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	<title>Roberto Biondini e Claudio Dolci, Autore presso Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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		<title>L’Europa dei veti al voto: l&#8217;analisi del Patto di Stabilità che verrà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Dec 2023 18:24:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Banche centrali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con il suo veto, l’Ungherese Viktor Orban ha bloccato gli oltre 50 miliardi di aiuti...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Con il suo veto, l’Ungherese <strong>Viktor Orban</strong> ha bloccato gli oltre 50 miliardi di aiuti destinati a Kiev e a breve potrebbe essere il turno dell’Italia, con <strong>Meloni e Giorgetti</strong>, pronti a fare altrettanto, riproponendo il copione sovranista sul tema del <strong>Patto di Stabilità</strong>. Da sempre oggetto di contese e di sotterfugi volti a poterne posticipare gli effetti negativi all’anno, o nel caso dell’Italia, al governo successivo. Tuttavia, e al di là di quel che spera Roma,<strong> la scelta sul Patto di Stabilità è una scelta sulla guida dell’UE di domani </strong>e non è affatto scontata, come invece si potrebbe credere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I 26 anni dall’entrata in vigore del Patto di Stabilità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’UE, attraverso la banca centrale dell’Unione Europea (la BCE), ha come mandato quello di mantenere stabili i prezzi attraverso politiche monetarie espansive – attraverso il famoso Bazooka di <strong>Draghi </strong>&#8211;  oppure restrittive – com’è da un anno a questa parte, con l’inasprimento dei tassi d’interesse. <strong>La fiscalità, invece, spetta ai singoli Paesi membri, i quali si sono auto-imposti, nel lontano 1997</strong>, un articolato sistema per garantire la stabilità dei bilanci pubblici, che in sintesi suona più o meno così: <strong>coloro che hanno un alto debito nazionale devono fare scendere il debito, gli altri possono spendere nei limiti della moderazione</strong>, salvo casi eccezionali (il famoso 3%).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Debito pubblico e deficit dividono l’UE</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sin qui la storia nota, però ve ne è un’altra meno conosciuta e che ci racconta <strong>i fallimenti del meccanismo sottostante il Patto di Stabilità</strong>. Dal 2002 in poi, infatti, ben pochi Paesi sono davvero riusciti a rispettare i parametri concordati ed è evidente – dal grafico qui sotto – come il rapporto debito/pil segni una frattura tra i membri dell’UE. Da una parte i famigerati frugali – Germani, Olanda, Repubbliche baltiche, Lussemburgo e Paesi del Nord – dall’altra, invece, il sud, capitanato da Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e Francia. <strong>Nei fatti nessuna delle potenze dell’Unione – Germania, Francia e Italia – ha mai raggiunto il tanto agognato 60%</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1278" height="663" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012.png" alt="" class="wp-image-681" style="width:720px;height:auto" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012.png 1278w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012-300x156.png 300w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012-1024x531.png 1024w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012-768x398.png 768w" sizes="(max-width: 1278px) 100vw, 1278px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: OCSE &#8211; GDP Nazionale dal 2002 al 2022 <a href="https://data.oecd.org/gga/general-government-debt.htm#indicator-chart">https://data.oecd.org/gga/general-government-debt.htm#indicator-chart</a> </figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">I <strong>deficit</strong>, invece, <strong>presentano una lettura più incerta</strong>. All’alba del lancio dell’euro, <strong>tra il 2002 e il 2003, né la Francia, né la Germania erano nel perimetro del 3%</strong>. La prima era al 4%, mentre la seconda al 3,7%, ben poca cosa rispetto al 7,8% della Grecia di allora, ma comunque molto sopra all’Italia e Spagna, rispettivamente 3,2% e 0,4%. La successiva crisi dei mutui subprime ha livellato, verso il basso, tutti i Paesi dell’area Euro e lo stesso è accaduto con la pandemia. <strong>A conti fatti sono più gli anni in cui il meccanismo del fiscal compact non ha funzionato di quelli dove effettivamente è stato rispettato</strong>, ma soprattutto – e qui i suoi detrattori hanno gioco facile – salvo rarissimi casi, come quello dell’Irlanda – non ha portato i Paesi in difficoltà a raggiungere né il rapporto debito/pil al 60%, né il deficit entro il 3%.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="1272" height="682" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853.png" alt="" class="wp-image-680" style="width:719px;height:auto" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853.png 1272w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853-300x161.png 300w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853-1024x549.png 1024w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853-768x412.png 768w" sizes="(max-width: 1272px) 100vw, 1272px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte OCSE &#8211; Deficit dal 2002 al 2022 <a href="https://data.oecd.org/gga/general-government-deficit.htm#indicator-chart">https://data.oecd.org/gga/general-government-deficit.htm#indicator-chart</a></figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Regole ed errori. Che cosa non ha funzionato col Patto di Stabilità?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Di per sé né un parametro, né una regola, nascono come buoni o cattivi, ma lo diventano in rapporto alle conseguenze che essi generano e <strong>nel caso del Patto di Stabilità la sentenza è ardua</strong>. Più i conti sono in ordine, ovvero il rapporto tra entrate e uscite è a favore delle prime, meglio è, perché ciò consente di <strong>attivare politiche anti-cicliche in caso di crisi</strong> (come nel 2008, nel 2011 e nel 2020) o improvvisi cambi di rotta (come nell’abbandono di alcune catene di approvvigionamento o tecnologie). Tuttavia, e qui è il principale problema, <strong>se per far quadrare i conti si riducono sanità, istruzione e investimenti, il gioco non vale la candela</strong>, poiché si baratta il futuro per il presente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quindi la spesa pubblica va sempre bene? No e il caso dell’Italia ne è la prova</strong>. In Italia si è sempre scelto – anche quando alla guida c’erano i tecnici – di tagliare voci di bilancio a basso costo elettorale. Si tratta di misure che incidono su platee di elettori che disertano le urne – come i giovani – o di nicchie – le famose pensioni d’oro – senza però intaccare sistemi di mance ben collaudati ed oliati. Col risultato che l’Italia spende tanto: solo<strong> in welfare se ne vanno 632 mld di euro all’anno</strong>, <strong>ma per avere una visita col Sistema Sanitario Nazionale pubblico occorrono mesi, se non anni</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Bruxelles deve scegliere tra il rigore o la crescita</h2>



<p class="wp-block-paragraph">C’è un problema, ed è politico, sia a Bruxelles come a Roma. <strong>In UE è urgente una chiamata alla realtà dei fatti, perché come diceva Keynes, quando i dati cambiano occorre cambiare la propria posizione</strong>. Attuare misure pro-cicliche, com’è stato fatto con l’austerity del 2011, non ha prodotto grandi risultati, anzi, e per capirlo basta osservare i conti pubblici italiani. Ma d&#8217;altra parte per l&#8217;Italia non c&#8217;era alternativa in quel frangente per abbassare lo spread.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pochi anni fa è stato approvato il Next Generation EU e la musica sembrava cambiata. Tuttavia le odierne trattative sul Patto di Stabilità pare vogliano far prevalere ancora la teoria sulla realtà. <strong>In questo momento è necessario attingere a fondi, anche pubblici e ingenti, per promuovere quelle transizioni </strong>senza le quali sarà impossibile mantenere gli attuali standard di competitività, la stessa in virtù della quale si sono già compiuti così tanti sacrifici.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Svendita o investimento: l’Italia deve scegliere.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">A Roma, invece, si rende altresì necessario un cambio di rotta, ma in senso opposto. La (s)vendita delle aziende nazionali (Ilva, Ita, Tim etc.) ha sì evitato il continuo sperpero di denaro pubblico, ma ha anche evidenziato<strong> l’incapacità di gestione da parte del Pubblico e questo è preoccupante</strong>. Si è infatti visto, soprattutto con la pandemia, come una gestione della sanità in mano ai privati non aiuti, anzi, perché viene scartato ciò che non è redditizio in funzione di ciò che invece lo è. E <strong>uno Stato che si definisca tale non può permettersi di allocare servizi essenziali a terzi</strong>, deve invece imparare a gestirli e farli funzionare per il bene della collettività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Occorre investire in una nuova classe dirigente pubblica e bloccare, ove possibile e tra l’altro già indicato da più di un commissario alla <strong>spending review</strong>, quei mille rivoli che alimentano sì ampi sistemi clientelari utili alle urne, ma che al contempo sul lungo periodo impongono le svendite di beni pubblici, le inefficienze e l’utilizzo di regole draconiane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio <strong>Dolci </strong>e Roberto <strong>Biondini</strong></p>
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		<title>LEGGE DI BILANCIO 2023</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Jan 2023 09:53:00 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">Il 29 di dicembre scorso si è concluso il tira e molla sulla legge di bilancio 2023 e con esso è svanito anche lo spettro dell’esercizio provvisorio, l’incubo numero uno di Giorgetti &amp; Co., ma il tributo pagato per questo miracolo di Natale è stato salato. <strong>Giorgia Meloni</strong>, infatti, <strong>è scesa a compromessi con tutti i suoi più acerrimi nemici, dai percettori del RdC ai burocrati di Bruxelles, passando per la Ragioneria di Stato e le forze della sua stessa maggioranza</strong>. Ma la sfida delle sfide, e con essa la sconfitta più cocente, Meloni l’ha inflitta a sé stessa, barattando l’anima populista per quella governista: un bagno di realtà che ha dilavato all’istante tutti gli ideali, le utopie e le narrazioni che nel tempo hanno reso FdI quello che è oggi.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Lo scontro con Bruxelles e le Istituzioni italiane</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo scontro è arrivato con le istituzioni dell’Ue, le quali hanno sì accolto la prima delle molte bozze sulla Legge di Bilancio con <a href="https://pagellapolitica.it/fact-checking/meloni-giudizio-commissione-ue-legge-bilancio">benaugurante “in line”</a>, ma riferito alle raccomandazioni di luglio e non a tutti i contenuti. La misura per i Pos, ad esempio, come quella sul tetto al contante, sono state criticate e con esse il condono sulle cartelle esattoriali e la riforma sulle pensioni (di cui si parlerà dopo). Da qui a sostenere, come ha fatto Meloni, che la Legge di Bilancio italiana sia stata tra le migliori d’Europa ce ne passa, più o meno come tra dire di fare il ponte sullo stretto di Messina. Forse la traduzione dall’inglese all’italiano può aver aiutato qualche portavoce di governo, ma <strong>i rilievi critici sulle misure delle bozze sono stati numerosi e bipartisan</strong>, visto che sono stati mossi persino dalle istituzioni italiane. La <a href="https://left.it/2022/12/30/le-bugie-di-fine-anno/">Banca d’Italia ha ricordato perché innalzare il tetto al contante </a>aiuti l’evasione, mentre <strong>la <a href="https://www.ilriformista.it/manovra-senza-coperture-la-ragioneria-chiede-al-governo-meloni-correzioni-su-44-misure-anche-smartworking-e-carta-giovani-335966/">Ragioneria dello Stato</a> ha bocciato ben 44 emendamenti perché privi di coperture o contradditori</strong>. A forza di tagli cuci è stato addirittura necessario riportare la Legge di Bilancio in Commissione, il tutto dopo le nottate insonni di vari gruppi parlamentari, perché c’era un <a href="https://quifinanza.it/economia/video/manovra-errore-mezzo-miliardo-testo-torna-commissione/683505/">buco da 450 milioni di euro su di un emendamento</a>. Morale della favola, alla fine <strong>il governo ha ceduto sotto i colpi delle regole rinunciando alla misura anti-Pos e dovendo porre rimedio là dove indicato</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una figuraccia dietro l’altra che Meloni ha provato coprire con la conquista del <em>price cap</em> europeo sul gas, una battaglia combattuta da <strong>Draghi</strong> e giunta a fine stagione con un accordo a ribasso, dopo incertezze e litigi che il neo-esecutivo ha solo sfiorato, ma mai toccato con mano perché impegnato a interpretare un ruolo più che marginale, inesistente. Tutto normale? Forse sì. <strong>Salvatore Currei</strong>, sul <strong><em>Riformista</em></strong>, ricorda come<strong> l’iter della Legge di Bilancio sia ormai ostaggio di questi mille passaggi tra istituzioni nazionali ed europee, che finiscono per ingabbiare ogni esecutivo con una camicia di forza</strong>; per giunta quest’anno c’era anche da affrontare <strong>il tema energetico, che da solo ha assorbito 21 dei 35 miliardi messi in campo da Meloni.</strong> Su una tematica, però, si sarebbe potuto agire diversamente. Come riportano <strong>Ainis</strong> e <strong>Cassese</strong>, rispettivamente su <strong><em>Repubblica</em></strong> e sul <strong><em>Corriere</em></strong>,<strong> il bavaglio al Parlamento si doveva evitare.</strong> Dopo tutto che senso ha avere due camere ed eleggere dei parlamentari se tanto poi decide solo l’esecutivo? Chi si ricorda la Meloni barricadera all’opposizione sa che questo fu un suo cavallo di battaglia, eppure alla fine anche lei ha posto la fiducia sulla Legge di Bilancio, confermando la prassi, istituzionalmente sgrammaticata, del monocameralismo di fatto. E così il Parlamento è stato relegato al ruolo di passacarte e poco più, a nulla sono valsi i discorsi che FdI ha fatto negli ultimi 10 anni contro chi ha zittito i rappresentati del popolo: le lancette battono le idee.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’abolizione del Reddito di Cittadinanza (RdC)?</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sin dal suo esordio il RdC è stato presentato per quello che non è. La povertà, infatti, c’è ancora e legare i sussidi per chi vive in condizioni di povertà alla ricerca del lavoro è stato un errore. <strong>I 5Stelle hanno venduto ai più una narrazione che non esiste, ma almeno erano riusciti a dare un po’ di sollievo agli sconfitti della società d’oggi.</strong> Meloni, invece, aveva annunciato in pompa magna di voler togliere il sussidio pentastellato sin da subito, salvo poi ripiegare su una strategia da compiersi in due anni e senza prevedere validi sostituti per aiutare chi ha poco o nulla. Dal 2023, come riportato dal sito <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/modifiche-reddito-cittadinanza-2023">Pagella Politica</a>, <em>“percettori del reddito di cittadinanza che hanno tra i 18 e i 59 anni di età e che all’interno del loro nucleo familiare non hanno minorenni, disabili e persone con più di 60 anni di età, potranno ricevere il sussidio al massimo per sette mesi.”</em> Si tratta di circa 404.000 persone, con un risparmio per le casse dello Stato di 743 milioni di euro (il salvataggio del mondo del calcio è costato ben di più, 889mln di Euro).</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo di questa misura è quello di impiegare la quota di percettori del RdC (gli <em>occupabili</em>), coloro che, per il governo, trascorrono le giornate sul divano. Da oggi, <strong>chi non accetterà la prima proposta di lavoro perderà il sussidio, mentre prima del governo Meloni queste offerte dovevano essere due e pure essere <em>congrue</em>.</strong> Un termine quest’ultimo su cui c’è stato molto dibattito, visto che un percettore che deve percorrere qualche centinaio di km per recarsi a lavoro, e magari è pure sprovvisto di un’auto, deve affrontare un problema oggettivo. Passato il polverone della bagarre tra FdI e opposizioni, <strong>un dossier Parlamentare suggerisce come la congruità dell’offerta rimanga un requisito tuttora valido</strong>, anche se non si capisce se per volontà dell’esecutivo o per la fretta che ha impedito di risalire all’articolo che ne garantiva l’efficacia. Nel 2024, invece, il RdC verrà abolito (sarò così?) e i suoi miliardi, 8,7 all’anno, verranno spostati altrove, in un fondo povertà e sostegno all’inclusione. Sin dal suo esordio, col governo Conte, il RdC ha ricevuto critiche (spesso legittime) ed ha fornito il carburante per la propaganda di tutti i partiti politici. Tuttavia, <strong>è difficile pensare che il governo Meloni, posto nel guado dell’inflazione a doppia cifra e della ventura recessione, possa abolire tout court questo sussidio</strong>, tant’è che l’attuale Legge di Bilancio colpisce solo una piccola parte dell’importo e dei percettori. Ed è probabile che alla fine gli si cambierà solo il nome e il funzionamento (sperando in qualcosa di più funzionale) del RdC, ma non la sostanza, anche perché i poveri esistono e votano.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La Flat Tax: chi ci perde e chi ci guadagna?</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti ormai sappiamo qual è il cavallo di battaglia della destra: tassa piatta per i lavoratori. In campagna elettorale eravamo rimasti ascoltatori di una corsa al ribasso dell’imposta sui redditi: dal 21% di Forza Italia, al 15% della Lega, forse per tutti, molto più probabilmente solo per gli autonomi in maniera più vigorosa. Addirittura, arrivando ad una strana proposta della tassa piatta incrementale (in italiani rimane un ossimoro) per i dipendenti. Cosa rimane di tutto questo? <strong>La flat tax per i dipendenti è scomparsa, ma per gli autonomi forfettari la base imponibile richiesta per calcolarla è aumentata fino ai redditi di 85 mila euro. </strong>Una vittoria per il centrodestra, ma che contribuisce ad alimentare numerose polemiche. <strong>Per i dipendenti si è infatti ridotto il cuneo fiscale di circa l’1%, mentre per gli autonomi lo si è ridotto in maniera più sostanziale</strong>. Oggi, a conti fatti, un autonomo forfettario con un reddito di 85 mila euro pagherà circa 10mila euro di imposte, mentre un dipendente, senza detrazioni, potrebbe arrivare quasi a 30mila! Ma a differenza di quanto si possa pensare, le critiche a questa mossa non provengono solamente dalle categorie che rappresentano i lavoratori dipendenti, ma anche quelle che rappresentano gli autonomi. Così afferma <strong>Anna Soru</strong>, la presidente di Acta che rappresenta piccole partite Iva, collaboratori, freelance, occasionali: “«<em>La tassa piatta non ci riguarda perché non ci favorisce, anzi il confronto ora è due volte perdente: con il lavoratore dipendente, beneficiato da una no tax area più alta a 8 mila euro contro i 5.500 euro, dall’ex bonus Renzi di 80 euro e ora pure dal taglio del cuneo fiscale. Ma perdente anche rispetto ai lavoratori autonomi con reddito alto che godono della flat tax al 15% ampliata da 65 a 85 mila euro e della flat tax incrementale. A questi livelli bassi di reddito la tassa piatta al 15% non conviene a un freelance perché si perdono tutte le detrazioni e deduzioni, come le spese per mutui, sanità, bonus edilizi». Fatturati più robusti, fino a 85 mila euro, riescono invece a trarre maggiore beneficio dal 15% secco”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, <strong>gli autonomi che beneficiano di questa riforma sono coloro che appartengono alla classe media</strong>, quella che già si sostentava da sé (e che ha patito di meno l’inflazione e del caro energia), non quella più vulnerabile e a rischio. Sul tema della flat tax s’inserisce inoltre tutto il discorso dell’evasione legata alla dichiarazione dei redditi. Così il professor <strong>Carlo Cottarelli</strong> che sul tema ha espresso più di una perplessità: “<em>Il rapporto che questo governo ci ha inviato è molto interessante anche per quello che ci dice sulla distribuzione dell’evasione. È quasi inesistente, sotto il 3%, per i lavoratori dipendenti. È invece elevatissima, oltre il 60 per cento, sull’IRPEF dei lavoratori autonomi e reddito d’impresa”.</em> Lo stesso <strong>Luigi Marattin</strong> era entrato nel vivo della trattativa politica per trovare una soluzione per l’emersione del nero dovuto allo scatto da tassa piatta a IRPEF una volta superata la soglia di allora (65mila euro). L’idea era quella di creare un cuscinetto per coloro che nell’arco dell’anno avessero superato la soglia: una flat tax leggermente più alta per evitare il nero. Una proposta caduta però nel vuoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per concludere, <strong>la flat tax rimane una manovra iniqua</strong>, a prescindere che siano autonomi o dipendenti a subirla. Ma, nonostante ciò, l’esecutivo ha tirato dritto.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le pensioni e la tenuta dei conti dello Stato</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>La manovra prevede una rivalutazione al 120% delle pensioni minime e alza l’assegno minimo 600 euro per gli over 75 nel 2023. Misure che avranno un costo di circa 5,4 miliardi l’anno. Se a questo aggiungiamo i 2,4 miliardi di entrate in meno dovute agli sgravi a 8 mila euro per le assunzioni di under 35, arriviamo a un buco di 7,8 miliardi per le casse dell’Inps</em>.” Così riporta il <strong><em>Corriere della Sera</em></strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche sul tema delle pensioni, si sa come il centrodestra abbia sempre difeso una cancellazione della<strong> legge Fornero</strong>, un pensionamento anticipato (vedi quota 100) e una rivalutazione delle pensioni fino addirittura a 1.000 euro (vedi Forza Italia).&nbsp; Ma <strong>aumentare le minime a 1.000 euro significa creare un deficit di oltre 100 miliardi per le casse dell’Inps, nel giro di soli tre anni, e distruggere la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico</strong>. Qui l’economia confligge con la giustizia sociale e le possibilità economiche del nostro Paese. Infatti, dare sostentamento alle classi meno agiate è un dovere, soprattutto in tempo di crisi, ma farlo mettendo a carico delle prossime generazioni le spese che ciò comporta è un atto immorale e ingiusto. E d’altra parte non era anche il RDC una misura per frenare la povertà? Forse bisognerebbe capire prima dove trovare i soldi per finanziare queste misure. Rimane l’opzione donna, con qualche tecnicismo sui figli a carico ma di una vera cancellazione di quota 100 ancora non se ne vede l’ombra, anche perché significherebbe quasi sicuramente default. <em>“Il numero delle prestazioni sociali erogate ogni anno è in continuo aumento. L’eccesso di assistenzialità, a cui si sono dedicati tutti i governi negli ultimi 22 anni, ha fatto sì che le pensioni totalmente o parzialmente assistite siano ormai oltre il 45% del totale”</em> dice ancora il <strong><em>Corriere della Sera</em></strong>, e su questo tema bisogna riflettere: <strong>quanto potrà resistere il nostro sistema pensionistico in un Paese dove chi cerca lavoro non lo trova e chi cerca lavoratori neppure?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’analisi della legge di bilancio 2022 potrebbe continuare ancora e nelle prossime settimane ne discuteremo con ulteriori approfondimenti. Quello però emerge sin qui è che il sistema della Repubblica Parlamentare italiana ormai pare non funzionare più. Non si può continuare ad approvare leggi così importanti, come quella di Bilancio, con un sistema che presenta questo grado di disfunzionalità e caos. <strong>Urge una riforma, ma non appena la si nomina il Gattopardo ci avverte delle controindicazioni: <em>tutto deve cambiare affinché tutto rimanga così</em></strong><em>. </em>Che fare allora? Forse meglio festeggiare l’anno nuovo e ripensarci dopo le feste, sperando che l’ottimismo per un nuovo inizio prevalga sulla cruda realtà dell’anno appena passato.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td>9 miliardi e 846 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo delle misure per ripagare, attraverso i crediti di imposta, una parte della spesa sostenuta dalle imprese per acquistare energia elettrica e gas.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>2 miliardi e 515 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo per i primi tre mesi del 2023 del rafforzamento del “bonus sociale”, che aiuta a ridurre la spesa sostenuta dalle famiglie in disagio economico per gas ed elettricità.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>Un miliardo e 75 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo, previsto tra il 2023 e il 2025 in termini di minori entrate per lo Stato, dell’estensione del regime forfetario al 15 per cento (quello che la Lega chiama erroneamente “flat tax”) per le partite Iva con ricavi fino a 85 mila euro.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>810 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo stimato per il 2024 della cosiddetta “flat tax incrementale”. Le partite Iva che nel 2023 hanno registrato un aumento di reddito rispetto ai tre anni precedenti vedranno tassarsi questo aumento con un’imposta fissa del 15 per cento.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>215 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo annuo della riduzione dell’Iva al 5 per cento sui prodotti dell’infanzia e per quelli dell’igiene intima femminile. Più nel dettaglio, la prima misura costa ogni anno 178,2 milioni di euro, la seconda 36,9 milioni.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>Un miliardo e 585 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo, stimato in minori entrate tra il 2023 e il 2030, di una delle misure della cosiddetta “tregua fiscale”, il condono con cui il governo ha deciso di fare uno sconto sulle sanzioni a chi ha debiti con il fisco.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>889 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo, in termini di versamenti sospesi, dell’emendamento “Salva sport”, ribattezzato anche “Salva calcio” perché permette alle federazioni e alle società sportive, in particolari a quelle calcistiche professionistiche, di riprendere a pagare le imposte, sospese con la pandemia di Covid-19, in 60 rate, più una maggiorazione del 3 per cento. Lo Stato conta dunque di recuperare tutti i versamenti sospesi entro il 2027.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>5 miliardi di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo per il 2023 del taglio del cuneo fiscale, ossia della differenza tra il lordo e il netto in busta paga. Il governo Meloni ha deciso di confermare il taglio del 2 per cento introdotto temporaneamente dal governo Draghi per i redditi fino a 35 mila euro e ha alzato al 3 per cento il taglio per chi guadagna fino a 25 mila euro l’anno.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>2 miliardi e 158 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo stimato, tra gli anni 2023 e 2025, della cosiddetta “quota 103”, che permetterà, con una serie di vincoli, di andare in pensione anticipata a chi ha almeno 62 anni di età e 41 anni di contributi versati.</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>859 milioni di euro</td></tr><tr><td>&nbsp;</td></tr><tr><td>È il costo stimato dell’aumento delle pensioni minime, nel 2023 e nel 2024, da circa 525 euro a circa 564 euro. Il governo ha deciso di aumentare per le pensioni minime l’adeguamento previsto per la crescita dell’inflazione, che coinvolgerà con percentuali diverse tutte le pensioni. In più, nel 2023 le pensioni minime per le persone con più di 75 anni di età saranno portate a 600 euro.</td></tr></tbody></table></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://pagellapolitica.it/articoli/costo-misure-legge-bilancio">da PagellaPolitica</a></p>
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		<title>Che ne sarà della globalizzazione?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2022 14:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Happy Birthday Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>3 min di lettura Per più di trent’anni la globalizzazione ha regolato le relazioni internazionali...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">3 min di lettura</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per più di trent’anni <strong>la globalizzazione ha regolato le relazioni internazionali e riorganizzato le produzioni nazionali di quasi tutti i Paesi del mondo</strong>. L’imperativo era delocalizzare, stringere legami con chi aveva i mezzi e le risorse a più buon mercato, così da imporre col commercio ciò che la diplomazia delle idee aveva invano tentato senza mai riuscire ad ottenere, ovvero <strong>una pace perpetua</strong>. Un obiettivo ambizioso promosso dall’egemone per eccellenza, che però si è infranto ben prima dello scoppio della pandemia e della successiva guerra in Ucraina. Già da tempo, infatti, <strong>la bilancia commerciale degli Stati Uniti mostrava i segni di cedimento nei confronti della Cina.</strong> Nel 1985 il <a href="https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c5700.html">disavanzo prodotto dal commercio</a> tra questi due Paesi aveva un saldo negativo (per gli USA) di -6 milioni di dollari, mentre <strong>nel 2022 ha raggiunto la cifra monstre di -338.103,7 milioni di dollari</strong>. A fronte di una maggiore varietà di merci a buon mercato, gli statunitensi hanno quindi importato ben di più di quanto esportato verso le terre del Dragone. <strong>Un bene, un male? Più che altro un segno del cambio dei rapporti di forza tra i due Paesi</strong> che si è ripetuto un po’ in tutto il mondo. In Ue, ad esempio, la Germania ha fatto del surplus commerciale la fonte della propria ricchezza e della globalizzazione la propria dottrina di vita, realizzando così <a href="https://it.tradingeconomics.com/germany/balance-of-trade">guadagni sempre crescenti sino alla pandemia</a>. L’Italia, invece, da Paese esportatore quale è, ha sì beneficiato del commercio globale, ma ha anche subito tutti gli shock economici da esso prodotti negli ultimi trent’anni (soprattutto a causa dell’elevato debito), finendo per muoversi come si farebbe sulle <a href="https://it.tradingeconomics.com/italy/balance-of-trade">montagne russe</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fatto i vinti e i vincitori dello scacchiere commerciale mondiale si sono ritrovati sempre più vicini tra di loro proprio grazie alla globalizzazione, al concetto di società aperta a tutto e tutti, dove l’origine di un prodotto conta poco o nulla rispetto al profitto che esso genera. Se il gas costa meno in Russia, allora va bene a prescindere da ciò che accade in Georgia o in Cecenia. Se la Cina diventa la fabbrica del mondo non importa cosa fa degli Uiguri o delle altre minoranze etniche presenti nel proprio territorio. Se il Brasile disbosca quello che era il polmone del mondo per produrre più manzo ed estrarre le terre rare di cui necessita il comparto tecnologico, chi siamo noi per impedirlo? Questo ragionamento, esteso a tutto il mondo, <strong>ha dato l’illusione che si potesse crescere senza conflitti, senza ristabilire un minimo di comun denominatore nei rapporti internazionali capace di superare il profitto.</strong> E l’aspetto più singolare è che questo sistema è stato accettato ugualmente da vinti e vincitori, almeno sino a quando non si sono visti i limiti (per altro già evidenti) di un interscambio senza se e senza ma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’altronde, se appalti il <strong>5G</strong> a un Paese che usa le telecamere e la rete informatica per spiare i propri concittadini (come avviene in Cina) corri un rischio. Se acquisti i<strong> chip</strong> che ti servono per far funzionare praticamente tutto da un’isola sui cui cieli volano caccia cinesi pronti a lanciare bombe, corri un rischio. Se costruisci i <strong>gasdotti </strong>con un Paese che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi ha eretto muri, finanziato i tuoi nemici e soppresso le opposizioni interne, corri un rischio. Eppure nulla di tutto ciò ha mai leso o rallentato la globalizzazione e i suoi entusiasti promotori. È dovuto succedere l’impensabile prima che l’Occidente prendesse coscienza del ginepraio che aveva costruito e in cui si era crogiolato per oltre un tentennio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo ad avvistare la mucca nel corridoio è stato un populista: <strong>Donald Trump.</strong> Il quale, all’inizio del suo mandato, ha dato via una guerra commerciale con la Cina per ristabilire l’equilibrio in una bilancia commerciale trasformatasi da tempo in un piano inclinato (strategia continuata dallo stesso <strong>Biden</strong>). Poi è sopraggiunta la pandemia e il mondo si è ritrovato privo di farmaci (poiché prodotti perlopiù in India) e senza dispositivi sanitari di protezione (perché fabbricati in Cina, anch’essa alle prese con la pandemia). Infine è scoppiata la guerra in casa dell’Ue, che fino a quel momento aveva ignorato i disordini nel resto del mondo, pur vedendone gli effetti ben esemplificati dai flussi migratori che da tempo spingono sempre più persone a lasciare casa propria per l’ignoto. <strong>L’aspetto più grottesco dell’intera gestione della <em>globalizzazione senza invito</em> è che se non fosse stato per la guerra in Ucraina probabilmente nulla sarebbe cambiato e che, nonostante l’invasione di un Paese ai confini dell’Ue, si continuino a cercare soluzioni che modifichino poco o per nulla lo status quo pre-disordini. </strong>Di fronte a un problema si è scelta la soluzione meno rischiosa e per questo più semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Della guerra sotterranea giocata dai servizi segreti, dal soft power di Paesi illiberali capaci di colpire il Regno Unito con la<strong> Brexit</strong>, gli Stati Uniti con le mail di <strong>Hillary Clinton</strong> e persino l’Ue (come ha dichiarato <strong>Metsola sul Qatargate</strong>), non ci si preoccupa. Fa parte del gioco, eppure chi sta perdendo sono proprio le democrazie. Schiacciate internamente dalla fragilità della propria storia e dalla tensioni di un presente che porta con sé un conto troppo salato per essere saldato a cuor leggero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In quest’ottica il 2022 ha rappresentato allo stesso tempo un bivio e la conclusione di un ciclo economico ben esemplificato dal rialzo dei tassi d’interesse e dalla corsa dell’inflazione. Da una parte si deve scegliere se ritornare al tavolo della diplomazia, consapevoli che ciò può condurre a periodi di tensione e divisione del mondo in blocchi, oppure riorganizzarsi e tentare di vincere un gioco che negli ultimi trent’anni ha però avvantaggiato maggiormente le autocrazie. Il tutto in un contesto economico che vede all’orizzonte una recessione e la fine della globalizzazione senza dazi, senza diritti e per questo senza invito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio <strong>Dolci</strong></p>
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		<title>Balneari e Taxi. Ci risiamo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Nov 2022 08:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riforme]]></category>
		<category><![CDATA[Scelte economiche]]></category>
		<category><![CDATA[Lobby]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci risiamo, cambia il governo e con esso le proposte di legge più scomode ripartono...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ci risiamo, cambia il governo e con esso le proposte di legge più scomode ripartono daccapo, come in gioco dell’oca senza fine che lascia più annoiati che stupefatti i cittadini e le istituzioni. Questa volta ad essere in procinto di ripartire dalla casella di partenza è il <a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2022/06/03/che-cosa-dice-il-ddl-concorrenza/">ddl Concorrenza varato dal governo Draghi</a>, che prevedeva l<strong>a messa a bando delle concessioni balneari e l’adeguamento del servizio di trasporto pubblico</strong> (quindi anche e soprattutto dei taxi) e che ora dev’essere ratificato da un governo che ha come ministro del turismo <strong>Daniela Santanché</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualche dubbio con annesso sopracciglio alzato è più che legittimo, visto che nel governo ci sono anche Salvini e Meloni (nonché Berlusconi) e infatti <strong>Milena Gabanelli</strong> ha già dedicato uno dei suoi DataRoom sul tema, ribadendo il concetto: basta gioco dell’oca. <strong>La direttiva Bolkestein è stata adottata dall’Ue nel 2006 e da allora in Italia è stato un susseguirsi di <em>“sì, la implementeremo</em>, ma<em> domani”</em>,</strong> senza mai specificare che cosa si intendesse con questa formula. L’ultimo governo Berlusconi decise che quel domani sarebbe stato il 31 dicembre del 2015, poi Monti optò per il San Silvestro del 2020 e Conte, che i multipli di cinque non li voleva usare, aveva proposto per direttissima il 2033. In breve, prima di Draghi l’idea della politica italiana era quella di adottare la direttiva Bolkestein con soli 27 anni di ritardo rispetto a quanto stabilito dall’Ue (sempre nel migliore degli scenari) e una lunga sfilza di richiami e multe da parte della comunità europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Draghi, dal canto suo, propose di porre di freno a tutto ciò anticipando la regolamentazione delle licenze al 31 dicembre del 2023, così da poter raggiungere anche tutti gli obiettivi previsti dal Pnrr (anche se non strettamente necessari per l’ottenimento dei fondi), ma soprattutto sanare un contenzioso che danneggia più l’erario italiano che qualche burocrate di Bruxelles. Risultato? Il governo è terminato in anticipo e ora c’è il caso che quello nuovo, per mezzo della neoministra del turismo, possa decidere che i tempi siano stati anticipati frettolosamente. <strong>A Palazzo Chigi quella sulle concessioni è una battaglia che non può finire nel 2023; d’altronde,vi sarà ben una via di mezzo tra 2023 e 2033? </strong>La risposta più ovvia è un secco no, sostenuto dal fatto che l’Italia è già in infrazione da anni e che tergiversare ulteriormente non farebbe altro che confermare l’inamovibilità italica. Già, perché <strong>oltre al ddl Concorrenza resta ancora aperta la questione Tim, Monte dei Paschi, Ilva</strong> e quell’arcinoto carosello di aziende private e pubbliche (la combinazione peggiore si trova nel guado tra questi due estremi) ove nessuno vuole decidere davvero che cosa fare, se non rimandare a domani. In questi giorni verrà varata la finanziaria del 2023, sapremo di più su quello che il governo più a destra della storia repubblicana vorrà fare. Ma se anche Mario Draghi dovette scendere a patti con i sindacati dei tassisti qualche mese fa, difficile pensare che l’applicazione della direttiva UE avverrà linearmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il tema delle liberalizzazioni in Italia è a tutti gli effetti un evergreen</strong>. L’Italia è la penisola liberista quando si tratta di criticare l’assistenzialismo statale (come nel caso del Reddito di Cittadinanza) o vincere le elezioni contro i comunisti. Il nostro è lo stivale delle corporazioni e della difesa dello status quo quando si tratta di creare più concorrenza e aiutare sia il consumatore che l’innovazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se una famiglia presso uno stabilimento balneare può arrivare a pagare centinaia di euro per un solo weekend al mare, allo Stato arrivano solamente <strong>2.500</strong> <strong>euro</strong> l’anno, che nel&nbsp;2022&nbsp;sono diventati&nbsp;<strong>2.698</strong>&nbsp;per gli aumenti Istat (<a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2020/08/14/203/so/30/sg/pdf">qui&nbsp;</a>il decreto- legge 14 agosto 2020, n. 104, art. 100).&nbsp;Una cifra che si ripaga con l’affitto di 2 ombrelloni per 3 mesi a 15 euro al giorno. E il servizio chiaramente non è ottimale essendo di fatto in una situazione di oligopolio dove la concorrenza è quasi nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Simile situazione si riscontra per il servizio taxi, così riporta <strong>DataRoom</strong>: <em>“la legge che disciplina il settore è la n. 21 del 1992 che rinvia ai Comuni il compito di stabilire il numero di licenze, i turni con il numero di taxi per fasce orarie e le tariffe (art. 5). Chi ha una licenza da più di 5 anni, o ha compiuto i 60 anni, o per malattia, può indicare al Comune a chi trasferirla. In caso di morte può passare a uno degli eredi, o a chi indicato da loro (art. 9)”.</em> Praticamente un’oligarchia ereditaria dove è impossibile entrare, con le licenze che se vendute possono arrivare a costare <strong>200mila euro</strong>. E il servizio ne risente: a Milano, l’allora assessore ai Trasporti <strong>Marco Granelli</strong> ammise: <em>«È necessario ampliare il contingente in servizio con 450 nuove licenze».</em> Il motivo? Sulle 33.400 chiamate al giorno tra le 8 e le 10 ne risulta inevaso il 15%; tra le 19 e le 21 il 27%, il sabato e domenica tra le 19 e le 21 il 31%; tra mezzanotte e le 5 il 42%. E casi comprovati aggiungono spesso l’indisponibilità ad usare i mezzi di pagamento elettronici per le corse già care di per sé.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma a Roma di rivedere la liberalizzazione di questi settori non ne vuole proprio sentir parlare: le associazioni collegate hanno un potere lobbistico al limite della comprensione razionale. Volta dopo volta escono le paure degli acquisti rapaci delle “<em>multinazionali straniere</em>” contro “<em>l’azienda di famiglia italiana</em>”. Ma alla prima pagina di qualsiasi libro di testo di microeconomia già si legge e si capisce come in un mercato economico sviluppato come lo è il nostro, <strong>è la concorrenza il motore principale per migliorare i servizi e trovarne dei nuovi. </strong>Ed è umano (troppo umano!) che quando invece la concorrenza venga a mancare allora subentri di petto la speculazione: vedere i prezzi delle materie prime per credere. Un italiano che volesse intraprendere la carriera di bagnino o di tassista (ma questo vale per qualsiasi classe di impiego che è protetta dalla concorrenza) non potrebbe avere la possibilità di farlo perché il blocco all’entrata è molto alto rispetto che altrove. <strong>Non sono quindi gli imprenditori italiani ad essere penalizzati dalla concorrenza ma lo sono gli imprenditori italiani che propongono prodotti concorrenziali.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non vogliamo considerare il lato economico per i consumatori? Non vogliamo considerare il profitto gratuito dovuto all’oligopolio? Non vogliamo considerare la perdita secca delle entrate nelle casse dello Stato? Non vogliamo neppure considerare il lato etico, semmai ce ne fosse bisogno? Sappiamo almeno che queste regole che ora sembrano essere state imposte dall’alto fanno parte di una struttura (la UE) che non solo come nazione abbiamo accettato di farne parte ma agisce anche in nome di un parlamento eletto dai cittadini delle nazioni aderenti. Non si vuole ascoltare il turpiloquio della teoria economica? <strong>Si ascolti almeno la volontà dei cittadini che hanno detto basta, con la legge Bolkestein, alle corporazioni e sì alla libera concorrenza!</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Di Roberto Biondini e Claudio Dolci</p>
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		<title>Il soft power: la nuova arma delle autocrazie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Nov 2022 13:36:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pensare che le guerre si vincano solo con carrarmati e soldati significa ignorare il potere...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Pensare che le guerre si vincano solo con carrarmati e soldati significa ignorare il potere del <strong><em>soft power</em></strong>, che dal XX secolo in poi ha determinato l’estendersi, ed il rimpicciolirsi, delle zone d’influenza delle principali potenze globali. Blue jeans, hamburger e film sono stati a lungo impiegati dagli Stati Uniti durante la guerra fredda come strumento per intercettare e deviare l’orbita di tutti quei Paesi satellite, Italia compresa, che dopo la caduta dei totalitarismi hanno mostrato incertezza circa il loro posizionamento geopolitico. <strong>L’idea è semplice, se coercizione fisica (quindi militare) ed economica falliscono, allora può valer la pena impiegare strumenti di condizionamento di carattere culturale, tecnologico e terroristico</strong>. I quali, per loro natura, non vengono percepiti immediatamente come invasivi, nonostante esercitino spesso un potere pari se non superiore a quelli di natura coercitiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed in effetti, l’ammirazione per il capitalismo e per lo stile di vita della società occidentale (ovvero quella a stelle e strisce) crebbe molto sia durante la Guerra Fredda, sia dopo la caduta del comunismo, tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo. <strong>Tant’è che molte delle democrazie sviluppatesi dopo la Seconda Guerra Mondiale hanno preso ispirazione dalle democrazie occidentali allora più influenti</strong> (Usa e Regno Unito in testa). Ma il passaggio al XXI secolo ha comportato un capovolgimento di scenario, il quale pone oggi in discussione quel sodalizio instauratosi tempo fa tra diplomazia tradizionale di stampo occidentale e il soft power.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Che cos’è il soft power?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Un Paese può ottenere i risultati che desidera nella politica mondiale perché altri Paesi – ammirandone i valori, emulandone l’esempio, aspirando al suo livello di prosperità e apertura – vogliono seguirlo. In questo senso, è anche importante stabilire l’agenda e attrarre altri nella politica mondiale, e non solo costringerli a cambiare minacciando la forza militare o sanzioni economiche. Questo soft power – convincere gli altri a volere i risultati che desideri tu – coopta le persone anziché costringerle.”</em> Questa è la definizione e il meccanismo del soft power spiegato da <strong>Nye Joseph</strong> e finché il mondo è stato unipolare (salvo la parentesi dell’URSS), dietro l’influenza dell’egemone c’erano solo gli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi però il mondo è diviso in almeno due blocchi: <strong>da una parte ci sono le democrazie di vecchio conio e dall’altra i nuovi regimi autoritari, i quali condividono tra di loro un unico grande comun denominatore, ovvero ristabilire la natura multipolare dei rapporti di forza geopolitici</strong>. Cina, Russia, Arabia Saudita, Turchia, India e molti altri Paesi, che tra l’altro si sono astenuti durante il voto dell’Assemblea Generale <a href="https://unric.org/it/lassemblea-generale-vota-per-sospendere-la-russia-dal-consiglio-dei-diritti-umani/">dell’Onu (chiamata ad esprimersi sulla sospensione della Russia dal Consiglio dei Diritti Umani per quanto accaduto nel conflitto in Ucraina</a>) pretendono il loro posto alla tavola dei potenti e non più da paria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La natura del potere d’influenza di questi nuovi attori geopolitici è presto spiegata attraverso due esempi, il primo è quello della guerra commerciale, tuttora in corso, tra Cina e Stati Uniti (che nell’era Trump accelerò in modo dirompente coi i dazi e il caso <a href="https://www.huffingtonpost.it/esteri/2022/10/06/news/la_sfida_segreta_del_gigante_cinese_huawei_alle_sanzioni_usa-10358963/">Huawei</a>), il secondo, invece, riguarda il ricatto del gas e del grano imposto dalla Russia dopo le sanzioni varate dall’Ue e l’intero blocco Occidentale per fermare l’invasione dell’Ucraina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel primo caso, quello della <strong>guerra commerciale tra Cina e Usa</strong>, le due potenze si sfidano ancora oggi, giorno dopo giorno, per affermare quale sia il miglior sistema per affrontare le sfide globali e cercano, in modalità perlopiù diplomatica (fatta eccezione per l’incognita di Taiwan), di vincersi a vicenda. Ad oggi, salvo le tensioni innescate dagli annunci, la guerra viene portata avanti con microchip, acquisto di titoli di Stato e container. Caso diverso, invece, è quello Russo, ove vi è anche il sostegno militare da parte dell’Occidente nei confronti dell’Ucraina e per questo uno scontro commerciale ben più serrato. <strong>Entrambi questi esempi mostrano come il soft power americano resti attrattivo solo per alcuni Paesi del mondo e venga del tutto rispedito al mittente in altri i quali, a loro volta, esercitano il proprio</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo scontro globale è propriamente un conflitto tra due mondi e altrettante visioni differenti, in cui l’ammirazione reciproca ha ceduto il passo a uno scontro acceso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’arma degli influencer: il soft power che non ti aspetti</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le armi più potenti e allo stesso tempo più furtive nelle mani delle autocrazie ci sono gli influencer, che altro non sono che un aggiornamento 2.0 dei film americani post Seconda Guerra Mondiale. Come riportato dal <strong>Fatto Quotidiano</strong>, in un articolo di <strong>Giulia Pompili</strong>, “<em>Un nuovo studio condotto da Fergus Ryan, Daria Impiombato e HsiTing Pai e pubblicato dall’australian strategic policy institute, uno dei think-tank più importanti per quanto riguarda gli a</em><em>ff</em><em>ari cinesi, svela i rapporti tra quelli che potrebbero sembrare semplici cittadini cinesi che usano internet per nazionalismo e veri dipendenti della propaganda.” </em>D’altronde chi mai penserebbe che dietro a un video di cucina o sui costumi cinesi si nasconda in realtà il manifesto di propaganda del Partito Comunista? Eppure, succede, come dimostra il blocco da parte di Twitter dell’account di @Xinjiangguli perché fonte di disinformazione. Ed in questo solco si muove anche l’Arabia Saudita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un’inchiesta, anch’essa pubblicata dal <strong>Fatto Quotidiano</strong> a firma di <strong>Yunnes Abzouz</strong>, viene raccontato come attrici e attori, travel blogger modelle e persino calciatori si siano prestati a viaggi in Arabia Saudita, dietro lauto compenso, per incensare l’immagine del Paese da cui è venuto il mandato per la morte del giornalista dissidente <strong>Khashoggi</strong>. D’altronde, <em>“se l’Arabia Saudita, per promuovere i suoi siti turistici, ha deciso di fare ricorso alle star di Instagram, invece di usare forme di pubblicità più tradizionali, è perché il regno gode di cattiva reputazione e quindi non può permettersi il lusso di una comunicazione più convenzionale.”</em>. In tal senso emerge con forza l’azione persuasiva del soft power a mezzo influencer, la quale può essere accoppiata al terrorismo, come emerge dall’analisi del quadro geopolitico africano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In <strong>Burkina Faso</strong> siamo già al secondo colpo Stato in meno di un anno. Il primo, condotto da colonello Paul <strong>Henri Demiba</strong>, mentre il secondo è stato portato a termine da <strong>Ibrahim Traoré</strong>. Ed è dietro a quest’ultimo che sembra celarsi la mano dell’oligarca russo <strong>Yevgeniy Prigozhin</strong> e della Wagner (l’esercito di mercenari al soldo di Putin). Il modus operandi, come riportato da <strong>Andrea Lanzetta</strong> su Tpi, è lo stesso adottato in altri Paesi africani del Sahel, come il Mali. Scrive Lanzetta <em>“come certifica anche un’inchiesta di Jeune Afrique, Mosca sfrutta diversi influencer che si battono contro il colonialismo</em> […]. <em>Le legittime battaglie di questi influencer e attivisti sono rivolte contro il vecchio colonialismo, soprattutto di matrice francese, tesi che Putin riesce a sfruttare per i propri scopi espandendo la sua influenza in Africa”</em>. L’obiettivo dell’azione russa è lo stesso che perseguì la Cina con i vaccini contro il Covid: ottenere l’accesso a risorse naturali in cambio di tecnologia ed appoggio militare (con i militari, com’è in Libia). Sempre Lanzetta chiarisce come <em>“in un rapporto del Center for Strategic &amp; International Studies la Russia sembra ricorrere al gruppo Wagner più come mezzo per garantirsi l’accesso a porti, aeroporti e risorse naturali in Africa allo scopo di finanziare le proprie attività che come forza efficace sul campo di battaglia”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il ruolo della diplomazia</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tutti questi casi dimostrano come l’appeal delle democrazie stia cedendo il passo alle autocrazie ed il loro soft power</strong>. D’altronde, come dimostra il caso dei vaccini anti Covid-19 e quello delle compensazioni economiche per il cambiamento climatico, <strong>è evidente come oggi la democrazia arrivi troppo spesso in ritardo e come la sua azione possa alle volte persino essere ribaltata dalle autocrazie</strong>. Si pensi ad esempio alle sanzioni per fermare la guerra in Ucraina, o ai divieti di inquinamento previsti per Cina e India (grandi assenti della Cop 27). Rispetto al mondo unipolare post caduta del muro di Berlino, oggi è in corso un’ascesa delle autocrazie, le quali utilizzano gli stessi mezzi utilizzati in passato da Stati Uniti, Regno Unito e Francia, ma con maggiore efficacia, almeno per quanto riguarda l’uso del soft power. <strong>Troppo a lungo ci si è dimenticati che lo scontro tra potenze non riguarda solo il piano economico e militare, ma coinvolge direttamente le popolazioni, le quali hanno bisogno di una narrazione efficace che dia un senso al loro sforzo</strong>. Soprattutto oggi, in un contesto dove il rallentamento della globalizzazione si fa sentire con maggior vigore e crescono quasi ovunque tensioni sociali prive di argine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che modalità verrà quindi utilizzata nel prossimo futuro dalle potenze mondiali per raggiungere i propri obiettivi? <strong>Il parere di chi scrive è che il soft power delle democrazie stia perdendo forza giorno dopo giorno</strong>. In quei paesi sottosviluppati dove in passato il capitalismo e l’asse atlantico hanno o avrebbero potuto avere enorme forza, il soft power è in effetti ancora un’arma adeguata ma <strong>vincente per le nuove autocrazie</strong>, in primis la Cina. D’altra parte, la diplomazia rimarrà centrale tra i due blocchi per evitare scontri più accesi (o per concluderli). Se la fine della Guerra Fredda ci aveva fatto pensare che fosse arrivata anche la fine della Storia, gli eventi recenti ci fanno ben vedere come ciò fosse una sciocchezza. La diplomazia dall’alto, quella pensata e ragionata continuerà essere centrale per gli stati occidentali che sono a rischio crisi strutturale in questa epoca storica. <strong>Guardare film hollywoodiani, credere nel sogno americano e ottenere e difendere certi diritti etici ci faranno sicuramente sentire meglio ma non ci difenderanno più davanti al Nuovo Mondo che si sta formando e che è giorno dopo giorno ci sta prendendo il posto come player centrale</strong>. Ci andrà bene lo stesso?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/11/12/il-soft-power-la-nuova-arma-delle-autocrazie/geopolitica-il-mondo-che-cambia/globalizzazione/">Il soft power: la nuova arma delle autocrazie</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>Grande Recessione, globalizzazione e politica monetaria: perché c’è chi contesta l’innalzamento dei tassi d’interesse?</title>
		<link>https://ilcaffekeynesiano.it/2022/10/28/grande-recessione-globalizzazione-e-politica-monetaria-perche-ce-chi-contesta-linnalzamento-dei-tassi-dinteresse/politica-monetaria-e-dintorni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Oct 2022 21:31:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Banche centrali]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Monetaria e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi economiche]]></category>
		<category><![CDATA[Inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[recessione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli scandali del mondo finanziario sembrano voler riportare le lancette del tempo alla Grande Recessione,...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/10/28/grande-recessione-globalizzazione-e-politica-monetaria-perche-ce-chi-contesta-linnalzamento-dei-tassi-dinteresse/politica-monetaria-e-dintorni/">Grande Recessione, globalizzazione e politica monetaria: perché c’è chi contesta l’innalzamento dei tassi d’interesse?</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Gli scandali del mondo finanziario sembrano voler riportare le lancette del tempo alla Grande Recessione, quando – a cavallo tra il 2007 e il 2008 – la bolla dei mutui subprime travolse l’economia americana e negli anni successi – con la crisi del debito sovrano europeo (2010-2011) – l’Europa. Oggi a far salire la febbre sono i fondi pensione inglesi, la speculazione sulle Crypto e sul settore tecnologico (dove <a href="https://www.nasdaq.com/market-activity/index/comp">l’indice Nasdaq</a> sta scivolando verso il basso), ma soprattutto la difficoltà nel frenare l’inflazione in un contesto geopolitico scosso dalla guerra in Ucraina e lo spettro dell’atomica. Di fronte a questo avvenire tumultuoso si è scelto di attribuire il Nobel dell’Economia (con tutti i distinguo del caso) a <strong>Bernanke, Diamond</strong> e <strong>Dybvig</strong>, invitando così gli analisti e il mercato a una riflessione sul proprio agire e sulle possibili conseguenze che le loro azioni stanno avendo sul presente. <strong>Dalla stretta delle banche centrali alle speculazioni sui mercati a spot, tutto lascia intendere che la lezione che avremmo dovuto apprendere dalle recenti crisi non è servita a granché</strong>, anzi, forse ha solo dato l’illusione che tutto sia concesso.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La Grande Recessione e la lezione che nessuno vuole imparare.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La bolla da cui scaturì la crisi dei mutui subprime fu un amalgama di avidità, di omertà e di opportunismo che lasciò un segno indelebile nella fiducia dei risparmiatori. Ed oggi è importante ripartire proprio da quel contesto per capire la mitizzazione dell’incoscienza, divenuta all’epoca driver principale dell’agire degli operatori del mercato, e le contromosse messe in campo da Bernanke, Diamond e Dybvig.</p>



<p class="wp-block-paragraph">All’inizio degli<strong> anni 2000</strong>, superata la bolla del <strong>Dotco</strong>m, il mondo si apprestava a cogliere i primi frutti della globalizzazione, ovvero, un minor costo d’importazione delle merci (prodotte perlopiù in Paesi in via di sviluppo) dovuto a minori costi di produzione, e una maggiore efficienza, il tutto accompagnato poi da tassi d’interesse bassi.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/10/immagine-1.png?w=390" alt="" class="wp-image-2034"/><figcaption class="wp-element-caption">Interest rate history Fed (<a href="https://ilcaffekeynesiano.com/www.macrotrends.net/2015/fed-funds-rate-historical-chart'%3eSource%3c/a">Credit</a>)</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">In quegli anni <strong>la Fed</strong>, infatti, <strong>scelse di mantenere bassi i tassi d’interesse per due ragioni ufficiali</strong>, la prima per <strong>riemergere più velocemente dalla bolla del Dotcom</strong> e la seconda per <strong>dare una risposta reattiva di fronte agli attacchi terroristici dell’11 settembre</strong>. Si potrebbe aggiungere che la politica monetaria espansiva fu anche dovuta all’<strong>apprezzamento che il dollaro</strong> stava subendo in quel periodo grazie agli acquisti di moneta da parte della Cina e che quindi la Fed dovesse abbassare i tassi per evitare che la valuta diventasse troppo forte. E tutto ciò, come riportato dalla <a href="https://www.consob.it/web/investor-education/crisi-finanziaria-del-2007-2009">Consob</a>, non fece altro che stimolare la cessione di denaro <em>senza se e senza ma</em> per investirlo in forme d’investimento con rendimenti maggiori: questo è il mercato. Mantenere parcheggiato il denaro in titoli di Stato e obbligazioni dalla bassa remunerazione non aveva senso; quindi, <strong>si iniziarono a cedere crediti a persone senza garanzie e in cerca di case</strong>, in un contesto – quello del mercato immobiliare americano – che all’epoca era in forte ascesa (la tipica bolla). L’aspetto interessante della <strong>Grande Recessione è che essa non sarebbe stata tale senza l’aiuto di qualche apprendista stregone</strong> che per mezzo degli strumenti di cartolarizzazione più avanzati (C.D.O – <em>Collateralised Debt Obligations</em>) e della compiacenza delle agenzie di Rating ha potuto gonfiato la bolla immobiliare a più non posso. La quantità di denaro in circolazione era ingente anche per via dell’utilizzo della leva finanziaria, resa possibile dalla cartolarizzazione immediata di prestiti che sarebbero dovuti rientrare in 10-30 anni, la quale ha permesso alle banche di esporsi per cifre ben superiori rispetto al proprio capitale, inducendo così molti a dubitare del concetto stesso di solvenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Gli istituti di credito permettono l’incontro di un particolare tipo di domanda e di offerta</strong>. Da una parte ci sono i risparmiatori che voglio mettere al riparo i propri averi (di cui però vogliono anche la disponibilità immediata alla bisogna) e dall’altra ci sono coloro che necessitano di ingenti somme (imprenditori e chiunque voglia fare investimenti sul lungo periodo di cui non ha i capitali – ad esempio per un mutuo). In mezzo ci sono gli istituti di credito che a fronte di un tornaconto (gli interessi) gestiscono la liquidità in modo tale che entrambe le parti abbiano ciò che desiderano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima e durante la crisi dei mutui subprime <strong>le banche si affidavano all’interscambio bancario per gestire le garanzie sulle posizioni aperte dagli investitori e le necessità dei correntisti</strong>, mantenendo sempre a mente che <strong>ciò che conta è essere solventi</strong> (ovvero detenere in pancia più crediti rispetto ai debiti, pur non avendo necessariamente i soldi dei correntisti nella propria pancia). Riducendo all’osso il meccanismo, tutto si regge sulla fiducia che i correntisti non si incolonnino tutti insieme agli sportelli per ritirare i propri soldi (come invece avvenne nella Grande Depressione – Crisi del ’29) e che gli investimenti non siano un buco nell’acqua (come invece accadde durante la crisi dei mutui subprime). Il crollo delle cartolarizzazioni dei CDO e di altri strumenti sintetici privi di garanzia determinò, tra il 2007 e il 2008, la perdita di fiducia tra gli istituti di credito e l’arresto del prestito interbancario (come poi capitò di nuovo nel 2011 con la crisi del debito sovrano). In altre parole, <strong>le banche non si prestano denaro se temono l’insolvenza di chi glielo chiede, e fu proprio quello che capitò a Lehman &amp; Brothers.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La banca d’investimento americana, passata alla storia come il simbolo della crisi dei mutui subprime, nell’agosto del 2008 dichiarava a bilancio <strong>28 miliardi di dollari</strong>, ma il suo sistema di finanziamento era insostenibile. Come scisse <strong>Walter Galbiati </strong>su <a href="https://www.repubblica.it/economia/2018/09/12/news/la_vera_storia_del_fallimento_lehman-205828602/">Repubblica</a>, <em>“Ciò che rendeva Lehman Brothers più inaffidabile delle altre erano i suoi investimenti immobiliari e il modo con cui si finanziava: 7,9 miliardi di “pagherò” non garantiti e, quasi 200 miliardi (197 miliardi) di pronti contro termine, i “Repo”, alla fine del primo trimestre 2008”</em>. L’aspetto più interessante di queste operazioni era il fatto che le società di revisione contabile, tra cui <strong>Ernest &amp; Young</strong> (tra le Big Four) non esplicitò mai la natura di tali transazioni e la pericolosità ad esse associata. <strong>Quando Lehman fallì, la Fed dovette intervenire con oltre 700 mld di dollari per evitare l’effetto contagio</strong>, dopo aver però scelto di far naufragare un istituto di credito ritenuto, sino ad allora, <em>too big to fail</em>. Sul perché della decisione della Fed vi furono più e più versioni, lo stesso Bernanke cambiò versione almeno due volte. Alla commissione d’inchiesta spiegò che riteneva cosa nota l’esposizione di Lehman e che quindi i risparmiatori di altri istituti si fossero già liberati dei titoli tossici, successivamente, invece, diede la responsabilità a cause di natura tecnico-legale. Ed è qui, sui perché che la crisi dei mutui subprime si riaggancia al presente.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché Bernanke, Diamond e Dybvig hanno vinto il premio Nobel per l’Economia</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><a>Diamond e Dybvig </a>hanno di fatto reso evidente l’estensione del meccanismo tra domanda ed offerta di denaro al di là dei soli istituti di credito più citati (ovvero le banche), perché esiste lo <em>shadow banking</em> e i <a href="https://st.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/100-parole/Economia/R/Repo.shtml">Repo</a>; ed hanno imposto l’unica strategia razionale da attuare di fronte a una corsa agli sportelli: <em>keep calm and whatever it takes</em>. L’esatto opposto di quello che avvenne nel ’29 e di ciò che prescrisse a suo tempo <strong>Milton Friedman</strong>. Il problema dell’approccio di Diamond e Dybvig, però, come suggerito dal premio Nobel per l’Economa <strong>Paul Krugman</strong> – dalle colonne del <a href="https://www.nytimes.com/2022/10/11/opinion/nobel-economics-bernanke-diamond-dybvig.html">New York Times</a> – è che soccorre le banche privante con i soldi degli istituti di credito centrali può portare ad un abuso, il famoso <strong>azzardo morale.</strong> Tradotto, se so che andando a sbattere non mi farò nulla, perché non farlo? Ed è su questa domanda che si aprono i problemi che coinvolgono il presente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al di là della letteratura, infatti, resta la difficoltà nel controllare e gestire efficacemente i problemi del presente, come sta avvenendo adesso con<strong> l’inflazione e i fondi pensione inglesi</strong>: <strong>due casi che spiegano perché alcune politiche monetarie possano fungere non solo da cura, ma anche da potenziale minaccia alla salute stessa</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I tassi d’interesse bassi, ad esempio, sono efficaci nel far ripartire la domanda, ma possono nascondere diverse insidie. Una di esse, come riportato da <strong>John Plender</strong> sul <a href="https://www.ft.com/content/5af5a3fb-dcaa-411d-bcdd-75af0a99fe99">Financial Times</a>, è che <strong>mantenere i tassi bassi possa</strong>, da una parte, attenuare – com’è di fatto avvenuto prima della Grande Recessione – gli effetti di una delocalizzazione della produzione in Paesi più poveri e una conseguente riduzione della domanda interna e di investimenti nei Paesi più avanzati. Ma dall’altra possa <strong>facilitare l’accesso al credito spingendo il comparto degli investimenti azzardati</strong>, come riportato da <strong>Franco Bruni</strong> – vice direttore <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tassi-zero-fine-di-unera-36094">dell’Ispi</a> – che ha scritto <em>“il guaio di tassi troppo bassi e sovrabbondante liquidità è anche quello di indurre gli operatori a investimenti con produttività media bassa e spesso molto rischiosi: <strong>un uso inefficiente delle risorse</strong>, peggiorato dalla facilitazione degli indebitamenti dei governi che ora non sarà facile sostenere”</em>. Ed effettivamente, dai <a href="https://www.global-rates.com/it/statistiche-economiche/inflazione/indice-dei-prezzi-al-consumo/hicp/eurozona.aspx">grafici sull’inflazione nella zona euro</a>, emerge come gli obiettivi di post-Volckeriana memoria non sia stati raggiunti (almeno il più delle volte – il famoso 2%), mentre sia aumentato l’utilizzo di strumenti finanziari opachi e pericolosi, soprattutto <a href="https://www.milanofinanza.it/news/schroders-gli-italiani-verso-investimenti-piu-rischiosi-202112201611049435">durante la pandemia</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tale quadro è sì pericoloso, ma non disastroso e ciò che rende il presente tumultuoso sono alcuni meccanismi che si pensava aver compreso e invece paiono ancora avvolti dalla nebbia. Si prendano ad esempio le misure della Fed in fatto di interessi. <strong>Paul Krugman</strong> era tra i promotori del piano ultra-espansivo di Joe Biden, salvo poi <a href="https://www.nytimes.com/2022/07/21/opinion/paul-krugman-inflation.html">ammettere di essersi sbagliato</a> e come lui tanti altri economisti che hanno sottovalutato il cambio di stile di vita che la pandemia ha indotto di moltissime persone. Ed è sempre <a href="https://www.nytimes.com/2022/10/06/opinion/fed-inflation-interest-rates.html">Krugman</a>, in due differenti editoriali, ad ammettere dapprima che <strong>il piano di Powell sulla stretta monetaria è già andato oltre i suoi obiettivi, innescando di fatto una recessione che c’è</strong>, anche se affetta da una sorta di jet-leg. In altre parole,<strong> ci vuole del tempo per vedere gli effetti di una stretta monetaria e continuare ad accanirsi sui tassi affinché l’inflazioni cali</strong>, così da giustificare il lassismo adottato prima che essa si palesasse (in tempo di tassi troppo bassi), risulta controproducente. Sempre <a href="https://www.nytimes.com/2022/10/14/opinion/inflation-numbers-housing.html">Krugman</a>, sottolinea poi come i modelli e gli indicatori adottati sino ad oggi per misurare l’inflazione abbiano ormai fatto il loro tempo: <em>“Basically, simple rules for assessing where inflation is right now are broken. We’re in judgment territory — and that leaves lots of room for argument.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul tema inflazionistico gli animi degli economisti sono divisi. Come racconta <strong>Andrea di Stefano</strong> in un articolo apparso sul mensile <strong>Millennium</strong>, esiste un nutrito gruppo di esperti che ritiene che <strong>quella in corso sia un’inflazione da profitto</strong>, ovvero un modo che hanno escogitato alcune società per incrementare i guadagni senza un giustificato aumento di altri indicatori (come ad esempio i costi). Ed a tal proposito, economisti del calibro di <strong>Piketty</strong> e <strong>Stiglitz</strong> continuano a insistere affinché <strong>si introduca una minimum tax globale al 25% sulle grandi aziende</strong>. Altrimenti il rischio è che il colpo assestato dall’incremento dei tassi delle banche centrali e la ventura recessione colpisca sempre i soliti noti, in un mondo, quello d’oggi, dove la disuguaglianza continua imperversare e per questo il ritorno alla parentesi sulla finanza malata è d’obbligo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Mercati e istituzioni continuano a calciare più in là lattina</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il tessuto degli istituti di credito non si è ancora del tutto ripreso dalla Grande Recessione (come dimostra il caso <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2022/05/06/monte-dei-paschi-di-siena-15-anni-difficili-tra-crisi-e-risanamenti_38e70961-4ea3-4a41-a027-175c4b7b68bd.html">MPS</a>) e la situazione in cui versano importanti banche (tra di esse <a href="https://tg24.sky.it/economia/2022/10/04/credit-suisse-crisi-default#10">Credit Swiss</a> e <a href="https://www.trend-online.com/bitcoin/credit-suisse-deutsche-crisi-cosa-succede-alle-criptovalute-se-le-banche-falliscono/">Deutsche Bank</a>). <strong>Non c’è chiarezza sull’efficacia degli strumenti messi in campo per fronteggiare l’inflazione, come illustrato da Krugman, e la politica monetaria molto bassa per un periodo tempo così lungo ha incentivato investimenti rischiosi contro cui è stato fatto troppo poco per impedire effetti contagio sul mercato</strong>. In uno scenario così congeniato il crollo del Nasdaq e i timori che il Metaverso e altre iniziative delle big tech facciano un buco nell’acqua c’è e ci dice che la situazione potrebbe franare velocemente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che l’attribuzione del premio Nobel per l’Economia acquisisce un senso. <strong>Bernanke, Diamond e Dybvig avevano già illustrato i rischi a cui si andava incontro dopo le crisi degli anni ’80 e 2000, ma poco è stato fatto</strong> e l’azzardo morale non è stato efficacemente frenato da nuove regole, anzi, una politica monetaria espansiva ha forse favorito gli appetiti degli speculatori. Ed oggi si ripropone di nuovo il problema che tolse il sonno ai banchieri centrali durante la crisi dei mutui subprime e successivamente in quella del debito sovrano: salvare i risparmiatori sapendo che gli speculatori la faranno franca, oppure lasciare che una si manifesti una depressione di dimensioni epocali per ripartire (chissà come e quando)? Nel mezzo si insinua la proposta di Piketty e Stiglitz, che però giace ancora senza eco tra i grandi del mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di</em> <em>Claudio Dolci e Roberto Biondini</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/10/28/grande-recessione-globalizzazione-e-politica-monetaria-perche-ce-chi-contesta-linnalzamento-dei-tassi-dinteresse/politica-monetaria-e-dintorni/">Grande Recessione, globalizzazione e politica monetaria: perché c’è chi contesta l’innalzamento dei tassi d’interesse?</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>Happy birthday Brexit: il disastro inglese targato Liz Truss</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Oct 2022 01:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Happy Birthday Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Liz Truss]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Liz Truss ha compiuto un’impresa a dir poco leggendaria: in sole due settimane è riuscita...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/10/02/happy-birthday-brexit-il-disastro-inglese-targato-liz-truss/geopolitica-il-mondo-che-cambia/happy-birthday-brexit/">Happy birthday Brexit: il disastro inglese targato Liz Truss</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">Liz Truss ha compiuto un’impresa a dir poco leggendaria: in sole due settimane è riuscita a far crollare la sterlina, far schizzare i titoli di Stato e minare fortemente la credibilità di uno dei Paesi più importanti del mondo. E non contenta, ha persino quasi innescato una crisi finanziaria il cui epilogo avrebbe potuto trascinare l’Europa intera, e forse con essa il mondo Occidentale, in un baratro ben peggiore rispetto a quello che scaturì dal fallimento di Lehman Brothers. Per fortuna le banche centrali funzionano ancora ed agiscono in modo indipendente rispetto agli orientamenti politici, ma l’economia inglese farà fatica a riassorbire il colpo inferto da Truss e Kwarteng. Visti i sondaggi, è possibile che se si andasse a elezioni anticipate i Tory sarebbero lontano dal potere per molto tempo (salvo miracoli).</h2>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Ma che cosa è successo e qual è l’insegnamento che si può trarre dall’esperienza britannica?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto è iniziato con <a href="https://tg24.sky.it/mondo/2022/07/08/boris-johnson-scandalo-pincher-cosa-e-successo#04">le dimissioni anticipate di Boris Johnson</a>. L’astro nascente del partito conservatore era riuscito a mantenere la guida del governo nonostante gli inciampi sulla gestione pandemica, la Brexit e i Covid Party da lui stesso organizzati, mentre in tutto il Regno Unito vigeva l’obbligo di non uscire di casa. Ma è crollato sullo scandalo Pincher. L’ex <strong><em>deputy chief whip,</em></strong> e fedelissimo di Johnson, finì sul The Sun, l’estate scorsa, per aver palpeggiato due uomini, un comportamento recidivo, visto che già nel 2019 Pincher era stato accusato di fatti simili, di cui Johnson era a conoscenza, ma a cui non seguirono provvedimenti. Finita la stagione di Johnson i Tory ha promosso Liz Truss, il cui stile, modo di parlare e pensare richiama subito alla memoria l’immagine di Margareth Thatcher, la Lady di Ferro; ricordata, insieme a Reagan, per le posizioni ultraliberiste a favore dei ceti più abbienti e i tagli al welfare state. <strong>Tutti questi elementi di contorno aiutano a capire le mosse compiute da Truss, che colta da un delirio di onnipotenza e la necessità di emulare quanto prima i passi del suo idolo ha quasi rischiato di trascinare il mondo intero in una recessione senza biglietto di ritorno</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giunta al numero 10 di Downing Street, insieme al cancelliere Kwarteng, Truss ha da subito annunciato un piano imponente per rilanciare il Paese attraverso uno shock dell’economia inglese; e già su questo è importante aprire una parentesi. A seguito della Brexit, infatti, il Regno Unito aveva subito un vistoso rallentamento della propria economia, dovuto al fatto che il suo principale acquirente (ovvero l’Ue), non ha più acquistato le merci britanniche alle stesse condizioni di prima. Questo ha fatto crollare l’export made UK e appesantito le ferite economiche inferte dal Covid, tanto che l’inflazione britannica, nonostante tutto gli sforzi di Bank of England (BoE) ha galoppato più velocemente rispetto a quanto non avvenuto in Ue (<a href="https://www.bankofengland.co.uk/knowledgebank/will-inflation-in-the-uk-keep-rising">in ottobre è stimato che salga all’11%</a>). Truss ha quindi dovuto gestire sin da subito un’eredità pesante, ma frutto delle scelte del suo partito, e forse, anche per questo, ha pensato di imprimere subito un cambiamento drastico, che però si è rivelato un buco nell’acqua.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il taglio delle tasse britannico.</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">L’idea partorita dall’erede delle Thatcher era semplice: se tagliamo le tasse e i vincoli per chi può spendere (imprese e privati), allora questi si daranno da fare, spingeranno la domanda, assumeranno e lasceranno sul terreno così tante briciole da poter distribuire qualcosa anche a chi non ha nulla (ovvero i ceti più poveri). D’altronde fu questa la ricetta di Thatcher e Reagan, ma il contesto era diverso e l’attuazione pure. <a href="https://www.ft.com/content/1ace8d42-f3ee-4fdd-a103-5cd4234e8c42"><strong>Truss ha infatti scelto di vare un vasto piano di taglio delle tasse</strong></a><strong> (da 45 miliardi di £) e uno di calmierazione delle bollette (da 65 mld £), andando a deficit e senza ridurre il welfare state</strong>. Una mossa questa, che ha irritato i mercati già preoccupati dagli effetti della Brexit, della guerra in Ue e dai colli di bottiglia che ancora bloccano le produzioni in tutto il mondo. Un primo errore è stato quindi quello di vendere all’opinione pubblica una “mini-finanziaria” (così è stata chiamata e le parole nel contesto economico hanno un loro peso) senza specificare gli effetti, i costi complessivi (che <a href="https://www.internazionale.it/notizie/alessandro-lubello/2022/10/04/regno-unito-tasse-truss">secondo l’Institute for fiscal studies, ammonterebbero a 120 mld £</a> da qui al 2025) e ridurre la spesa pubblica, già alta a causa della pandemia. Da qui la reazione dei media e dei mercati è stata muscolare e dettata dall’inaffidabilità del partito Conservatore nel selezionare la propria classe dirigente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’opinione pubblica si è indignata per il dito senza vedere la Luna. <strong>Dopo tutto, il messaggio che ha avuto più presa sui media britannici e quelli europei è stato quella decisione di ridurre l’aliquota, dal 45 al 40%, sulle persone fisiche che dichiarano di più di 150.000 £ all’anno</strong>. Nessuno nel Regno Unito, infatti, sentiva la necessità di aiutare chi già se la passa bene, però questa misura avrebbe impattato solo per un controvalore di 2 mld di £ (su un pacchetto da 45 mld £). Truss, infatti, aveva, e tuttora ha, concentrato i suoi sforzi altrove, <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2022/oct/04/liz-truss-kwasi-kwarteng-chancellor-u-turn-tax-cuts-public-services-benefits">come riporta correttamente l’ex Premier Gordon Brown sul The Guardian</a> qualche giorno fa: “…<em>Nonostante abbia abbandonato il taglio delle tasse di aliquota massima, <strong>il cancelliere,</strong> <strong>Kwasi Kwarteng, ha lasciato intatti 43 miliardi di sterline dei suoi tagli alle tasse di 45 miliardi di sterline.</strong> Sta ancora raddoppiando gli omaggi esentasse a coloro che hanno opzioni su azioni, tagliando 1 miliardo di sterline dalle tasse sui dividendi e sanzionando un libero per tutti nei bonus dei banchieri. Sta anche portando avanti la sua carta degli evasori fiscali: 2 miliardi di sterline per i dipendenti che possono dichiararsi lavoratori autonomi. Sono ancora in vigore i 2 miliardi di sterline che ha stanziato per gli acquisti esentasse per i turisti stranieri e i 19 miliardi di sterline di tagli alle tasse sulle società, che secondo Rishi Sunak non hanno fatto nulla per gli investimenti…il cancelliere potrebbe anche consegnare miliardi ai magnati del petrolio e del gas.”</em>. E già da questo resoconto si capisce come<strong> la natura della politica fiscale britannica non sia stata per niente scalfita dalle reazioni dell’opinione pubblica</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La reazione dei mercati</strong> <strong>all’annuncio di Liz Truss e di Kwarteng</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">I mercati, d’altro canto, hanno colpito il Regno Unito sapendo di poter fare male in virtù di un piano economico scritto velocemente giusto per dare in pasto qualcosa all’opinione pubblica e affermare la propria linea. Subito dopo l’annuncio di Truss e Kwarteng il rendimento sui titoli inglesi è schizzato verso l’alto, tanto che i titoli a 10 anni avevano raggiunto il 4,25% e quelli a 30 il 5%. Nel frattempo, 1.700 mld di £ in fondi pensione britannici hanno iniziato a scivolare verso il baratro in virtù di continue richieste di <em>margin-call</em> da parte dalle società di clearing (come riportato da <a href="https://www.milanofinanza.it/news/uk-liz-truss-ha-sfiorato-una-lehman-brothers-europea-ma-la-premier-conferma-il-taglio-delle-tasse-202209291154118192">Milano Finanza</a>). <strong>In sintesi, i soldi delle pensioni inglesi sono investiti perlopiù in titoli di stato (esteri e nazionali) e il repentino aumento dei tassi ha reso insostenibili molte posizioni sul mercato</strong>. Il problema è che proprio perché ingordi di titoli del tesoro, i fondi pensionistici britannici hanno in pancia anche i Btp italiani, e quindi il crollo degli uni avrebbe chiamato in soccorso gli altri in una spirale simile a quella innescata dalla bolla finanziaria della Grande Recessione, ma con un’importante differenza di fondo: qui a fallire sarebbe stato il debito sovrano delle economie del G7 e non il mercato immobiliare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fronte alle richieste di emissione di nuovo debito da parte dei fondi pensionistici, <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2022/09/28/bank-of-england-intervento-demergenza-sui-bond_c8328000-a4d6-41c1-8c3f-b5ec69fe1a84.html">BoE ha deciso di intervenire con un acquisto emergenziali</a> di titoli, pari a 65 mld di £. È scontato il motivo imminente di questa scelta da parte della Banca Centrale: sul mercato i titoli di debito britannico scontavano la politica estrema di Truss, con tassi d’interesse che sono volati alle stelle (e di riflesso prezzi di questi ultimi in crollo) e conseguente rischio di vendita massiva sul mercato secondario dei titoli. La famosa e famigerata “speculazione” che altro non è la difesa dei portafogli di fondi, assicurazioni e banche commerciali, intermediari finanziari dei risparmi dei cittadini. Ma non è difficile intuire che questa politica di acquisto titoli getti benzina sul fuoco per quanto riguarda l’inflazione: infatti, comprare titoli da parte di Bank of England significa pompare liquidità (denaro) in un’economia già stremata dall’aumento generale dei prezzi. Una mossa, quella di salvare il debito inglese, che si scontra quindi con l’obiettivo primario di stabilizzare l’inflazione. <strong>Siamo proprio all’interno di un cortocircuito dal quale per i conservatori inglesi è difficile uscire.</strong> <strong>Con le sirene di un clamoroso ritorno di Boris Johnson sulla scena.</strong></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La perdita di consenso</strong> <strong>del partito Conservatore</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono voci di lettere di sfiducia già partite all’indirizzo della premier: certo, una nuova sfida per la leadership non sembra alle viste, ma i conservatori temono che Liz li abbia portati subito a sbattere. Lei sapeva di avere a disposizione poche settimane per imprimere una svolta<a href="https://www.corriere.it/economia/finanza/22_settembre_22/borse-europee-rosso-la-fed-milano-14percento-apertura-seduta-d5afca6c-3a47-11ed-b03d-1f9e636121b9.shtml"> di fonte a una crisi economica che morde le tasche dei cittadini</a>, ma la strategia scelta assomiglia tanto a una missione suicida. Intanto, il gradimento del nuovo primo ministro britannico è&nbsp;al minimo storico. Secondo un nuovo sondaggio di Redfield &amp; Wilton Strategies realizzato il 5 ottobre, è<strong>&nbsp;il più&nbsp;basso mai registrato in assoluto fra i primi ministri.</strong> Solo il 15% degli intervistati apprezza la nuova inquilina di Downing Street e, fra l’elettorato conservatore, un esiguo 25% ha fiducia in lei. Il momento del suo possibile rilancio, due giorni fa, con&nbsp;<a href="https://www.agi.it/estero/news/2022-10-05/regno-unito-truss-ai-tory-giorni-tempestosi-18333429/">un discorso alla conferenza nazionale del partito conservatore</a>, non ha sortito i risultati sperati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intanto Truss cerca la sponda d’oltre manica chiamando in causa l’UE (!). <a href="https://www.bbc.com/news/uk-politics-63167530">Il primo ministro inglese ha definito Emmanuel Macron un “amico”</a> mentre annunciava l’intenzione di lavorare insieme alla prima riunione di un nuovo club politico delle nazioni. Strategia per recuperare consenso? Ricerca di partner in Europa? Sembra comunque un appello disperato di aiuto, di salvezza da un pantano londinese tutto voluto, ma con grande incoscienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Di Claudio <strong>Dolci </strong>e Roberto <strong>Biondini</strong></em></p>
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		<title>La manovra che verrà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Sep 2022 07:11:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Draghi]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli italiani hanno deciso, fuori Draghi e dentro Meloni. Il successo della coalizione di centrodestra...</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">Gli italiani hanno deciso, fuori Draghi e dentro Meloni. Il successo della coalizione di centrodestra era già stato anticipato da numerosi sondaggi, ma ora ad aspettare la probabile neo-premier ci sono gli altrettanti i numerosi dossier economici aperti e in gran parte contraddistinti dal segno negativo. D’altronde, il quadro macroeconomico europeo è ancora contraddistinto da un’elevata incertezza, dall’esplosione dei prezzi energetici e dall’instabilità politica.</h2>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’Europa tira dritto a prescindere dal futuro esecutivo italiano</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Dal fronte europeo la prima a richiamare tutti all’ordine è Christine Lagarde, la quale ha annunciato che a breve la Bce dovrà aumentare ancora i tassi d’interesse. E ciò significa che vi sarà un aumento del costo del debito pubblico italiano, per via del crescere degli interessi, e che anche per le imprese sarà più difficile reperire i denari necessari a finanziare le loro attività. La mossa della Bce è obbligata dal contesto congiunturale, come <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2022/09/26/bce-lagarde-prevediamo-nuovi-rialzi-dei-tassi-di-interesse.-le-prospettive-economiche-si-stanno-facendo-piu-fosche_a9f352bf-dcd9-4aa6-a19c-e2c4bf50bf43.html">ribadito da Lagarde stessa</a>: <em>“<strong>le prospettive si stanno facendo più fosche</strong>. L’inflazione rimane troppo alta ed è probabile resterà sopra i nostro target per un periodo esteso di tempo”</em>. Tuttavia, il costo da pagare per fermare l’inflazione è il raffreddamento della domanda interna all’eurozona e quindi della ripresa post-pandemica. D’altro canto, il mancato accordo sul <em>price cap</em> europeo impedisce di raffreddare la speculazione sul prezzo del gas, a cui si aggiungono il rallentamento dell’economia cinese e gli ancora persistenti colli di bottiglia, che nell’insieme di certo non aiutano a sedare un’inflazione ancora imperturbabilmente al galoppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sempre con l’Europa <strong>Meloni </strong>dovrà ancora andare d’accordo per un po’, viste le imminenti scadenze del Pnrr. Da <strong>Bruxelles </strong>son infatti ora in arrivo i 24 mld, relativi alla seconda tranche del Pnrr (che ne complesso ne stanzia oltre 190), ma a dicembre dovranno essere centrati 55 obiettivi (di cui 29 già raggiunti dall’esecutivo Draghi e 26 <em>ben avviati</em>) per ottenerne altri 21,8 mld. Il che significa che, almeno per il momento, non sono possibili quelle modifiche al Pnrr tanto invocate dalla coalizione di centrodestra. L’unica scappatoia che Bruxelles potrebbe concedere alla coalizione guidata da Meloni, come riportato dal <strong><em>Sole24 Ore</em></strong>, riguarderebbe una o più deroghe su quelle opere i cui costi sono stati stravolti dall’impennata dei prezzi, ma oltre a questo i margini sono troppo stretti. Occorre poi ricordare come per i vertici amministrativi alla guida del Pnrr non sia previsto il collaudatissimo spoil system, con i quali vengono da sempre sostituite le persone alla guida di numerose istituzioni italiane, a partire dai Media statali.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Terminata la rassegna europea si passa al fronte domestico, quello più caldo.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il governo <strong>Draghi </strong>ha stanziato complessivamente 66 mld di euro contro i rincari, ma molte misure scadranno a breve e dovranno essere rinnovate, altrimenti gli italiani si ritroveranno all’improvviso in un incubo occultato da misure a pioggia. Calcolatrice alla mano, per la <strong>Nadef </strong>serviranno tra i 40 e i 50 mld di euro: non proprio un inizio di legislatura in pompa magna. Questi miliardi serviranno a rifinanziare il taglio degli oneri di sistema sulle bollette di gas e di luce, a sforbiciare il cuneo fiscale, a ridurre di 30,5 centesimi il prezzo al litro dei carburanti ed infine a sostenere i crediti d’imposta per le imprese costrette a fronteggiare bollette alle stelle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non va poi dimenticata un’urgenza prossima relativa alla CIG. La riforma <strong>Orlando</strong>,partita a gennaio, prevede la CIG onerosa per le aziende e rigidi tetti alla durata, come riporta il <strong><em>Sole 24 Ore</em></strong>. Molte imprese, però, hanno esaurito il plafond e per questa ragione già 400 milioni di ore di deroga sono stati inseriti per evitare una catastrofe sociale. Nel frattempo, l’Istat dichiara l’aumento delle ore in cassa integrazione e la richiesta di sussidi di disoccupazione. Inoltre, le stime per il mercato del lavoro sono tutt’altro che rosee. Una bomba ad orologeria aleggia per il Bel Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal canto suo, <strong>Meloni </strong>potrà contare su almeno un asso nella manica, ovvero l’extra-gettito lasciatole in eredità da Draghi e relativo ai mesi di settembre, ottobre e novembre. L’aumento dei prezzi ha infatti fatto registrare un surplus nei conti pubblici, che però ora si scontrerà con maggiori costi per il personale e le pensioni. Basterà quindi questo tesoretto a far dormire sonni tranquilli a <strong>Meloni </strong>e Company?</p>



<p class="wp-block-paragraph">No, perché all’equilibrio dei conti pubblici italiani manca ancora il calcolo delle misure promesse in campagna elettorale dal centrodestra, le quali, come riportato da <strong><em>Pagella Politica</em></strong>, sono perlopiù prive di coperture e molto costose […]. Senza fare deficit, che altrimenti comporterebbe un primo passo falso nei confronti del mercato e delle istituzioni europee, la Meloni sarà costretta a proseguire il suo mandato all’insegna della sobrietà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La coalizione di centrodestra, sempre ammesso che non si sfaldi nel tragitto per il <strong>Colle</strong>, riuscirà a dimostrare di essere davvero a pronta a governare, oppure ci attenderà un 2011 bis?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Redazione il Caffè Keynesian</em>o</p>
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		<title>In gas veritas. Come nasce la dipendenza dal gas russo e dove ci porterà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Sep 2022 00:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie fossili]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Gas]]></category>
		<category><![CDATA[Price Cap]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di chi è la colpa della dipendenza dal gas russo e quale governo ha contribuito...</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">Di chi è la colpa della dipendenza dal gas russo e quale governo ha contribuito maggiormente? Con l’aumento dei prezzi del gas, dovuti sia al disallineamento tra domanda e offerta (blocco dei gasdotti russi) sia alle speculazioni borsistiche (Ttf), è partito l’ormai classico scarica barile tra le forze politiche. Dapprima ad attaccare è stata la destra, con Berlusconi, che dalle colonne del Corriere ha rivendicato i successi dei suoi governi, da qui il contrattacco da sinistra. Ma di chi è davvero la responsabilità?</h2>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le accuse della destra</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">In un’intervista rilasciata al <strong>Corriere della Sera</strong> (il 31 Agosto), <strong>Silvio Berlusconi</strong> ha dichiarato: <em>«Con il mio ultimo governo, all’inizio del 2011, avevamo ridotto la quota del gas russo al 19,9 per cento. Tre anni dopo, all’inizio del 2014, con il governo Letta la dipendenza dalla Russia era salita al 45,3 per cento: più del doppio. Con il governo Conte nel 2019 ha raggiunto il livello record del 47,1 per cento»</em>. <strong>I dati riportati dal Cavaliere sono imprecisi, come dimostrato dalla ricostruzione di <a href="https://www.pagellapolitica.it/fact-checking/importazioni-gas-russia-berlusconi">Pagella Politica</a>, ma nel complesso dicono il vero.</strong> La dipendenza da Gazprom ha effettivamente ripreso a correre molto velocemente dopo la caduta dell’ultimo governo Berlusconi, anche se una tendenza all’aumento era già in essere nel 2011, con le importazioni al 27% e non il 19,9% (un dato questo, relativo al 2010).</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://associazionespaziomilano.files.wordpress.com/2022/09/immagine.png?w=480" alt="" class="wp-image-1609"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Imprecisioni a parte, è stato sufficiente il grafico delle importazioni per fornire ad <strong>Affari e Verità</strong> la possibilità di lanciare una stoccata al Pd Lettiano, inferta per mezzo di un articolo a firma di <strong>Franco Bechis</strong>. Quest’ultimo ripercorre le tappe del post-berlusconismo rintracciando uno per uno i responsabili dell’aumento delle importazioni: <strong>Monti </strong>e <strong>Letta </strong>(i più visibili), giungendo infine a <strong>Prodi</strong> (il regista occulto). Scrive il direttore di <strong>Affari e Verità</strong>: <em>“è stato il professore di Bologna</em> – Prodi – <em>a preparare il cammino per lo sfondamento di Gazprom in Italia”</em>. Ma come? Attraverso incontri privata e bilaterali. <em>“Ai primi di gennaio</em> – racconta Bechis – <em>del 2014 Gazprom rese pubblici i suoi dati di bilancio, spiegando con soddisfazione di avere aumentato l’export verso la Ue del 20%. Ma la gemma di quel rapporto era stata proprio l’Italia di Letta (e forse di Prodi): l’export di gas verso Roma era cresciuto del 68%, più di tre volte la media europea”</em>. La ricostruzione di Bechis collima con le parole di Berlusconi e col grafico sull’andamento delle importazioni, ma elude le ragioni sottostanti a quegli accordi.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Ciò che la destra non dice sul gas russo</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo grande escluso dal dibattito sul gas è il contesto geopolitico. <strong>Negli anni in cui si è scelto di affidarsi a Gazprom, nel nord d’Africa si stava via via diffondendo quella che poi verrà chiamata la primavera araba</strong>. Tunisia, Egitto, Libia e Yemen erano attraversate da proteste civili, molto violente, le cui ragioni erano sia economiche (l’inflazione aveva raggiunto livelli allarmanti, colpendo i generi alimentari e quindi soprattutto le fasce più deboli), sia politiche (con la richiesta di maggiore democrazia). Si temeva il tracollo delle autocrazie e con esse dei contratti con le aziende del comparto energetico, così ci si guardò attorno, verso altri partner. Il problema è che già all’epoca, come riportato da <a href="https://formiche.net/2022/07/gas-russo-politica-italiana-mayer/">Formiche.net</a>, <strong>la Russia possedeva&nbsp;ambizioni geopolitiche tutt’altro che innocue</strong>: nel 2009, Gazprom (per mano del governo) aveva iniziato quello che oggi potremmo definire come l’incipit della guerra in Ucraina, ponendo uno stop arbitrario alle industrie ucraine. Come riportato da <strong>Marco Mayer</strong> <em>“In Europa si reagisce avviando </em><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/le-guerre-del-gas-tra-russia-e-ucraina_%28Atlante-Geopolitico%29/"><em>un processo di diversificazione dei paesi</em></a><em> di provenienza per ridurre la dipendenza dal gas russo. In Italia (e in Germania) NO”</em>. Questa difformità rispetto alle mosse degli altri membri dell’Ue può essere spiegata, come fa Mayer, studiando la ramificazione di Gazprom a seguito delle liberalizzazioni che hanno coinvolto l’Italia dell’epoca. <em>“A partire dal 2008</em> – scrive Mayer – &nbsp;<em>Gazprom raggiunge un accordo per </em><a href="https://www.energyintel.com/0000017b-a7b4-de4c-a17b-e7f68eec0000"><em>l’acquisto di <strong>ENIA</strong></em></a><em>, sigla una </em><a href="https://www.reuters.com/article/gazprom-italy-idUKLP18138720080925"><em>intesa con <strong>A2A </strong></em></a><em>e&nbsp;<strong>GazpromBank e GazpromExport</strong>&nbsp; assumono il controllo di un importante gruppo di trading: </em><a href="https://www.centrexitalia.com/chi-siamo/storia/"><strong><em>Centrex”.</em></strong></a></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Responsabilità negate: l’azione geopolitica della Russia di Putin</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>A conti fatti nessun governo può dirsi né dalla parte della ragione, né da quella dei diritti, ed è quest’ultimo punto a ferire maggiormente</strong>. Già nel 2009 la Russia aveva dimostrato di considerare l’Ucraina un ostacolo, tanto da inficiarne le capacità produttive, e nel 2014 diede l’avvio alla guerra del Donbass, eppure, in entrambi i casi, l’Italia continuò ad approvvigionarsi da Gazprom con volumi via via più consistenti. Ma perché? Una risposta a questa domanda la fornisce <strong>Stefano Silvestri</strong>, Presidente dell’<strong>Iai</strong> e direttore di <strong>Affari Internazionali</strong>, che intervistato dal <strong>Riformista</strong> non lascia scampo a chiunque provi a scansare le responsabilità sulla dipendenza dal gas russo. <em>“Abbiamo cercato di andare d’accordo con tutti, facendo del cerchiobottismo la cifra del nostro agire in politica estera. E quel poco o tanto che si è fatto è andato via via scemando fino a scomparire […] <strong>c’è una politica dell’ENI, come al solito e giustamente, ma poi il vuoto</strong>”</em>. E come dare torto a Silvestri? In politica estera l’Italia segue la direzione di un’azienda privata, che ha i suoi interessi specifici, e poco altro; prova ne è il fatto che l’ultimo Ministro degli Esteri è stato <strong>Luigi di Maio</strong>. <strong>Se chiunque può dirigere la Farnesina, meglio ancora se tecnico</strong> (come sostenuto da Silvestri), <strong>allora vuol dire che la politica italiana in campo estero non esiste.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni si è lasciato che il piano inclinato facesse il suo corso, senza che Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I e II, provassero ad invertire la rotta, anzi. Si dirà che in un governo di coalizione è difficile imporre cambi di passo radicali, oppure che servono anni per anche solo avviare un processo di diversificazione; eppure, il governo <strong>Draghi</strong>, in soli quattro mesi, ha fatto quello che chi era venuto prima di lui semplicemente non aveva il polso di fare; per inciso, la Russia non è diventata un’autarchia dal 2022.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La conseguenza del cerchiobottismo italiano</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Le certezze sono entità sdrucciolevoli, perché quando si pensa di poter far affidamento su di esse svaniscono lasciando solo il vuoto dell’ignoto. Tuttavia, alla luce di quanto emerge oggi, è possibile fare qualche ipotesi molto simile a una certezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima è che<strong> la crisi inflazionistica che sta colpendo l’Ue sia differente da quella a stelle e strisce</strong>. Negli States l’inflazione galoppa, ma gli indicatori macroeconomici mostrano comunque una ripresa sufficientemente forte da poter assorbire un incremento di tassi più ampio di quello già messo in campo dalla Fed. Come ha scritto l’economista <strong>Alessandro Penati</strong>, su <strong>Domani</strong>, a luglio negli Stati Uniti c’erano due offerte di lavoro per ogni disoccupato, le imprese (dell’S&amp;P 500) avevano già iniziato a far fronte all’inflazione trasferendo i costi aumentando il margine operativo lordo e soprattutto, grazie allo scisto, petrolio e gas non hanno mai rappresentato un problema (salvo sul piano ambientale…). Per Penati, <strong>se l’Ue <em>“segue la Fed</em></strong> (nel rialzo continuo dei tassi) <em><strong>la recessione non è più un rischio, ma una certezza”</strong></em> e visto che il Tpi (lo scudo anti-spread) non è ancora mai entrato in funzione, non si sa come si comporteranno i mercati nei confronti del debito italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda certezza riguarda il fatto che <strong>nessun Paese possa davvero salvarsi da solo</strong>, un concetto questo, che fatica a giungere a destinazione. Vista la lentezza nell’approvare il debito comune europeo, negato durante la Grande Recessione, è difficile che una soluzione europea arrivi in tempo utile per salvare le imprese già adesso in ginocchio. Purtroppo, ad oggi l’Ue marcia ancora divisa sul fronte energetico, ci sono sì degli spiragli, come il tetto al prezzo del gas e lo scorporo dell’energia rinnovabile da quella prodotta col fossile sul Ttf, ma è ancora tutto avvolto da eccessiva vaghezza e lentezza. Occorre poi considerare che per gli esperti del settore energetico, <strong>Tabarelli</strong> (di Nomisma) e <strong>Scaroni</strong> (ex A.D. di Eni), il tetto al prezzo del gas è fantascienza. Lo scorporo delle fonti energetiche sul Ttf, invece, rischia (soprattutto se accoppiato a uno stop delle quote di emissione, ETS) di rallentare l’avanzata delle rinnovabili. Oggi, infatti, ci si stupisce del fatto che gas ed eolico vengano quotati allo stesso prezzo, ma come riportato anche dal <strong>Corriere della Sera</strong>, questo meccanismo in passato ha favorito l’espansione delle rinnovabili; quando il loro costo di realizzazione era sconveniente rispetto al fossile. Anche se però è corretto sostenere che, in questo periodo transitorio di alto livello dei prezzi dovuti a tensioni geopolitiche piuttosto che ad aumenti di costi di produzione, il prezzo delle energie rinnovabili debba essere sganciato da quello delle energie fossili, così da evitare una speculazione redditizia per le industrie ed onerosa per la società.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La terza certezza riguarda proprio <strong>l’inverno che ci attende.</strong> <strong>Il riempimento delle riserve di gas non ci salverà da un’ipotetica, ma assai verosimile, chiusura totale di Nord Stream e non lo faranno neppure i contratti stipulati dal governo Draghi negli ultimi mesi</strong>. Quest’ultimi purtroppo diventeranno operativi solo col tempo, mentre le riserve di gas servono perlopiù per coprire i picchi di richiesta e non per sopperire in toto alla domanda energetica interna del Paese. Un dato confermato anche dalle parole di <strong>Benjamin Moll</strong>, professore di economia alla London School of Economics, il quale ha detto <a href="https://www.milanofinanza.it/news/visto-dagli-usa-il-rischio-razionamento-del-gas-in-europa-e-limitato-ecco-perche-202208261243429517"><em>“è utile avere uno stoccaggio di gas pieno, ma anche se è pieno, dovremo ridurre la domanda”</em>.</a> Come riportato da <strong>Palombi</strong>, sul <strong>Fatto Quotidiano</strong>, la Germania non ha solo riempito le proprie riserve, ma ha anche ridotto i consumi, con l’obiettivo di fare a meno del 20% della domanda interna entro l’autunno. In Italia, invece, non si considera credibile uno stop totale delle forniture russe e pertanto si è scelto per il momento di non ridurre i consumi, che nei primi sei mesi del 2022 sono scesi di solo il 2%, contro il 15% della Germania. Anche se ad oggi qualcosa in più si sta facendo. Esiste infatti una proposta del governo di ridurre fino a 2 gradi e di un paio d’ore l’uso del gas nelle abitazioni. Un sacrificio non oneroso tecnicamente, ma politicamente scomodo da sostenere in campagna elettorale e per questo scansato dai leder politici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si dice che errare sia umano, mentre perseverare sia diabolico. Ecco, forse questa è la cifra che descrive il panorama politico italiano dove lo sport nazionale, lo scarica barile, impedisce di cogliere l’immobilismo della classe dirigente che negli anni ha ignorato il problema energetico perché priva di una qualsivoglia agenda geopolitica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/09/03/in-gas-veritas-come-nasce-la-dipendenza-dal-gas-russo-e-dove-ci-portera/geopolitica-il-mondo-che-cambia/globalizzazione/">In gas veritas. Come nasce la dipendenza dal gas russo e dove ci porterà</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>L’economista in prestito, la Politica in debito – Il governo Monti</title>
		<link>https://ilcaffekeynesiano.it/2022/08/07/leconomista-in-prestito-la-politica-in-debito-il-governo-monti/politica-italiana/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Aug 2022 08:12:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Monti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In meno di 30 anni sono già stati tre i governi tecnici che hanno dovuto...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/08/07/leconomista-in-prestito-la-politica-in-debito-il-governo-monti/politica-italiana/">L’economista in prestito, la Politica in debito – Il governo Monti</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">In meno di 30 anni sono già stati tre i governi tecnici che hanno dovuto gestire l’enorme debito pubblico italiano, che dagli anni ’80 in poi accompagna ogni esecutivo e ne condiziona le scelte. E tutte le volte che è stato istituito un governo tecnico, a guidarlo c’era sempre un’economista, prima Ciampi (’93), poi Monti (2011) e ora Draghi (2021), e c’è addirittura chi oggi ipotizza in futuro un ritorno di Tremonti a Palazzo Chigi e di Cottarelli in Regione Lombardia. Ma perché la politica italiana si lascia commissariare dall’economia e quali sono gli effetti dell’alternanza tra governi tecnici e partitici?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’alternanza tra i governi politici e quelli tecnici è stata la vera protagonista della stagione della seconda repubblica italiana. <strong>Negli ultimi trent’anni, queste due categorie di esecutivi si sono rimpallati l’amministrazione dello stato centrale con buona pace degli amanti dei governi stabili</strong>. Infatti, nonostante una iniziale propensione al sistema elettorale maggioritario, dal 1992 ad oggi si sono succeduti ben 19 governi di tutti i tipi e di tutti i colori. Ed a puntellare, o sarebbe meglio dire soccorrere, questa lunga stagione politica si sono succeduti almeno quattro governi tecnici presieduti non da politici di professione ma da economisti di fama anche internazionale: Dini, Ciampi, Monti, Draghi. <strong>Personalità “prestati” alla politica per colpa della politica</strong>; un climax ascendente di personalità tanto desiderate e volute per risolvere i problemi di una classe dirigente incapace di guidare il timone della nazione senza andare a sbattere, quanto scaricate velocemente una volta concluso il lavoro sporco. <strong>Sarebbe semplicistico demonizzare completamente il perimetro attorno a questi governi tecnici, quanto, allo stesso modo, idolatrare senza riserva degli esecutivi anomali (forse non così tanto?) che hanno solcato il terreno della Storia politica recente</strong>. Ad ogni modo, un’analisi sul come i governi tecnici si siano inseriti nella gestione dell’affare pubblico ed un paragone sulla loro gestione rispetto a quella dei governi politici contemporanei, può essere interessante e certificare un approccio diverso alle sfide quotidiane della nazione. È chiaro che ogni esecutivo rappresenti un unicum, così come un fiocco di neve non si distingue da un altro, e che quindi le sfaccettature possano essere molteplici e di infinita riflessione, ma è comunque possibile tracciare una rotta affidandosi a una qualche stella polare, individuando dei target precisi da cui suggere per capire il comportamento del Tecnico rispetto a quello del Politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un paese, come l’Italia, dove il debito pubblico è stato, ed è tutt’ora, il problema finanziario principale, dal quale a cascata ne discendono altri di valore economico, sociale e politico, un’analisi di come i governi tecnici si siano comportati, rispetto a quelli politici, nell’affrontare l’aumento del debito e del deficit è quindi, con le dovute cautele e approssimazioni, uno strumento adeguato per scoprire la visione del Politico e quella del Tecnico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questa prima ricerca, approfondiremo il caso del <strong>governo Monti</strong>, un esecutivo nato sulle ceneri dell’ultimo governo <strong>Berlusconi</strong>, quando il Belpaese era tecnicamente sull’orlo del baratro finanziario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il 16 novembre del 2011, l’ex rettore dell’università Bocconi di Milano venne nominato presidente del consiglio da parte del presidente della Repubblica <strong>Giorgio Napolitano</strong>. Dal punto di vista politico, questo governo ebbe il sostegno parlamentare più largo della storia repubblicana: solo Lega e Italia dei Valori sedettero negli scranni dell’opposizione. Nella società civile l’arrivo di Monti venne segnalato come una manna dal cielo. I giornali, anche i più polarizzati, segnalarono una svolta nel modo di fare. Scriveva, per esempio, <strong>Pretini</strong> su <strong>Il fatto Quotidiano</strong><em>: </em>“<em>Sul rigore difficile trovare passaggi a vuoto. Il governo ha impiegato una manciata di settimane per riformare le pensioni sulle quali nei diciotto anni precedenti sono caduti almeno un paio di governi</em>.” Ma anche esponenti della Lega Nord stessa (all’epoca si chiamava ancora così) celebravano alcuni provvedimenti del governo Monti. Diceva, per esempio, <strong>Giorgetti</strong> nel 2011 in Parlamento: “<em>Il pareggio di bilancio è funzionale, in una prospettiva di medio periodo valida per tutti i Paesi dell’euro, ad assicurare il rispetto dei parametri europei in termini di deficit e debito pubblico</em>.” Insomma, parole d’oro nei confronti dell’esecutivo non scarseggiavano e anche presso chi avrebbe potuto semplicemente criticare e basta. Tuttavia, alla fine della legislatura (e pure negli anni a seguire) il governo <strong>Monti</strong> è stato ripetutamente demonizzato e additato come responsabile della crisi economica del biennio 2012-2013, oltre che per la <strong>Riforma Fornero</strong>, la <strong>Legge Severino</strong> ma soprattutto l’aumento delle imposte in un periodo di crisi economica, con risultati (secondo i detrattori) pessimi per il sistema Italia. <strong>Matteo Renzi</strong>, per esempio, diceva: <em>“La cultura dell’austerity ha visto aumentare il numero di famiglie in povertà, un PIL negativo e crescere le disuguaglianze. E paradossalmente in quegli anni il rapporto debito-Pil è peggiorato perché senza crescita il debito sale, sempre.”</em> Come si usa dire in questi casi, una storia d’amore giunta alla frutta fin troppo presto, forse anche a causa dell’errore politico di <strong>Mario Monti</strong> di “salire in campo” (come amava dire lui per distinguersi da chi “scese”) togliendo chiaramente spazi alla politica tradizionale. Sta di fatto, che oggi, nei salotti dei partiti si fa fatica a trovare un esponente che celebri il mandato di Mario Monti a guida del governo tecnico del 2011, nonostante buona parte di questi personaggi lo abbiano appoggiato per lungo tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vediamo ora però più nel dettaglio l’effettivo comportamento del governo Monti verso i valori del deficit e del debito italiano durante il suo periodo di azione. Questo, anche per capire la validità o meno delle critiche sul suo conto di distruzione della produzione italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel terzo trimestre di quell’anno, il <strong>PIL italiano</strong> era sceso dello <strong>0,5 per cento</strong> e nel quarto trimestre crollò addirittura dell<strong>’1 per cento</strong>. Ma come abbiamo scritto, il governo entrò in carica a metà del quarto trimestre, si tratta quindi di problemi ereditati da una precedente gestione. <strong>Perché scese il PIL?</strong> In quel periodo il famoso spread aveva raggiunto vette mai viste (oltre i 500 punti base). Come molti sanno, ciò significava un aumento dei tassi d’interesse sui titoli di Stato e un costo quindi più oneroso del debito pubblico. In quel periodo finanziare la spesa pubblica chiedendo soldi sui mercati voleva dire pagare degli interessi altissimi. L’aumento dello spread ha effetti negativi sull’economia attraverso due principali canali. Il primo è di natura finanziaria: se tassi di interesse sui titoli di stato aumentano, tende a crescere anche il costo del denaro per banche, imprese e famiglia. Di conseguenza, le banche diventano più prudenti a prestare e razionano il credito (dandolo a chi ha più chance di essere solvente). E se i tassi d’interesse sui nuovi titoli emessi crescono, il valore di quelli già in pancia diminuiscono, offrendo questi ultimi un tasso d’interesse più basso sui mercati secondari. Di fatto, si creano buchi nei bilanci delle banche. In senso opposto, anche chi prestava denaro allo stato italiano di allora tendeva a fidarsi sempre meno proprio per via dell’aumento dello spread, fomentando così un circolo vizioso di aumento dei tassi d’interesse. Insomma,<strong> è stato quindi l’aumento dello spread insieme al calo nelle nostre esportazioni per la minore domanda che veniva dall’estero a causare la caduta del PIL nel 2011</strong>. Questo lo dice <strong>Cottarelli</strong>, uno tra i massimi esperti di economia del nostro secolo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come si è quindi comportato il governo Mont</strong>i?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’immediato, l’esecutivo rafforza i conti con misure restrittive che già <strong>Berlusconi</strong> aveva cominciato a introdurre: misure che ammontano a circa il <strong>2-2,5% del PIL</strong>, la più consistente misura restrittiva dal 1997. La conseguenza immediata è un calo della crescita economica dovuto ad un aumento delle imposte. Ma come ci segnala la statistica, il calo del PIL è rimasto nei primi trimestri 2012 in linea con i cali dei due trimestri precedenti, segno che il calo derivi comunque anche dagli alti tassi d’interesse. Avrebbe potuto fare il contrario? Cioè aumentare la spesa per rivitalizzare l’economia come teorie keynesiane spesso ci insegnano? No, questo perché <strong>l’Italia non era un Paese con i conti in ordine. Fosse stata la Germania, un aumento di debito non avrebbe avuto effetti collaterali sul suo spread, mentre si sa invece come fosse la condizione italiana in quel momento sia dello spread sia del debito</strong>. Aumentare la spesa avrebbe di fatto chiuso la porta ai compratori di nostro debito, provocando il default.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa venne allora a mancare? Sicuramente la stretta fiscale doveva essere accompagnata da un’azione diretta della BCE per calmierare lo spread. Cosa che in realtà avvenne, ma purtroppo in leggero ritardo, solamente nel luglio 2012 con il famoso “<em>whatever it takes</em>” di <strong>Mario Draghi</strong>. Il ritardo fu sicuramente dovuto all’opposizione nordica di utilizzare la banca centrale come “cassa” ma ad ogni modo, sembra inverosimile che se l’Italia non avesse imposto a sé stessa una stretta fiscale si sarebbe creata una politica monetaria centrale espansiva nei suoi confronti. Allo stesso modo, mancò un coordinamento europeo di utilizzo di debito comune per finanziare la spesa, come avvenuto finalmente con il <strong>Recovery Fund</strong>. Solamente in quella circostanza l’Italia si sarebbe potuta permettere di spendere con meno preoccupazione. Ma la cecità (e il timore) delle singole nazioni europee di allora impedì la maturazione di questo approccio.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>E nei numeri, l’azione del governo Monti cosa ha comportato?</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il rapporto deficit/PIL nel 2012 diminuì dal 3,7 al 2,9%.</strong> Il calo è avvenuto nonostante l’impennata della spesa per interessi dovuta all’aumento dello spread. Al netto degli interessi, la parte primaria del bilancio è migliorata dell’1,5%, con un avanzo primario che ha toccato il 2,1% del PIL.&nbsp; Perciò questa austerità è servita a migliorare i conti pubblici. <strong>Il debito pubblico, invece, aumentò dal 116,5% al 123,4%.</strong> Cos’era legato questo dato? A tre fattori chiave: il deficit (come appena citato) che era diminuito ma comunque alto, l’aiuto avvenuto in quell’anno per i paesi europei in crisi (Portogallo, Grecia e Irlanda) e in parte anche all’effettiva politica di austerità. <strong>È quindi vero che una politica di austerità porta ad un aumento del rapporto debito/pil</strong>. Ma si senta ancora <strong>Cottarelli</strong> sul tema: <em>“Si tratta di un effetto del breve periodo. Il motivo è che una riduzione del deficit causa una riduzione permanente della velocità a cui il debito cresce mentre causa una riduzione una tantum nel livello del PIL, ma non una riduzione del suo tasso di crescita. Insomma, se in una fase iniziale il rapporto fra debito e pil cresce per effetto di un taglio della spesa pubblica, in seguito il rapporto comincia a scendere perché il debito si accumula ad una velocità minore, mentre il PIL, dopo un calo iniziale non scende più.” </em>E di fatto, il rapporto debito/PIL si stabilizzò. Si stima che senza la stretta fiscale, il debito pubblico sarebbe salito al 142% entro il 2018, rispetto al 131%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, il governo Monti operò in una situazione di crisi nera per il Bel Paese, con tutti gli errori che una manovra fatta in velocità può comportare (vedere gli esodati) ma affermare che si sia sbagliato proprio l’approccio non solo è falso ma è anche umiliante per la classe politica che primo, è stata collusa nella formazione della precarietà dei conti pubblici, e secondo, ha voluto fortemente quel governo votando legge dopo legge per poi dimenticarsene allegramente. <strong>Il Paese vessava in condizioni terribili dal punto di vista di bilancio e frenare questa pazza corsa verso il burrone non si sarebbe potuta fare, purtroppo, senza lasciare delle sgommate sul terreno</strong>: milioni di cittadini si sono impoveriti dalla crisi finanziaria del 2008 e dalla crisi del debito sovrano del 2010, il margine di manovra era risicato e misure di sostegno&nbsp; per questi ultimi sarebbero stati possibili grazie ad un costo del denaro più basso che arrivò dalla BCE poco più tardi con l’intervento di Mario Draghi e grazie a misure di accorgimento sui conti pubblici. <strong>Ignorare la realtà e semplificare l’analisi scaricando, quindi, la responsabilità totale di un problema cronico su qualche capro espiatorio pure inventato (Monti, Fornero e Poteri Forti) non rende orgoglio ad una grande Nazione ma delucida una patologia di rigetto di responsabilità che non farà crescere questo Paese</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Roberto Biondini e Claudio Dolci</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/08/07/leconomista-in-prestito-la-politica-in-debito-il-governo-monti/politica-italiana/">L’economista in prestito, la Politica in debito – Il governo Monti</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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