hedging attuate dai produttori.</strong> Nel mercato dell’elettricità stipulare contratti per la vendita e trasmissione di elettricità nel futuro è molto comune, in quanto offre delle garanzie sia ai produttori che ai consumatori. Esistono contratti di vendita per elettricità che precedono l’effettiva produzione anche di 2/3 anni. Tenere conto dei prezzi stabiliti in questi contratti, correggendo l’importo che i produttori devono versare, è fondamentale (se i contratti sono stipulati a prezzi più bassi di quelli attuali di mercato bisogna tenerne conto).</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2023/01/immagine.png?w=443" alt="" class="wp-image-2334"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per quanto riguarda il contributo di solidarietà temporaneo la Germania è stata meno creativa</strong>, applicando pedissequamente quanto indicato dall’Europa. Le aziende produttrici che abbiano superato almeno del 20% la media dei profitti relativi all’intervallo 2018-2021 dovranno versare il 33% dei profitti per gli anni 2022/3.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel cercare di descrivere nella maniera più semplice possibile la logica del Regolamento europeo del 6 ottobre 2022, abbiamo discusso e spiegato le applicazioni dei suoi due meccanismi principali da parte di Italia e Germania. Entrambi i Paesi si sono impegnati nell’attuare le scelte di Bruxelles, fornendo degli spunti di riflessione interessanti. La riuscita di queste misure, da valutare nei prossimi mesi, sarà fondamentale per reperire risorse preziose e alleviare i cittadini e le imprese dai costi delle bollette. <strong>L’Unione Europea stima che un indotto da oltre 100 miliardi di euro possa essere reperito se il contributo di solidarietà e il tetto ai ricavi funzioneranno come previsto</strong>. Una somma decisamente importante, soprattutto per i Paesi come l’Italia che, altrimenti, incontrerebbero grandi difficoltà nel trovare risorse adeguate ad aiutare i cittadini. Ricordiamo che una buona parte della legge di bilancio è stata dedicata ai rialzi in bolletta. Per quanto ancora il governo potrà destinare risorse per la crisi energetica? Attendiamo con impazienza giugno per una prima valutazione delle politiche dettate da Bruxelles e implementate da Germania e Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Guglielmo De Puppi</p>
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		<title>Il Price Cap e le divisioni europee</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Guglielmo De Puppi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Oct 2022 15:39:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia e Transizione Energetica]]></category>
		<category><![CDATA[Energie fossili]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quella risposta pronta e coesa che l’Unione Europea aveva esibito di fronte alla pandemia lasciava...</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">Quella risposta pronta e coesa che l’Unione Europea aveva esibito di fronte alla pandemia lasciava intravedere degli spiragli per l’avvio di una nuova fase d’integrazione del Vecchio Continente. Ma l’attuale crisi energetica ha ampiamente infranto queste speranze riproponendoci la frammentazione e le divisioni che in passato hanno spesso caratterizzato l’agire dei ventisette.</h2>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La lentezza della burocrazia europea</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo oltre sei mesi dall’inizio del conflitto in Ucraina, infatti, non sembra esserci ancora nessun accordo in vista. Il vertice tenutosi qualche giorno fa a Praga tra i primi ministri dei Paesi Membri, non ha visto la formulazione di alcuna proposta concreta riguardo alla gestione dei prezzi del gas e dell’elettricità. Tutto ciò mentre su molte imprese e sulle famiglie con i redditi più bassi inizia a gravare il peso delle bollette. Il quale, almeno negli intenti dei promotori, doveva essere assorbito dal famigerato tetto al prezzo del gas, un’idea mesi fa fu avanzata e sostenuta con forza anche dal nostro ex-Presidente del Consiglio, Mario Draghi. Ma ad oggi che cosa si intenda esattamente con questa proposta non è chiaro, come non lo è il motivo per cui<strong> il <em>price cap</em> stia generando reazioni così diverse tra i vari Paesi</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Come funziona il mercato del gas in Ue e nel mondo</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Per comprendere il meccanismo del price cap e le divisioni che ha suscitato, bisogna innanzitutto capire <strong>come funziona il mercato europeo del gas.</strong> Il gas arriva in Europa in due modi. Il primo è legato ai gasdotti internazionali, delle infrastrutture di trasporto fisse che vincolano attraverso contratti a lungo termine i Paesi fornitori e gli acquirenti (spesso entrambi rappresentati da società pubbliche – le utility). Il secondo è rappresentato dalle forniture via mare del gas naturale liquefatto (LNG), il quale viene rigassificato principalmente in Spagna e Inghilterra. Una particolarità dell’LNG è che può viaggiare ovunque e per questo il suo approvvigionamento è fortemente condizionato dall’incontro tra domanda e offerta, che assume perlopiù la forma della competizione tra l’Ue e i Paesi asiatici (grandi consumatori di questo prodotto). Infine, c’è un altro meccanismo che si è sviluppato nell’ultimo decennio e che negli ultimi mesi ha esposto il prezzo del gas a una maggiore volatilità. Si tratta dei <strong>mercati <em>spot</em>, dove i trader negoziano futures, operazioni fisiche e di cambio</strong>. I mercati spot si differenziano dai mercati a termine in quanto l’acquisto e la vendita dei beni vengono effettuati dietro pagamento immediato, invece che in differita. Non vi è pertanto differenza tra la data della transazione e quella del relativo saldo, motivo per cui il prezzo rappresenta il valore spot del bene in quell’esatto istante. L’esempio più celebre è sicuramente quello della Title Transfer Facility (TTF) olandese, le cui oscillazioni di prezzo hanno portato al record di 339 EUR/MWh dello scorso agosto.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/10/immagine.png?w=469" alt="" class="wp-image-1971"/><figcaption class="wp-element-caption"><em>Fonte: Trading economics</em></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La situazione geopolitica causata dalla guerra Ucraina e il conseguente rialzo dei prezzi (già iniziato alla fine del 2021 per altre ragioni) hanno creato la necessità di politiche che ad oggi prefiggono due distinti obiettivi. In primo luogo quello di <strong>sostenere le categorie sociali e produttive dall’impatto dei prezzi</strong> (senza energia non c’è sviluppo e crescono le tensioni interne). Il secondo, connesso al primo, è quello di <strong>ridurre la dipendenza dal gas russo</strong> (e qui si può parlare di ragioni etiche e geopolitiche). <strong>Ma in che modo il prezzo al tetto del gas può concorrere a realizzare questi due propositi?</strong> E quali potrebbero essere gli effetti sul mercato?</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La proposta e gli obiettivi del price cap: le proposte a confronto</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il price cap può essere genericamente definito come una regolamentazione economica che stabilisce un limite ai prezzi che possono essere addebitati da un fornitore di servizi pubblici. Se analizziamo il mercato europeo del gas più nello specifico, <strong>sono tre i modelli di tetto al prezzo che vengono attualmente discussi</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il modello iberico</strong>, già attuato da Spagna e Portogallo, è quello che sembra riscuotere il maggior consenso tra i Paesi Membri. <strong>Consiste nell’applicare un tetto al prezzo del gas</strong> (e conseguentemente dell’elettricità) <strong>alle forniture pagate dai consumatori</strong>. Viene dunque imposto un prezzo nelle centrali elettriche che è circa metà di quello stabilito nel mercato TTF. Nel momento in cui il prezzo a cui il gas viene acquistato all’ingrosso è superiore a quello prefissato per la vendita ai clienti finali, <strong>il governo centrale</strong>, per garantire le forniture, <strong>compensa gli attori operanti sul mercato interno.</strong> Si tratta di una misura facilmente attuabile e che sicuramente contribuisce all’obiettivo di alleviare cittadini e imprese dal rialzo dei prezzi, perché a sopperire agli scostamenti improvvisi è lo Stato e non più il consumatore. Tuttavia, <strong>gli economisti sono molto divisi riguardo al raggiungimento dell’indipendenza da Mosca</strong>. Infatti, una misura simile potrebbe in realtà aumentare la domanda di gas anziché ridurla, esponendo maggiormente l’Unione Europea ai ricatti di Putin.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda opzione è di applicare <strong>un tetto soltanto al prezzo del gas russo</strong>. Dovrebbe agire sostanzialmente come un dazio, riducendo i profitti del Cremlino. Avrebbe potuto rappresentare una buona soluzione (anche se difficilmente negoziabile) se non fosse che <strong>la Russia ha ormai già ridotto, se non completamente interrotto, i flussi di gas</strong>. In questo caso ad aver giocato contro è stata l’inerzia con cui l’Ue ha affrontato il tema, procrastinando ogni decisione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, il terzo modello riguarda <strong>un limite al prezzo rivolto a tutte le importazioni di gas, includendo paesi come Norvegia, Algeria, Stati Uniti, ecc.</strong> In questo caso il sostegno alle imprese e alle categorie sociali verrebbe garantito, l’impatto sulla domanda del gas russo andrebbe valutato attentamente. Ma il problema principale di quest’ultima soluzione è di tipo geopolitico e legato al mercato del gas via nave. Infatti, fissare un price cap per tutte le importazioni, non andrebbe a impattare i contratti a lungo termine, ma il potere d’acquisto europeo sul LNG. F<strong>issare un tetto al prezzo significherebbe favorire i paesi asiatici, diventando meno competitivi e rischiando di perdere forniture di gas che attualmente sono indispensabili</strong>. L’LNG potrebbe andare ove è più conveniente lasciando l’Ue all’asciutto, inoltre già adesso ci sono molte polemiche sui traffici marittimi di gas liquefatto. Dove armatori dalle dubbie bandiere portano in giro per il mondo petrolio e gas che altrove sarebbero banditi o pesantemente sanzionati.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La soluzione dell’Ue al problema del gas</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Pro e contro di ciascun modello possono essere valutati soltanto se si accetta il price cap quale giusto strumento economico e questo è già in sé un fattore divisivo sia all’interno dell’Ue che tra gli <strong>economisti.</strong> Alcuni di loro, infatti, ritengono che il mercato del gas sia caratterizzato da importanti distorsioni, per cui un intervento del governo sarebbe giustificato in quanto volto a internalizzare l’incertezza oggi esternalizzata e al contempo generata dal mercato stesso. Altri, invece, <strong>ritengono che il price cap possa significare la fine per il libero mercato del gas così come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi</strong>, annullando così i benefici del <em>price signaling </em>(un meccanismo fondamentale per veicolare informazioni a produttori e consumatori e influenzare la quantità offerta e domandata), l’utilità del commercio transfrontaliero e incentivando la domanda. Alle divisioni ideologiche, probabilmente meno determinanti nell’influenzare il dibattito europeo, si sommano poi degli interessi strategici contrastanti. In queste divergenze di prospettiva troviamo la chiave per interpretare l’impasse di questi mesi e per ritenere che un accordo sul tetto al prezzo sia quantomai difficile, in qualsivoglia delle diverse forme discusse.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In Europa possiamo distinguere chiaramente due gruppi di Paesi</strong>. I 15 stati che hanno richiesto il price cap, guidati da Italia, Francia e Spagna, i quali hanno ancora capacità di importazione e mirano a rifornire le loro riserve con gas LNG, risentendo però in maniera particolare della volatilità del TTF, dove i prezzi del gas via nave, ma anche quelli dei contratti a lungo termine, vengono oggi determinati. Per loro un tetto al prezzo rappresenterebbe un modo per avere accesso a un maggior quantitativo di gas, a prezzi più contenuti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vi è poi il secondo gruppo di Paesi, guidato in primis da Germania e Olanda, i cui terminali LNG hanno già raggiunto la capacità massima e non possono pertanto aumentare le loro importazioni. <strong>Per questi Stati gli alti prezzi del gas sono uno strumento fondamentale per ridurre la domanda,</strong> là dove un price cap, invece, significherebbe incentivarla senza che questa possa essere corrisposta da un’adeguata offerta. In una parola: razionamento, con tutte le conseguenze politiche, sociali ed economiche del caso. Ancora una volta l’<strong>Ue si ritrova spaccata in due: da una parte ci sono i Paesi frugali, che si sono attrezzati per ridurre i consumi, e dall’altra quelli del Sud, maggiormente esposti per la mancanza di infrastrutture </strong>(come in Italia) <strong>o per le difficoltà nel ridurre i consumi senza poter compensare il disagio che ciò comporterebbe per le fasce più esposte</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Visti interessi così lontani è difficile immaginare che il price cap possa essere attuato senza scontentare gli attori in gioco. Tuttavia, la necessità di cooperare e trovare una soluzione comune si fa sempre più stringente. Come ricorda l’AD di Eni, <strong>Descalzi</strong>, infatti, <strong>l’inverno più complesso da affrontare sarà quello del 2023/4, quando il gas russo raggiungerà in minima parte l’Europa</strong>. Per rifornire le riserve europee servirà un’azione unita e coesa sul mercato, che dia ai Paesi dell’Unione un maggior potere di acquisto, rendendoli competitivi soprattutto rispetto alle importazioni di gas LNG. E a maggior ragione oggi, a pochi giorni dall’annuncio dell’<strong>OPEC+ </strong>in merito al taglio della produzione del greggio, diventa centrale anche la costituzione di un maccanismo comune di sostegno a famiglie e imprese. È fondamentale che a soffrire le conseguenze delle recrudescenze del covid, dell’inflazione, della recessione e della guerra non siano sempre le stesse categorie sociali. Sarebbe pericoloso sia per la tenuta dell’Unione, sia per il sogno europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di</em> Guglielmo <strong>De Puppi</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/10/15/il-price-cap-e-le-divisioni-europee/energia-e-transizione-energetica-uncategorized/">Il Price Cap e le divisioni europee</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>Nein! Un bicchiere mai pieno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2022 06:43:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie fossili]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Scelte economiche]]></category>
		<category><![CDATA[Gas]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Price Cap]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nein! La svolta tanto attesa, ed invocata ormai 8 mesi fa dal dimissionario governo Draghi,...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/09/12/nein-un-bicchiere-mai-pieno/geopolitica-il-mondo-che-cambia/globalizzazione/">Nein! Un bicchiere mai pieno</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">Nein! La svolta tanto attesa, ed invocata ormai 8 mesi fa dal dimissionario governo Draghi, è stata sonoramente stroncata dai vertici europei. <strong>Si dovrà dunque attendere sino al 6 ottobre per sapere se ci sarà o meno un <em>price cap</em> al tetto del gas </strong>e ciò dovuto al veto imposto dall’Ungheria, dalla Slovenia, dall’Austria, dai Paesi Bassi, dalla Repubblica Ceca e infine <a href="https://www.open.online/2022/09/09/unione-europea-gas-price-cap-saltato-perche/">dalla Germania</a>. Inutile dirlo, a pesare maggiormente è stato il dissenso di quest’ultima, la quale teme il blocco totale di qualunque fornitura di gas russo e con essa uno stop della propria industria, un aumento della disoccupazione e il rischio di tensioni sociali: in breve, <strong>no gas, no Pil</strong>. Di fronte a questa decisione gli osservatori economici si sono divisi in due blocchi, quello degli <em>ottimisti</em> da una parte e dei <em>pessimisti</em> dall’altra.</h2>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Dalla parte degli ottimisti</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Chi nonostante tutto continua a vedere il bicchiere mezzo pieno confida nella razionalità degli attori economici e nelle aspettative, si spera positive, del mercato (le quali, almeno al momento, riemergono puntualmente nelle analisi statistiche). Dal lato razionale, <strong>l’idea che in breve tempo la Russia possa reindirizzare i propri gasdotti verso la Cina e l’India</strong>, così come si potrebbe fare con la canna per irrigare il giardino, <strong>risulta priva di fondamento</strong>. Da ciò ne consegue che senza l’Europa a spingere la domanda, al gas russo non resti che venir bruciato in Siberia (come già avviene) per mantenere la stabilità dei giacimenti. Sempre in quest’ottica, è ritenuto altrettanto assurdo che l’establishment russo continui nell’autoflagellazione della propria economia, <a href="https://www.internazionale.it/notizie/2022/09/02/economia-russa-previsioni">la quale registra un calo del Pil a doppia cifra.</a> Certo, c’è chi, soprattutto in Italia, dirà che tutto sommato poteva andare peggio e che quindi le sanzioni funzionino poco, il realtà il quadro è più complesso. La Russia sta letteralmente facendo di tutto per mantenere stabile la propria economia e ci riesce grazie a importazioni ridotte e maggiori entrate dal <em>comparto commodities</em> (grano, gas, petrolio, fertilizzanti ecc.). Tuttavia, proprio le scarse importazioni fanno presagire un venturo collasso della produzione interna, dovuto principalmente alla difficoltà nel reperire componenti ad alto contenuto tecnologico, ormai da anni in <em>outsourcing</em> (come, ad esempio, le turbine della Siemens per i gasdotti). Certo, se Atene piange Sparta non ride e l’attuale inflazione europea (trainata soprattutto dal comparto energetico, oltre che dai colli di bottiglia) n’è la prova; ma al momento dire chi, tra Ue e Russia, spunterà partita non è facile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro elemento a favore degli ottimisti è quello che riguarda<strong> il livello di stoccaggio delle riserve di gas nazionali, a cui si sta ora accompagnando una politica di risparmio energetico e la solidarietà promossa in seno all’Ue</strong>. Il governo <strong>Draghi</strong>, infatti, ha appena approvato il piano di risparmio energetico nazionale, che entro poche settimane dovrebbe essere reso operativo, il quale prevede che il&nbsp;<strong>riscaldamento si accenda più tardi, resti in funzione un’ora in meno e si abbassi di un grado per l’intera stagione invernale</strong>. Insieme a queste misure <strong>il Ministero della Transizione Ecologica</strong> ha ha fornito anche i numeri sull’approvvigionamento alternativo per evitare eventuali shock causati dallo&nbsp;<a href="https://www.pmi.it/economia/mercati/391120/energia-europa-verso-un-tetto-al-prezzo-del-gas-russo.html"><strong>stop al&nbsp;gas russo</strong></a>; come ad esempio la massimizzazione della produzione a<strong>&nbsp;carbone e a olio</strong>&nbsp;delle centrali già esistenti e regolarmente in servizio, che contribuirà da solo (per il periodo 1° agosto 2022 – 31 marzo 2023) a una riduzione di circa <strong>2,1 miliardi di metri cubi di gas</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le&nbsp;<strong>stime</strong>&nbsp;sull’impatto di tutte le misure di contenimento previste dal Mite porteranno ad un <strong>potenziale risparmio di circa 5,3 miliardi di Smc di gas</strong>, conteggiando anche la massimizzazione della produzione di energia elettrica da combustibili diversi dal gas (circa 2,1 miliardi di Smc di gas) e i risparmi connessi al contenimento del riscaldamento (circa 3,2 miliardi di Smc di gas), cui si aggiungono le misure comportamentali da promuovere attraverso campagne di sensibilizzazione degli utenti ai fini di ottonere un atteggiamento più virtuoso nei confronti dei consumi. Attualmente, e come già anticipato, il piano di<strong>&nbsp;stoccaggio</strong> nazionale&nbsp;di gas in vista del prossimo inverno (quale potenziamento dalle misure anticrisi energetica approvate successivamente alla guerra in Ucraina) procede puntualmente. <strong>Al primo settembre 2022 gli stoccaggi erano all’83%, in linea con l’obiettivo di riempimento superiore al 90%</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questa lettura ottimistica del presente si accompagna a braccetto anche l’ultimo report trimestrale dell’<strong>Istat</strong> che vede un’economia italiana non ancora duramente colpita dalla crisi energetica, anzi, i dati riportati nel report sono tutt’altro che negativi. Nel secondo trimestre del 2022 il Pil nazionale è aumentato dell’1,1% rispetto al trimestre precedente e del 4,7% nei confronti del secondo trimestre del 2021. La variazione quindi acquisita per il 2022 è pari a +3,5%. Rispetto al trimestre precedente, invece, tutti i principali aggregati della domanda interna sono in ripresa, con un aumento dell’1,7% sia dei consumi finali nazionali, sia degli investimenti fissi lordi.&nbsp;Infine, le importazioni e le esportazioni sono aumentate, rispettivamente, del +3,3% e del +2,5%.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il bicchiere mezzo vuoto e la crisi in arrivo</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Chi invece vede il bicchiere mezzo vuoto legge i dati del momento come l’annuncio dell’imminente recessione. <a href="https://www.tpi.it/economia/crisi-energetica-goldman-sachs-a-inizio-2023-bollette-da-quasi-500-euro-al-mese-per-le-famiglie-italiane-20220908928874/"><strong>Goldman Sachs</strong></a>, ad esempio, ha previsto <strong>un aumento dei costi energetici europei, a partire dall’inizio del 2023, per un importo di 2 trilioni di dollari, pari al 15% del Pil europeo</strong> (e lo scenario migliore, nel peggiore si parla 4 trilioni e del 30% del Pil). Dal punto di vista del consumatore ciò si tradurrebbe con un aumento mensile delle bollette pari a 500€ (nel migliore degli scenari) e di 590€ nel peggiore. Considerando l’affitto, una macchina e l’inflazione che divora il potere d’acquisto, <strong>anche uno stipendio medio rischia di non essere più uno scudo efficace contro il caro vita</strong>. Sempre per restare in tema aumenti, anche <strong>Confartigianato</strong> ha annunciato che <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2022/09/08/confartigianato-a-rischio-881mila-pmi-35-milioni-posti-lavoro_961bc1c9-1438-4236-8675-f40968968f57.html">col caro energia sono a rischio 881.264 micro imprese e quindi 3.529.000 di posti di lavoro</a>. Già ora le bollette stanno mettendo in ginocchio le imprese, soprattutto quelle energivore, che poi sono quelle che forniscono i materiali per la trasformazione degli altri prodotti. Un esempio esplicativo è quello delle vetrerie che devono mantenere accesi i forni e il cui vetro serve per praticamente di tutto, dalle bottiglie per il vino ai barattoli per la conserva. Infine, ad annunciare che il canarino in miniera è prossimo alla morte, si è aggiunta anche l’agenzia di <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/09/01/fitch-ue-puo-resistere-allo-stop-delle-forniture-di-gas-russo_65bd7f07-f758-4d64-b5eb-0be11754b817.html">rating Fitch</a>, la quale stima che <strong>con un flusso di gas russo pari al 20%</strong> (sempre miglior scenario) <strong>si avrà un effetto negativo sul Pil tedesco pari al 3% e su quello italiano del 2,5%</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Che cosa succederà nei prossimi mesi?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Chi ha ragione? Lo si vedrà solo col tempo, ma due sono gli aspetti che devono far riflettere. Il primo, come ha ammesso la stessa Lagarde, è che la <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2022/09/08/lagarde-decisione-unanime-ma-ancora-lontani-da-obiettivi_11f2707f-43c4-4ae8-9c19-cf4c8e7706d8.html">Bce ha sbagliato le proprie valutazioni</a> circa l’impatto del Covid e della guerra in Ucraina sull’inflazione. Come riportato dall’agenzia <strong>Ansa</strong>, <strong>Lagarde</strong> ha affermato che <em>“Abbiamo fatto degli errori nelle previsioni sull’inflazione, come tutte le istituzioni internazionali, come molti economisti, perché è virtualmente impossibile prevedere e includere nei modelli il Covid, la guerra in Ucraina, il ricatto sull’energia. <strong>Me ne assumo la colpa perché sono il capo dell’istituzione</strong>”</em>; aggiungendo poi, “<em>Abbiamo fatto errori, abbiamo capito le cause, e vi posso assicurare che lo staff aggiorna costantemente, integra quello che finora non era stato preso in considerazione”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il secondo, invece, riguarda il fatto che <strong>la moneta</strong> (l’euro) <strong>e il mercato</strong> (Ttf) <strong>restano preminenti rispetto alla crescita.</strong> L’euro continua infatti a oscillare sulla parità col dollaro e in questi ultimi tempi è sceso addirittura sotto. I motivi sono tanti: crisi ucraina, crisi energetica, tassi d’interesse ancora bassi. E se da un lato una moneta debole permette di agevolare le esportazioni, dall’altro il rovescio della medaglia è presto detto: l’import subisce un colpo molto forte. E se il mercato (Ttf) dove il gas viene scambiato rimane a livelli estremi, il risultato di questa addizione è presto detta. D’altra parte, per apprezzare la moneta (anche se si ricorda che non fa parte degli obiettivi della BCE) occorre aumentare i tassi, come ha fatto Francoforte l’altro giorno per bloccare l’inflazione. Ma come si sa, un aumento dei tassi significa costo del denaro più alto, mutui più cari, rischio paralisi economica. La via è stretta, non vi è dubbio. <strong>Ma sta alla politica fiscale, non a quella monetaria, trovare una soluzione efficace per edulcorare l’impatto economico della crisi</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A conti fatti l’accoppiata tra questi due elementi (poiltiche monetarie e modelli previsionali) rischia di complicare ulteriormente la situazione dei ceti meno abbienti, soprattutto se accompagnata dalla cecità nei confronti della lettura geopolitica del momento storico. D’altronde, come sostengono da mesi <strong>Fabbri </strong>e <strong>Caracciolo</strong>, il popolo russo vive di gloria immateriale: se il blocco del gas si renderà strategico non ci sarà valutazione economica e/o razionale che possa impedire alla Russia di continuare la sua azione di stop all’occidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Difficile sapere come andrà a finire ed ancor più difficile è sapere quando la crisi potrà finire. L’Europa ha di fatto scelto una via etica di grande valore: sanzionare la Russia per aver invaso uno Stato straniero. <strong>Ma gli stati europei saranno altrettanto pronti a scontare una crisi economica quasi inevitabile per i loro ideali?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Di Claudio Dolci e Roberto Biondin</em>i</p>
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		<title>In gas veritas. Come nasce la dipendenza dal gas russo e dove ci porterà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Sep 2022 00:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie fossili]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Gas]]></category>
		<category><![CDATA[Price Cap]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di chi è la colpa della dipendenza dal gas russo e quale governo ha contribuito...</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">Di chi è la colpa della dipendenza dal gas russo e quale governo ha contribuito maggiormente? Con l’aumento dei prezzi del gas, dovuti sia al disallineamento tra domanda e offerta (blocco dei gasdotti russi) sia alle speculazioni borsistiche (Ttf), è partito l’ormai classico scarica barile tra le forze politiche. Dapprima ad attaccare è stata la destra, con Berlusconi, che dalle colonne del Corriere ha rivendicato i successi dei suoi governi, da qui il contrattacco da sinistra. Ma di chi è davvero la responsabilità?</h2>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le accuse della destra</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">In un’intervista rilasciata al <strong>Corriere della Sera</strong> (il 31 Agosto), <strong>Silvio Berlusconi</strong> ha dichiarato: <em>«Con il mio ultimo governo, all’inizio del 2011, avevamo ridotto la quota del gas russo al 19,9 per cento. Tre anni dopo, all’inizio del 2014, con il governo Letta la dipendenza dalla Russia era salita al 45,3 per cento: più del doppio. Con il governo Conte nel 2019 ha raggiunto il livello record del 47,1 per cento»</em>. <strong>I dati riportati dal Cavaliere sono imprecisi, come dimostrato dalla ricostruzione di <a href="https://www.pagellapolitica.it/fact-checking/importazioni-gas-russia-berlusconi">Pagella Politica</a>, ma nel complesso dicono il vero.</strong> La dipendenza da Gazprom ha effettivamente ripreso a correre molto velocemente dopo la caduta dell’ultimo governo Berlusconi, anche se una tendenza all’aumento era già in essere nel 2011, con le importazioni al 27% e non il 19,9% (un dato questo, relativo al 2010).</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/09/immagine.png?w=480" alt="" class="wp-image-1609"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Imprecisioni a parte, è stato sufficiente il grafico delle importazioni per fornire ad <strong>Affari e Verità</strong> la possibilità di lanciare una stoccata al Pd Lettiano, inferta per mezzo di un articolo a firma di <strong>Franco Bechis</strong>. Quest’ultimo ripercorre le tappe del post-berlusconismo rintracciando uno per uno i responsabili dell’aumento delle importazioni: <strong>Monti </strong>e <strong>Letta </strong>(i più visibili), giungendo infine a <strong>Prodi</strong> (il regista occulto). Scrive il direttore di <strong>Affari e Verità</strong>: <em>“è stato il professore di Bologna</em> – Prodi – <em>a preparare il cammino per lo sfondamento di Gazprom in Italia”</em>. Ma come? Attraverso incontri privata e bilaterali. <em>“Ai primi di gennaio</em> – racconta Bechis – <em>del 2014 Gazprom rese pubblici i suoi dati di bilancio, spiegando con soddisfazione di avere aumentato l’export verso la Ue del 20%. Ma la gemma di quel rapporto era stata proprio l’Italia di Letta (e forse di Prodi): l’export di gas verso Roma era cresciuto del 68%, più di tre volte la media europea”</em>. La ricostruzione di Bechis collima con le parole di Berlusconi e col grafico sull’andamento delle importazioni, ma elude le ragioni sottostanti a quegli accordi.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Ciò che la destra non dice sul gas russo</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo grande escluso dal dibattito sul gas è il contesto geopolitico. <strong>Negli anni in cui si è scelto di affidarsi a Gazprom, nel nord d’Africa si stava via via diffondendo quella che poi verrà chiamata la primavera araba</strong>. Tunisia, Egitto, Libia e Yemen erano attraversate da proteste civili, molto violente, le cui ragioni erano sia economiche (l’inflazione aveva raggiunto livelli allarmanti, colpendo i generi alimentari e quindi soprattutto le fasce più deboli), sia politiche (con la richiesta di maggiore democrazia). Si temeva il tracollo delle autocrazie e con esse dei contratti con le aziende del comparto energetico, così ci si guardò attorno, verso altri partner. Il problema è che già all’epoca, come riportato da <a href="https://formiche.net/2022/07/gas-russo-politica-italiana-mayer/">Formiche.net</a>, <strong>la Russia possedeva&nbsp;ambizioni geopolitiche tutt’altro che innocue</strong>: nel 2009, Gazprom (per mano del governo) aveva iniziato quello che oggi potremmo definire come l’incipit della guerra in Ucraina, ponendo uno stop arbitrario alle industrie ucraine. Come riportato da <strong>Marco Mayer</strong> <em>“In Europa si reagisce avviando </em><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/le-guerre-del-gas-tra-russia-e-ucraina_%28Atlante-Geopolitico%29/"><em>un processo di diversificazione dei paesi</em></a><em> di provenienza per ridurre la dipendenza dal gas russo. In Italia (e in Germania) NO”</em>. Questa difformità rispetto alle mosse degli altri membri dell’Ue può essere spiegata, come fa Mayer, studiando la ramificazione di Gazprom a seguito delle liberalizzazioni che hanno coinvolto l’Italia dell’epoca. <em>“A partire dal 2008</em> – scrive Mayer – &nbsp;<em>Gazprom raggiunge un accordo per </em><a href="https://www.energyintel.com/0000017b-a7b4-de4c-a17b-e7f68eec0000"><em>l’acquisto di <strong>ENIA</strong></em></a><em>, sigla una </em><a href="https://www.reuters.com/article/gazprom-italy-idUKLP18138720080925"><em>intesa con <strong>A2A </strong></em></a><em>e&nbsp;<strong>GazpromBank e GazpromExport</strong>&nbsp; assumono il controllo di un importante gruppo di trading: </em><a href="https://www.centrexitalia.com/chi-siamo/storia/"><strong><em>Centrex”.</em></strong></a></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Responsabilità negate: l’azione geopolitica della Russia di Putin</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>A conti fatti nessun governo può dirsi né dalla parte della ragione, né da quella dei diritti, ed è quest’ultimo punto a ferire maggiormente</strong>. Già nel 2009 la Russia aveva dimostrato di considerare l’Ucraina un ostacolo, tanto da inficiarne le capacità produttive, e nel 2014 diede l’avvio alla guerra del Donbass, eppure, in entrambi i casi, l’Italia continuò ad approvvigionarsi da Gazprom con volumi via via più consistenti. Ma perché? Una risposta a questa domanda la fornisce <strong>Stefano Silvestri</strong>, Presidente dell’<strong>Iai</strong> e direttore di <strong>Affari Internazionali</strong>, che intervistato dal <strong>Riformista</strong> non lascia scampo a chiunque provi a scansare le responsabilità sulla dipendenza dal gas russo. <em>“Abbiamo cercato di andare d’accordo con tutti, facendo del cerchiobottismo la cifra del nostro agire in politica estera. E quel poco o tanto che si è fatto è andato via via scemando fino a scomparire […] <strong>c’è una politica dell’ENI, come al solito e giustamente, ma poi il vuoto</strong>”</em>. E come dare torto a Silvestri? In politica estera l’Italia segue la direzione di un’azienda privata, che ha i suoi interessi specifici, e poco altro; prova ne è il fatto che l’ultimo Ministro degli Esteri è stato <strong>Luigi di Maio</strong>. <strong>Se chiunque può dirigere la Farnesina, meglio ancora se tecnico</strong> (come sostenuto da Silvestri), <strong>allora vuol dire che la politica italiana in campo estero non esiste.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni si è lasciato che il piano inclinato facesse il suo corso, senza che Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I e II, provassero ad invertire la rotta, anzi. Si dirà che in un governo di coalizione è difficile imporre cambi di passo radicali, oppure che servono anni per anche solo avviare un processo di diversificazione; eppure, il governo <strong>Draghi</strong>, in soli quattro mesi, ha fatto quello che chi era venuto prima di lui semplicemente non aveva il polso di fare; per inciso, la Russia non è diventata un’autarchia dal 2022.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La conseguenza del cerchiobottismo italiano</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Le certezze sono entità sdrucciolevoli, perché quando si pensa di poter far affidamento su di esse svaniscono lasciando solo il vuoto dell’ignoto. Tuttavia, alla luce di quanto emerge oggi, è possibile fare qualche ipotesi molto simile a una certezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima è che<strong> la crisi inflazionistica che sta colpendo l’Ue sia differente da quella a stelle e strisce</strong>. Negli States l’inflazione galoppa, ma gli indicatori macroeconomici mostrano comunque una ripresa sufficientemente forte da poter assorbire un incremento di tassi più ampio di quello già messo in campo dalla Fed. Come ha scritto l’economista <strong>Alessandro Penati</strong>, su <strong>Domani</strong>, a luglio negli Stati Uniti c’erano due offerte di lavoro per ogni disoccupato, le imprese (dell’S&amp;P 500) avevano già iniziato a far fronte all’inflazione trasferendo i costi aumentando il margine operativo lordo e soprattutto, grazie allo scisto, petrolio e gas non hanno mai rappresentato un problema (salvo sul piano ambientale…). Per Penati, <strong>se l’Ue <em>“segue la Fed</em></strong> (nel rialzo continuo dei tassi) <em><strong>la recessione non è più un rischio, ma una certezza”</strong></em> e visto che il Tpi (lo scudo anti-spread) non è ancora mai entrato in funzione, non si sa come si comporteranno i mercati nei confronti del debito italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda certezza riguarda il fatto che <strong>nessun Paese possa davvero salvarsi da solo</strong>, un concetto questo, che fatica a giungere a destinazione. Vista la lentezza nell’approvare il debito comune europeo, negato durante la Grande Recessione, è difficile che una soluzione europea arrivi in tempo utile per salvare le imprese già adesso in ginocchio. Purtroppo, ad oggi l’Ue marcia ancora divisa sul fronte energetico, ci sono sì degli spiragli, come il tetto al prezzo del gas e lo scorporo dell’energia rinnovabile da quella prodotta col fossile sul Ttf, ma è ancora tutto avvolto da eccessiva vaghezza e lentezza. Occorre poi considerare che per gli esperti del settore energetico, <strong>Tabarelli</strong> (di Nomisma) e <strong>Scaroni</strong> (ex A.D. di Eni), il tetto al prezzo del gas è fantascienza. Lo scorporo delle fonti energetiche sul Ttf, invece, rischia (soprattutto se accoppiato a uno stop delle quote di emissione, ETS) di rallentare l’avanzata delle rinnovabili. Oggi, infatti, ci si stupisce del fatto che gas ed eolico vengano quotati allo stesso prezzo, ma come riportato anche dal <strong>Corriere della Sera</strong>, questo meccanismo in passato ha favorito l’espansione delle rinnovabili; quando il loro costo di realizzazione era sconveniente rispetto al fossile. Anche se però è corretto sostenere che, in questo periodo transitorio di alto livello dei prezzi dovuti a tensioni geopolitiche piuttosto che ad aumenti di costi di produzione, il prezzo delle energie rinnovabili debba essere sganciato da quello delle energie fossili, così da evitare una speculazione redditizia per le industrie ed onerosa per la società.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La terza certezza riguarda proprio <strong>l’inverno che ci attende.</strong> <strong>Il riempimento delle riserve di gas non ci salverà da un’ipotetica, ma assai verosimile, chiusura totale di Nord Stream e non lo faranno neppure i contratti stipulati dal governo Draghi negli ultimi mesi</strong>. Quest’ultimi purtroppo diventeranno operativi solo col tempo, mentre le riserve di gas servono perlopiù per coprire i picchi di richiesta e non per sopperire in toto alla domanda energetica interna del Paese. Un dato confermato anche dalle parole di <strong>Benjamin Moll</strong>, professore di economia alla London School of Economics, il quale ha detto <a href="https://www.milanofinanza.it/news/visto-dagli-usa-il-rischio-razionamento-del-gas-in-europa-e-limitato-ecco-perche-202208261243429517"><em>“è utile avere uno stoccaggio di gas pieno, ma anche se è pieno, dovremo ridurre la domanda”</em>.</a> Come riportato da <strong>Palombi</strong>, sul <strong>Fatto Quotidiano</strong>, la Germania non ha solo riempito le proprie riserve, ma ha anche ridotto i consumi, con l’obiettivo di fare a meno del 20% della domanda interna entro l’autunno. In Italia, invece, non si considera credibile uno stop totale delle forniture russe e pertanto si è scelto per il momento di non ridurre i consumi, che nei primi sei mesi del 2022 sono scesi di solo il 2%, contro il 15% della Germania. Anche se ad oggi qualcosa in più si sta facendo. Esiste infatti una proposta del governo di ridurre fino a 2 gradi e di un paio d’ore l’uso del gas nelle abitazioni. Un sacrificio non oneroso tecnicamente, ma politicamente scomodo da sostenere in campagna elettorale e per questo scansato dai leder politici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si dice che errare sia umano, mentre perseverare sia diabolico. Ecco, forse questa è la cifra che descrive il panorama politico italiano dove lo sport nazionale, lo scarica barile, impedisce di cogliere l’immobilismo della classe dirigente che negli anni ha ignorato il problema energetico perché priva di una qualsivoglia agenda geopolitica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/09/03/in-gas-veritas-come-nasce-la-dipendenza-dal-gas-russo-e-dove-ci-portera/geopolitica-il-mondo-che-cambia/globalizzazione/">In gas veritas. Come nasce la dipendenza dal gas russo e dove ci porterà</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>La nuova Guerra Fredda: Price cap all’energia russa, una sfida impossibile?</title>
		<link>https://ilcaffekeynesiano.it/2022/07/02/la-nuova-guerra-fredda-price-cap-allenergia-russa-una-sfida-impossibile/geopolitica-il-mondo-che-cambia/globalizzazione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Jul 2022 15:12:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie fossili]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Biden]]></category>
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		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I prezzi corrono e con loro il nuovo assetto mondiale: due blocchi sempre più divisi...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/07/02/la-nuova-guerra-fredda-price-cap-allenergia-russa-una-sfida-impossibile/geopolitica-il-mondo-che-cambia/globalizzazione/">La nuova Guerra Fredda: Price cap all’energia russa, una sfida impossibile?</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size"><strong>I prezzi corrono e con loro il nuovo assetto mondiale: due blocchi sempre più divisi da un’escalation che non accenna a fermarsi. L’occidente cerca di replicare al taglio del gas russo con tetti al prezzo sull’energia e mira ad ottenere nuovi partner strategici con forti investimenti esteri. Dal lato opposto, i Paesi non allineati non sembrano essere spaventati da queste misure: siamo alla vigilia di una nuova Guerra Fredda?</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">È più importante salvare il presente o salvaguardare l’esistenza stessa del futuro? È questa la domanda a cui i leader del G7 stanno cercando di dare una risposta, senza però riuscire davvero ad uscire da quelle logiche del passato che hanno determinato proprio l’insorgere di questo quesito. D’altronde, se in passato si fosse agito tempestivamente sul tema del riscaldamento globale, stoppando i sussidi ai combustibili fossili, e su quello delle diseguaglianze, oggi fuori controllo, nonché sulla globalizzazione, accompagnandola a una visione basata su valori democratici e obiettivi comunitari, invece che solo economici, oggi il dilemma al quale il G7 cerca di dare risposta non esisterebbe neppure e staremmo raccontando un’altra storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Occidente potrebbe fare a meno del gas e del petrolio russo, non ci sarebbe una crisi idrica di queste proporzioni e forse neppure la guerra in Ucraina. Però la storia non si fa con i <em>se</em> e con i <em>ma</em> e oggi l’Occidente deve affrontare una sfida senza precedenti. <strong>L’inflazione galoppante che contagia i mercati è dettata dall’aumento dei prezzi energetici, i quali, a loro volta, hanno subito un’impennata a causa della guerra e dell’impossibilità (cercata più che evitata) di fare a meno dei combustibili fossili a cui le economie più avanzate si sono vincolate.</strong> Oggi dire di no al gas e al petrolio russo comporta un rischio economico e sociale sia per gli Stati Uniti di <strong>Biden</strong>, sia per il vecchio continente, e in special modo per Germania e Italia.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’idea emersa dal G7</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Al G7 tenutosi a Schloss Elmau, sulle Alpi Bavaresi, si è deciso di imporre un tetto al prezzo (price cap) al petrolio russo, così da indebolire la macchina finanziaria che muove l’esercito di Putin. Come riportato dal <strong><a href="https://www.ilsole24ore.com/art/g7-si-un-tetto-prezzo-petrolio-russo-esplorare-anche-quello-gas-AE1OhriB">Sole 24 Ore</a></strong>, nel comunicato dei grandi della terra si legge: <em>«mentre eliminiamo gradualmente il petrolio russo dai nostri mercati domestici, cercheremo di sviluppare soluzioni che soddisfino i nostri obiettivi di ridurre le entrate russe dagli idrocarburi e di sostenere la stabilità dei mercati energetici globali, riducendo al minimo gli impatti economici negativi, soprattutto sui Paesi a basso e medio reddito»</em>. Il problema, infatti, non investe solo una questione morale (ovvero fermare i carrarmati che avanzano in Ucraina), ma anche l’economia globale, poiché l’inflazione, soprattutto in Ue, è trainata proprio dai rincari energetici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In tal senso, porre un tetto al prezzo del greggio dovrebbe consentire, almeno in teoria, di prendere due piccioni con una fava. <strong>Poiché se il petrolio russo costasse pochissimo, si abbasserebbe di conseguenza, sempre in linea teorica, anche il prezzo del greggio sui mercati, dando così fiato all’economia e ai cittadini che con le auto devono fare il pieno all’auto</strong>. Un problema quello del prezzo alla pompa che sta mettendo a serio rischio le elezioni di mid-term americane, dove Joe Biden è dato sfavorito proprio a causa dell’inflazione e dell’aumento dei prezzi della benzina.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/07/immagine1.png?w=914" alt="" class="wp-image-1055"/></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Perché il price cap rischia di fallire prima ancora di vedere la luce?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, <strong>bloccare una petroliera che può andare ovunque non è cosa semplice, a differenza di quanto si potrebbe fare un gasdotto, anzi, il rischio è che un tetto al prezzo del petrolio russo possa persino peggiorare la situazione attuale</strong>. Come ha ricordato anche l’agenzia di stampa <a href="https://www.reuters.com/business/energy/why-russian-oil-price-cap-is-easier-said-than-done-2022-06-28/">Reuters</a>, in passato si è già provato ad ostacolare Paesi considerati ostili (Venezuela, Iran, Iraq e Corea del Nord – per citarne alcuni) imponendo restrizioni sulle esportazioni, ma nel lungo periodo tutti questi esperimenti hanno condotto a un vicolo cieco lastricato di corruzione e abusi. Nel caso russo, inoltre, fissare un tetto al prezzo del petrolio si scontra con i costi irrisori al quale viene estratto un barile di greggio (3-4$), il quale consentirebbe un margine di profitto ampio anche se le quotazioni di vendita si fissassero a 25-30$. Occorre poi considerare che il meccanismo di blocco del prezzo ad oggi ipotizzato avverrebbe per mezzo delle compagnie assicurative delle spedizioni, le quali accompagnano quasi ogni petroliera lungo il suo viaggio (l’International Group of Protection &amp; Indemnity Clubs ne copre ben il 95%). Però, Cina ed India, ad oggi tra i maggiori beneficiari del greggio russo a prezzi da saldo e stralcio (visto che al momento viene venduto con un 30% di sconto rispetto alla concorrenza) potrebbero aggirare i meccanismi internazionali imposti dai Paesi del G7 (come, tra l’altro, è già successo con lo Swift).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sfida al petrolio russo, inoltre, risente della frammentazione del blocco dei Paesi del G7, che in linea teorica sono tutti d’accordo su un tetto al prezzo dell’energia, ma ne fatti ipotizzano strategie differenti. <strong><a href="https://www.politico.eu/article/g7-reach-deal-on-price-cap-for-russian-oil/">Politico</a></strong> riporta come Emmanuel <strong>Macron</strong> abbia proposto un tetto tout court al greggio (non solo quello russo) e insieme <strong>a Draghi</strong> un price cap al gas, vista anche la dipendenza che l’Italia ha nei confronti di questo combustibile fossile. <strong>Sul gas, infatti, se l’Ue facesse cartello e si mostrasse unita potrebbe esercitare una forza maggiore di quanto non avverrebbe col petrolio, proprio perché smontare e reindirizzare un gasdotto non è impresa semplice e uno stop all’esportazione comporterebbe dei problemi anche agli impianti estrattivi.</strong> Impianti che però sono presenti anche negli Usa, che dalla rimodulazione della domanda europea sta traendo beneficio, potendo vendere a noi europei il GNL. Se quindi l’Ue ha bisogno più bisogno di un price cap sul gas, rispetto a quello sul petrolio, quest’ultimo è diventato questione di vita o di morte per Joe Biden che con un prezzo di 5$ a gallone vede sfumare sotto gli occhi la possibilità di essere riconfermato alle elezioni di mid-term. L’economista <strong>Alessandro Penati</strong>, in un’analisi pubblicata da <strong>Domani</strong>, tratteggia in modo lucido l’attuale situazione: <em>“è la mancanza di chiarezza sugli obiettivi a far perdere la guerra finanziaria all’occidente (nei confronti della Russia). Se l’obiettivo è azzerare le risorse per finanziare la guerra, questi provvedimenti (price cap a gas e greggio russo) avrebbero dovuto adottati tutti insieme, all’inizio dell’invasione o, meglio ancora, annunciati come deterrente credibile prima che cominciasse”</em>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Soldi per nuovi alleati ma mancano quelli per noi stessi. Si fanno i conti senza l’oste.</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è forse anche per via queste difficoltà legate ai vari price cap che adesso gli States e l’Ue stanno provando ad allargare il campo d’azione colpendo le strategie espansionistiche della Cina (tra i principali promotori del fronte pro-Russia). Come riportato dal <strong><a href="https://www.ft.com/content/ee090a48-5407-496f-b0e4-1fe78f37495d">Financial Times</a></strong>,<strong> Biden</strong> sta portando avanti una serie di interventi volti a promuovere lo sviluppo nei Paesi poveri; una sorta di <em>Belt and Road Initiative</em> alternativa, dal nome <em>Partnership for Global Infrastructure and Investment</em>. L’obiettivo, rilanciato anche all’incontro sulle Alpi bavaresi, è quello di mobilitare, da qui al G7 del 2027, risorse per un valore <strong>600 miliardi di dollari.</strong> L’Ue stessa, attraverso le parole di <strong>Ursula Von der Leyen</strong>, vuole contribuire al progetto ben <strong>300 mld di euro</strong>, con l’obiettivo, annunciato dalla stessa Presidente della Commissione europea, di <em>“mostrare al mondo che le democrazie, quando lavorano insieme, offrire un percorso migliore per ottenere risultati”</em> <em>(“show the world that democracies, when they work together, provide the single best path to deliver results”</em>).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la UE ha davvero gli strumenti per promettere mari e monti? Ad oggi sembra proprio di no. Sul <strong>Il Foglio, </strong>uscito questo weekend, <strong><em>David Carretta</em></strong> lancia un grido di allarme sui fondi europei: <em>“la cassaforte del bilancio pluriennale è vuota”. </em>Pandemia, guerra ucraina, taglio del gas, inflazione hanno (giustamente) già impegnato il budget settennale dell’Unione Europea più ampio della storia (1.800 miliardi di euro). E non è solo questione finanziaria ma pure politica. Per fare un esempio, nel maggio scorso, la commissione aveva presentato il progetto RepowerEu per puntare sull’indipendenza energetica dalla Russia e spingere sulle rinnovabili. L’idea era quella di utilizzare i 225 miliardi di prestiti del Recovery non ancora speso ma, senza sorprese, i Paesi “frugali” hanno risposto picche all’idea. Le cose cambieranno difficilmente se gli stati membri non decideranno di modificare le regole che limitano al solo 3% l’incremento del budget europeo dovuto all’aumento dei prezzi. Ma riaprire i negoziati per aumentare i tetti del bilancio ordinario è considerato impossibile per ragioni politiche e di tempi (occorrerebbero due anni per un accordo).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il punto focale è la solita scelta a metà che l’occidente (in primis gli stati UE) non riesce a lasciarsi alle spalle. Dichiariamo una guerra economica alla Russia (e in sfumatura anche alla Cina) per il suo comportamento violento e antidemocratico o, ad ogni modo, perché la si vede come nemico commerciale? Bene, <strong>allora bisogna essere uniti non solo nelle decisioni di condanna etica e morale e di impiego militare di più forze al confine, ma rende necessario anche uno sforzo comune nel proteggere prima i cittadini, spesso solo spettatori di queste scelte e che saranno colpiti da quest’ultime in modo forte e duraturo</strong>. Come dice sempre Carretta: “<em>In caso di una crisi sistemica, non ci sono alternative al debito comune. Salvo il ciascuno per sé, che comprometterebbe la solidarietà e la tenuta europea”.</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La frattura che divide il mondo in due blocchi. Sta tornando la guerra fredda?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">E in tutto questo, la voglia più forte (in primis americana) è quella di scavare una nuova cortina di ferro in difesa dei valori occidentali minacciati dai Paesi emergenti di natura antidemocratica e autoritaria. <strong>Il casus belli della guerra in Ucraina sembra tracciare l’inizio di una nuova divisione del mondo, una nuova crociata occidentale per la difesa dei propri diritti, una vera e propria guerra fredda del nostro tempo.</strong> Ma il tempo va avanti e le cose cambiano e insieme a loro i pensieri di cosa sia giusto e sbagliato nelle società. In primo luogo, oggi l’occidente non è più la potenza economica di qualche decennio fa, o comunque, per meglio dire, la distanza di ricchezza tra i paesi del G7 e il resto del mondo oggi si è molto ristretta. E allo stesso modo, la crescita della popolazione mondiale (elemento fondamentale per la salute di un Paese) pende sempre più a favore dei paesi in via di sviluppo. Ma se da un lato, le forze economiche delle due fazioni si fanno sempre più simili, dall’altro, la visione di quali debbano essere i principi regolatori del mondo si fanno sempre più polarizzati: ad oggi, una serie di Stati, in cui vivono qualche miliardo di persone nel mondo, non hanno condannato fortemente la guerra in Ucraina o, ad ogni modo, commerciano ancora con lo Stato russo come se niente fosse. Gli stessi Stati che amano sempre meno l’occidente americano e che non ne invidiano i loro principi di libertà e democrazia.<strong> Se si dice che l’URSS sia implosa per il loro sistema economico fallace nei confronti del mondo occidentale, la situazione attuale, al contrario, è molto più in stallo ed incerta.</strong> Battersi uniti contro l’invasione russa farà sicuramente scouting tra i paesi occidentali ma farà davvero appealing al resto del mondo?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Di Claudio Dolci e Roberto Biondini</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/07/02/la-nuova-guerra-fredda-price-cap-allenergia-russa-una-sfida-impossibile/geopolitica-il-mondo-che-cambia/globalizzazione/">La nuova Guerra Fredda: Price cap all’energia russa, una sfida impossibile?</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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