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	<title>Russia Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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	<title>Russia Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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		<title>La nuova corsa all&#8217;atomo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jan 2024 15:06:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia e Transizione Energetica]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica: il mondo che cambia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’espansione del conflitto tra Israele e Hamas ha portato al blocco, per ora solo parziale,...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2024/01/26/energia-nucleare/energia-e-transizione-energetica-uncategorized/">La nuova corsa all&#8217;atomo</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L’espansione del conflitto tra Israele e Hamas ha portato al blocco, per ora solo parziale, del transito delle merci dal <strong>Mar Rosso</strong>, a causa delle continue incursioni degli Houthi, ed ha riportato agli onori della cronaca il tema delle catene di approvvigionamento e dei colli di bottiglia. Entrambi argomenti che abbiamo imparato a conoscere con la Pandemia e che, ingenuamente, si pensavano in via di risoluzione, se non addirittura già risolti, ed invece sono di nuovo qui tra noi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La ragione è che <strong>cambiare fornitori significa disinvestire e reinvestire nuovi capitali</strong>, anche ingenti, velocemente <strong>e tal volta questo è proprio materialmente impossibile</strong>, come ci insegnano alcune risorse chiave necessarie per la transizione energetica e per l’indipendenza dell’UE.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La bolla della yellowcake. Dal boom al tracollo del nucleare</h2>



<p class="wp-block-paragraph">All’inizio di questo Secolo il prezzo della yellowcake, nome tecnico per l’<strong>U3O8</strong>, che è poi la polvere da cui inizia il processo di produzione dell’Uranio per le centrali nucleari, <strong>era pari a circa 10$ per libbra, mentre alla fine del 2007 superava i 140$ per libbra.</strong> Era l’effetto dell’<a href="https://www.nytimes.com/2007/03/27/business/worldbusiness/27iht-uranium.4.5051347.html"><em>Uranium Bubble</em></a>, come la definirono i Media, e in buona sostanza indicava l’allineamento di tre fattori: bassa quantità di Uranio estratto (100 mln di libbre contro le 180 richieste dal mercato), pochi grandi estrattori di yellowcake e la necessità del mondo di sostituire i combustibili fossili.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come ogni bolla che si rispetti, anche quella dell’U3O8 si basava su pochi semplici e ripetitivi passaggi</strong>: un momento di stagnazione nel settore, con relativi disinvestimenti e pochi grandi produttori attivi, l’impennarsi della domanda (in questo caso generata dall’ingresso della Cina nella WTO e dalla crescita della domanda globale di merci), la corsa ai prezzi con l’ingresso di speculatori, ed infine la normalizzazione del mercato come conseguenza del nuovo equilibrio tra domanda e offerta (lo si è visto anche con il mercato del gas del biennio 2022/2023).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dalle stelle alle stalle. Dopo Fukushima nulla è più stato come prima</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La bolla dell’Uranio ha poi visto un tracollo rovinoso, come ogni volta che si verificano simili abbagli, e il prezzo della yellowcake è rientrato nei ranghi, intorno ai 45$ a libbra. Questo per via anche del collasso finanziario prodotto dai mutui subprime, un’altra bolla di dimensioni mastodontiche, che tra il 2007 e 2008 ha condotto a una contrazione della domanda globale, il che ha significato meno domanda, meno beni prodotti, meno energia consumata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi è sopraggiunta la ripresa, la crescita degli ordini e del prezzo dell’U3O8 che ha ripreso a correre, raggiungendo un altro picco, quello dei 72$ alla libbra del <strong>Gennaio del 2011</strong>, poi l’imprevedibile: Fukushima. <strong>Era l’11 Marzo del 2011 e una scossa di terremoto di magnitudo 9 della scala Richter, nell’Oceano Pacifico, che ha generato uno tsunami con onde alte 10 metri spinte a 750 km/h verso le coste del Giappone.</strong> Da qui l’impatto con la centrale nucleare di Fukushima e il tracollo dei sogni di gloria del nucleare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’atomo silente risvegliato dall’invasione Russa.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Oltre alle vittime e al disastro ambientale, Fukushima ha rappresentato l’ennesimo stop alla corsa al nucleare (dopo Chernobyl), persino in quei Paesi che l’avevano sposato, come <strong>la Germania</strong>, i quali hanno fatto dietro front. E se non fosse stato per l’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina, forse nessuno ne avrebbe più parlato per un altro mezzo secolo. <strong>Ma l’impennarsi dei prezzi energetici e la ripresa della domanda post pandemica hanno riacceso l’atomo e spinto le miniere di tutto il mondo</strong> a riprendere ad estrarre la yellowcake, anche alla luce delle nuove e promettenti tecnologie sperimentali, come quella dei reattori modulari.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="619" height="393" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/01/Immagine2.png" alt="" class="wp-image-691" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/01/Immagine2.png 619w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/01/Immagine2-300x190.png 300w" sizes="(max-width: 619px) 100vw, 619px" /><figcaption class="wp-element-caption">Figura 1 La produzione globale di uranio. FONTE: https://www.world-nuclear.org/information-library/nuclear-fuel-cycle/mining-of-uranium/world-uranium-mining-production.aspx</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Small Modular Reactor (SMR) </strong>è questo il loro nome tecnico, sono delle mini centrali (se paragonate a quelle classiche), per via delle dimensioni, che oscillano tra i 20/25 metri di altezza e i 5/6 di diametro e in grado di generare una potenza elettrica di 300 MW. Per ora si tratta di una tecnologia ancora sperimentale e su cui puntano diversi Paesi, tra cui l’Italia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La corsa al nucleare dell’UE</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Meloni punta sul nucleare e sulla costruzione di 15/20 impianti SMR</strong>, con l’avvio dei lavori nel 2030 e la loro conclusione 5 anni dopo. Una scelta in linea con la Francia, che mira a costruire altri 14 reattori, (ad oggi ne ha già all’attivo 56, anche se diversi datati) e più in generale con l’UE, che sul nucleare vuole investire tra i 350 e i 450 mld di euro (da qui al 2050). <strong>L’obiettivo è abbattere le fossili e rendersi indipendenti dal ricatto altrui </strong>(specialmente se russo) e in effetti gli attuali 100 reattori europei generano il 22% dell’energia consumata dall’Unione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed anche il Regno Unito crede nell’atomo, tanto che <strong>Rishi Sunak</strong> ha dichiarato che vuole quadruplicare l’energia prodotta dalle centrali oltre Manica, per raggiungere i 24 GW entro il 2050. Piano molto ambizioso e che si scontra, come d’altra parte anche per quelli dell’UE, con la realtà dei fatti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Infrastrutture: quando la volontà e solo uno degli elementi in gioco</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Un primo punto di disgiunzione tra il dire e il fare riguarda i costi per la costruzione di nuovi reattori e il tempo effettivo che essi richiedono. <strong>Sunak, infatti, rilancia il tema del nucleare, ma non accenna <a href="https://www.ft.com/content/1157591c-d514-4520-aa17-158349203abd">ai ritardi che sta subendo l’impianto Hinkley Point C</a>, a cui lavora il colosso dell’atomo francese EDF</strong>. Qualche numero può aiutare a far luce: l’impianto doveva costare 18 mld £ ed essere consegnato nel 2025, mentre ore ne costerà tra i 31-35 mld £ (con uno scenario che lo vede raggiungere anche i 45 mld £) e verrà consegnato tra il 2029 e il 2031.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà un caso isolato? Tutto il contrario. <strong>EDF è in ritardo sulla consegna anche in casa</strong>, ovvero in Francia, e in Finlandia, sia per ragioni legate al periodo pandemico (colli di bottiglia), sia per motivi tecnici (un conto è il progetto, un altro è la sua realizzazione effettiva). Ed oltre al tema dei reattori, ritorna anche quello del loro approvvigionamento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’Uranio Kazako e i conflitti nel Sahel</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ad oggi la produzione di Uranio è nelle mani di pochi grandi Paesi e se l’arricchimento dell’atomo parla russo l’estrazione non va molto più lontano visto a trainarla è il Kazakistan, grazie all’azienda <strong>Kazatomprom</strong>. Non è un caso che il Presidente francese <a href="https://www.italiaoggi.it/news/macron-corteggia-l-asia-centrale-2618390">Emmanuel Macron a inizio Novembre scorso</a>, a seguito del colpo di Stato in Niger, sia andato proprio in Kazakistan per rafforzare la sua partnership con Astana.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img decoding="async" width="366" height="405" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/01/Immagine1.png" alt="" class="wp-image-692" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/01/Immagine1.png 366w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/01/Immagine1-271x300.png 271w" sizes="(max-width: 366px) 100vw, 366px" /><figcaption class="wp-element-caption">Le principali aziende al mondo che producono Uranio</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo tutto <strong>la multinazionale francese Orano possiede (con una quota di maggioranza) ben tre miniere in Niger, di cui una, <a href="https://www.mining-technology.com/projects/imouraren-uranium-mine-niger/">The Imouraren mine</a>, che è considerato il secondo più vasto sito minerario di Uranio al mondo</strong> (si stima ne contenga circa 179.000 t). E sino ad Agosto, come riportato da <a href="https://www.lemonde.fr/en/les-decodeurs/article/2023/08/04/how-dependent-is-france-on-niger-s-uranium_6080772_8.html">Le Monde</a>, la Francia (con EDF) importava il 20% del suo Uranio proprio dal Niger, mentre un altro 46% proviene da Kazakistan (27%) e Uzbekistan (19%).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esclusi gli ex possedimenti russi (Kazakistan e Uzbekistan), <strong>l’Occidente dipende dall’estrazione di Uranio del Canada e dell’Australia. </strong>Con il primo che è marcato stretto dagli Stati Uniti (con cui condivide il confine) e l’Australia che per portare il carico in UE deve passare dal Mar Rosso o doppiare il Capo di Buona Speranza. In questo momento non proprio uno scenario idilliaco, peggiorato dal fatto la Russia detiene ancora il monopolio per <strong>la produzione dell’Haleu</strong> (“High-assay low enriched uranium”), necessario per i reattori di nuova generazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’atomo russo e la guerra in Ucraina</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il 24 Febbraio prossimo saranno trascorsi già due anni dall’invasione Russa in Ucraina e nonostante i tentativi fatti per arginare la dipendenza dell’Occidente dalle materie prime russe la strada pare ancora in salita, soprattutto per quanto riguarda l’energia. Si è infatti sempre parlato molto di come il gas e il petrolio russo avrebbero – ed hanno – condizionato le economie europee, ma <strong>poco si è scritto dell’Haleu e della posizione strategica del Cremlino nella catena di arricchimento dell’Uranio</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Grazie al colosso <strong>Rosatom</strong>, <strong>la Russia rappresenta il primo produttore al mondo di Uranio arricchito al mondo</strong>, tant’è che un quinto del fabbisogno dell’UE e degli Usa attuale proviene proprio da Mosca. L’arrivo delle sanzioni e il protrarsi del conflitto in Ucraina hanno imposto investimenti stellari, da parte dell’UE e degli Usa, per recuperare l’indipendenza energetica su una risorsa ad oggi chiave, com’è l’Uranio e dire basta a Putin.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, oltre ai costi dell’U3O8, che ha risfondato il tetto dei 100$ a libbra, è che la fonte energetica dei reattori di quarta generazione (quegli SMR su cui punta anche l’Italia) è l’Haleu ed è ancora un monopolio russo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli Usa investono sull’indipendenza dell’atomo. La corsa all’Haleu</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per fronteggiare la Russia l’Occidente, con <strong>una cordata che comprende</strong> <strong>21 Paesi, si è data l’obiettivo di triplicare la propria capacità nucleare da qui al 2050</strong>. Tuttavia, come riporta il <a href="https://www.ft.com/content/a6d584ea-e31a-4a8a-b1a3-9ce36466ba0f">Financial Times</a>, questo è forse uno dei momenti peggiori per tentare questa impresa: alti tassi, alti prezzi, forte speculazione; inoltre, il nucleare resta una fonte molto più costosa – già di partenza – rispetto alle altre in commercio.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img decoding="async" width="834" height="337" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/01/Screenshot-2024-01-25-163517.png" alt="" class="wp-image-693" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/01/Screenshot-2024-01-25-163517.png 834w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/01/Screenshot-2024-01-25-163517-300x121.png 300w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2024/01/Screenshot-2024-01-25-163517-768x310.png 768w" sizes="(max-width: 834px) 100vw, 834px" /><figcaption class="wp-element-caption">Figura 2 Produzione e commercio di Uranio in USA. FONTE: Sources: US EIA Monthly Energy Review, Robert Bryce</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante tutto questo, però, <strong>Biden sta comunque tentando questa via e lo scorso Novembre, tramite il Congresso, ha finanziato progetti per la produzione di Haleu e SMR per 2,2 mld di dollari.</strong> D’altronde, in questa corsa tecnologica gli Usa rincorrono Cina e Russia, con quest’ultima che ha già in programma la costruzione di 30 reattori in giro per il mondo e ciò le permetterà di esercitare un forte soft power: che è poi la linfa di questa nuova corsa all’atomo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le supply chain che facevano e fanno ancora girare il mondo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La recente rinnovata espansione del settore nucleare, le promesse sull’Haleu e sugli SMR, dovrebbero far riflettere <strong>sulla distanza che c’è tra le idee e la realtà</strong>. Il processo di de-globalizzazione non avviene e non avverrà in una notte, né in due anni, come dimostra il blocco del transito marittimo imposto dagli Houthi. Il mondo funziona ancora con le regole del passato e questo è oggi un problema con il quale non ci si riesce a confrontare seriamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tentazione, come nel caso del gas e adesso della corsa al nucleare, è ragionare sul breve-medio termine, senza modificare una struttura, quella della globalizzazione, che continua e continuerà a condizionare le scelte dei grandi Paesi del mondo, anche su temi centrali come quello dell’indipendenza energetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di</em> Claudio <strong>Dolci</strong></p>
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		<title>Le sanzioni sul petrolio servono davvero?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2022 08:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Conflitti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sfida tra democrazie ed autocrazie si gioca soprattutto sul terreno delle sanzioni commerciali, là...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La sfida tra democrazie ed autocrazie si gioca soprattutto sul terreno delle sanzioni commerciali, là dove l’Ue paga anni di delocalizzazione e l’assenza di una vera e propria strategia per l’autonomia energetica, come dimostra la sfida posta dall’embargo e dal <em>price cap</em> sul petrolio degli Urali. A distanza di una settimana dalla loro introduzione, entrambe le sanzioni energetiche contro la Russia (sia il blocco, sia il tetto al prezzo del greggio russo) si scontrano infatti con la realtà della burocrazia, le regole del mercato e l’imperativo di non restare a secco di carburante durante l’interno, proprio quando la domanda è più alta. Sorge così un interrogativo: qual è l’efficacia delle sanzioni contro il greggio russo e il loro tallone d’Achille?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Che cosa hanno deciso le democrazie occidentali?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 5 dicembre scorso i Paesi del G7 e l’Ue hanno posto sia l’embargo sul petrolio russo, sia un price cap sul prezzo al quale quest’ultimo può essere commercializzato verso altri Stati. Con l’embargo si impedisce alle navi russe di portare il loro carico di petrolio in Europa e nelle principali democrazie occidentali e successivamente si prevede di arrestare anche <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/petrolio-come-bando-ue-russia-cambia-traffici-mondiali-AEb7eqMC?refresh_ce=1">l’oleodotto Druzhba che ad oggi rifornisce l’Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca</a>. Una mossa che nei fatti imporrà una riorganizzazione delle diverse supply chain che smistano l’oro nero, il quale, se di origine russa, dovrà dirigersi altrove per poi magari essere raffinato, rimpacchettato con nuovo foglio di via per poi riapprodare proprio in quei Paesi che hanno posto l’embargo. In alternativa, la Russia dovrà occuparsi lei stessa della raffinazione e poi esportate il greggio così lavorato, una strategia che però ha i mesi contati, visto che dal 5 febbraio 2023 anche benzina e diesel russi saranno soggetti ad embargo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insieme a questa misura le democrazie occidentali hanno deciso di imporre un <em>price cap</em>, con tutte le eccezioni del caso dato che nessuno può impedire a un Paese terzo, come può essere il Brasile, l’India o la Cina, di acquistare petrolio russo. Pertanto la misura può essere così tradotta: se la Russia vuole commerciare il proprio petrolio sopra <a href="https://www.agi.it/economia/news/2022-12-05/embargo-petrolio-russo-price-cap-19070163/">i 60$ al barile</a>, questa è la soglia limite stabilita dall’accordo, le navi atte al suo trasporto non saranno assicurate dalle principali compagnie che ne tutelano il transito. Un po’ com’era stato anche con lo Swift utilizzato per bloccare le banche russe, anche in questo caso si è scelto di sfruttare a proprio vantaggio la forza dominante che le compagnie assicurative occidentali esercitano sul mercato del trasporto delle merci via mare. Ben <a href="https://www.agi.it/estero/news/2022-12-02/accordo-ue-price-cap-petrolio-russo-19045851/">il 90/95%% dei servizi assicurativi</a> per questo genere di trasporti è infatti in mano ai Paesi del G7.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’idea di quest’ultimi, e con essi dell’Ue, è quella di limitare gli introiti delle esportazione di materie prime russe che possono essere facilmente sostituibili con quelle di altri Paesi, ma in questo piano d’azione ci sono almeno tre falle che meritano attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I limiti dell’embargo e del <em>price cap</em> al petrolio russo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima è che il mercato globale, per sua stessa natura, limita l’efficacia delle sanzioni, soprattutto quando esse investono materie prime importanti ed i Paesi che ne esportano in maggiori quantità. La Russia, infatti, è membro dell’Opec+, in quanto secondo esportatore al mondo per petrolio, con una quota pari all’8,3% di greggio a livello mondiale, dopo l’Arabia Saudita (16,5%), e seguita dal Canada (7,5%), dall’Iraq (7,3%), dagli Emirati Arabi Uniti (7,1%) e via discorrendo. Gli Usa, giusto per citare il Paese capofila del G7 (e non solo), grazie allo Shale oil riescono oggi ad aggiudicarsi un sesto posto a livello globale con una quota di esportazione pari al 4,2%, mentre la produzione nazionale è la prima al mondo (con il 17% e 706 milioni di tonnellate di greggio). Di fatto<strong>, pur essendo i primi produttori di greggio a livello mondiale (secondo quanto attesta lo IEA) gli Usa utilizzano la maggior parte di quanto estratto per sostentare la propria crescita e ciò attribuisce, di rimbalzo, maggior potere contrattuale agli altri Paesi esportatori</strong>. Com’è noto, infatti, la domanda e l’offerta di petrolio, sono perlopiù gestite dal cartello globale dell’Opec ed dell’Opec+, che all’occorrenza possono decidere di diminuire la produzione giornaliera per mantenere alto il prezzo. Ed in questo scenario la Russia ha gioco facile proprio in virtù del suo secondo posto nella classifica di Paese esportatore che le consente di reperire altri partner verso cui dirigere il propri prodotti petroliferi ed esercitare la propria forza al tavolo dei grandi produttori di greggio. Come arginare un potere simile? L’idea è quella del <em>price cap</em> legato alle assicurazioni marittime, ma il problema è di chi controlla quest’ultime.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La controffensiva russa al <em>price cap</em> e all’embargo: il ruolo delle democrature</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Subito dopo l’avvio dell’invasione dell’Ucraina, e le successive contestazioni da parte delle democrazie occidentali, la Russia ha intensificato le proprie esportazioni verso Paesi terzi. Come riportato dal <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/petrolio-come-bando-ue-russia-cambia-traffici-mondiali-AEb7eqMC?refresh_ce=1">Sole24Ore</a> <em>“mentre rispetto all’anno precedente le esportazioni russe verso la UE calavano di 1,5 milioni di barili al giorno, ancor prima dell’embargo, quelle verso la Cina aumentavano di 225.000 barili al giorno, per un totale di 1,9 milioni; l’India acquistava 965.000 barili in più, per 1,1 milioni totali; la Turchia cresceva di 320.000 barili a 540.000”.</em> <strong>Il caso di maggior rilievo è sicuramente quello dell’India, che è passata ad acquisti ingenti di oro nero grazie allo sconto praticato dalla Russia</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda di petrolio nel mondo (Mt: milioni di tonnellate)</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/12/immagine1.png?w=385" alt="" class="wp-image-2219"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph">IEA: “key World Energy Statistics 2021” – Crude oil net importers: pp.13</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se oggi il Brent, indicatore del prezzo del petrolio estratto nel Nord Europa, supera tranquillamente i 75$ al barile, (oggi 80,69$) quello russo, invece, viene svenduto sul mercato asiatico con uno sconto che oscilla tra i 25/35$ al barile (<a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ispitel-petrolio-dalla-russia-senza-amore-36947">come riportato dall’ISPI</a>). E a questo prezzo i margini di guadagno russo restano comunque elevati: circa 600.000$ al giorno (nonostante il <em>price cap</em>). Emerge così con forza il limite dei 60$ decisi dalle democrazie occidentali: un prezzo troppo alto e assai vicino a quello a cui viene già oggi commercializzato il greggio russo, come criticato dallo stesso Zelensky.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rimane poi aperta la questione del chi controlla cosa e come si può arginare un bene che viaggia sul mare (terza falla). <strong>Già perché mentre l’Ue e il G7 decidevano il da farsi, Putin ha dato mandato per costruire un’imponente flotta fantasma (come rivelato dal Financial Times) che ad oggi conta già più di 100 petroliere acquistate da armatori anonimi.</strong> Si tratta di navi a fine carriera, quindi con età compresa tra i 12 e i 15 anni, di grande stazza, capaci di trasportare anche 700.000 barili di greggio l’una. Ci sarebbe sempre il limite dell’assicurazione marittima, ma anche qui ci sono già almeno un paio di ostacoli che ne rendono difficile l’applicazione. Come riportato da <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/petrolio-al-gran-valzer-dei-cap-36965">Massimo Nicolazzi su ISPI</a>, <em>“Un trasportatore e/o un assicuratore non hanno di regola né il diritto né l’obbligo di conoscere il prezzo effettivo cui il carico per cui prestano servizio è venduto. Qui soccorre l’OFAC, con le sue linee guida del 22 novembre scorso. Le linee guida definiscono shippers e assicuratori come Tier 3 Actors e prevedono che “Tier 3 Actors must obtain and retain customer attestations, in which the customer commits that for the service being provided, the Russian oil was purchased or will be purchased at or below the relevant price cap”. Insomma, siamo all’autocertificazione, fate voi quanto affidabile ed efficace”</em>. <strong>Per di più già oggi la Turchia, grande sponsor della pace tra Ucraina e Russia, nonché importatrice del greggio di quest’ultima, sta fermando le petroliere europee che transitano dal Bosforo e non quelle del Cremlino (come riportato da Futura d’Aprile su Domani)</strong>. E come se tutto ciò non inficiasse già abbastanza il piano delle democrazie, il <a href="https://www.ft.com/content/90dcc9b7-3371-411e-9d80-a2be0b4c10ca">Financial Times ha poi riportato l’indagine svolta dall’Ong Global Fishing Watch</a> la quale sostiene come le navi cisterna russe stiano attuando le stesse manovre di occultamento già impiegate da Venezuela ed Iran tramite una falsificazione dei dati del trasponder di bordo. A ciò si aggiunge la già rodata pratica di transhipment effettuati a largo e che permetto di far passare il greggio da una petroliera ad un’altra, rendendo pressoché impossibile scovarne l’origine. In realtà, come racconta lo stesso Nicolazzi su ISPI, dalla composizione del greggio si può intuire quale sia il Paese d’origine, ma anche qui occorrerebbe prima di tutto la volontà e i mezzi per fare analisi e imporre le sanzioni così come decise dalle democrazie occidentali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Qual è l’effetto dell’embargo e del price cap sul petrolio russo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo non basta dire gatto per averlo messo nel sacco. Le sanzioni sul petrolio russo non stanno avendo l’effetto sperato e con il superamento delle misure draconiane imposte da Xi in materia di sanità pubblica è facile che peggiorino pure. Come raccontato da <strong>Alberto Ciò</strong> sul <strong>Foglio </strong><em>“Se la domanda si manterrà sostenuta e la Cina uscirà dal suo pesante lockdown sarà inevitabile un rialzo dei prezzi. Parimenti di</em><em>ffi</em><em>cile potrebbe essere per l’Europa trovare fornitori alternativi al greggio russo, specie se l’Opec confermerà il taglio della sua produzione complessiva, e ancor più da febbraio ai prodotti petroliferi. Morale: la sensibile riduzione degli acquisti europei di petrolio russo già avvenuta nel corso dell’anno e la </em><em>fi</em><em>ssazione di elevati sconti da parte di Mosca ad acquirenti non europei a livelli prossimi al tetto di 60 doll/bbl non dovrebbero comportare pesanti contraccolpi per le </em><em>fi</em><em>nanze russe, così disattendendo gli obiettivi che i paesi europei miravano a conseguire”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>All’Ue non resta che prepararsi a tirare le somme anche in vista del taglio dei prodotti raffinati previsto per febbraio, che rischia di bloccare la logistica del Vecchio Continente (visto che il diesel lo si importa perlopiù dalla Russia).</strong> La <strong>prima</strong> considerazione è che senza una vera cooperazione tra Paesi amici è difficile riuscire a imporre sanzioni efficaci in un mercato globalizzato. Il petrolio interessa a tutti e l’Ue non è l’unico acquirente di facile approvvigionamento, a differenza di quanto riguarda il gas. La <strong>seconda</strong> considerazione riguarda proprio il <em>price cap</em> su quest’ultimo: difficile, se non impossibile, staccarsi dal gas russo a meno di non ridurre drasticamente dal domanda, cosa che ad oggi non sembra essere in agenda (almeno in Italia). <strong>Terzo</strong>, ed ultimo, lo scontro tra Occidente e autocrazie poteva essere un’occasione per rendersi indipendenti dal punto di vista energetico, magari grazie a un piano europeo finanziato col debito comune, invece ognuno è andato per la sua strada: c’è chi ha nazionalizzato, chi imposto un <em>price cap</em> locale e chi immesso 200 miliardi a sussidio della propria manifattura e dei cittadini. <strong>Il rischio di queste strategie a breve, se non brevissimo raggio d’azione, è che amplifichino solo il divario tra i Paesi membri dell’Ue e il risentimento che gli euroscettici nutrono nei confronto dell’Unione. L’esatto opposto di quanto si auspicava chi ha introdotto le sanzioni</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di Claudio Dolci</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/12/28/le-sanzioni-sul-petrolio-servono-davvero/energia-e-transizione-energetica-uncategorized/energie-fossili/">Le sanzioni sul petrolio servono davvero?</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>La nuova Guerra Fredda: Price cap all’energia russa, una sfida impossibile?</title>
		<link>https://ilcaffekeynesiano.it/2022/07/02/la-nuova-guerra-fredda-price-cap-allenergia-russa-una-sfida-impossibile/geopolitica-il-mondo-che-cambia/globalizzazione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Jul 2022 15:12:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie fossili]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Gas]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I prezzi corrono e con loro il nuovo assetto mondiale: due blocchi sempre più divisi...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/07/02/la-nuova-guerra-fredda-price-cap-allenergia-russa-una-sfida-impossibile/geopolitica-il-mondo-che-cambia/globalizzazione/">La nuova Guerra Fredda: Price cap all’energia russa, una sfida impossibile?</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size"><strong>I prezzi corrono e con loro il nuovo assetto mondiale: due blocchi sempre più divisi da un’escalation che non accenna a fermarsi. L’occidente cerca di replicare al taglio del gas russo con tetti al prezzo sull’energia e mira ad ottenere nuovi partner strategici con forti investimenti esteri. Dal lato opposto, i Paesi non allineati non sembrano essere spaventati da queste misure: siamo alla vigilia di una nuova Guerra Fredda?</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">È più importante salvare il presente o salvaguardare l’esistenza stessa del futuro? È questa la domanda a cui i leader del G7 stanno cercando di dare una risposta, senza però riuscire davvero ad uscire da quelle logiche del passato che hanno determinato proprio l’insorgere di questo quesito. D’altronde, se in passato si fosse agito tempestivamente sul tema del riscaldamento globale, stoppando i sussidi ai combustibili fossili, e su quello delle diseguaglianze, oggi fuori controllo, nonché sulla globalizzazione, accompagnandola a una visione basata su valori democratici e obiettivi comunitari, invece che solo economici, oggi il dilemma al quale il G7 cerca di dare risposta non esisterebbe neppure e staremmo raccontando un’altra storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Occidente potrebbe fare a meno del gas e del petrolio russo, non ci sarebbe una crisi idrica di queste proporzioni e forse neppure la guerra in Ucraina. Però la storia non si fa con i <em>se</em> e con i <em>ma</em> e oggi l’Occidente deve affrontare una sfida senza precedenti. <strong>L’inflazione galoppante che contagia i mercati è dettata dall’aumento dei prezzi energetici, i quali, a loro volta, hanno subito un’impennata a causa della guerra e dell’impossibilità (cercata più che evitata) di fare a meno dei combustibili fossili a cui le economie più avanzate si sono vincolate.</strong> Oggi dire di no al gas e al petrolio russo comporta un rischio economico e sociale sia per gli Stati Uniti di <strong>Biden</strong>, sia per il vecchio continente, e in special modo per Germania e Italia.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’idea emersa dal G7</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Al G7 tenutosi a Schloss Elmau, sulle Alpi Bavaresi, si è deciso di imporre un tetto al prezzo (price cap) al petrolio russo, così da indebolire la macchina finanziaria che muove l’esercito di Putin. Come riportato dal <strong><a href="https://www.ilsole24ore.com/art/g7-si-un-tetto-prezzo-petrolio-russo-esplorare-anche-quello-gas-AE1OhriB">Sole 24 Ore</a></strong>, nel comunicato dei grandi della terra si legge: <em>«mentre eliminiamo gradualmente il petrolio russo dai nostri mercati domestici, cercheremo di sviluppare soluzioni che soddisfino i nostri obiettivi di ridurre le entrate russe dagli idrocarburi e di sostenere la stabilità dei mercati energetici globali, riducendo al minimo gli impatti economici negativi, soprattutto sui Paesi a basso e medio reddito»</em>. Il problema, infatti, non investe solo una questione morale (ovvero fermare i carrarmati che avanzano in Ucraina), ma anche l’economia globale, poiché l’inflazione, soprattutto in Ue, è trainata proprio dai rincari energetici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In tal senso, porre un tetto al prezzo del greggio dovrebbe consentire, almeno in teoria, di prendere due piccioni con una fava. <strong>Poiché se il petrolio russo costasse pochissimo, si abbasserebbe di conseguenza, sempre in linea teorica, anche il prezzo del greggio sui mercati, dando così fiato all’economia e ai cittadini che con le auto devono fare il pieno all’auto</strong>. Un problema quello del prezzo alla pompa che sta mettendo a serio rischio le elezioni di mid-term americane, dove Joe Biden è dato sfavorito proprio a causa dell’inflazione e dell’aumento dei prezzi della benzina.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/07/immagine1.png?w=914" alt="" class="wp-image-1055"/></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Perché il price cap rischia di fallire prima ancora di vedere la luce?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, <strong>bloccare una petroliera che può andare ovunque non è cosa semplice, a differenza di quanto si potrebbe fare un gasdotto, anzi, il rischio è che un tetto al prezzo del petrolio russo possa persino peggiorare la situazione attuale</strong>. Come ha ricordato anche l’agenzia di stampa <a href="https://www.reuters.com/business/energy/why-russian-oil-price-cap-is-easier-said-than-done-2022-06-28/">Reuters</a>, in passato si è già provato ad ostacolare Paesi considerati ostili (Venezuela, Iran, Iraq e Corea del Nord – per citarne alcuni) imponendo restrizioni sulle esportazioni, ma nel lungo periodo tutti questi esperimenti hanno condotto a un vicolo cieco lastricato di corruzione e abusi. Nel caso russo, inoltre, fissare un tetto al prezzo del petrolio si scontra con i costi irrisori al quale viene estratto un barile di greggio (3-4$), il quale consentirebbe un margine di profitto ampio anche se le quotazioni di vendita si fissassero a 25-30$. Occorre poi considerare che il meccanismo di blocco del prezzo ad oggi ipotizzato avverrebbe per mezzo delle compagnie assicurative delle spedizioni, le quali accompagnano quasi ogni petroliera lungo il suo viaggio (l’International Group of Protection &amp; Indemnity Clubs ne copre ben il 95%). Però, Cina ed India, ad oggi tra i maggiori beneficiari del greggio russo a prezzi da saldo e stralcio (visto che al momento viene venduto con un 30% di sconto rispetto alla concorrenza) potrebbero aggirare i meccanismi internazionali imposti dai Paesi del G7 (come, tra l’altro, è già successo con lo Swift).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sfida al petrolio russo, inoltre, risente della frammentazione del blocco dei Paesi del G7, che in linea teorica sono tutti d’accordo su un tetto al prezzo dell’energia, ma ne fatti ipotizzano strategie differenti. <strong><a href="https://www.politico.eu/article/g7-reach-deal-on-price-cap-for-russian-oil/">Politico</a></strong> riporta come Emmanuel <strong>Macron</strong> abbia proposto un tetto tout court al greggio (non solo quello russo) e insieme <strong>a Draghi</strong> un price cap al gas, vista anche la dipendenza che l’Italia ha nei confronti di questo combustibile fossile. <strong>Sul gas, infatti, se l’Ue facesse cartello e si mostrasse unita potrebbe esercitare una forza maggiore di quanto non avverrebbe col petrolio, proprio perché smontare e reindirizzare un gasdotto non è impresa semplice e uno stop all’esportazione comporterebbe dei problemi anche agli impianti estrattivi.</strong> Impianti che però sono presenti anche negli Usa, che dalla rimodulazione della domanda europea sta traendo beneficio, potendo vendere a noi europei il GNL. Se quindi l’Ue ha bisogno più bisogno di un price cap sul gas, rispetto a quello sul petrolio, quest’ultimo è diventato questione di vita o di morte per Joe Biden che con un prezzo di 5$ a gallone vede sfumare sotto gli occhi la possibilità di essere riconfermato alle elezioni di mid-term. L’economista <strong>Alessandro Penati</strong>, in un’analisi pubblicata da <strong>Domani</strong>, tratteggia in modo lucido l’attuale situazione: <em>“è la mancanza di chiarezza sugli obiettivi a far perdere la guerra finanziaria all’occidente (nei confronti della Russia). Se l’obiettivo è azzerare le risorse per finanziare la guerra, questi provvedimenti (price cap a gas e greggio russo) avrebbero dovuto adottati tutti insieme, all’inizio dell’invasione o, meglio ancora, annunciati come deterrente credibile prima che cominciasse”</em>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Soldi per nuovi alleati ma mancano quelli per noi stessi. Si fanno i conti senza l’oste.</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è forse anche per via queste difficoltà legate ai vari price cap che adesso gli States e l’Ue stanno provando ad allargare il campo d’azione colpendo le strategie espansionistiche della Cina (tra i principali promotori del fronte pro-Russia). Come riportato dal <strong><a href="https://www.ft.com/content/ee090a48-5407-496f-b0e4-1fe78f37495d">Financial Times</a></strong>,<strong> Biden</strong> sta portando avanti una serie di interventi volti a promuovere lo sviluppo nei Paesi poveri; una sorta di <em>Belt and Road Initiative</em> alternativa, dal nome <em>Partnership for Global Infrastructure and Investment</em>. L’obiettivo, rilanciato anche all’incontro sulle Alpi bavaresi, è quello di mobilitare, da qui al G7 del 2027, risorse per un valore <strong>600 miliardi di dollari.</strong> L’Ue stessa, attraverso le parole di <strong>Ursula Von der Leyen</strong>, vuole contribuire al progetto ben <strong>300 mld di euro</strong>, con l’obiettivo, annunciato dalla stessa Presidente della Commissione europea, di <em>“mostrare al mondo che le democrazie, quando lavorano insieme, offrire un percorso migliore per ottenere risultati”</em> <em>(“show the world that democracies, when they work together, provide the single best path to deliver results”</em>).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la UE ha davvero gli strumenti per promettere mari e monti? Ad oggi sembra proprio di no. Sul <strong>Il Foglio, </strong>uscito questo weekend, <strong><em>David Carretta</em></strong> lancia un grido di allarme sui fondi europei: <em>“la cassaforte del bilancio pluriennale è vuota”. </em>Pandemia, guerra ucraina, taglio del gas, inflazione hanno (giustamente) già impegnato il budget settennale dell’Unione Europea più ampio della storia (1.800 miliardi di euro). E non è solo questione finanziaria ma pure politica. Per fare un esempio, nel maggio scorso, la commissione aveva presentato il progetto RepowerEu per puntare sull’indipendenza energetica dalla Russia e spingere sulle rinnovabili. L’idea era quella di utilizzare i 225 miliardi di prestiti del Recovery non ancora speso ma, senza sorprese, i Paesi “frugali” hanno risposto picche all’idea. Le cose cambieranno difficilmente se gli stati membri non decideranno di modificare le regole che limitano al solo 3% l’incremento del budget europeo dovuto all’aumento dei prezzi. Ma riaprire i negoziati per aumentare i tetti del bilancio ordinario è considerato impossibile per ragioni politiche e di tempi (occorrerebbero due anni per un accordo).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il punto focale è la solita scelta a metà che l’occidente (in primis gli stati UE) non riesce a lasciarsi alle spalle. Dichiariamo una guerra economica alla Russia (e in sfumatura anche alla Cina) per il suo comportamento violento e antidemocratico o, ad ogni modo, perché la si vede come nemico commerciale? Bene, <strong>allora bisogna essere uniti non solo nelle decisioni di condanna etica e morale e di impiego militare di più forze al confine, ma rende necessario anche uno sforzo comune nel proteggere prima i cittadini, spesso solo spettatori di queste scelte e che saranno colpiti da quest’ultime in modo forte e duraturo</strong>. Come dice sempre Carretta: “<em>In caso di una crisi sistemica, non ci sono alternative al debito comune. Salvo il ciascuno per sé, che comprometterebbe la solidarietà e la tenuta europea”.</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La frattura che divide il mondo in due blocchi. Sta tornando la guerra fredda?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">E in tutto questo, la voglia più forte (in primis americana) è quella di scavare una nuova cortina di ferro in difesa dei valori occidentali minacciati dai Paesi emergenti di natura antidemocratica e autoritaria. <strong>Il casus belli della guerra in Ucraina sembra tracciare l’inizio di una nuova divisione del mondo, una nuova crociata occidentale per la difesa dei propri diritti, una vera e propria guerra fredda del nostro tempo.</strong> Ma il tempo va avanti e le cose cambiano e insieme a loro i pensieri di cosa sia giusto e sbagliato nelle società. In primo luogo, oggi l’occidente non è più la potenza economica di qualche decennio fa, o comunque, per meglio dire, la distanza di ricchezza tra i paesi del G7 e il resto del mondo oggi si è molto ristretta. E allo stesso modo, la crescita della popolazione mondiale (elemento fondamentale per la salute di un Paese) pende sempre più a favore dei paesi in via di sviluppo. Ma se da un lato, le forze economiche delle due fazioni si fanno sempre più simili, dall’altro, la visione di quali debbano essere i principi regolatori del mondo si fanno sempre più polarizzati: ad oggi, una serie di Stati, in cui vivono qualche miliardo di persone nel mondo, non hanno condannato fortemente la guerra in Ucraina o, ad ogni modo, commerciano ancora con lo Stato russo come se niente fosse. Gli stessi Stati che amano sempre meno l’occidente americano e che non ne invidiano i loro principi di libertà e democrazia.<strong> Se si dice che l’URSS sia implosa per il loro sistema economico fallace nei confronti del mondo occidentale, la situazione attuale, al contrario, è molto più in stallo ed incerta.</strong> Battersi uniti contro l’invasione russa farà sicuramente scouting tra i paesi occidentali ma farà davvero appealing al resto del mondo?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Di Claudio Dolci e Roberto Biondini</em></p>
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		<title>Palla tra due fuochi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Apr 2022 09:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica: il mondo che cambia]]></category>
		<category><![CDATA[Tutti gli articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I prezzi corrono veloci, come mai siamo stati abituati negli ultimi vent’anni. Le ultime rilevazioni&#160;Eurostat&#160;mostrano...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/04/03/palla-tra-due-fuochi/all-news/">Palla tra due fuochi</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">I prezzi corrono veloci, come mai siamo stati abituati negli ultimi vent’anni. Le ultime rilevazioni&nbsp;<a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/prc_hicp_manr/default/table?lang=en">Eurostat</a>&nbsp;mostrano una tendenza allarmante per l’inflazione di Eurolandia. Come si può facilmente notare dall’immagine, l<strong>’inflazione di Eurolandia è salita a marzo al 7,5% rispetto all’anno precedente, dal già elevato 5,9% di febbraio</strong>. In parole povere, ciò significa che in media, un prodotto che a marzo 2021 costava 100 euro, lo scorso mese è costato 107,5 euro. Un aumento molto alto che ha come effetto la chiara perdita di potere d’acquisto delle famiglie, visto che l’aumento dei prezzi sulle merci non ha avuto un corrispondente aumento dei salari dei consumatori. Perché questo? Perché prendendo come costante la domanda di prodotti da parte dei cittadini, cioè la quantità di merce domandata (anche se in realtà anch’essa è in progressivo aumento rispetto ai periodi pandemia), è solamente&nbsp;<strong>il lato dell’offerta che ha subito un incremento violento dei prezzi</strong>: infatti, oggi, non si produce di più con la necessità di maggiore manodopera e il conseguente aumento degli stipendi, ma sono solamente aumentati i costi per produrre gli stessi prodotti di prima e così, per ottenere un profitto, i produttori hanno aumentato i prezzi che pesano sul consumatore finale.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/04/screenshot-152.png?w=1014" alt="" class="wp-image-424"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph">L’ultimo paragrafo ha messo in luce, come l’inflazione può essere buona o cattiva a seconda che i prezzi colpiscano la domanda dei beni (buona) o l’offerta degli stessi (cattiva).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fortunatamente (si fa per dire),&nbsp;<a href="https://www.milanofinanza.it/news/s-p-riduce-la-crescita-del-pil-globale-2022-dello-0-6-al-3-6-202204011328005475">Standard and Poors</a>&nbsp;riferisce che nonostante l’aumento dei prezzi, il risparmio acquisito durante la pandemia ha reso, per il momento, meno pesanti gli effetti del caro prezzi. Per l’agezia di rating “<em>Le questioni relative alla catena di approvvigionamento sono più rilevanti in Europa che negli Stati Uniti. L’economia ha mostrato un buon slancio sulla scia della variante omicron. La domanda e la fiducia sono ancora relativamente forti, sebbene quest’ultima sia diminuita dall’invasione russa.&nbsp;<strong>Il risparmio in eccesso accumulato durante la pandemia fornisce alle famiglie ammortizzatori temporanei all’attuale shock dei prezzi</strong></em>.” E sul fronte inflazione continua: “<em>Prevediamo che la Bce si muoverà verso la fine del 2022 e manterrà il tasso di riferimento al di sotto della neutralità (1,50%) fino alla metà del 2024. La normalizzazione del bilancio non inizierà prima del 2024 e comporterà un’azione passiva sotto forma di non rinnovo di obbligazioni in scadenza</em>.” In breve, l’agenzia di rating crede che&nbsp;<strong>la BCE non frenerà come in USA la politica monetaria accomodante per evitare un freno troppo rapido e pericoloso per il ricorso al credito</strong>. Infatti, se il costo del denaro venisse aumentato per frenare l’inflazione, andrebbe da sé che anche il costo dei mutui e dei prestiti subirebbe dei rincari e in un’area economia come Eurolandia, che è appena uscita da una crisi economia senza precedente causa pandemia e che si appresta ad affrontarne un’altra sul piano geopolitico, sarebbe opportuno non andarci con i piedi di piombo. Soprattutto se si pensa che questo shock dei prezzi proviene più da una crisi dell’offerta che da un’esplosione della domanda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad ogni modo, l’inflazione core in Europa a marzo ha raggiunto il 2,7%, un livello che supera di molto il classico target UE dell’appena sotto il 2% che ultimamente è stato modificato come raggiungimento&nbsp;<em>nel&nbsp;</em>medio periodo. Su questo fronte, la presidente Lagarde è stata molto chiara, come riporta il&nbsp;<a href="https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_30.03.2022_10.14_20310203">sole24ore</a>: “<em>Siamo pronti a reagire a una serie di scenari e il corso che seguiremo dipenderà dai dati in arrivo. In particolare, se i dati in arrivo supporteranno l’aspettativa che le prospettive di inflazione a medio termine non si indeboliranno anche dopo la fine dei nostri acquisti netti di attività, concluderemo gli acquisti netti nell’ambito del programma di acquisto di attività nel terzo trimestre. Ma se le prospettive di inflazione a medio termine dovessero cambiare e se le condizioni di finanziamento diventano incoerenti con ulteriori progressi verso il nostro obiettivo del 2%, siamo pronti a rivedere il nostro programma per gli acquisti netti di attività in termini di dimensioni e/o durata”.&nbsp;</em>In poche parole,&nbsp;<strong>è ancora presto per cambiare rotta, ma non è troppo tardi per entrare in acque inesplorate</strong>. E ciò dipenderà soprattutto dall’evolversi della crisi del conflitto in Ucraina, che allo stato attuale non tende a diminuire con la conseguente incapacità di prevedere come e quando i prezzi delle materie prime inizieranno finalmente a calare. Il forte incremento quest’ultimi è quasi tutto legato all’energia, che ha registrato un rincaro del 44,7%, dal 32% del mese precedente. L’aumento mensile è stato del 12,5%. Tutte le componenti hanno registrato, però, accelerazioni dei prezzi e i tassi di crescita sono tutti al di sopra dell’obiettivo Bce. I prezzi dei beni industriali, ad esempio, (energia esclusa) sono aumentati del 3,4%, rispetto al 3,1% di febbraio (+2,5% su base mensile); mentre quelli dei servizi sono saliti del 2,7%, sempre rispetto al 2,5% di febbraio (+0,4% su base mensile).</p>



<p class="wp-block-paragraph">E anche se l’estate, soprattutto in tempi di riscaldamento climatico, è alle porte, il problema non è affatto eliminato.&nbsp;<strong>L’Europa non sarà autonoma dalle materie prime energetiche per lungo tempo e gli accordi commerciali in tal senso, paralleli ad investimenti sull’economia verde nel medio periodo, sono necessari per poter evitare una stagflazione duratura&nbsp;</strong>(la situazione economica in cui i prezzi aumentato ma la produzione collassa)<strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcune mosse geopolitiche si stanno già palesando agli occhi del mercato. Da un lato abbiamo la Russia che vedendosi sbattere le porte in faccia al proprio gas sta ora stipulando accordi con l’India del primo ministro Modi. Dall’altro lato, invece, abbiamo l’occidente, con gli USA in testa che, come riporta Fubini sul&nbsp;<a href="https://www.corriere.it/economia/consumi/22_aprile_02/ora-l-occidente-bussa-all-iran-cosi-cambia-diplomazia-petrolio-86220004-b2bc-11ec-8273-0ad59adb9bd4.shtml">Corriere della sera</a>, sono stretti tra due fuochi: le sanzioni contro la Russia stanno aprendo nuove rotte del petrolio che tagliano fuori le economie ricche. E di ciè se n’è avuto conferma negli ultimi giorni, quando l’Iran ha iniziato ad alzare sempre di più il prezzo con gli USA affinchè si porti ad un aumento del greggio di cui Biden ha bisogno.&nbsp;<strong>In America, infatti, il gasolio è al massimo storico e le elezioni di metà mandato non sono così lontane</strong>. Occorre poi ricordare che l’Iran è oggi sotto sanzioni a causa del proprio programma nucleare e fiutando la debolezza americana, Teheran sta ora alzando la posta in palio, chiedendo, tra le altre cose, di togliere la Guardia rivoluzionaria islamica — una forza armata di Stato — dalla lista delle organizzazioni terroristiche (lì dove l’aveva confinata Donald Trump nel 2019). Ora Biden esita, perché qualunque concessione finirebbe per sottoporlo ad un attacco interno, proprio in vista delle elezioni di midterm. Si spiega anche così il motivo per cui la Casa Bianca abbia appena deciso di rilasciare una quantità senza precedenti di riserve strategiche di greggio per calmierare i prezzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In sintesi,&nbsp;<strong>la guerra del petrolio è appena cominciata e l’occidente si ritrova tra la morsa dell’inflazione e della carenza delle materie prime, vittima della sua debolezza più grande</strong>, mentre il mondo emergente, consapevole dell’opportunità di poter diventare giocatore chiave della partita, non si lascerà sicuramente scappare l’occasione di influenzare il futuro dell’economia mondiale. Il tempo, purtroppo, non gioca più dalla nostra parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di Roberto Biondini e Claudio Dolci</em></p>
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		<title>70 anni di Pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Mar 2022 09:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>3 min di lettura I venti di guerra continuano a soffiare dal vicino oriente, sospinti...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>3 min di lettura</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">I venti di guerra continuano a soffiare dal vicino oriente, sospinti dalle mire zariste di Putin, che dopo aver ripudiato Lenin per Dugin sembra ormai pronto a tutto, persino l’impronunciabile. <strong>Di fatto è successo ciò che per molti, forse tutti, era ritenuto l’impensabile per antonomasia e che solo da pochi era dato come inevitabile, ovvero l’invasione a tutto campo da parte della Russia dell’indipendente Stato dell’Ucraina. </strong>Da questa scelta in poi a prevalere sono state le sgrammaticature strategiche (dalla difesa di due Repubbliche all’attacco di Kiev), le minacce di un’ulteriore escalation (come il richiamo alle armi atomiche) e infine il caos dell’informazione e la forza della disinformazione (fake-news). La cronaca del presente è ormai talmente veloce, e inquinata, che le testate giornalistiche e le analisi tecniche non riescono più a tenere il passo con la realtà e la post-verità. Una parola spesa quest’oggi potrebbe essere completamente inutile se non fake-news già domani, e questo anche a causa dell’era Social nella quale viviamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In questa frenesia è ancora difficile tenere in tensione il filo che conduce al perché delle azioni, delle introspezioni socioeconomiche, degli effetti collaterali e soprattutto delle ragioni storiche. </strong>D’altronde sono solo quest’ultime, e la Storia in sé ce lo dimostra, a poter riavvolgere gli eventi del presente attorno a un nocciolo di sensatezza, lasciando al dominio dell’irrazionalità solo le morti di ambo gli schieramenti e soprattutto quelle dei civili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fronte alla follia della guerra l’unico argine sembra quello proposto dalla società civile, che contro questa invasione lampo ha reagito con altrettanto velocità, manifestando, da <a href="https://www.corriere.it/foto-gallery/esteri/22_febbraio_27/manifestazioni-l-ucraina-pace-berlino-praga-foto-1b26eb56-97ec-11ec-97aa-535db4de4386.shtml">Berlino a Parigi</a>, a favore di un cessate il fuoco immediato. A Berlino sono scese in piazza mezzo milione di persone, stando gli organizzatori, al grido di “<em>Stop war, stop Putin</em>”; e lo stesso è accaduto a Roma, a Milano e in molte grandi e piccole città italiane. Ed un fenomeno analogo si è propagato nel mondo dei Social, dove ci sono state anche celebrità, come Elon Musk e la sua Starlink, che hanno agito concretamente in aiuto del popolo ucraino, fornendo il servizio internet satellitare a banda larga. Persino in Russia, nelle roccaforti del potere di Putin, a San Pietroburgo e Mosca, si è alzata la voce di chi è contrario allo Zar e ha manifestato per la pace, andando incontro a manganellate e arresti. Solo Cina e Iran hanno mantenuto posizioni attendiste, quando non indulgenti, nei confronti delle azioni di Mosca, mentre le democrazie Occidentali hanno imboccato con maggior vigore una strada comune e che forse, senza questa escalation, non si sarebbe manifestata con la stessa intensità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Macron stesso, l’apripista dei negoziati con Putin, non più tardi di qualche mese parlava della Nato come di un soggetto <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/nato-stato-morte-cerebrale-ambizioni-macron-francia-e-ue-ACDUwQx"><em>“in stato di morte cerebrale”</em></a>, mentre oggi è tra i più attivi, così come il primo ministro britannico Boris Johnson, un tempo promotore della scomparsa del mondo post Yalta ed oggi schierato nella difesa degli interessi europei. Di fatto le titubanze espresse dai leader europei sono state condivise in modo bipartisan tanto dai socialisti tedeschi di Olaf Scholz, quanto dai sovranisti di Visegrad. Tra quest’ultimi è bene ricordare come negli anni i sentimenti pro-Russia siano cresciuti in tutta Europa e abbiano trovato dimora proprio nei partiti a matrice sovranista. Ad esempio, neanche un mese fa il premier ungherese Orban era volato al Cremlino per rinsaldare i propri legami con Putin e, nello stesso periodo, Marine Le Pen aveva evitato di condannare l’azione dell’esercito russo al confine ucraino, mentre il leader della Lega, Matteo Salvini, sosteneva idee come: “<a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2022/02/24/news/putin_salvini-8831416/"><em>Ucraina? Non si rompano le palle a Putin</em></a>”, e <em>“Staremmo meglio se avessimo un Putin in Italia”</em>. D’altronde, come si può scordare la foto del leader leghista, sorridente, in Piazza Rossa con addosso un’immagine stampata del leader russo a cui si ispirava? <strong>Per anni i sovranisti di tutta Europa hanno trovato nella Russia zarista, nella sua capacità di riconnettersi a un passato nostalgico, radioso ed accompagnato dal <a href="https://perfondazione.eu/19799-2/">neo-romanticismo di Alexander Dugin</a>, un punto di riferimento non solo ideologico, ma persino economico</strong>. In un recente articolo uscito su <strong>La Stampa</strong>, il filosofo sociologo <strong>Slavoj Zizek</strong>, ricorda infatti come sia stato lo stesso Putin a sostenere Marine Le Pen, la Lega e altri movimenti neofascisti. Ed anche <strong>L’Espresso</strong>, con le sue inchieste sull’incontro avvenuto <a href="https://espresso.repubblica.it/inchieste/2021/06/25/news/soldi_russia_lega_savoini_spia_putin-307606488/">all’Hotel Metropol di Mosca del 2018</a>, ha descritto negli anni il legame tra interessi economici e politici tra Italia e Russia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E oggi?</strong> Come stanno reagendo questi leader politici all’avanzamento russo in Ucraina? La reazione di Orban è forse quella più inaspettata, perché non solo ha mandato le proprie truppe al confine con l’Ucraina ma addirittura deciso di accogliere a braccia aperte i rifugiati ucraini, accodandosi poi senza colpo ferire alle sanzioni europee che stanno prendendo forma a Bruxelles. Tutto un altro scenario rispetto al filo spinato riservato ai profughi siriani in fuga dalla guerra e da Assad. Ed anche nella destra italiana Meloni ha condannato molto velocemente l’attivismo russo in terra ucraina e a ruota l’ha seguita il suo ex- alleato Salvini, che si è però affidato a un collaudatissimo cerchiobottismo, con il quale ha condannato sia l’azione bellica, sia la risposta europea, con <a href="https://www.corriere.it/politica/22_febbraio_27/salvini-armi-letali-ucraina-2605776e-97eb-11ec-97aa-535db4de4386.shtml">il no all’invio di armi letali</a>. Nonostante ciò, <strong>si può dire che la maggioranza delle forze sovraniste presenti in Europa abbia abbandonato l’idolo zarista e condannato le sue azioni, mostrando così un rinnovato entusiasmo per l’UE.</strong> <strong>Siamo quindi di fronte a una nuova era?</strong> È possibile che da questa crisi, senza precedenti da quando esiste la UE, si possano fare dei passi avanti verso un’unificazione federale ed il parallelo sgonfiamento delle forze sovraniste e populiste?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta al momento non è univoca. Dal canto suo, già la crisi pandemica era stata capace di creare un legame fiscale solidale tra i Paesi membri dell’UE e prima di lei l’Euro attraverso l’unione monetaria, ma ambedue questi collanti non sono mai stati sostenuti da una reale visione politica dell’Europa e ben presto hanno mostrato dei cedimenti nella loro capacità di tenuta. Al contrario, <strong>l’idea di un’ Europa federale potrebbe ora avvalersi della formazione di un esercito comune e con esso della responsabilità di difendere quei confini che riuniscono tra di loro le democrazie liberali</strong>. Una sorta di vicolo aggiuntivo capace di traghettare sempre di più, dopo un’unione economica e una sanitaria, l’UE verso una politica comune. La Germania, ad esempio, ha deciso di investire ben 100 miliardi di euro per la difesa, e il 2% del Pil nazionale (pur rispettando il fiscal compact), cambiando così rotta rispetto agli ultimi 70 anni. <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ispitel-speciale-russia-ucraina-kiev-ti-armo-33855">L’invio stesso di armi verso l’Ucraina, per un importo pari a 500 mln di euro</a>, è un fatto storico e sostenuto da 18 dei 27 Paesi della zona UE. E persino <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/02/28/ucraina-la-svizzera-si-schiera-dopo-secoli-di-neutralita-alberto-di-monaco-fara-lo-stesso/6510540/">la Svizzera</a>, per secoli neutrale e fuori dall’UE, ha deciso di applicare le sanzioni nei confronti di Mosca.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di fronte a questi stravolgimenti è difficile ritirarsi nel proprio antro sovranista e ignorare quel che accade alle porte d’Europa</strong>. E forse proprio grazie a questa nuova comunione d’intenti tra Paesi europei, che solo qualche settimana fa discutevano la legittimità del diritto europeo su quello nazionale, si potrà volgere in meglio quella che per ora resta una situazione tesa e perlopiù ancora incomprensibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Roberto Biondini e Claudio Dolci</p>
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		<title>Io vinco, tu perdi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Feb 2022 09:41:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>4 min di lettura Tra il 1982 e il 1997 il mediatore austriaco Friedrich Glasl...</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>4 min di lettura</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra il 1982 e il 1997 il mediatore austriaco <strong>Friedrich Glasl</strong> elaborò un modello in grado di spiegare, attraverso nove tappe, l’escalation che soggiace a ogni conflitto, sia esso intra-organizzativo o geopolitico, come ad esempio quello attualmente in corso tra Stati Uniti, Europa, Ucraina e Russia. Nessun conflitto sfugge infatti alle tappe individuate da Glasl: si inizia sempre con un irrigidimento delle posizioni, per poi passare alla polarizzazione e, nei casi più gravi, alla reciproca distruzione, quando l’unica soluzione possibile sembra quella di trascinare sé stessi e il proprio avversario in un abisso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E al momento l’attacco condotto dalle forze armate russe sul suolo ucraino intensifica ancor di più l’escalation, entrata ormai di fatto nella settima tappa individuata da Glasl, ovvero la <em>distruzione limitata,</em> dove dalle minacce si passa all’azione. Ormai è evidente che né Putin, né Biden sembrano intenzionati a fare marcia indietro, almeno per ora, poiché entrambi perderebbero la faccia nei confronti dei propri alleati e dell’opinione pubblica dei rispettivi Stati, inoltre l’attacco russo ha intensificato oltre modo il conflitto. I continui rinvii circa un loro incontro, il fallimento dei bilaterali e più in generale dei deterrenti verbali, dimostra come il conoscere un pericolo non lo eviti affatto, anzi. Entrambi i leader stanno premendo il pedale sull’acceleratore dell’escalation pur sapendo i rischi che corrono, mentre a farne le spese, sia in termini di vite umane (dal lato dell’Ucraina), sia economici (l’Europa), sono altri Paesi, tirati per la giacchetta in una disputa che prosegue dalla fine della Seconda Guerra mondiale a oggi e che non ha ancora incoronato un vincitore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E lungi dall’imboccare la via della de-escalation, Washington e Bruxelles hanno proposto un piano di sanzioni per fermare Mosca, ma quale sarà l’effetto di tale misura e soprattutto, sarà efficace?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo dato importate riguarda il fatto che le sanzioni sono state varate dopo un accordo tra Usa, Uk e Ue, e quest’ultima le ha votate all’unanimità dei 27, dimostrando così come la minaccia sia sentita in tutto il Vecchio Continente, benché all’inizio dell’escalation non fosse così. Non tutti lo ricorderanno, ma la Germania giocò il primo tempo della partita adottando una strategia ambigua, senza avvallare alcuna proposta di sanzione, sino a quando non è arrivato il voto della Duma e con esso il riconoscimento della repubblica di Donetsk e Luhansk, e il successivo invio di truppe nel Donbass. Ed anche l’Italia qualche giorno fa scelse di adottare un profilo molto basso, mandando solo il ministro degli esteri, Di Maio, mentre Macron e Scholz hanno preso parte attiva alla trattativa con Putin.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad oggi però, entrambe le manifatture a guida dell’Europa hanno accettato di colpire i membri della Duma che hanno avvallato il riconoscimento di Donetsk e Lugansk, e con essi i sostenitori del conflitto, in pratica &nbsp;l’oligarchia su cui si regge gran parte del potere di Putin, come ad esempio <strong>Gennady Timchenko</strong> (sesto uomo più ricco della Russia). Sempre sul piano economico, si é poi scelto di rendere difficile a Mosca l’accesso ai capitali sul mercato e Scholz ha inoltre deciso di fermare <strong>Nord Stream 2</strong> (già di fatto bloccato per via delle autorizzazioni e controlli). A questo punto occorre aprire una parentesi e chiarire i vari distinguo nell’azione dei membri dell’Ue pre-accordo con Washington, e in parte le scelte dell’Italia e della Germania possono essere spiegate con la dipendenza nei confronti del gas Russo e il minor potere coercitivo dovuto all’assenza di un vero e proprio deterrente nucleare (che invece, Francia e Uk hanno). Sul fronte del gas, ad esempio, <strong>Federico Fubini</strong>, dalle pagine del <strong>Corriere</strong>, ha ricordato a tutti come <em>“la quota russa nell’import tedesco di gas sia passata dal 41% del 2014 al 49% del 2019, fino al 65% del 2020”</em>. Ed anche in Italia i numeri non sono molti diversi, <strong>dei 71,34 miliardi di metri cubi di gas che ogni anno vengono consumati dal nostro Paese, </strong><a href="https://www.repubblica.it/economia/2022/02/23/news/gas_dipendenza_russia_italia_europa-338868282/"><strong>ben il 37,8% provengono da Mosca</strong></a>, e ciò espone lo stivale a tutta una serie di ritorsioni che puntuali come un orologio svizzero si sono materializzate. All’indomani dell’annuncio delle sanzioni, infatti, <strong>Dmitrij Medvedev</strong>, vice di Putin nel consiglio di sicurezza, le ha accolte esclamando <em>“benvenuti nel nuovo mondo in cui gli europei molto presto pagheranno 2.000 euro per mille metri cubi di gas!”</em>; e visti gli aumenti sul <a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2022/01/31/le-cause-del-caro-energia/">caro bollette</a>, la notizia di ulteriori rincari non è passata inosservata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, l’affermazione di Medvedev nasconde una fragilità, ed è quella sulla quale si regge il legame tra domanda ed offerta. Se è vero che l’Europa dipende dal gas Russo, è pur vero che quest’ultima deve all’Ue una buona fetta delle sue entrate: <strong>solo il gas vale 50 miliardi di euro all’anno</strong>. E qui vale la pena rivedere il funzionamento del mercato interno Russo per capire su che cosa si regga la sua economia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un interessante articolo uscito su <strong>Domani</strong>, <strong>Salvatore Gaziano</strong>, consulente indipendente, descrive la borsa russa come fra le <em>“più sottovalutate al mondo”</em> e <em>“fortemente concentrata sul settore petrolifero e delle materie prime”</em> che da sole valgono il 50%. <em>“Gazprom </em>– ad esempio – <em>è la più grande società di gas naturale quotata in borsa al mondo oltre che la più grande grande azienda russa per fatturato”</em>, ma di sola energia non si vive e questo i Paesi esportatori di petrolio lo hanno già capito da tempo (basti guardare a <strong>Dubai</strong>). L’alto livello di corruzione, il sistema oligarchico e la disuguaglianza interna fanno della Russia un Paese Novecentesco gettato a forza nel ventunesimo secolo. Ed è indubbio che anche le potenze più avanzate del mondo dipendano dalle materie prime a cui è stato ancorato il loro sviluppo dalla seconda rivoluzione industriale in poi, ma è la mancanza di innovazione a rendere il mercato moscovita un luogo quasi asettico per gli investimenti esterni. <em>“In Russia l’afflusso di investimenti esteri diretti</em> – spiega Gaziano <em>– è sceso a un bassissimo 1,4% del Pil, a dispetto di un paese con 573 miliardi di dollari in riserve valutarie internazionali e con un rapporto debito/Pil del 18% e un avanzo delle partite correnti”</em>. In breve, <strong>investire in Russia è molto rischioso</strong>, nonostante la sua posizione di dominio nei confronti dell’esportazione di petrolio e di gas.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è quest’ultimo che, almeno in parte, sta finanziando l’esercito di Putin. A conti fatti è l’Europa intera e i Paesi che hanno fatto di questa risorsa energetica la loro fonte d’approvvigionamento primaria, tanto da averla persino inserita nella <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/02/10/tassonomia-verde-linserimento-di-gas-metano-e-nucleare-e-uno-schiaffo-al-green-deal/6487484/">tassonomia green europea come fonte sostenibile</a>, ad aver riempito i serbatoi dei tank russi. Negli ultimi due anni, come racconta <strong>Gianluca Baldini</strong> sul <strong>La Verità</strong>, <em>“Mosca in due anni di impennata dei prezzi del petrolio ha realizzato guadagni per 328 miliardi di dollari, 87 miliardi in più rispetto al 2020”</em>. Sul fronte <strong>del gas</strong>, invece, <strong>nel 2021 il suo prezzo è cresciuto del 500%</strong>, il che fa capire quanto l’economia moscovita dipenda dalle sue risorse naturali e da chi le consuma. Putin può quindi tirare la corda e alzare i prezzi, perché conosce la dipendenza europea nei confronti del gas e del petrolio, e l’avidità di alcuni degli uomini più potenti del Vecchio Continente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra quest’ultimi vi è senza dubbio l’ex Cancelliere tedesco <strong>Schr<em>öder</em></strong><em>, mentore di Scholz, e attualmente intrecciato con le aziende statali russe, presso le quali ricopre ben tre incarichi e presto quattro. Come riportato da <strong>Il Foglio</strong>, in un articolo di <strong>Flaminia Bussotti</strong>, “Oltre che al vertice degli azionisti di Nord Stream AG, Schröder è sin dall’estate del 2017 presidente del consiglio di sorveglianza di Rosneft, l’industria petrolifera legata a doppio filo al Cremlino. Poi è diventato presidente del consiglio di amministrazione di Nord Stream 2. E infine, annuncio del 4 febbraio – 58 giorni dopo l’insediamento di Scholz alla cancelleria – Schröder è candidato a un posto nel consiglio di sorveglianza di Gazprom con strettissimi legami con il Cremlino.”</em> Alla faccia del revolving door. E il caso di Schröder è importante anche per capire l’incapacità mostrata sinora dall’Europa nel cambiare fonti d’approvvigionamento energetico e quindi la scarsa efficacia che le attuali sanzioni potranno sortire nei confronti delle mire del Cremlino, a prescindere dalla legittimità di quest’ultime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quasi l’intero pacchetto di misure varato da Washington, Londra e Bruxelles rischia quindi di sciogliersi come neve al sole, perché presuppone di poter isolare un Paese, la Russia, che da sempre vive in isolamento rispetto al resto del mondo, pur influenzandone la geopolitica. Persino la misura del <a href="https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/swift-russia-cosa-e-ja1dfvq0">blocco dello Swift</a>, che per quasi tutti i Paesi del mondo rappresenterebbe una sorta di bando dal mondo economico, potrebbe non incidere così tanto sulla Russia, mentre danneggiare molto l’Ue e non solo. Il problema di fondo è che dalle regole individuate da Glasl oltre trent’anni fa non si esce, sono loro a delineare il perimetro del conflitto e quindi le possibili soluzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Joe Biden sta purtroppo ancora inseguendo una chimera, perché in <a href="https://spaziomilano.info/2022/01/14/un-anno-da-dimenticare-e-uno-per-redimersi/">cerca di riscatto dopo un primo anno di governo molto deludente</a>, sia sul piano del consenso e dell’economia interna al Paese, sia su quello degli esteri. Putin, a sua volta, sta cercando di traghettare una nazione, la Russia, nel ventunesimo secolo, ma con i mezzi del Novecento: armi e ricatti. L’Europa, invece, si è riunita in una sola voce con l’approvazione delle sanzioni e ora avrebbe la possibilità di uscire dall’adolescenza e provare a dire la sua, ma sconta anni di personalismi e pressioni esterne da cui è difficile uscire in un sol colpo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di Claudio Dolci e Roberto Biondini</em></p>
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