Maggio 25, 2024

Il Caffè Keynesiano

UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA

Che fine ha fatto il PNRR?

Dopo una partenza lenta e uno sprint improvviso quanto breve, il Pnrr si appresta ora al giro di boa, ma  sono in pochi a credere che l’arrivo di un vento favorevole possa far recuperare il ritardo accumulato sinora dall’Italia. Il 2026 pare infatti lontano solo a chi non conosce la macchina burocratica che gestisce il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e soprattutto il rigore con cui l’UE valuta l’effettivo raggiungimento dei progetti. Riuscirà il Bel Paese a tagliare il traguardo in tempo utile e con tutti i progetti ancora a bordo? Guardiamo i dati.

La struttura del Pnrr e la scommessa dell’UE

La tenuta dell’UE è letteralmente appesa al Pnrr, perché per tutto il Next Generation EU sono stati stanziati 732,8 mld dei Paesi membri e l’Italia, da sola, ne assorbe oltre un quarto, con un investimento di 191,5 mld, di cui 69 mld a fondo perduto e gli altri 122,5 mld in prestiti a tasso agevolato. Cifre che l’Italia ha scelto così di ripartire: 40 mld sulla Digitalizzazione (Missione 1), 60 mld sulla Rivoluzione Verde e Transizione Energetica (Missione 2), 25 mld in Infrastrutture (Missione 3), 30 mld in Istruzione e Ricerca (Missione 4), 20 mld in Coesione e Inclusione (Missione 5) e infine 15 mld in Sanità (Missione 6).

Tali denari non possono essere spesi per assumere del personale o come bonus, e i progetti verso cui sono diretti devono rispettare alcune condizionalità, tra cui – le più incisive –  il non arrecare danno all’ambiente, l’essere destinati – in termini di fondi – per il 40% al Sud Italia e l’avere il 2026 come termine tassativo di chiusura cantieri. L’erogazione dei fondi è poi vincolata da rendicontazioni semestrali che devono certificare l’avvenuto raggiungimento di alcuni obiettivi e “milestone” (in totale sono 527) che accompagnano la realizzazione delle opere. Ciò è sensato perché senza l’attuazione di alcune riforme, si pensi a quella del processo penale, è difficile che anche dopo un intervento di risanamento del Paese si possa migliorare l’attrattività dello stesso e la qualità di vita di chi lo abita. Visto il quadro, a che punto siamo?

Rate in ritardo e programmazione in bilico: i numeri dell’Italia sul Pnrr

Tenendo conto che nel 2021, l’anno di approvazione del piano da parte di Bruxelles, l’Italia del Conte 2 partiva con 67 mld già allocati su progetti archiviati nei vari cassetti o in programmazione presso i Ministeri, dovremmo essere a buon punto, ma in realtà non è così e le ragioni sono perlopiù di natura politica. Certo, l’inflazione ha fatto la sua parte, ma è stata soprattutto la destrutturazione dell’impianto voluto da Mario Draghi e dall’ex-Ministro dell’Economia Daniele Franco a determinare l’attuale situazione. In origine si era infatti pensato di far gestire tutti i progetti da chi avesse contezza delle spese, quindi dal Ministero dell’Economia e dalla Ragioneria di Stato, ma con l’arrivo di Meloni è cambiato tutto.

Fitto è diventato il Ministro deputato alla gestione del Pnrr ed ha smantellato l’impianto di Draghi e costruito una cabina di regia ad hoc, col risultato di rallentare una macchina che si apprestava ancora ad ingranare la prima marcia. Già con Draghi, infatti, erano sorti dei problemi sul Pnrr, sia legati al tema della trasparenza – la grande assente – sia a quello dell’attuazione, perché proprio prima dell’attivazione dei cantieri il Governo Draghi ha fatto armi e bagagli per lasciare il posto a Meloni&Co. I quali hanno ereditato i 67 mld fin li stanziati dall’UE (25 mld di prefinanziamento e 21 per la prima e altrettanti per la seconda rata) e i 93 obiettivi e “milestone” sin li agguantate da Draghi e Franco (sulle 100 richieste). Ad oggi 6 – di quelle in ritardo – risultano ancora in stallo, mentre un’altra, quella della riforma del processo penale e civile, non risulta ancora attuata, benché approvata (Riforma Cartabia).

Meloni prova a correre, ma gli obiettivi sono fermi.

L’epopea della Terza rata del Pnrr, quella da 19 mld, che sarebbe dovuta arrivare a gennaio 2023 ma è stata incassata solo lo scorso 9 Ottobre, tra l’altro con lo storno dei fondi dedicati all’edilizia universitaria, ci dice molto sullo stato dell’arte del Pnrr. Dopo un tira e molla di 10 mesi la Terza Giorgetti ha infatti incassato 18,5 mld dall’UE e l’edilizia universitaria è stata delocalizzata in un’altra fase del progetto. Sulla Quarta rata, invece, da 16,5 mld (scadenza Giugno 2023), ancora nessuna notizia, mentre la Quinta è in altissimo mare. Su 69 obiettivi e milestone, che valgono 18 mld, 49 risultano in corso e 6 sono ereditati dai tre trimestri del 2023.

Ben 21 obiettivi, sui 69 complessivi, sono classificati come in “difficoltà media”, 10 sono in “alta” e 28 in “bassa” , mentre 10 sono stati portati a casa. Dai dati di Openpolis si evince una differente ripartizione, ma la sostanza non cambia di molto: sul Pnrr il sistema Paese arranca e ce lo dice pure la Corte dei Conti. La quale ha analizzato un campione di 27 progetti, per un importo di 31,1 mld, scoprendo che solo il 7,94% dell’importo era stato effettivamente speso (dato riferito al 30 Giugno 2023 – e pari a un importo di 2,47 mld). Ed è infatti sulla capacità di spesa e sull’efficienza della macchina chiamata Paese che il Pnrr imbarca acqua da tutte le parti e pure molta.

Pochi soldi spesi e una miriade di progetti in gestione a migliaia di attori: perché l’Italia è in ritardo.

L’Italia, si sa, non riesce a spendere i soldi dell’UE e questo era un dato risaputo anche prima del Pnrr e sui cui neppure Mario Draghi era riuscito a fare molto. A distanza di tre anni dall’avvio dei lavori, e a tre dalla scadenza, l’Italia ha speso il 14% delle risorse a sua disposizione, pari a 27,6 mld, contro i quasi 60 mld a cui dovremmo arrivare entro Dicembre di quest’anno. Il problema risiede tutto nella lentezza con cui si incrementa la spesa, che da Febbraio 2023 a Luglio è cresciuta solo di un miliardo, pari ad un + 0,56% sul budget per l’intero Pnrr.

Se la Corte dei Conti ha analizzato 27 progetti certificando un notevole ritardo e i conti complessivi dimostrano l’incapacità di spesa dei soggetti attuatori, quale sorte toccherà ai 219.837 ad oggi presenti sulla piattaforma ReGiS e da cui dipende l’intero Pnrr? Domanda lecita, risposta incerta. Quello che si sa è che con questi progetti si coprono 174,42 mld di investimenti, di cui 120,35 mld del Pnrr, ma solo 123.000 progetti hanno ad oggi avuto il via libera – gli altri sono in forse – e neppure questi sono certi, perché Fitto ha chiesto all’UE di rivedere scadenze e obiettivi, con l’intento di dirottare dei fondi su RepowerEU.

Il dirottamento dei fondi del Pnrr verso RepowerEU e l’ira dei Sindaci. A rischio 42.786 progetti per un valore di 12,3 mld.

Si sapeva sin dall’inizio che affidare ai 7.500 Comuni italiani l’attuazione di circa 43.000 progetti fosse un azzardo, soprattutto alla luce del fatto che il 40% dei fondi doveva essere destinato – per contratto con l’UE – al Sud del Paese, là dove le amministrazioni già soffrono e per altre ragioni. D’altronde nei Comuni più piccoli gli amministrativi, già sottorganico in tutta la PA di 65.000 unità (quota tecnici STEM), si sono ritrovati di colpo a gestire in media più di un progetto dal valore di circa 400.000€. Ed infatti, quando dalla carta si passa alla realtà la doccia è freddissima.

Comuni, Province e Regioni hanno puntato sulla Missione 1 (44%), 2 (42%) e 5 (27%) del Pnrr ed il Sud si è allocato il 42,7% delle risorse. Fin qui la carta, ma nei fatti i dati raccontano altro: il Nord ha infatti già realizzato il 55% degli investimenti, il 25% al Centro e il 20% al Sud, e sul lato della spesa le cifre sono fin peggiori, con un 60% al Nord e 16% al Sud (Fonte: Sole24Ore). D’altronde questi dati rispecchiano ciò che il Pnrr dovrebbe ridurre, ovvero il divario tra le diverse aree del Paese, ma il Governo ha altri piani.

Visti i ritardi e le diverse allocazioni di spese, nonché di forze a disposizione degli enti locali, Fitto ha deciso di chiedere all’UE di stralciare la parte che riguarda 42.786 progetti dei Comuni (quasi tutti), per un valore di 12,3 mld, e di dirottare le risorse sul piano di approvvigionamento energetico varato dall’Europa (RepowerEU). Il verdetto ci sarà l’8 di Dicembre, all’Ecofin, ma già adesso la frattura tra Comuni e Governo è visibile e non aiuterà l’attuazione del Pnrr, a prescindere dalla decisione dell’UE.

Se l’Italia fallisce sul Pnrr rischia di trascinarsi dietro anche tutta l’UE.

In attesa che a Bruxelles si decida il destino dell’Italia tra poco ci si gioca quello dell’Europa, col voto del 2024, e poi di nuovo il successivo confronto tra i 27 e il Bel Paese, allo scoccare della mezzanotte del 31 Dicembre del 2026, quando la conclusione del Pnrr verrà saggiata: che cosa accadrà? Di sicuro quei 122,5 mld a prestito inizieranno a pesare come macigni e l’Italia metterà a repentaglio investimenti e reputazione. Sui primi le cifre sono chiare, il Pnrr – una volta concluso – contribuirà a una crescita del 3,4% del PIL e per questo la sua attuazione, soprattutto in regime di ristrettezze economiche come quello attuale, è una manna dal cielo per fare investimenti.

Sul discorso reputazionale, invece, è indubbio che già ora il Pnrr abbia trainato la crescita e possa continuare a farlo nei prossimi mesi, evitando outlook negativi da parte delle società di rating. Tuttavia, a rimetterci maggiormente dal mancato successo del Bel Paese sarà l’UE e con lei il principio di economia Keynesiana che crede nell’investimento pubblico e si oppone all’austerity. Dopo tutto se il primo e più importante investimento fatto con i soldi degli europei dovesse fallire per colpa di un Paese coi conti disastrati come quelli italiani (alto debito e deficit con una crescita dello zero virgola e una competitività al palo), allora il passaggio a una politica rigorista – da falco – potrebbe quasi essere naturale, nonché letale per il Sud d’Europa.

Tenuto poi conto del fatto che i progetti che ad oggi assorbono più risorse del Pnrr sono affidati a Ferrovie dello Stato, più nota per il messaggio che si ascolta in ogni stazione “ci scusiamo per il disagio”, e a Matteo Salvini, alla guida del Ministero delle Infrastrutture, pare ovvio l’esito. Però è vero anche che si diceva lo stesso di Expo e poi, per il rotto della cuffia, l’Italia ce la fece. Sarà così anche stavolta? Difficile, ma non impossibile, più che altro assai improbabile.

di Claudio Dolci