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	<title>PNRR Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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	<title>PNRR Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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		<title>Che fine ha fatto il PNRR?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Nov 2023 11:31:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Soldi Pubblici]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo una partenza lenta e uno sprint improvviso quanto breve, il Pnrr si appresta ora...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Dopo una partenza lenta e uno sprint improvviso quanto breve, il Pnrr si appresta ora al giro di boa, ma  sono in pochi a credere che l’arrivo di un vento favorevole possa far recuperare il ritardo accumulato sinora dall’Italia. Il 2026 pare infatti lontano solo a chi non conosce la macchina burocratica che gestisce il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e soprattutto il rigore con cui l’UE valuta l’effettivo raggiungimento dei progetti. Riuscirà il Bel Paese a tagliare il traguardo in tempo utile e con tutti i progetti ancora a bordo? Guardiamo i dati.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La struttura del Pnrr e la scommessa dell’UE</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La tenuta dell’UE è letteralmente appesa al Pnrr, perché per tutto il Next Generation EU sono stati stanziati 732,8 mld dei Paesi membri e l’Italia, da sola, ne assorbe oltre un quarto, con un investimento di 191,5 mld, di cui 69 mld a fondo perduto e gli altri 122,5 mld in prestiti a <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/costo-prestiti-pnrr">tasso agevolato</a>. Cifre che l’Italia ha scelto così di ripartire: 40 mld sulla Digitalizzazione (Missione 1), 60 mld sulla Rivoluzione Verde e Transizione Energetica (Missione 2), 25 mld in Infrastrutture (Missione 3), 30 mld in Istruzione e Ricerca (Missione 4), 20 mld in Coesione e Inclusione (Missione 5) e infine 15 mld in Sanità (Missione 6).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tali denari non possono essere spesi per assumere del personale o come bonus, e i progetti verso cui sono diretti devono rispettare alcune condizionalità, tra cui – le più incisive –  il non arrecare danno all’ambiente, l’essere destinati – in termini di fondi – per il 40% al Sud Italia e l’avere il 2026 come termine tassativo di chiusura cantieri. L’erogazione dei fondi è poi vincolata da rendicontazioni semestrali che devono certificare l’avvenuto raggiungimento di alcuni obiettivi e “milestone” (in totale <a href="https://www.tgcom24.mediaset.it/economia/infografica/pnrr-rate-semestrali-e-condizioni_65364019-202302k.shtml">sono 527</a>) che accompagnano la realizzazione delle opere. Ciò è sensato perché senza l’attuazione di alcune riforme, si pensi a quella del processo penale, è difficile che anche dopo un intervento di risanamento del Paese si possa migliorare l’attrattività dello stesso e la qualità di vita di chi lo abita. Visto il quadro, a che punto siamo?</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Rate in ritardo e programmazione in bilico: i numeri dell’Italia sul Pnrr</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tenendo conto che nel 2021, l’anno di approvazione del piano da parte di Bruxelles, l’Italia del Conte 2 partiva con 67 mld già allocati su progetti archiviati nei vari cassetti o in programmazione presso i Ministeri, dovremmo essere a buon punto, ma in realtà non è così e le ragioni sono perlopiù di natura politica. Certo, l’inflazione ha fatto la sua parte, ma è stata soprattutto la destrutturazione dell’impianto voluto da Mario Draghi e dall’ex-Ministro dell’Economia Daniele Franco a determinare l’attuale situazione. In origine si era infatti pensato di far gestire tutti i progetti da chi avesse contezza delle spese, quindi dal Ministero dell’Economia e dalla Ragioneria di Stato, ma con l’arrivo di Meloni è cambiato tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fitto è diventato il Ministro deputato alla gestione del Pnrr ed ha smantellato l’impianto di Draghi e costruito una cabina di regia ad hoc, col risultato di rallentare una macchina che si apprestava ancora ad ingranare la prima marcia. Già con Draghi, infatti, erano sorti dei problemi sul Pnrr, sia legati al tema della trasparenza – la grande assente – sia a quello dell’attuazione, perché proprio prima dell’attivazione dei cantieri il Governo Draghi ha fatto armi e bagagli per lasciare il posto a Meloni&amp;Co. I quali hanno ereditato i 67 mld fin li stanziati dall’UE (25 mld di prefinanziamento e 21 per la prima e altrettanti per la seconda rata) e i 93 obiettivi e “milestone” sin li agguantate da Draghi e Franco (sulle 100 richieste). Ad oggi 6 – di quelle in ritardo – risultano ancora in stallo, mentre un’altra, <a href="https://openpnrr.it/misure/369/">quella della riforma del processo penale e civile</a>, non risulta ancora attuata, benché approvata (Riforma Cartabia).</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Meloni prova a correre, ma gli obiettivi sono fermi.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’epopea della Terza rata del Pnrr, quella da 19 mld, che sarebbe dovuta arrivare a gennaio 2023 ma è stata incassata solo lo scorso 9 Ottobre, tra l’altro con lo storno dei fondi dedicati all’edilizia universitaria, ci dice molto sullo stato dell’arte del Pnrr. Dopo un tira e molla di 10 mesi la Terza Giorgetti ha infatti incassato 18,5 mld dall’UE e l’edilizia universitaria è stata delocalizzata in un’altra fase del progetto. Sulla Quarta rata, invece, da 16,5 mld (scadenza Giugno 2023), ancora nessuna notizia, mentre la Quinta è in altissimo mare. Su 69 obiettivi e milestone, che valgono 18 mld, 49 risultano in corso e 6 sono ereditati dai tre trimestri del 2023.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ben 21 obiettivi, sui 69 complessivi, sono classificati come in “difficoltà media”, 10 sono in “alta” e 28 in “bassa” , mentre 10 sono stati portati a casa. <a href="https://openpnrr.it/scadenze/?search=&amp;tempistica_completamento_anno=2023&amp;tempistica_completamento_trimestre=T4&amp;tipologia=&amp;ita_ue=UE&amp;status=&amp;tipologia_misure=&amp;misure__tags=&amp;misure__priorita_trasversali=">Dai dati di Openpolis</a> si evince una differente ripartizione, ma la sostanza non cambia di molto: sul Pnrr il sistema Paese arranca e ce lo dice pure la <a href="https://www.osservatoriorecovery.it/corte-dei-conti-ritmo-lento-nellattuazione-del-pnrr-problemi-di-spesa-e-criticita-strutturali/">Corte dei Conti</a>. La quale ha analizzato un campione di 27 progetti, per un importo di 31,1 mld, scoprendo che solo il 7,94% dell’importo era stato effettivamente speso (dato riferito al 30 Giugno 2023 – e pari a un importo di 2,47 mld). Ed è infatti sulla capacità di spesa e sull’efficienza della macchina chiamata Paese che il Pnrr imbarca acqua da tutte le parti e pure molta.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Pochi soldi spesi e una miriade di progetti in gestione a migliaia di attori: perché l’Italia è in ritardo</strong>.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia, si sa, non riesce a spendere i soldi dell’UE e questo era un dato risaputo anche prima del Pnrr e sui cui neppure Mario Draghi <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/ritardi-pnrr-draghi-meloni">era riuscito a </a>fare molto. A distanza di tre anni dall’avvio dei lavori, e a tre dalla scadenza, l’Italia ha speso il 14% delle risorse a sua disposizione, pari a 27,6 mld, contro i quasi 60 mld a cui dovremmo arrivare entro Dicembre di quest’anno. Il problema risiede tutto nella lentezza con cui si incrementa la spesa, che da Febbraio 2023 a Luglio è cresciuta solo di un miliardo, pari ad un + 0,56% sul budget per l’intero Pnrr.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la Corte dei Conti ha analizzato 27 progetti certificando un notevole ritardo e i conti complessivi dimostrano l’incapacità di spesa dei soggetti attuatori, quale sorte toccherà ai <a href="https://openpnrr.it/scadenze/?search=&amp;tempistica_completamento_anno=2023&amp;tempistica_completamento_trimestre=T4&amp;tipologia=&amp;ita_ue=UE&amp;status=&amp;tipologia_misure=&amp;misure__tags=&amp;misure__priorita_trasversali=">219.837 ad oggi presenti sulla piattaforma ReGiS</a> e da cui dipende l’intero Pnrr? Domanda lecita, risposta incerta. Quello che si sa è che con questi progetti si coprono 174,42 mld di investimenti, di cui 120,35 mld del Pnrr, ma solo 123.000 progetti hanno ad oggi avuto il via libera – gli altri sono in forse – e neppure questi sono certi, perché Fitto ha chiesto all’UE di rivedere scadenze e obiettivi, con l’intento di dirottare dei fondi su RepowerEU.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il dirottamento dei fondi del Pnrr verso RepowerEU e l’ira dei Sindaci. A rischio 42.786 progetti per un valore di 12,3 mld</strong>.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Si sapeva sin dall’inizio che affidare ai 7.500 Comuni italiani l’attuazione di circa 43.000 progetti fosse un azzardo, soprattutto alla luce del fatto che il 40% dei fondi doveva essere destinato – per contratto con l’UE – al Sud del Paese, là dove le amministrazioni già soffrono e per altre ragioni. D’altronde nei Comuni più piccoli gli amministrativi, già sottorganico in tutta la PA di 65.000 unità (quota tecnici STEM), si sono ritrovati di colpo a gestire in media più di un progetto dal valore di circa 400.000€. Ed infatti, quando dalla carta si passa alla realtà la doccia è freddissima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Comuni, Province e Regioni hanno puntato sulla Missione 1 (44%), 2 (42%) e 5 (27%) del Pnrr ed il Sud si è allocato il 42,7% delle risorse. Fin qui la carta, ma nei fatti i dati raccontano altro: il Nord ha infatti già realizzato il 55% degli investimenti, il 25% al Centro e il 20% al Sud, e sul lato della spesa le cifre sono fin peggiori, con un 60% al Nord e 16% al Sud (Fonte: Sole24Ore). D’altronde questi dati rispecchiano ciò che il Pnrr dovrebbe ridurre, ovvero il divario tra le diverse aree del Paese, ma il Governo ha altri piani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Visti i ritardi e le diverse allocazioni di spese, nonché di forze a disposizione degli enti locali, Fitto ha deciso di chiedere <a href="https://www.openpolis.it/le-modifiche-al-pnrr-rischiano-di-far-perdere-fondi-a-grandi-citta-e-sud/">all’UE di stralciare la parte che riguarda 42.786 progetti dei Comuni</a> (quasi tutti), per un valore di 12,3 mld, e di dirottare le risorse sul piano di approvvigionamento energetico varato dall’Europa (RepowerEU). Il verdetto ci sarà l’8 di Dicembre, all’Ecofin, ma già adesso la frattura tra Comuni e Governo è visibile e <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2023/10/20/pnrr-fitto-proporro-norma-su-responsabilita-per-i-comuni_92e12a16-bdaf-421f-b184-4d3f219bdf53.html">non aiuterà l’attuazione del Pnrr, a prescindere dalla decisione dell’UE</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Se l’Italia fallisce sul Pnrr rischia di trascinarsi dietro anche tutta l’UE</strong>.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">In attesa che a Bruxelles si decida il destino dell’Italia tra poco ci si gioca quello dell’Europa, col voto del 2024, e poi di nuovo il successivo confronto tra i 27 e il Bel Paese, allo scoccare della mezzanotte del 31 Dicembre del 2026, quando la conclusione del Pnrr verrà saggiata: che cosa accadrà? Di sicuro quei 122,5 mld a prestito inizieranno a pesare come macigni e l’Italia metterà a repentaglio investimenti e reputazione. Sui primi le cifre sono chiare, il Pnrr – una volta concluso – contribuirà a una crescita del 3,4% del PIL e per questo la sua attuazione, soprattutto in regime di ristrettezze economiche come quello attuale, è una manna dal cielo per fare investimenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul discorso reputazionale, invece, è indubbio che già ora il Pnrr abbia trainato la crescita e possa continuare a farlo nei prossimi mesi, evitando outlook negativi da parte delle società di rating. Tuttavia, a rimetterci maggiormente dal mancato successo del Bel Paese sarà l’UE e con lei il principio di economia Keynesiana che crede nell’investimento pubblico e si oppone all’austerity. Dopo tutto se il primo e più importante investimento fatto con i soldi degli europei dovesse fallire per colpa di un Paese coi conti disastrati come quelli italiani (alto debito e deficit con una crescita dello zero virgola e una competitività al palo), allora il passaggio a una politica rigorista – da falco – potrebbe quasi essere naturale, nonché letale per il Sud d’Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tenuto poi conto del fatto che i progetti che ad oggi assorbono più risorse del Pnrr sono affidati a Ferrovie dello Stato, più nota per il messaggio che si ascolta in ogni stazione “ci scusiamo per il disagio”, e a Matteo Salvini, alla guida del Ministero delle Infrastrutture, pare ovvio l’esito. Però è vero anche che si diceva lo stesso di Expo e poi, per il rotto della cuffia, l’Italia ce la fece. Sarà così anche stavolta? Difficile, ma non impossibile, più che altro assai improbabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio Dolci</p>
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		<title>Il PNRR: il Piano Nazionale di Ricerca dei Responsabili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Apr 2023 07:18:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[UE]]></category>
		<category><![CDATA[Next Generation]]></category>
		<category><![CDATA[PNRR]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>3 min di lettura Il cortocircuito istituzionale che stiamo vedendo in questi giorni oscilla tra...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">3 min di lettura</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cortocircuito istituzionale che stiamo vedendo in questi giorni oscilla tra la commedia e la tragedia; quello che è certo che l’Italia non ci fa una bella figura. <strong>Il ritardo ormai certificato nell’utilizzo dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sembra quasi inarrestabile </strong>e piuttosto che soffermarsi sul “perché” (come il pragmatismo vorrebbe), la classe dirigente continua a ragionare sul “chi”, alla ricerca di un capro espiatorio capace di espiare le colpe e di veicolare l’attenzione della popolazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sta di fatto che ogni giorno che passa, l’esecutivo cerca redenzione dai suoi elettori, spiegando loro l’impossibilità di poter intervenire su questo dossier, avendo le mani legate causa governi precedenti ed istituzioni comunitarie. E c’è talmente <strong>tanta confusione</strong> tra note ufficiali, dichiarazione alla stampa, voci di corridoio e media più o meno schierati, che anche i più interessati alla vicenda fanno veramente fatica a comprendere dove stia la verità. E la verità nei confronti dei cittadini che sono i destinatari di questi miliardi che ora rischiano di perdere, pare al quanto necessaria. È umano che nessuno voglia metterci la faccia per giustificare l’eventuale perdita dei fondi del PNRR, farebbe vergognare chiunque, ma <strong>impegnarsi nella cosa pubblica significa proprio assumersi le responsabilità di ciò che riguarda una comunità</strong>, di assumersi le colpe almeno quanto vengono sbandierati i successi. La maturità, la civiltà di un Paese si può intravedere proprio da questo e l’Italia dimostra di essere una piccola nazione tra le grandi nazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma a parte queste stoccate moraliste che magari non hanno alcuna presa nella società in cui viviamo, dove forse il cinismo e la propaganda prevalgono, la mancanza di trasparenza sul PNRR, la concentrazione dell’esecutivo a trovare dei responsabili piuttosto che lavorare sul recepimento dei fondi è una mossa politicamente strategica ma rischiosa: <strong>sarebbe meglio lavorare in silenzio con la Commissione Europea</strong>, cercando di capire quali sono i punti più sensibili, magari anche giustamente vista le condizioni della nostra macchina burocratica, e negoziare una via di uscita ma al contempo impegnandosi sodo per mostrare la serietà del sistema Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché stavolta è diverso, i compiti a casa non vengono richiesti dalla UE per il semplice obiettivo di farli (che comunque fa parte di un gioco che l’Italia ha sottoscritto) ma perché in cambio Roma riceverebbe dei finanziamenti anche a fondo perduto che da sola non potrebbe senza subbio ottenere. <strong>Se si ragiona un attimo sembra proprio una follia che questi soldi in buona parte gratis vadano persi</strong>, ma pare che essa sia di casa nel Bel Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se si perderanno i soldi, poi, l’effetto tsunami è molto più potente della scossa di terremoto in essere: <strong>perdita di credibilità con il resto dei partner commerciali e finanziari</strong>, stop a futuri fondi comunitari e probabilmente perdita di alleanze strategiche nei posti che contano. Non a caso il <strong>professor</strong> <strong>Giavazzi</strong>, già consigliere di Mario Draghi ai tempi del governo, scrive sul Corriere che perdere la faccia oggi, anche in riferimento al MES, significa essere senza amici in sede di approvazione del nuovo Patto di Stabilità e Crescita che potrebbe esserci svantaggioso se gli altri Stati dell’Unione si metteranno d’accordo per una stretta di bilancio più di quanto noi vorremmo e potremmo sopportare per le condizioni precarie in cui versiamo. Insomma, l’effetto stigma sarebbe per noi geopoliticamente svantaggioso oltre che per tutte le motivazioni finanziarie già citate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E si torna a dare la colpa a Germania e Francia, che a quanto trapela da Palazzo Chigi, sono in combutta per poter far sfigurare Giorgia Meloni agli occhi di tutti. Che il gioco della geopolitica sia una partita a scacchi è certo; che i Paesi frugali non vedano l’ora di dimostrare quanto siamo incapaci di usare fondi comunitari è probabile; <strong>che però Macron e Scholz siano così impegnati a far cadere Meloni è pura fantasia demagogica </strong>usata per martirizzarsi nel momento in cui non sa più cosa dire. Siamo sicuri che stiamo usando al meglio le nostre carte?</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Roberto <strong>Biondini</strong></p>
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		<title>La politica che non parla del paese reale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Jan 2022 20:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>4 min di lettura Siamo ormai tutti immersi nell’agenda politico-mediatica degli organi di stampa ed...</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>4 min di lettura</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo ormai tutti immersi nell’agenda politico-mediatica degli organi di stampa ed istituzionali, i quali ci propongono l’argomento del giorno e alle volte del mese, senza curarsi troppo di presidiare alcune tematiche, le quali scivolano così via nell’attesa che un’altra onda d’informazioni li riporti a galla. Una volta è il caso di Djokovic e il suo tira e molla con l’Australia, le cui vicende occupano sì e no una settimana, mentre per altre, ed il caso della corsa al Quirinale, l’onda d’informazioni, di retroscena e di aruspici inizia con largo anticipo e monopolizza talk, telegiornali e giornali per mesi. <strong>È come se per un po’ di tempo esistesse solo un unico grosso problema da prima pagina, mentre tutto il resto diventasse improvvisamente dibattito da terza o da quarta</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di per sé questo meccanismo ha una sua logica, perché orienta l’attenzione dell’opinione pubblica su ciò che vale la pena seguire in un preciso momento e tralascia quelle questioni che ormai si sono raffreddate, oppure che più semplicemente sono ferme. Inoltre questa struttura dell’informazione dovrebbe consentire un ricambio dei temi affinché essi non producano forme di disaffezione e finiscano per scivolare nel baratro dell’insensibilità, com’è tuttora col caso dei migranti. Tuttavia questa convergenza mediatica produce anche gravi disfunzionalità, come ad esempio il fenomeno dell’infodemia, di cui la cronaca pandemica è tuttora forse l’esempio più lampante (ma anche il Quirinale non scherza) e l’obsolescenza dei fatti non più caldi, com’è il caso del crollo del Ponte Morandi. Che fine ha fatto la revoca ad Autostrade? Di chi fu la responsabilità del crollo e chi pagherà i danni? E purtroppo, alle volte, <a href="https://www.tpi.it/economia/autostrade-governo-ok-riassetto-20220107856404/">dietro le dimenticanze di una parte della stampa ci sono situazioni tutt’altro che </a>trasparenti. &nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiaramente siamo di fronte a un sistema di bilanciamenti, che da una parte trova nell’audience e nella spettacolarizzazione dei temi caldi la sua forza, mentre dall’altra produce mostri che non è più in grado di controllare, ed è il caso dell’elezione del Presidente della Repubblica e della Pandemia. Il problema è che in questo intricato tetris di informazioni e di interessi si rischia di perdere di vista il Paese di chi lo vive in prima persona e continuare a raccontare una realtà che esiste solo per chi segue con assiduità il circo mediatico, mentre per tutti gli altri è ora di parlare d’altro. N’è un esempio l’attuale ritorno di una riforma elettorale. Con il caro energia, qualche milione di italiani in quarantena, <a href="https://pagellapolitica.it/dichiarazioni/9024/il-90-per-cento-degli-occupati-in-piu-in-un-anno-e-precario">la precarietà del lavoro</a> e i dilemmi sul futuro, c’è chi parla di legge elettorale: è davvero un tema così interessante? Per chi segue ogni l’onda informativa di turno come se fosse l’unica presente la risposta è sì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo tutto non c’è dubbio che la scelta del prossimo inquilino del Colle finirà per determinare la durata della legislatura e di conseguenza l’avvio alle urne, di cui la legge elettorale sarà sicuramente terreno di dibattito, ma è pur vero che qui si stanno perdendo di vista delle questioni forse più importanti e che potrebbero ridisegnare il frame decisionale. Un esempio? Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Si tratta del più grande piano di investimenti dal secondo dopoguerra e l’Italia è risultata essere il paese europeo che ne beneficerà maggiormente. Molti si ricordano certamente di ciò, ma pochi rammenteranno che i giochi per ottenere i fondi non si sono ancora chiusi, anzi, siamo al primo set. <strong>Se l’attuale governo ha svolto un buon lavoro nel presentare le proposte alla UE su come intende utilizzare quei fondi ed è riuscito a rispettare la prima scadenza nel 2021, nessuno si dovrebbe dimenticare che si è trattato solo dell’inizio di un ancora lungo percorso.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Come riporta il quotidiano <a href="https://www.google.it/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=&amp;esrc=s&amp;source=web&amp;cd=&amp;cad=rja&amp;uact=8&amp;ved=2ahUKEwjX-cWR_rX1AhWT8LsIHfTRDpkQvOMEKAB6BAgCEAE&amp;url=https%3A%2F%2Fwww.repubblica.it%2Fpolitica%2F2022%2F01%2F15%2Fnews%2Fpnrr_potrebbe_cambiare-333880119%2F&amp;usg=AOvVaw1uSYn-FZcZMBTJf1eBO6Qv">La Repubblica</a>, <strong>nel corso del 2022, l’Italia dovrà conseguire ben 102 obiettivi concordati in precedenza con Bruxelles</strong> e nella circostanza di mancato raggiungimento di questi obiettivi, il nostro paese perderebbe le tranche di finanziamenti previsti dal Next Generation EU. <strong>Si tratta di progetti che sono in mano non solo allo stato centrale ma anche alle Regioni e alle realtà locali</strong>, le quali dovranno spendere e gestire circa il 33% delle risorse, pari a 66 miliardi di euro, realizzando asili nido, interventi di rigenerazione urbana, di edilizia scolastica e ospedaliera, ma anche economia circolare ed interventi per il sociale. Non si tratta quindi di misure di contorno all’azione di governo, ma l’esatto contrario, soprattutto in un Paese, il nostro, dove il debito pubblico è mastodontico e sprecare altri soldi a fondo perduto finirebbe per logorare ancor di più i finanziatori esterni. <strong>Ma ancora una volta, la realtà supera la fantasia, e nonostante gli sforzi ci potremmo ritrovare nuovamente con l’acqua alla gola e sempre a causa della negligenza con cui vengono gestiti i dossier</strong>. La prossima estate e il prossimo inverno, infatti, l’Italia dovrebbe ottenere dal Next Generation Eu rispettivamente 19 e 21 miliardi di euro, ma se i progetti non saranno conseguiti in tempo, allora questi finanziamenti verranno persi in toto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed aleggia già nell’aria romana una possibilità prevista dal trattato con l’Eu: il cosiddetto “redeployment” cioè la possibilità di sostituire parti dei progetti presentati che rischiano di saltare con altri che hanno invece più possibilità di riuscita. Nello specifico, l’articolo 21 del Regolamento 2021/241 stabilisce: <em>“Se il piano per la ripresa e la resilienza, compresi i pertinenti traguardi e obiettivi, non può più essere realizzato, in tutto o in parte, dallo Stato membro interessato a causa di circostanze oggettive, lo Stato membro interessato può presentare alla Commissione una richiesta motivata affinché presenti una proposta intesa a modificare o sostituire le decisioni di esecuzione del Consiglio”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sembrerebbe un articolo scritto apposta per il Bel Paese, se non fosse per due parole <em>“circostanze oggettive” </em>che mal si riflettono nella motivazione del ribilanciamento italiano dei progetti. Infatti, con questa definizione la commissione europea si riferisce a cause di forza maggiore come cataclismi naturali e similari. Non di certo la lentezza burocratica e politica italiana di far fronte ai propri impegni presi con gli altri ventisei Stati della UE. <strong>Ma anche se la discrezionalità politica facesse breccia nel cuore di Bruxelles, sarebbe molto più difficile convincere i capi di stato europei (soprattutto i frugali), che hanno voce in capitolo, ad accettare modifiche in tal senso</strong>. E a prescindere da tutto questo, i progetti del PNRR servono per rilanciare l’economia e riformare il Paese affinché il suo debito possa essere quantomeno gestibile. Se anche questo piano per risanare i conti pubblici dovesse fallire e la BCE adeguasse i tassi al contenimento dell’inflazione, ecco allora che da una mancata occasione potrebbe facilmente tramutarsi in una tragedia per la tenuta del debito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fortunatamente c’è chi sta facendo sentire la sua voce affinché il tema del PNRR non resti un tema da conferenza stampa di fine anno. Ad esempio, <strong>Antonio Decaro</strong>, Presidente dell’ANCI e sindaco di Bari, ha avvertito su <a href="https://www.google.it/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=&amp;esrc=s&amp;source=web&amp;cd=&amp;cad=rja&amp;uact=8&amp;ved=2ahUKEwjX-cWR_rX1AhWT8LsIHfTRDpkQvOMEKAB6BAgEEAE&amp;url=https%3A%2F%2Fwww.repubblica.it%2Fpolitica%2F2022%2F01%2F15%2Fnews%2Fdraghi_al_quirinale_intervista_a_decaro-333880327%2F&amp;usg=AOvVaw1d80GGAEmYLNAQnWFgvZ_K">La Repubblica</a> della <strong>necessità di avere più personale per portare a termine i progetti prestabiliti nel PNRR e non tradire la fiducia nell’attuale ripresa economica</strong>. E sullo stesso fronte, gli ha fatto l’eco il ministro della PA <strong>Renato Brunetta,</strong> che qualche giorno fa sulle colonne de <strong>Il Foglio</strong> aveva sottolineato come a prescindere dall’elezione del Colle e dall’inquilino di palazzo Chigi, lo sforzo di modernizzare la Pubblica Amministrazione a servizio del PNRR non doveva in alcun modo fermarsi. Ma la cronaca travolge e dissipa queste esternazioni, e proprio durante la stesura di questo articolo, impervesa la notizia di <strong>Silvio Berlusconi</strong> candidato in pectore del centrodestra per sostituire <strong>Sergio Mattarella</strong> al Colle, con tutte le scosse di assestamento del caso, riprese dalle prime pagine di quasi tutti i giornali. Si ritorna così all’informazione mediatica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’attuale bombardamento mediatico sul Colle, con smentite e gossip di ogni tipo, è dovuto anche all’incertezza circa la durata dell’esecutivo, il che ne giustifica l’incessante cannoneggiamento. Il problema è che <strong>con questo modus operandi si perde di vista la complessità del momento che sta attraversando il Paese</strong>, e che non può essere ridotta a un gioco di potere politico tutto italico o all’interesse di quella o quell’altra cancelleria europea, ma al fatto che occorre trovare un modo per dare stabilità e una prospettiva ai lavoratori e alle imprese. La campagna elettorale perenne a cui ci ha abituati Berlusconi prima, e Renzi e Bettini oggi, tradisce gli intenti del piano di ripresa europeo e gli italiani stessi. E l’elemento più paradossale di tutti è che una volta riscontrate le oggettive difficoltà per ottenere i fondi europei previsti dal piano, si tenderà a dare la colpa, ancora una volta, alla tecnocrazia che vige a Bruxelles: priva di cuore nei confronti dei problemi del Paese. Ma quali sono questi problemi se non quelli che hanno a che vedere con le riforme, gli interventi sulle infrastrutture, sul sistema ospedaliero ed educativo di cui il PNRR si fa garante?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Roberto Biondini e Claudio Dolci</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/01/17/la-politica-che-non-parla-del-paese-reale/politica-italiana/pnrr/">La politica che non parla del paese reale</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>Il PNRR, una nuova spinta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Nov 2021 11:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La giostra dell'inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[Inflazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>5 min di lettura L’unione fa la forza. È questo l’imperativo che da sempre spinge...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2021/11/13/il-pnrr-una-nuova-spinta/politica-monetaria-e-dintorni/la-giostra-dellinflazione/">Il PNRR, una nuova spinta</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>5 min di lettura</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’unione fa la forza. È questo l’imperativo che da sempre spinge ogni individuo ad affidarsi agli altri e a costituire dei gruppi, tant’è che persino nelle società più individualistiche nessuno è mai solo. D’altro canto, se la specie umana non avesse costruito delle comunità che sin dai tempi più antichi fossero state capaci di affrontare le avversità, forse oggi il mondo non sarebbe lo stesso. E questo spirito di sopravvivenza ricompare ogni qualvolta si fronteggiano grandi sfide, come quella dell’attuale crisi economica (anche se purtroppo, c’è sempre qualcuno che si distacca dal gruppo per andare incontro all’ignoto da solo, riportando spesso scarsi risultati). Insieme a Roberto Biondini, cercheremo quindi di comprendere come la comunità europea stia affrontando la grande sfida del momento e quali strategie abbia in serbo per condurre al meglio la&nbsp;<em>giostra dell’inflazione</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nei precedenti appuntamenti&nbsp;si è discusso sia di inflazione, sia di deflazione, giungendo a spiegare i reciproci meccanismi d’innesco e le risposte dei singoli Stati e delle Banche Centrali. Oggi però, oltre alla deflazione, l’Europa, e ovviamente l’Italia, devono rispondere anche alla pandemia. Saranno sufficienti il Pnrr italiano e il Next Generation EU a superare tutte queste difficoltà?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Per rispondere è necessario fare prima un passo indietro. Dalla formazione dell’UE, al recente presente, le politiche fiscali di ogni Stato membro sono state di competenza nazionale; di conseguenza, ad esempio, Italia e Spagna hanno potuto adottare regimi di tassazione completamente diversi pur avendo un’unica politica monetaria (questa gestita dalla BCE). E non c’è bisogno di essere degli economisti per capire che se vi fosse una politica fiscale comune sarebbe più facile coordinarsi con un’unica politica monetaria. Per capirci, è più utile che due cavalli trainino una carrozza andando nella stessa direzione, oppure no? Certo, è vero che per avere una politica fiscale comune sarebbe necessario che gli Stati membri condividessero anche un’economia simile e rapporti commerciali molto stretti, altrimenti si rischia di organizzare una gara sui 100 metri e far gareggiare una rana, una lepre e una tartaruga: l’esito è scontato. Occorre quindi destrutturare la complessità e osservarne ogni specifica sfaccettatura. Ad esempio, è abbastanza vero che la zona Euro (non UE) sia una zona commerciale nella quale gli Stati che la compongono condividono più somiglianze che differenze. E proprio per questo, una politica fiscale comune (almeno su questioni più importanti) sarebbe possibile e sicuramente utile a tutti per potenziare lo sviluppo della zona.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Nonostante questo, ad oggi, il desiderio di far convergere le singole politiche fiscali non ha attecchito, anche perché in parte ciò significa richiedere un sacrificio sia a chi galoppa e vorrebbe andar da solo, sia a chi è entrato nella moneta unica per il rotto della cuffia e oggi fatica a far quadrare i conti. Senza considerare il fatto che il dumping fiscale ha avvantaggiato diversi Paesi, i quali vorrebbero mantenere i privilegi acquisiti, a scapito degli altri. Tuttavia, là dove ha fallito il confronto e la convergenza di intenti, è riuscita la pandemia, tant’è che</em><em>il Next Generation EU e il piano SURE della commissione europea hanno di fatto gettato le fondamenta per una politica fiscale comune, utile sia per combattere la deflazione, sia per far ripartire la produzione.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Effettivamente senza questo intervento i rischi per la tenuta dei conti italiani sarebbero stati ben maggiori, ma non è stato facile far digerire a tutti gli Stati membri questo pacchetto di interventi e taluni, come la Finlandia, sembrano ancora intenzionati a mettere i bastoni fra le ruote all’intero progetto. Non è forse così? E come funziona, nel concreto, il Next Generation EU e il piano SURE?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Sì, le criticità ci sono ancora e il diritto di veto, nonché il peso del Consiglio europeo, dove siedono Rutte, Orbàn e Kurz (solo per citarne alcuni), rappresentano dei potenziali ostacoli. Tuttavia, l’interdipendenza tra gli Stati comunitari è oggi talmente forte che persino coloro che erano più ostili al Next Generation EU l’hanno poi approvato, stanziando delle cifre mai viste prima proprio per quei Paesi, come il nostro, ritenuti delle “cicale”: questo segnale, insieme alla politiche espansive e la sospensione del Fiscal Compact, rappresentano dei passi in avanti che mai, prima d’ora, ci si sarebbe aspettati di poter osservare.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ad ogni modo, il vantaggio del debito comune, ovvero quello che finanzierà il Next Generation EU, è che invece di domandare al mercato i finanziamenti per sostenere la spesa nazionale, ottenendo così un tasso d’interesse sostenuto, si delegherà all’UE la raccolta dei fondi, ponendo a garanzia la firma di tutti e ottenendo un tasso d’interesse più contenuto. In questo modo, i paese più deboli sui mercati (come l’Italia) si potranno finanziare con meno costi.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>In altre parole, l’UE ha chiesto al mercato i soldi per finanziare i progetti della comunità europea, ottenendo un tasso estremamente basso: addirittura negativo! Un gran risparmio per molti, una prova di solidarietà per tutti.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Certo, il meccanismo è simile a quello che contraddistingue l’acquisto al dettaglio da quello all’ingrosso, ma c’è qualcos’altro, giusto?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Esatto, i mercati infatti si possono fidare di più di una macro area commerciale piuttosto che di un singolo Stato, come potrebbe essere l’Italia.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non è detto. Se a chiedere i soldi fosse stata la sola Olanda, o la Germania, forse i tassi sarebbero comunque stati bassi, no?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Sì, il problema dell’Italia, ma non solo suo, è il debito monstre che l’accompagna da troppo tempo e l’incapacità di riformare settori chiave per l’investimento e la ripresa economica. In breve, senza l’Europa sarebbe stato impossibile accedere a linee di credito a un tasso così basso e gli interessi si sarebbero cumulati a quelli già esistenti, producendo un debito che forse non saremmo stati in grado di gestire. Con l’Europa, invece, è come se si fosse costruito un soggetto extra nazionale capace di garantire per tutti, assorbendo maggiormente i punti di forza, piuttosto che le debolezze, dei singoli Stati membri; quando si dice “l’unione fa la forza”. Se infatti, poniamo il caso, l’Italia non riuscisse a ripagare il suo debito, a causa di un ulteriore rallentamento del Pil o altri fattori, ecco che la Germania, o qualche altro Paese europeo più virtuoso (dal punto di vista contabile) onorerebbe il debito contratto. Diciamo che alla fine dei giochi, quest’ultima eventualità è una garanzia aggiuntiva che non verrà usata, perché ogni Stato riuscirà a ripagare il proprio debito, ma è come se ci fosse “un’uscita gratis di prigione” al Monopoli per i Paesi più indebitati, che consente quindi di mantenere tranquilli i mercati circa la solvibilità del debito. Inoltre, fattore per nulla secondario, l’Unione Europea ha persino previsto dei contributi a fondo perduto, il che significa che l’Italia, ma anche Spagna, Francia, Grecia etc. non dovranno restituire queste erogazioni direttamente.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma da dove provengono questi soldi a fondo perduto?&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>In breve, da una politica fiscale comune che riguarda la tassazione nella zona UE, ad esempio, tasse su emissioni, sui giganti del web, eccetera. Grazie a tutto ciò, l’Italia è riuscita ad ottenere (191,5+13,5) miliardi di prestiti a tassi infinitesimali e sovvenzioni gratuite, che è più di qualsiasi altro Stato europeo. In questo modo dovrebbe esserci, finalmente, un ulteriore incentivo per fare le riforme che si invocano pressoché da sempre, ma che nei fatti restano parole al vento. Così facendo si potrà far partire un circolo virtuoso che da un lato spinga le riforme fiscali, green, digitali, quelle sulla PA, sulla giustizia e quelle contro l’evasione e la corruzione, mentre dall’altro faccia riottenere all’Italia credibilità all’estero, diminuendo così il costo del nostro debito con tassi d’interessi e spread più bassi. Infine, con la presenza di riforme strutturali l’Italia potrà crescere di più, aumentando gli introiti senza bisogno di alzare le tasse, con la conseguente riduzione del nostro debito.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Già, le riforme: tasto dolente e che si trascina da troppo tempo, ma prima di procedere vorrei fare un’osservazione. Dalle tue parole si comprende il rammarico, e forse anche la frustrazione, dei Paesi frugali nei confronti del sud Europa, perché a conti fatti loro fanno una scommessa, ovvero che l’Italia, ma non solo lei, riesca a fare quel salto che da sempre rimanda con le scuse più improbabili. D’altra parte, se nel nostro Bel Paese queste riforme non sono mai state fatte un motivo ci sarà ed è perché costano voti, creano dissapori e soprattutto rompono quello status-quo, quell’indolenza verso il cambiamento, che pochissimi hanno il coraggio di sfidare: fisco, agevolazioni, pensioni, concorrenza, corporazioni, giustizia, burocrazia, evasione (tanto per citarne alcune), sono qui da sempre. Ce la farà l’Italia?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>La dico in una parola: deve. Altrimenti i costi saranno insostenibili e il rischio che si vada a prendere i soldi nelle tasche degli italiani è probabile, oppure che si finisca in bancarotta (o che esca dalla UE) è possibile.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Lo so, il tempo a disposizione per cambiare rotta è poco e questo per due motivi. Il primo è di natura tecnica: se non si programma in tempi rapidi l’utilizzo dei fondi UE li perderemo per sempre. Il secondo motivo è anch’esso di natura tecnica, ma di grado monetario, e riguarda il ritorno dell’inflazione. Infatti, nel momento in cui l’inflazione tornerà a livelli utili per la crescita economica (vicino, ma sotto al 2%) la BCE dovrà, con cautela, concludere quel lungo percorso di stimolo monetario per evitare l’arrivo dell’iperinflazione, che nella prima parte de La Giostra dell’Inflazione avevamo già bollato come pericolosa. Il problema, infatti, sarebbe nuovamente la sostenibilità del nostro debito. Se la Bce alza (direttamente o indirettamente) i tassi d’interesse, il costo del nostro debito aumenterà di conseguenza e se nel frattempo non si saranno fatte le riforme necessarie, si corre il rischio che il tasso d’interesse si alzi troppo repentinamente, aumentando così il costo di un debito già esagerato (160% del PIL!). Bisogna quindi agire in fretta e bene, perché se è vero che un’inflazione al 2% è ben gradita per far ripartire l’economia, è vero anche che bisogna presentarsi di fronte ad essa con i compiti a casa fatti, altrimenti sono guai.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Capisco, e prima di concludere vorrei tornare al discorso sul debito. I titoli emessi della Bce sono Eurobond oppure no?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Ni”, nel senso che i famosi eurobond erano pensati come condivisione di debito tra tutti gli stati membri, ma due peculiarità li rendono diversi dai fondi del Next Generation EU. Primo, si parla solo di debito futuro e non di debito pregresso: cioè conta solamente il debito che si fa da ora in avanti, non il debito che si è fatto in passato per decisioni nazionali&nbsp;e che si cerca di colmare con fondi europei, magari perché i propri non bastano. Secondo, le decisioni delle politiche fiscali progettate con i fondi presi dal Next Generation EU sono scelte di comune accordo tra tutti gli stati aderenti. In altre parole, non sono determinate da decisioni nazionali. Il che, a mio avviso, è logico e di buon senso, perché se il debito è comune lo devono essere anche le decisioni assunte.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per concludere questa puntata: si prenda abbastanza debito da renderlo difficile da maneggiare, lo si avvolga ben stretto con vincoli e leggi che ne impediscano la sostenibilità, poi lo si lasci riposare per cinquant’anni, lasciando che gli interessi si gonfino sempre di più. Ed ecco che la frittata sarà fatta. Il consiglio? Aspettare la prima grande crisi economica o pandemica per invitare gli amici a tavola e non restare da soli a mangiare quell’intruglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco, se la situazione economica attuale fosse una ricetta, suonerebbe più o meno così, ma si da il caso che è proprio nei momenti di difficoltà, quando si è smarrita la via e casa è ormai lontana, che si riaccende, con più vigore di prima, la speranza e la voglia di lottare. È troppo tardi? Chi lo sa, ma se non si prova a lottare per cambiare qualcosa, sarà sempre troppo tardi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Roberto Biondini e Claudio Dolci</p>
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