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	<title>Riforme Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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	<title>Riforme Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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		<title>Una proposta per battere l&#8217;inverno demografico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Porcaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Apr 2024 14:56:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Riforme]]></category>
		<category><![CDATA[Scelte economiche]]></category>
		<category><![CDATA[Inverno demografico]]></category>
		<category><![CDATA[Investimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche economiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quante volte si è dire che l&#8217;Italia è &#8220;Un Paese di Vecchi&#8221;? Tante, forse troppe....</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2024/04/09/una-proposta-per-battere-linverno-demografico/politica-italiana/">Una proposta per battere l&#8217;inverno demografico</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Quante volte si è dire che <strong>l&#8217;Italia è <em>&#8220;Un Paese di Vecchi&#8221;</em>?</strong> Tante, forse troppe. Non per niente <strong>siamo il terzo Paese più anziano al mondo</strong>. Ma, questa etichetta, seppur indichi in modo indiretto anche una situazione di più generale arretratezza tecnologica e soprattutto culturale, può in realtà &#8211; proprio attraverso questi caratteri &#8211; nascondere un approccio per risolvere alla radice il problema, almeno nel lungo termine.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I numeri dell&#8217;inverno demografico</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo i dati <strong>Eurostat</strong> si prevedeva un calo delle nascite che (comprendendo compensazioni attraverso l’immigrazione) <strong>porterà ad una popolazione di 50 milioni di italiani entro fine secolo</strong>, e questo non considerando peggioramenti aggiuntivi nei prossimi anni. Secondo i numeri del nostro Istituto di statistica (<strong>ISTAT</strong>) <strong>si profila invece un quadro ancora più drammatico</strong>, con una popolazione che arriverà ai 45 milioni prima della fine del secolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una contraddizione generazionale enorme, dove <strong>in poco più di un secolo si è passati dalla più numerosa ondata di nascite mai registrata in Italia, quella del secondo dopoguerra, al dimezzamento della popolazione</strong>. Contraddizione ancor più grande se si immagina che in quell&#8217;arco temporale gli italiani e l&#8217;Italia sono passati dall’essere popolazione emigrante a meta di immigrazione e da Paese da ricostruire a potenza mondiale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1948 ci furono 1.005.851 nascite, nel<strong> 2022 invece ce ne sono state 392.598. Nel 48&#8242; il tasso di natalità era di 2,83 figli per madre mentre nel 2022 era di 1,24</strong>, per mantenere stabile la popolazione servirebbe un tasso pari a 2,1. A questo è giusto aggiungere come la speranza di vita alla nascita (fortunatamente) sia aumentata passando da 65,5 anni nel 1959 a 81 anni per gli uomini nel 2019. Una situazione numerica incredibile i cui effetti si trasportano su tutto il sistema economico. Un Paese più vecchio ha sia diverse esigenze (costi) che diverse capacità produttive (ricavi).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le reali cause dell&#8217;inverno demografico</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Dati questi numeri è però necessario analizzarli e studiare anche altro, e non fermarsi ai soli fatti immediatamente diretti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Partendo dal più immediato però, iniziamo a contestualizzare la situazione e lo facciamo chiarendo che <strong>quello italiano è uno dei casi più frequenti</strong>, ovvero quello di un Paese che inizia ad avere un invecchiamento della popolazione associato al progredire della società e dell&#8217;economia (l’ultimo arrivato ad affrontare il medesimo problema è la Cina). Le ragioni sono molteplici, come ad esempio il miglioramento della situazione sanitaria, i cambiamenti nei desideri di vita personali dei singoli, l&#8217;aumento dei costi necessari per sostenere una famiglia, i cambiamenti degli stili di vita e così via. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Italia è nell&#8217;ultimo secolo passata dall’essere un Paese prevalentemente agricolo ad uno i cui punti forti sono la chimica, l’ingegneria e così via &#8211; ossia da un&#8217;economia a bassa ad una ad alta specializzazione &#8211; e da uno stile di vita familiare incentrato sulla sussistenza ad uno sul benessere personale-generazionale. Quindi a primo impatto possiamo un po&#8217; tranquillizzarci, non siamo gli unici ad affrontare questo problema e, come detto, lo vivono anche altri Paesi con economie anche più grandi delle nostre, come il Giappone.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;invecchiamento della popolazione e la società che cambia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Detto ciò, però, questo non significa che non sia affatto necessario trattare la situazione come un problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo stesso arco temporale i sistemi burocratici ed economici dello Stato sono completamente cambiati insieme alla società, <strong>oggi lo Stato ha un ruolo e un dovere di gran lunga maggiore rispetto a quanto non lo avesse immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale</strong> o anche prima, e ciò significa che il sistema sociale non può sostenere e affrontare i &#8220;vecchi problemi&#8221; come li si sarebbero affrontati prima. C&#8217;è bisogno di una soluzione nuova, più strutturata, più territoriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa è a tutti gli effetti la prima crisi demografica dello Stato Sociale (o Post-Sociale).</p>



<p class="wp-block-paragraph">E da questo punto iniziamo ad approfondire ed allargare lo sguardo. Osservando i dati ISTAT vediamo come (insieme a tanti altri problemi) il calo demografico inizi negli anni 90&#8242;. In questo stesso periodo l&#8217;Italia ha iniziato la sua generale era di stagnazione, da ricondurre l&#8217;inizio dell&#8217;invecchiamento della popolazione. In questo stesso tempo <strong>l&#8217;Italia ha smesso di investire, di svilupparsi, di riformarsi in modo strutturale, alimentando conseguentemente la nascita dell&#8217;insostenibilità di un sistema produttivo e sociale basato sui pilastri costruiti fino ad allora.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">E&#8217; cambiato il modo di investire dello Stato italiano</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema pensionistico è tra le manifestazioni più evidenti del blocco, un sistema che si basa sul ricambio generazionale per il ciclo di sostegno reciproco e che collassa senza la base lavoratrice sottostante. Ma non è l&#8217;unica parte del complesso economico a risentirne ovviamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se un apparato si è col tempo espanso e ramificato per dare un certo livello di servizio, questo livello non potrà certamente essere garantito con un numero minore di personale per una popolazione che è col tempo cresciuta, qui la manifestazione più evidente si ha nel sistema sanitario ma visibile anche altrove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un fattore questo, che insieme ad altri (in primis a <strong>un&#8217;evasione fiscale elevata</strong>)<strong> porta ad una situazione dove i costi superano di gran lunga i ricavi </strong>(non solo economici) portando questi apparati ad essere visti col tempo come delle spese invece che strutture operative. <strong>La soluzione nel breve termine è quindi diventata quella di tagliare le spese</strong>, tagliare i costi di una struttura che non ha modo di essere mantenuta con l&#8217;andamento attuale del sistema economico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo danneggia a sua volta la società in modo tale che diventi ancora più difficile uscire da questa situazione ormai diventata un cane che si morde la coda: Sistema Sociale troppo costoso, poca forza lavoro, insostenibilità di far fronte alle spese, taglio di quest’ultime a danno del sostegno sociale delle persone, le quali, a loro volta tagliano anch’esse le spese, e così via.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una soluzione è ancora possibile: investire</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La crisi sembra insuperabile, senza via d&#8217;uscita, ovunque la si cerchi. Eppure, forse la soluzione è così &#8220;semplice&#8221; da esserci sfuggita: la ragione per cui tutto è cominciato e<strong> il fattore su cui soprattutto l&#8217;Italia è rimasta indietro può essere la soluzione. Investire.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una parola detta così, scollegata, può sembrare troppo generica e senza fondamenti, ma non è necessariamente questo il caso. In effetti cosa si intende con &#8220;investire”?, ci sono modi e modi per spendere i soldi. Bisogna farlo nel modo giusto, nei giusti luoghi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per primo si potrebbe <strong>investire massicciamente nell&#8217;istruzione, nella lotta all&#8217;evasione scolastica e nello sviluppo tecnologico</strong>, una persona più istruita, più formata produce di più a parità di tempo, è capace di usare strumenti migliori e minimizzare il suo sforzo e magari nel lungo andare e nell&#8217;aggregato costare meno dell&#8217;attuale sistema. Inoltre, una persona più istruita ha abitudini migliori e più salutari, necessitando di meno cure anche in età avanzata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma bisogna fare anche altro, <strong>investire in quelle necessità che richiedono i moderni stili di vita e familiari, come in servizi per l&#8217;infanzia che garantiscano la possibilità a più persone di lavorare senza rinunciare alla famiglia</strong> (aumentando la base lavoratrice e contrastando anche il famoso gender-gap).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Investire in un sistema di trasporto moderno, che minimizzi i costi temporali e salutari e recuperi anche le zone periferiche. Un sistema sanitario mirato alla prevenzione invece che alla cura &#8211; prevenire è meglio che curare non è solo un detto antico. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Il fattore Tempo e il dialogo tra generazioni</h2>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è infine un&#8217;ultima cosa da dire poi per rendere ancora più chiara l&#8217;immagine. Queste riforme se fatte in modo giusto e nei giusti tempi saranno aiutate dal Tempo stesso. Prima ho detto che questa è la prima crisi demografica dello Stato Sociale. Non l&#8217;ho detto per pura retorica, ma per evidenziare il fatto che <strong>molte di quelle persone che hanno usufruito di questi frutti sono ormai nati diverso tempo fa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">I maggiori beneficiari, che sono anche le generazioni più numerose, inizieranno nel prossimo tempo un processo di decrescita, che unito alle giuste riforme può spingere l&#8217;Italia (come tutto i Paesi sviluppati) fuori dalla crisi demografica. Ma il tempo è limitato. Una cosa che ci insegna da tanto il dio mercato è che chiunque non investa ed evolva è destinato a perire nel lungo andare, ma forse non abbiamo mai veramente studiato la lezione da più prospettive.</p>
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		<title>Made in Italy: sì, ma quale?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Collavini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Mar 2024 15:29:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia e Transizione Energetica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’adozione del Decreto Legge 2 marzo 2024 n.19, e in particolare dell’articolo 38, è passata...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’adozione del Decreto Legge 2 marzo 2024 n.19, e in particolare dell’articolo 38, è passata sottotraccia, inosservata. D’altronde, nelle ultime settimane l’attenzione del Paese si è rivolta prima alle proteste dei balneari, poi degli agricoltori, con qualche comparsa dei tassisti: insomma, è evidente che <strong>sia la stampa sia l’opinione pubblica non hanno ben chiaro quali siano i settori produttivi in cui l’Italia non solo eccelle</strong>, ma sia anche una vera e propria potenza. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci si è invece convinti che l’ottava economia mondiale abbia le proprie fondamenta nel turismo, nell’agricoltura e nella moda, ovviamente. A chi scrive vengono in mente, con un sorriso, le parole pronunciate da <strong>Indro Montanelli</strong>, intervistato da Alain Elkann, con le quali l’ormai anziano giornalista descriveva <strong>gli italiani come un popolo di sarti, di albergatori, i migliori quando si tratta dei mestieri servili. Nulla di più falso</strong>, ovviamente, ma chissà per quale motivo si tratta di una convinzione ampiamente diffusa in tutta la Penisola, forse anche per la tragica e irresponsabile gestione, salvo gli anni di Marchionne, dell’unica manifattura di cui i media si sono interessati, ovvero il settore automobilistico.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">La produzione industriale italiana e il nuovo piano Transizione 5.0 </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Non è quindi raro imbattersi in giornalisti e scrittori, anche di notevole caratura, che descrivono l’Italia come un paese “industrialmente in disarmo”, nonostante <strong>la produzione industriale sia cresciuta in maniera solida e costante negli ultimi anni</strong>, scontando tuttavia le tensioni commerciali internazionali, la pandemia, l’aumento vertiginoso dei costi delle materie prime, i colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento e l’incremento del costo del denaro, oltre che l’invasione dell’Ucraina (mentre la guerra di Gaza non sta avendo effetti economici rilevanti e ancora non è chiaro quale sia l’impatto degli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa riguarda, quindi, l’articolo 38 di cui sopra? Si tratta del <strong>nuovo piano Transizione 5.0</strong>, il quale prevede la possibilità di usufruire di un credito d’imposta che può variare dal 35% al 45% per le imprese che investono nei campi dell’innovazione tecnologica, digitale e ambientale.  Questo <strong>IRA in miniatura ricalca Industria 4.0, varato nel 2016, con l’aggiunta degli elementi ecologici ed energetici</strong>, ed è in gran parte finanziato attraverso fondi europei. </p>



<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">Una spinta ad investire sulle nuove tecnologie produttive</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Concretamente, significa <strong>incentivare in maniera decisa le aziende manifatturiere a investire in beni strumentali che permettano loro di automatizzare e digitalizzare i processi produttivi</strong>, oltre che di renderli più efficienti dal punto di vista ambientale e dei consumi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La misura assume un’importanza ancora maggiore se si sottolinea che in molti di questi campi le imprese italiane dominano il mercato: per quanto riguarda il settore delle macchine utensili e dei robot industriali, ad esempio, solo Cina, Germania e Giappone sono superiori in termini di volumi prodotti ed esportati, ed in ogni caso <strong>l’Italia rappresenta un’eccellenza per quanto riguarda gli standard tecnologici</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti, dopo il letargo industriale cominciato con il governo D’Alema e conclusosi con il III governo Berlusconi, non solo le aziende italiane si sono viste costrette a razionalizzare numerosi aspetti della produzione per rimanere competitivi nei confronti dei concorrenti, soprattutto tedeschi, ma anche il Governo, spesso o latitante o eccessivamente pervasivo, si è deciso a intervenire per migliorare il contesto operativo. </p>



<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">L&#8217;impresa funziona se funziona il Sistema Paese</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il Sistema Paese è infatti ormai considerato un elemento fondamentale in tutte le più recenti teorie commerciali, da <strong>Krugman a Porter</strong>: in termini di competitività, <strong>un’impresa singolarmente non può superare una certa soglia, mentre è compito dello Stato far sì che l’ambiente circostante favorisca ed incentivi, non sussidi, la produzione</strong>. Dunque, l’avvio del piano Industria 4.0 ha permesso alla manifattura italiana di accrescere la propria produttività rivolgendosi, a monte, a un mercato interno e a una filiera i cui processi di trasformazione si svolgono per la maggior parte sul territorio nazionale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Un <strong>settore proiettato sull’esportazione</strong> poteva finalmente contare su una solida componente interna. Purtroppo, nelle ultime Leggi di Bilancio non sono stati inseriti i rifinanziamenti necessari e il credito d’imposta è sceso dal 50% iniziale, al 40% e infine al 20%. Ora, però, <strong>il piano Transizione 5.0 si prevede sarà determinante per la definitiva affermazione del vero Made in Italy</strong>, la cui resilienza e capacità non solo di adattarsi ma anche di reagire hanno sorpreso molti osservatori, anche rispetto alle industrie tedesche, giapponesi e cinesi, alle cui spalle vi sono strutture statali e burocratiche decisamente più efficienti nel supporto al sistema produttivo.</p>



<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">I rischi e le opportunità del piano Transizione 5.0</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, a differenza delle misure precedenti, vengono incentivati anche gli investimenti nel campo energetico e ambientale, che sono settori in cui l’Italia vanta sì dei protagonisti, Eni ed Enel su tutti, ma con filiere che si perdono nell’Estremo Oriente, non solo per quanto riguarda l’approvvigionamento delle materie prime (le ormai celebri <em>terre rare</em>), ma soprattutto per la loro lavorazione e trasformazione, con il rischio quindi di destinare risorse pubbliche, anzi europee, al finanziamento di produzioni estere. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Di più, <strong>il vantaggio competitivo per le imprese derivante dall’efficientamento energetico potrebbe risultare decisamente minore rispetto ad altri impieghi</strong>, ma in ogni caso si tratta di un dibattito ancora molto acceso e divisivo, nonostante le netta presa di posizione della Commissione e del Parlamento europei, almeno in questo mandato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di </em>Federico Collavini</p>
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		<title>Guardare a Keynes per ricostruire l&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Collavini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Oct 2023 10:50:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica: il mondo che cambia]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche del lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella splendida biografia che David N. Schwartz dedica ad Enrico Fermi, l’autore, nelle pagine iniziali,...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Nella splendida biografia che <strong>David N. Schwartz</strong> dedica ad <strong>Enrico Fermi</strong>, l’autore, nelle pagine iniziali, ricorda come il celebre fisico romano, “nel 1951, quando Oppenheimer gli chiese di proseguire il suo incarico per la Atomic Energy Commision, si rifiutò: era, infatti, convinto di essere <strong>più adatto a un mondo in cui la verità fosse chiara e le opinioni avessero poca importanza</strong>”. Un privilegio per un italiano, un miraggio per chi si occupa, o quantomeno ci prova, di economia. E tuttavia, non è una condizione così lontana per chi cerca di analizzare la grave situazione in cui versa, da questo punto di vista, l’Italia: <strong>sono ormai trent’anni che si ripropongono, irrisolte e più o meno peggiorate, le stesse questioni, senza considerare i problemi che si trascinano sin dall’Unità</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò non significa che il contesto non sia mutato radicalmente. Il mondo globalizzato, appena dopo la fine di una pandemia che ha spaventosamente messo allo stesso livello tutta l’umanità, ricca e povera, forte e debole, sviluppata e non, si scopre diviso, lacerato. Nuovi conflitti sembrano nascere ogni giorno, mentre scontri secolari si riaccendono furiosamente. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color"><strong>Da dove partire?</strong></mark></p>



<p class="wp-block-paragraph">Su di uno sfondo rosso fuoco e sangue, la quotidianità e la storia si alternano fra di loro nell’infondere l’una stanchezza, l’altra energia. Ogni mattino ci coglie impreparati, ogni sera ci riscopriamo più insicuri. E tuttavia, <strong>nonostante le tragedie e i pericoli presenti ed incombenti, non possiamo rinunciare a domandarci cosa fare</strong>, né delegare a qualcun altro la risposta. Il nostro Paese, l’Italia, è fortunatamente, e non fortunosamente, ancora rimasto illeso, intoccato dall’instabilità che affligge pesantemente una porzione sempre più estesa della superficie terrestre. I problemi interni però persistono e, come ricordato sopra, sono ben noti a tutti: <strong>non è raro, ad esempio, che i più rinomati giornali del mondo anglosassone definiscano la Penisola come “il malato d’Europa”</strong>, allo stesso modo con cui, più o meno centocinquant’anni fa, si riferivano al morente Impero Ottomano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da questi stessi Paesi potrebbero però provenire degli spunti assai utili nell’affrontare la questione italiana, altra espressione ottocentesca: nella sua versione più semplificata, forse ormai stereotipata, ma di sicuro sufficientemente concreta,<strong> John Maynard Keynes </strong>afferma che, in caso di recessione, o depressione, ed elevata disoccupazione, per far ripartire rapidamente la crescita della produzione, e quindi del reddito, dal momento che l’unità di misura è quella monetaria,<strong> bisogna agire sulle sue componenti, tra le quali ci sono i consumi, gli investimenti e la spesa pubblica</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In particolare, l’economista britannico suggerisce di alimentare la domanda interna attraverso l’intervento dello Stato, facendo in questo modo aumentare l’occupazione e i consumi e, di conseguenza, il reddito (in verità le cose non stanno proprio così, il primo barone di Tilton, infatti, si concentra anche sul <strong>ruolo degli investimenti</strong>). </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia, il cui status è rappresentato dall’andamento, oltre che dalle dimensioni, della sua economia e soprattutto della sua industria, si trova ad affrontare una situazione decisamente rischiosa, dal momento che il settore secondario è estremamente esposto verso l’estero e le imprese manifatturiere sono per la maggior parte esportatrici: in un mondo sempre più pericoloso, <strong>una domanda interna solida, dinamica e in crescita potrebbe rivelarsi lo strumento più adatto per navigare</strong> in presenza di acque agitate, ed è probabile si riveli un obiettivo alla portata del nostro sistema Paese, a differenza delle imponenti riforme che numerosi tra alleati, investitori, creditori e osservatori vedrebbero molto volentieri, e invano, eseguite. Sfortunatamente, <strong>il pessimo stato nel quale versa la finanza pubblica italiana, il cui debito veleggia verso i 3 trilioni di dollari, impedisce di adottare una politica fiscale espansiva, </strong>la forma d’intervento più ovvia e immediata, ma impone di andare alla ricerca di strategie diverse, indirette e mirate.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color"><strong>Uno sguardo alla Storia </strong></mark></p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di guardare al presente è necessario però volgere fugacemente, per quanto possibile, lo sguardo al passato. Da quando infatti il virus Sars Cov-2 ha fatto il suo ingresso nelle nostre vite, sono diventati di dominio pubblico discorsi che in precedenza venivano sussurrati, quantomeno tra le classi dirigenti: la globalizzazione è, se non conclusa, al tramonto. Si fanno i funerali di un evento, un fenomeno forse, di cui non si è neanche in grado di dare una definizione precisa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Proviamo allora a raccontarne, brevemente, la storia: tutto ha inizio quando, aggiungendo uno scalo a un viaggio di ritorno dal Pakistan, un signore tedesco, diventato nel frattempo Segretario di Stato americano, incontra segretamente il <strong>primo ministro cinese Zhou Enlai</strong> e il <strong>segretario del Partito Comunista Mao Zedong</strong>. Poco più di sei mesi dopo, nel febbraio del 1972, l’attività di <strong>Henry Kissinger </strong>porta, per una volta, i suoi frutti e il presidente <strong>Richard Nixon </strong>visita la Repubblica Popolare. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisognerà però aspettare la morte del Grande Timoniere perché l’ex celeste impero si apra al commercio con l’estero, inteso come Occidente, con la creazione delle Z.E.S. da parte di <strong>Deng Xiao Ping</strong>: è la <strong>prima volta che un paese comunista volta la faccia all’Unione Sovietica per guardare, con sempre maggiore convinzione, agli Stati Uniti.</strong> Negli anni Novanta, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica, i paesi dell’Europa orientale alzano gli occhi oltre la cortina di ferro e, all’inizio del XXI secolo, fanno il loro ingresso nella NATO e nell’Unione Europea, con poche eccezioni. Se si esclude il peculiare caso della Federazione Russa, e quelli delle repubbliche caucasiche e asiatiche, <strong>il Secondo Mondo, entrato a far parte del Primo, conosce una crescita economica e una diffusione del benessere senza precedenti</strong>. Inoltre, nel 2001 la Cina compie un passo ulteriore, divenendo membro del WTO.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parallelamente, nelle opinioni pubbliche dei paesi industrializzati comincia però a serpeggiare un certo malcontento: <strong>le sempre più numerose delocalizzazioni</strong>, specie nel settore secondario, verso luoghi dove il costo del lavoro è basso, e non solo, causano un più percepito che reale aumento della disoccupazione, con conseguente perdita del potere d’acquisto delle famiglie. La risposta fornita dagli economisti e dalle classi dirigenti, ovvero che grazie alle delocalizzazioni i prezzi dei beni e pure dei servizi risultano essere più contenuti e quindi favoriscono l’aumento del potere di acquisto dei consumatori occidentali, convince questi ultimi sempre meno. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto di rottura è <strong>la crisi dei mutui subprime,</strong> nel 2008, dovuta allo sfaldamento dei piedi d’argilla sui cui poggiava l’industria finanziaria, di gran lunga la più importante del pianeta; nel giro di qualche anno, questa sveste i panni del convitato di pietra e diventa l’osservato speciale, coinvolgendo e mettendo in serie difficoltà anche la finanza pubblica, vedasi le spaventose crisi dei debiti sovrani avvenute in diversi paesi dell’Unione Europea. Da questo momento, strade che sembravano convergere si allontanano: in poco più di dieci anni <strong>non solo i rappresentanti e portavoce del malessere dei ceti medio-bassi ottengono risultati importanti e in precedenza improbabili alle elezioni negli Stati Uniti e nel Vecchio Continente, ma comincia a diventare sempre più tesa la relazione tra l’Occidente, la Repubblica Popolare Cinese da una parte e la Russia dall’altra</strong>. La pandemia non fa altro che accelerare ciò che già era in movimento, con le conseguenze nefaste che tutti conoscono, a cominciare dall’invasione dell’Ucraina.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">Il presente attorno a noi</mark></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La principale conclusione tratta a Bruxelles e nelle altre capitali europee dal repentino precipitare degli eventi, di comune accordo con Washington e Londra, ma anche con Sidney, Tokyo e Seul, è di <strong>mettere in sicurezza le catene di approvvigionamento dei beni essenziali e strategici, messe a dura prova dai lockdown dovuti al virus ed eccessivamente esposte verso Paesi non alleati, non democratici e dove non vige lo stato di diritto</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Di più, vengono mobilitate ingenti risorse affinché certe tipologie di produzioni, fondamentali in vari aspetti tra cui la sicurezza, l’innovazione tecnologica e la transizione energetica, ritornino in Occidente. Inoltre, la UE vara l’erogazione di centinaia di miliardi di euro attraverso il<strong> fondo Next Generation EU</strong>, decisamente diverso rispetto all’americano Inflation Reduction Act, per favorire la ripresa post-pandemica, verificatasi lo stesso e prima che fosse speso anche solo un centesimo, e con lo scopo di incentivare la crescita in Paesi come l’Italia, non a caso maggior beneficiario dei finanziamenti, per sostenerne il debito pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Oggi la Penisola fatica ad elaborare le riforme richieste, e necessarie, per accedere ai fondi, e a raggiungere gli obiettivi prefissati a causa dei suoi cronici problemi</strong>, rimasti irrisolti da decenni. In questo momento, in cui all’inflazione generata dalla forte ripartenza economica si aggiungono le nubi della recessione, in pochi ripongono le proprie speranze nel P.N.R.R., anche perché le risorse messe a disposizione dall’U.E. sono severamente vincolate.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">Cosa fare?</mark></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Premesso quindi che è improbabile immaginare un aumento sostenibile delle uscite, e che difficilmente la classe politica italiana, ormai non più sovrapponibile a quella dirigente, sarà in grando di partorire i cambiamenti necessari per far funzionare il sistema Paese, <strong>come può lo Stato intervenire nella maniera più mirata e circoscritta possibile per permettere all’economia italiana di stabilizzarsi e crescere?</strong> Forse, adottando il punto di vistaì di Keynes. Con diverse modalità, s’intende. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fine della politica economica (fiscale, non monetaria) di un grande Paese non può ridursi al contenimento del rapporto debito/PIL, come desiderano in molti nel Nord e nel Centro Europa; <strong>lo scopo di una politica industriale non deve limitarsi alle produzioni strategiche e d’interesse geopolitico</strong>; inoltre, in un mondo più pericoloso, votarsi completamente all’export è molto rischioso:<strong> è necessario dunque che l’Italia faccia della domanda interna delle famiglie la spina dorsale del proprio sistema economico</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In primo luogo</strong>, il <strong>tema dei salari nel Bel Paese è scottante</strong>, soprattutto oggi dopo la tempesta inflattiva post pandemia. Pur tuttavia, il costo basso del lavoro, anche se qualificato, rappresenta un vantaggio competitivo non trascurabile per le nostre imprese, e pretendere che queste si prendano carico della questione salariale, magari a scapito degli investimenti, si rivelerebbe poco utile. A maggior ragione se si osserva il contesto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2022, nonostante vi siano da tempo gli strumenti per combatterla, l<strong>’evasione fiscale in Italia ammonta a 90 miliardi di Euro</strong>, imputabile per buona parte all’IRPEF delle persone fisiche titolari di partita IVA. Se, com’è evidente, è impossibile azzerare le imposte evase, si può, e si deve, affrontare il problema con i mezzi adatti, oggi disponibili, così da ottenere risultati importanti, e vincolare il recupero all’abbattimento della pressione fiscale. In questo modo anche la riduzione delle imposte sul lavoro sarebbe di gran lunga superiore a quanto fatto negli ultimi anni, i redditi dei ceti medi crescerebbero di conseguenza, assieme al potere di acquisto e ai consumi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Di più, <strong>sarebbe auspicabile un’inversione di rotta nella propensione al risparmio degli italian</strong>i, in presenza di disponibilità più consistenti, e che le somme, tradizionalmente elevate, messe da parte dalle famiglie fossero investite, ad esempio, nel debito sovrano, con il pregio di renderlo così maggiormente sicuro e sostenibile. Nonostante ciò, difficilmente, agendo in questo modo, si riuscirebbero ad ottenere condizioni economiche tali da attirare lavoratori dall’estero, come succede invece in Germania, o negli Stati Uniti; si potrebbe invece scongiurare la partenza dei numerosi giovani che lasciano l’Italia in cerca di impieghi più remunerativi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La soluzione alla questione salariale non si esaurisce con l’inflazionata, nell’opinionismo, lotta all’evasione fiscale. <strong>L’anno scorso gli italiani ha speso 41 miliardi e mezzo per curarsi privatamente, contro i 37 del 2021, quando il Covid-19 ancora imperversava.</strong> Contemporaneamente, le regioni destinano percentuali sempre più alte dei fondi sanitari (il 22% della spesa sanitaria pubblica italiana tra il 2012 e il 2022, senza considerare il 2020) alle strutture private, perché sopperiscano alle carenze degli ospedali. Insomma, sia lo Stato, vale a dire chi offre il servizio, sia i cittadini, cioè chi lo richiede, si rivolgono a soggetti esterni e vi fanno convergere ingenti risorse finanziarie, a scapito, come ovvio, della sanità pubblica e delle tasche dei consumatori. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanto inciderebbe, mettendo anche in conto l’inverno demografico del nostro Paese, sul potere d’acquisto domestico una spending review, termine purtroppo passato di moda, della spesa sanitaria che si ponga come obiettivo un significativo miglioramento dell’efficienza delle strutture pubbliche e sostenuta da una minore fuoriuscita di fondi verso operatori privati? Le cifre si avvicinano a quelle riportate nel paragrafo precedente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Detto ciò, un quesito sorge spontaneo: <strong>cosa farsene di un maggior potere d’acquisto, dove indirizzare, per quanto possibile, la crescita dei consumi, l’ipotetico incremento della domanda interna? Nel mercato delle automobili, per esempio</strong>, e possibilmente, senza sconfinare nel dirigismo, nel mercantilismo o nell’autarchia, dei modelli prodotti negli stabilimenti italiani e tedeschi, dato lo strettissimo legame tra la nostra manifattura ed il settore automobilistico in Germania. L’Italia infatti vanta, si fa per dire, uno dei parchi auto più vecchi d’Europa, con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista ambientale, e, rispetto al 2019, le nuove immatricolazioni sono calate di oltre il 20%.<strong> </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dal momento che il passaggio all’elettrico incombe, è necessario che i consumatori italiani abbiano le disponibilità per affrontarlo, evitando possibilmente che lo Stato debba ricorrere a incentivi dispendiosi ed eccessivi per questo settore</strong>, poiché già dovrà dotarsi di numerose e nuove infrastrutture, a partire dalle ormai celebri colonnine. Inoltre, un aumento della produzione italiana trainata dal mercato e non dalle trattative politiche sarebbe un poderoso incentivo per l’intero indotto dell’automotive, molto sviluppato nella Penisola, la cui manifattura, è utile ricordarlo, è ancora una potenza a livello mondiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il destino del nostro Paese non è per nulla roseo, ma certamente non dipende né da come verranno spesi i fondi del Next Generation EU e dall’implementazione del P.N.R.R., né dalle salvifiche riforme strutturali, quanto invece dal Rinascimento della classe dirigente, la quale ha l’obbligo di tornare a occuparsi di politica.</strong> Nel frattempo, è tuttavia necessario un bagno di realismo, dopo il quale andare alla ricerca di misure semplici, adottabili dallo Stato per conseguire obiettivi chiari e circoscritti, con lo scopo di mettere in sicurezza l’Italia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E non c’è nessuno migliore di John Maynard Keynes a cui rivolgersi, quando si parla di intervento pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Federico Collavini </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2023/10/30/guardare-a-keynes-per-ricostruire-litalia/politica-italiana/riforme/">Guardare a Keynes per ricostruire l&#8217;Italia</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>Balneari e Taxi. Ci risiamo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Nov 2022 08:37:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riforme]]></category>
		<category><![CDATA[Scelte economiche]]></category>
		<category><![CDATA[Lobby]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci risiamo, cambia il governo e con esso le proposte di legge più scomode ripartono...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ci risiamo, cambia il governo e con esso le proposte di legge più scomode ripartono daccapo, come in gioco dell’oca senza fine che lascia più annoiati che stupefatti i cittadini e le istituzioni. Questa volta ad essere in procinto di ripartire dalla casella di partenza è il <a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2022/06/03/che-cosa-dice-il-ddl-concorrenza/">ddl Concorrenza varato dal governo Draghi</a>, che prevedeva l<strong>a messa a bando delle concessioni balneari e l’adeguamento del servizio di trasporto pubblico</strong> (quindi anche e soprattutto dei taxi) e che ora dev’essere ratificato da un governo che ha come ministro del turismo <strong>Daniela Santanché</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualche dubbio con annesso sopracciglio alzato è più che legittimo, visto che nel governo ci sono anche Salvini e Meloni (nonché Berlusconi) e infatti <strong>Milena Gabanelli</strong> ha già dedicato uno dei suoi DataRoom sul tema, ribadendo il concetto: basta gioco dell’oca. <strong>La direttiva Bolkestein è stata adottata dall’Ue nel 2006 e da allora in Italia è stato un susseguirsi di <em>“sì, la implementeremo</em>, ma<em> domani”</em>,</strong> senza mai specificare che cosa si intendesse con questa formula. L’ultimo governo Berlusconi decise che quel domani sarebbe stato il 31 dicembre del 2015, poi Monti optò per il San Silvestro del 2020 e Conte, che i multipli di cinque non li voleva usare, aveva proposto per direttissima il 2033. In breve, prima di Draghi l’idea della politica italiana era quella di adottare la direttiva Bolkestein con soli 27 anni di ritardo rispetto a quanto stabilito dall’Ue (sempre nel migliore degli scenari) e una lunga sfilza di richiami e multe da parte della comunità europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Draghi, dal canto suo, propose di porre di freno a tutto ciò anticipando la regolamentazione delle licenze al 31 dicembre del 2023, così da poter raggiungere anche tutti gli obiettivi previsti dal Pnrr (anche se non strettamente necessari per l’ottenimento dei fondi), ma soprattutto sanare un contenzioso che danneggia più l’erario italiano che qualche burocrate di Bruxelles. Risultato? Il governo è terminato in anticipo e ora c’è il caso che quello nuovo, per mezzo della neoministra del turismo, possa decidere che i tempi siano stati anticipati frettolosamente. <strong>A Palazzo Chigi quella sulle concessioni è una battaglia che non può finire nel 2023; d’altronde,vi sarà ben una via di mezzo tra 2023 e 2033? </strong>La risposta più ovvia è un secco no, sostenuto dal fatto che l’Italia è già in infrazione da anni e che tergiversare ulteriormente non farebbe altro che confermare l’inamovibilità italica. Già, perché <strong>oltre al ddl Concorrenza resta ancora aperta la questione Tim, Monte dei Paschi, Ilva</strong> e quell’arcinoto carosello di aziende private e pubbliche (la combinazione peggiore si trova nel guado tra questi due estremi) ove nessuno vuole decidere davvero che cosa fare, se non rimandare a domani. In questi giorni verrà varata la finanziaria del 2023, sapremo di più su quello che il governo più a destra della storia repubblicana vorrà fare. Ma se anche Mario Draghi dovette scendere a patti con i sindacati dei tassisti qualche mese fa, difficile pensare che l’applicazione della direttiva UE avverrà linearmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il tema delle liberalizzazioni in Italia è a tutti gli effetti un evergreen</strong>. L’Italia è la penisola liberista quando si tratta di criticare l’assistenzialismo statale (come nel caso del Reddito di Cittadinanza) o vincere le elezioni contro i comunisti. Il nostro è lo stivale delle corporazioni e della difesa dello status quo quando si tratta di creare più concorrenza e aiutare sia il consumatore che l’innovazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se una famiglia presso uno stabilimento balneare può arrivare a pagare centinaia di euro per un solo weekend al mare, allo Stato arrivano solamente <strong>2.500</strong> <strong>euro</strong> l’anno, che nel&nbsp;2022&nbsp;sono diventati&nbsp;<strong>2.698</strong>&nbsp;per gli aumenti Istat (<a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2020/08/14/203/so/30/sg/pdf">qui&nbsp;</a>il decreto- legge 14 agosto 2020, n. 104, art. 100).&nbsp;Una cifra che si ripaga con l’affitto di 2 ombrelloni per 3 mesi a 15 euro al giorno. E il servizio chiaramente non è ottimale essendo di fatto in una situazione di oligopolio dove la concorrenza è quasi nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Simile situazione si riscontra per il servizio taxi, così riporta <strong>DataRoom</strong>: <em>“la legge che disciplina il settore è la n. 21 del 1992 che rinvia ai Comuni il compito di stabilire il numero di licenze, i turni con il numero di taxi per fasce orarie e le tariffe (art. 5). Chi ha una licenza da più di 5 anni, o ha compiuto i 60 anni, o per malattia, può indicare al Comune a chi trasferirla. In caso di morte può passare a uno degli eredi, o a chi indicato da loro (art. 9)”.</em> Praticamente un’oligarchia ereditaria dove è impossibile entrare, con le licenze che se vendute possono arrivare a costare <strong>200mila euro</strong>. E il servizio ne risente: a Milano, l’allora assessore ai Trasporti <strong>Marco Granelli</strong> ammise: <em>«È necessario ampliare il contingente in servizio con 450 nuove licenze».</em> Il motivo? Sulle 33.400 chiamate al giorno tra le 8 e le 10 ne risulta inevaso il 15%; tra le 19 e le 21 il 27%, il sabato e domenica tra le 19 e le 21 il 31%; tra mezzanotte e le 5 il 42%. E casi comprovati aggiungono spesso l’indisponibilità ad usare i mezzi di pagamento elettronici per le corse già care di per sé.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma a Roma di rivedere la liberalizzazione di questi settori non ne vuole proprio sentir parlare: le associazioni collegate hanno un potere lobbistico al limite della comprensione razionale. Volta dopo volta escono le paure degli acquisti rapaci delle “<em>multinazionali straniere</em>” contro “<em>l’azienda di famiglia italiana</em>”. Ma alla prima pagina di qualsiasi libro di testo di microeconomia già si legge e si capisce come in un mercato economico sviluppato come lo è il nostro, <strong>è la concorrenza il motore principale per migliorare i servizi e trovarne dei nuovi. </strong>Ed è umano (troppo umano!) che quando invece la concorrenza venga a mancare allora subentri di petto la speculazione: vedere i prezzi delle materie prime per credere. Un italiano che volesse intraprendere la carriera di bagnino o di tassista (ma questo vale per qualsiasi classe di impiego che è protetta dalla concorrenza) non potrebbe avere la possibilità di farlo perché il blocco all’entrata è molto alto rispetto che altrove. <strong>Non sono quindi gli imprenditori italiani ad essere penalizzati dalla concorrenza ma lo sono gli imprenditori italiani che propongono prodotti concorrenziali.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non vogliamo considerare il lato economico per i consumatori? Non vogliamo considerare il profitto gratuito dovuto all’oligopolio? Non vogliamo considerare la perdita secca delle entrate nelle casse dello Stato? Non vogliamo neppure considerare il lato etico, semmai ce ne fosse bisogno? Sappiamo almeno che queste regole che ora sembrano essere state imposte dall’alto fanno parte di una struttura (la UE) che non solo come nazione abbiamo accettato di farne parte ma agisce anche in nome di un parlamento eletto dai cittadini delle nazioni aderenti. Non si vuole ascoltare il turpiloquio della teoria economica? <strong>Si ascolti almeno la volontà dei cittadini che hanno detto basta, con la legge Bolkestein, alle corporazioni e sì alla libera concorrenza!</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Di Roberto Biondini e Claudio Dolci</p>
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		<title>Un passo in avanti e due indietro: il vuoto politico post-Draghi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Aug 2022 11:07:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Concorrenza]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Riforme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’arma del delitto è ancora fumante, ma c’è già chi ha iniziato a frugare nelle...</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size">L’arma del delitto è ancora fumante, ma c’è già chi ha iniziato a frugare nelle tasche del malacapitato per poi darsi alla macchia. Poche ore dopo il crollo del governo Draghi è stato infatti stralciato l’art. 10 del Ddl Concorrenza ed è infuriata la bagarre partitica sul rigassificatore di Piombino. Nel mentre la Bce ha dato vita allo scudo anti-spread (Tpi), che in apparenza salvaguardia i Paesi più esposti agli attacchi degli speculatori, ma che in realtà impone delle condizionalità ed una discrezionalità tutte a svantaggio di coloro che sono privi di bussola, come i partiti.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sono trascorse poco più di due settimane dalle dimissioni dell’ex banchiere della Bce, eppure il Parlamento pare già ritornato al consueto caos istituzionale post governo tecnico, tra alleanze che inscenano un remake improvvisato del “la strana coppia” e la restaurazione dei privilegi per i soliti noti; il tutto accompagnato da un’impreparazione generale di quasi tutti i partiti nei confronti delle urne. E dire che dopo anni di campagna elettorale permanente ci si aspetterebbe quanto meno uno straccio di linea programmatica e una maggiore compostezza, ma pare chiedere troppo, anche perché con questo caldo è già difficile riuscire a posizionarsi lungo l’emiciclo parlamentare senza schiacciarsi tutti al centro, figurarsi elaborare delle idee con i transfughi che tirano la giacchetta da una parte e il taglio degli scranni dall’altra a rammentare a tutti la mancanza di posti a sedere. E così scattano i veti incrociati e una sfilza di ultimatum di carta pesta che stanno solo aspettando la pioggia delle urne per sciogliersi e restituire così una poltiglia informe chiamata maggioranza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Troppo caustico? Forse, ma è la politica bellezza. D’altronde, a meno che la destra non inciampi su sé stessa, pare difficile immaginare che possa sorgere a sinistra un contenitore abbastanza robusto da poter tenere insieme Mastella e Fratoianni, ma anche Calenda e lo stesso Renzi, che pur sembrano condividere il giardino della medesima villetta bifamigliare. E così, mentre fuori e dentro il Parlamento infuria una guerra totale, i taxi escono indenni dal ddl Concorrenza, si bloccano i progetti volti limitare la dipendenza dell’Italia dal gas russo ed in Ue viene approvato uno scudo anti-spread che tale rischia di non essere.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La rivincita delle auto bianche</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sembrava fatta, dopo anni di battaglie politiche e innumerevoli nomi illustri decimati lungo il cammino (persino Bersani e Monti non poterono nulla contro i taxi), ma alla fine hanno vinto loro: l’articolo 10 è stato stralciato. Come riportato da <a href="https://www.milanofinanza.it/news/ddl-concorrenza-avanti-senza-l-articolo-10-sulla-liberalizzazione-dei-taxi-202207221456565476"><strong>Milano Finanza</strong></a>, in un articolo di <strong>Silvia Valente</strong>, sono subentrate più ragioni apparentemente inderogabili. <em>“Da un lato –</em> scrive Silvia Valente <em>–, le proteste in tutta Italia e in particolare a </em><a href="https://www.milanofinanza.it/news/roma-la-protesta-dei-taxi-blinda-il-centro-della-capitale-202207131230504251"><em>Roma</em></a><em> delle auto bianche, contro la liberalizzazione del loro comparto che aprirebbe la via al dominio di Uber.&nbsp;E dall’altro lato, il ruolo dell’uscente governo Draghi che deve limitarsi </em><a href="https://www.milanofinanza.it/news/ecco-che-cosa-potra-fare-il-governo-draghi-nella-gestione-degli-affari-correnti-un-decreto-fissa-i-202207221034496242"><em>all’ordinaria amministrazione</em></a><em>, all’attuazione delle leggi e delle determinazioni già assunte dal Parlamento, in particolare quelle funzionali al raggiungimento degli obiettivi del Pnrr.&nbsp;La rotta scelta è stata dunque di sopprimere l’elemento più divisivo per avvicinarsi al compimento di una delle richieste europee, propedeutiche all’ottenimento dei fondi del Recovery italiano.”</em> In realtà la situazione era più complessa di come era stata raccontata in principio e, complice la crisi di governo, si è scelto di accantonare tutto in attesa che politici più audaci ci mettano sopra le mani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’altronde, gli <a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2022/07/23/i-mali-del-capitalismo-e-della-dottrina-di-milton-friedman/">Uber Files</a>, di cui abbiamo parlato anche noi, hanno svelato la fitta rete di relazioni opache e manipolatorie che la nota compagnia di trasporto californiana aveva costruito negli anni, a danno di settori blindati da contratti e associazioni di categorie senza peli sulla lingua. Se fosse stato approvato l’articolo 10, così com’era (ovvero, come riportato dal <a href="https://www.corriere.it/economia/lavoro/cards/concorrenza-guerra-taxi-ncc-liberalizzazioni-motivi-scontro/taxi-ddl-concorrenza-cosa-prevede-l-articolo-10.shtml"><strong>Corriere.it</strong></a>, <em>«adeguamento dell’offerta di servizi alle forme di mobilità che si svolgono mediante l’uso di applicazioni web […] promozione della concorrenza, anche in sede di conferimento delle licenze»</em>) si sarebbe scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora. Questo perché da anni le licenze vengono utilizzate dai tassisti come Tfr e l’apertura indiscriminata del mercato avrebbe dato il via una corsa a ribasso dei prezzi, certamente a favore degli utenti, ma non di chi ha pagato, e forse fin troppo, l’accesso al settore. Basta questa argomentazione per sorvolare sullo stralcio dell’ex-articolo 10 e schierarsi a favore dei taxi? Assolutamente no.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la concorrenza sleale è uno dei mali del capitalismo d’oggi, lo è anche ed a maggior ragione, la creazione di mono e di oligopoli il cui obiettivo principale è spazzare via ogni forma d’innovazione, acquisendo e imponendo barriere inaccessibili a chiunque vorrebbe cambiare lo status quo. Per queste ragioni, ed anche se in presenza di molte incoerenze, avrebbe avuto senso continuare a lottare per cambiare un sistema sbagliato introducendo l’art.10, anche perché rimangiandosi la parola si offre ora su piatto d’argento l’arma che mancava ai <a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2022/06/03/che-cosa-dice-il-ddl-concorrenza/">balneari</a> per chiedere un ritorno alla casella di partenza, vanificando così mesi di trattative e scontri tra bande partitiche.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I partiti in lotta con tutti, persino con loro stessi</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, sui taxi i partiti politici erano quanto meno riusciti a prendere delle posizioni decifrabili e per questo riconducibili a un’ideale, a una visione della società nella quale potersi identificare, sulla vicenda del rigassificatore di Piombino, invece, si è verificato l’impossibile. I partiti locali hanno realizzato un fronte compatto contro il gas (Gnl) via mare, sconfessando così le decisioni prese da quella maggioranza, altrettanto bizzarra, che in Consiglio dei Ministri aveva invece approvato quel progetto e stretto quindi gli accordi internazionali necessari per renderlo possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come raccontato dal noto sito di Fact-Checking <a href="https://pagellapolitica.it/fact-checking/partiti-rigassificatore-piombino"><strong>Pagella Politica</strong></a>, con un articolo di <strong>Federico Gonzato</strong>, <em>“il progetto della nave rigassificatrice di Piombino rientra nella strategia del governo italiano per ridurre la dipendenza dal gas russo in seguito alla guerra in Ucraina, ed </em><a href="https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/22_aprile_07/rigassificatore-l-annuncio-ministro-ma-piombino-dice-no-cosi-inaccettabile-e8025eee-b5d8-11ec-a5bb-947bbaae054b.shtml"><em>era stato annunciato</em></a><em> dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ad aprile. A metà luglio, dopo quasi tre mesi di trattative, il ministero della Transizione ecologica e la Regione Toscana </em><a href="https://www.ilpost.it/2022/07/14/accordo-rigassificatore-piombino/"><em>hanno trovato un accordo</em></a><em> di massima sul posizionamento della nave rigassificatrice, che dovrebbe rimanere ormeggiata nel porto di Piombino per al massimo tre anni. Più nel dettaglio, la nave in questione si chiama “Golar Tundra”, </em><a href="https://www.snam.it/it/media/comunicati-stampa/2022/Snam_acquista_rigassificatore_galleggiante_da_Golar_LNG.html"><em>è stata acquistata</em></a><em> a giugno dalla Società nazionale metanodotti (Snam) e può rigassificare fino a 5 miliardi di metri cubi di gas all’anno.”</em>&nbsp;In breve, tutti gli attori principali della decisione sembravano d’accordo sul dove posizionare il rigassificatore e sul perché fosse necessaria quest’opera, poi però è scattata la rappresaglia locale che è tracimata a livello nazionale, dove l’assenza del governo Draghi ha fatto il resto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Persino <strong>Eugenio</strong> <strong>Giani</strong>, Presidente di Regione Toscana, ha esordito con <em>“io non prenderò certo una decisione di autorizzazione se non vedo chi è il nuovo governo e chi sono i nuovi parlamentari”</em>, lasciando intendere che qualcun altro dovrà decidere per lui, ma chi? Probabilmente il Pd, il quale, a livello locale ha preso parte alla protesta contro il rigassificatore, mentre al Nazareno si sono limitati a restare in silenzio, forse per non apparire allineati a Fratelli d’Italia. Il problema è che con i flussi ridotti dalla Russia, l’Italia ha più che mai bisogno di trovare altre soluzioni per consentire alle imprese di non chiudere. E visto che si è scelto di puntare quasi tutto sul gas e nucleare, invece di investire in fonti davvero green, occorre trovare un luogo ove ormeggiare il rigassificatore di Snam, ma dove? Ci penserà la prossima maggioranza, nella speranza che a Piombino non se ne formi un’altra, magari con gli stessi colori e simboli, pronta ad opporsi a ogni costo. D’altronde si sa, maggioranza scaccia maggioranza.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Lo scudo anti-spread che protegge con discrezionalità</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">E mentre in Italia si cerca di capire se esista davvero una qualche barra da poter tenere dritta, in Ue si è deciso di costruire uno scudo anti-spread che potrebbe non proteggere i Btp con la stessa efficacia che i più auspicavano all’inizio, ma andiamo con ordine. Il nome scelto dalla Bce è <em>Transmission Protection Instrument </em>(Tpi) e fungerà da freno d’emergenza nel caso in cui il differenziale dei titoli di Stato dei diversi Paesi Ue dovesse accelerare bruscamente. Quella tra gli spread dev’essere infatti intesa come una corsa nella quale l’Italia deve fare il possibile per non allontanarsi troppo dalla Germania o comunque restare in linea con il gruppo di Spagna, Francia, Grecia e Portogallo. Di fatto si tratta di una corsa dove si vince se vincono tutti, perché anche un solo Paese può rendere aridi tutti gli altri, come ha ben dimostrato la Grecia, il cui Pil ed impatto economico sull’Ue sembravano trascurabili fino a quando gli spread non sono impazziti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed proprio per via di questo doppio filo tra spread ed economie che la Bce ha voluto porre delle condizionalità forti, ad uno strumento che se inefficace rischia di compromettere l’intera zona euro. Come riportato da <a href="https://www.open.online/2022/07/22/bce-tpi-scudo-anti-spread-come-funziona/"><strong>Open</strong></a>, in un articolo di <strong>Alessandro D’Amato</strong>, affinché entri in campo il Tpi è necessario che il Paese beneficiario stia rispettando il quadro di bilancio comunitario e non vi siano gravi squilibri macroeconomici; inoltre, la spesa pubblica dev’essere tenuta sotto controllo, così come occorre rispettare il Recovery Plan. Rispetto all’<strong>Omt</strong> e il <strong>Pepp</strong>, le differenze sono marcate. Facendo un’analogia col racconto di <em>Riccioli d’Oro e i tre orsi</em>, si può immaginare l’Omt come il freno più rigido a disposizione della Bce, poiché vincolato alle regole del Mes, al contrario, il Pepp è fin troppo lasco, poiché interviene in proporzione alle dimensioni dei Paesi che ne fanno uso, mentre il nuovo Tpi rappresenta una via di mezzo tra i due. Può intervenire in ogni momento e senza limiti d’acquisto, ma occorre rispettare i parametri sopracitati, e quindi “meritarselo”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti, come ha scritto l’economista <strong>Angelo Baglioni</strong>, su <a href="https://www.lavoce.info/archives/96350/scudo-anti-spread-bisognera-meritarselo/"><strong>LaVoce.info</strong></a>, <em>“Il nuovo “scudo anti-spread” non prevede meccanismi automatici: esso verrà usato dal Consiglio direttivo a sua discrezione, a patto che vengano soddisfatte una serie di condizioni impegnative. Non sarà facile usufruire dello scudo, soprattutto per un governo che intendesse approfittarne per allargare i cordoni della borsa.”</em> Ed ancora, scrive Baglioni, <em>“il nuovo strumento sarà tanto più efficace quanto maggiore sarà l’effettiva volontà del Consiglio direttivo della Bce di metterlo in pratica.”</em>. Ma perché introdurre così tanta discrezionalità e tra l’altro in un momento in cui la Bce ha deciso di alzare i tassi per contrastare l’inflazione? Baglioni suggerisce come l’aumento dei tassi e il Tpi debbano essere inquadrati nell’ottica di un sistema a matrice, dove gli obiettivi da perseguire sono due e differenti, ma legati tra loro. <em>“La manovra dei tassi di interesse serve a determinare il grado di restrizione (rialzo dei tassi) oppure di espansione monetaria (ribasso dei tassi): nel primo caso per frenare la domanda aggregata di beni e servizi e combattere così l’inflazione, nel secondo caso per agire nella direzione opposta. La gestione del bilancio della banca centrale (attraverso operazioni in titoli e di prestito al settore bancario) serve invece per assicurare la corretta trasmissione della politica monetaria in tutta l’area euro. Per avere una politica monetaria unica non basta avere una unica banca centrale, occorre anche che le condizioni monetarie e finanziarie siano uniformi in tutta l’area: in altri termini, che gli spread di tasso tra un paese e l’altro non si amplino troppo e per motivi meramente speculativi, slegati dai fattori fondamentali.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tradotto per chi è a digiuno, la Bce ha deciso di riavvolgere il nastro del tempo a prima dell’era Draghi e del Quantitative Easing, introducendo tra l’altro maggiori vincoli per quei Paesi che negli anni hanno speso molto (debito cattivo) ottenendo in cambio poco, spesso nulla, come nel caso dell’Italia.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cambia il vento ma i partiti mantengono la stessa rotta</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stralcio dell’art. 10 del ddl Concorrenza e le proteste di Piombino potranno sembrare solo gli elementi di contorno di una campagna elettorale soggetta a temperature marziane e a colpi di calore, ma in realtà svelano qualcosa di più, ed è l’assenza di una direzione univoca. La Bce dal canto suo, invece, una strada la sta tracciando e spera che col Tpi i Paesi più rischio righino dritto, mentre quest’ultimi sembrano più che altro aspettare il momento propizio per giocarsi la carta dell’azzardo morale, imponendo così un salvataggio pirata, costi quel che costi, affinché l’euro non sprofondi nel baratro. Andrà davvero così? Forse, ma ciò che spesso non considerano i fautori dell’azzardo morale è che questo inverno le temperature rischiano di essere ben più roventi rispetto a quelle attuali, suggerendo così ai decisori scelte al limite dell’impensabile e forse anche oltre.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di</em> Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/08/01/un-passo-in-avanti-e-due-indietro-il-vuoto-politico-post-draghi/politica-italiana/">Un passo in avanti e due indietro: il vuoto politico post-Draghi</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>I mali del capitalismo e della dottrina di Milton Friedman</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jul 2022 11:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Concorrenza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia e Transizione Energetica]]></category>
		<category><![CDATA[Riforme]]></category>
		<category><![CDATA[Green Deal]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esistono teorie economiche non solo capaci di persistere ben più a lungo dell’esistenza stessa del...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/07/23/i-mali-del-capitalismo-e-della-dottrina-di-milton-friedman/energia-e-transizione-energetica-uncategorized/">I mali del capitalismo e della dottrina di Milton Friedman</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size"><strong>Esistono teorie economiche non solo capaci di persistere ben più a lungo dell’esistenza stessa del loro fautore, ma persino di riuscire a esercitare un’influenza così persuasiva da plasmare intere generazioni di imprenditori. Milton Friedman, ad esempio, ha convinto il mondo intero che l’unica preoccupazione a cui debbano rispondere le imprese sia il tornaconto degli stakeholders che su di esse hanno investito i propri capitali. Ed oggi, a distanza di oltre 50 anni dalla nascita della sua dottrina, gli effetti del modello capitalista di Friedman sono ancora vivi e vegeti, come ben esemplificato dagli Uber files, dagli scioperi delle compagnie low cost e dall’ingerenza delle industrie del fossile sulla stampa libera.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">In campo economico esiste sempre almeno una teoria e quindi una soluzione per ogni genere di problema, anzi, spesso gli economisti riescono persino a generare più di opzioni, anche tra di loro confliggenti, per lo stesso tema, sia esso l’inflazione o l’occupazione. Lo stesso K<strong>eynes divenne famoso proprio per la sua capacità di formulare ipotesi capaci di spaziare in più direzioni, sino a diventare tra di loro divergenti</strong>. Tuttavia, e a dispetto della malleabilità dell’economia e della creatività dei suoi cultori, <strong>sembra non esserci cura capace di estirpare la dottrina partorita di Milton Friedman, secondo cui la responsabilità sociale di un’impresa si esaurisce nell’aumentare i soli profitti, il resto non conta</strong>. Tant’è che se per raggiungere tale obiettivo, ovvero rendere ricchi sé stessi e gli azionisti, fosse necessario bruciare il mondo o disgregare il tessuto di una società, andrebbe comunque bene e anzi, sarebbe un dovere morale farlo, pena il mancato rispetto degli interessi degli stakeholders; ovviamente gli unici ad avene di legittimi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La dottrina di Friedman nacque negli anni ’70 e da allora guida tanto la penna che verga la storia quanto l’agire degli amministratori delegati di importanti società per azioni. Non sono stati sufficienti né i numerosi scandali privati, né le bolle speculative o il crescete del divario salariale all’interno delle grandi società: nulla scalfisce questa massima e gli interessi che essa difende. Neppure lo scandalo di Uber, in cui sono coinvolti politici di primo piano e le maggiori autorità europee, smuove l’opinione pubblica, la quale non pare non curarsi neppure del rapporto immorale tra media e industria fossile, né degli scioperi che affliggono il mondo dell’aviazione low cost. E dire che tutti questi tre casi mostrano, nel loro insieme, proprio <strong>la perversione raggiunta dalle idee di Friedman e i rischi che la società corre nel perseguire una dottrina tanto scellerata quanto refrattaria al cambiamento</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il caso di Uber</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">La storia di Uber inizia come quella di ogni altra star-up che ambisce a cambiare il mondo. Viene analizzato un mercato ritenuto improduttivo, troppo ancorato allo status quo e meritevole di un salto di quel salto di qualità che solo una grande intuizione scaturita dalla riflessione di una personalità geniale può apportare e la magia californiana fa tutto il resto. <strong>Nel caso di Uber si è quindi scelto di penetrare in un mercato, quello europeo, dove il sevizio di trasporto pubblico è normato attraverso la cessione di licenze, bypassando però ogni regola e facendo un’attività di lobbying senza quartiere</strong>, così come una feroce lotta&nbsp; a qualunque corporazione e regola. D’altronde, se vuoi cambiare il mondo e le sue regole non vi è limite che non si possa valicare, o questo è quello che devono aver pensato in California prima di avviare la macchina che <a href="https://www.theguardian.com/news/2022/jul/10/uber-files-leak-reveals-global-lobbying-campaign">l’inchiesta del The Guardian</a> ha rivelato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ben 124.000 documenti e nomi di primissimo piano, come quello di <strong>Emmanuel Macron</strong>, <strong>Joe Biden</strong>, <strong>Matteo Renzi</strong> e <strong>Neelie Kroes</strong>. Quest’ultimo ai più potrà non dire molto, ma si tratta dell’ex commissaria europea alla concorrenza (il ruolo oggi ricoperto da Margherita Vestager), la quale, stando a quanto riportato dai file e dall’articolo di <strong>Francesca Canto</strong>, pubblicato su <strong><em>TPI</em></strong>, <em>“si sarebbe offerta di organizzare una serie di incontri tra Uber, i ministri olandesi e gli alti funzionari Ue tra il 2014 e il novembre 2016</em> <em>– contrariamente a quanto richiesto dalla normativa vigente – per un totale di 200 mila dollari all’anno, versati sul suo conto dall’azienda di San Francisco.”</em> Non proprio l’atteggiamento di trasparenza che ci si aspetterebbe da un funzionario Ue, ma in questo Kroes non era di certo da sola, anzi, il pubblico di politici pronti a rivendicare come legittime le battaglie di Uber era assai folto, nonostante la compagnia californiana fosse dedita a pratiche del tutto scorrette. Nell’articolo di Canto si legge <em>“secondo gli Uber files, alcuni membri dell’azienda avevano visto nella violenza i propri autisti un’opportunità, un modo per fare pressione sui governi dei Paesi europei al fine di riscrivere leggi che ostacolavano l’espansione di Uber nel vecchio continente. Alcune manifestazioni furono pianificate direttamente dalla società</em>.” Per il co-fondatore di Uber, <strong>Travis Kalanick</strong> <strong><em>“la violenza garantisce il successo.”</em> Una frase questa, che risulta assolutamente in linea con la dottrina di Friedman e con l’epilogo di questa triste pagina del capitalismo d’oggi</strong>. Già, perché all’indomani della pubblicazione dell’inchiesta del The Guardian, la risposta di Uber è stata che sì, sono stati commessi degli errori, ma dal 2017 l’Ad è stato rimosso e quindi il problema rientrato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un modo per dire “quello era il passato, oggi siamo diversi”. Che negli anni siano stati calpestati dei diritti, letteralmente comprati degli incontri con alti funzionari politici o assoldati black bloc per gettare discredito su intere categorie di lavori non conta, perché frutto avvelenato del passato. Ed a guardar bene i conti della società californiana si direbbe che sia proprio così, perché grazie a queste politiche commerciali è riuscita a far breccia in 77 Paesi del mondo a generare un fatturato di ben 6,9 mld di dollari, facendo così felici azionisti e manager: esiste altro per cui valga la pena lottare?</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una transizione all’insegna del greenwashing</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">È poi sufficiente svoltare pagina ed ecco che la dottrina di Friedman ricompare come per magia, conquistando un altro adepto del capitalismo amorale, anzi, in questo caso a lasciarsi sedurre dai profitti è persino <strong>l’intera eurozona, che non riesce proprio a dire di no ai combustibili fossili, nonostante le evidenze scientifiche e i danni</strong> (questa volta geopolitici)<strong> che da anni accompagnano le guerre in Medio Oriente ed oggi alle porte dell’Europa stessa</strong>. Niente, nulla è più forte dello status quo e del profitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Con 328 voti l’Europarlamento ha deciso che la tassonomia Ue non cambia, gas e nucleare sono green e utili alla transizione energetica</strong>. D’altronde, nei soli 6 anni successivi all’accordo di Parigi, sono stati ben 4,6 i trilioni di dollari investiti dalle banche di tutto il mondo nel settore fossile: che fai? Vendi tutto e cambi strategia perché qualche scienziato sostiene che estraendo gas, carbone e petrolio finirà l’era dell’uomo? No. Persino gli Esg contengono al loro interno forme di finanziamento a sostegno dell’industria fossile e a dirlo non è Topolino, ma l’<a href="https://www.economist.com/leaders/2022/02/12/the-truth-about-dirty-assets">Economist</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Eppure, nonostante i dati degli scienziati, i cambiamenti climatici tuttora in corso e l’azzardo morale che la Russia ha potuto giocare nei confronti dell’Ue, le energie fossili vincono su tutto e si prendono pure una rivincita simbolica attraverso i Media</strong>. Non vi sono, infatti, solo i giornali che sostengono apertamente teorie negazioniste e ritenute minoritarie in ambito scientifico, ma i Media stessi, nel loro insieme, devono parte della loro stessa sussistenza alla pubblicità che proviene dall’industria fossile. Da uno studio, realizzato <strong><em>Greenpeace Italia e l’Osservatorio di Pavia</em></strong> – rilanciato poi dal sito <a href="https://valori.it/greenpeace-crisi-climatica-stampa-quotidiani-giornalismo/">Valori.it</a> – si evince come i principali Media italiani ricevano fondi dall’industria fossile e finiscano spesso per sottovalutare l’impatto di tale settore. Nell’articolo, infatti, si legge come <em>“nei 528 articoli esaminati, le compagnie petrolifere sono indicate tra i responsabili della crisi climatica appena due volte”</em>.Ed ancora<strong> <em>“</em></strong><em>Grazie alle loro generose </em><strong>pubblicità</strong><em>, che spesso non sono altro che ingannevole </em><a href="https://valori.it/dossier/washing/"><em>greenwashing</em></a> – aggiunge <strong>Giancarlo Sturloni</strong>, di Greenpeace Italia – <em>le aziende del </em><strong>gas</strong><em> e del </em><strong>petrolio</strong><em> inquinano anche il dibattito pubblico e il sistema dell’informazione. Impedendo a lettori e lettrici di conoscere la </em><strong>gravità</strong><em> dell’emergenza ambientale che stiamo vivendo. Se vogliamo che il </em><strong>giornalismo</strong><em> svolga il suo ruolo cruciale di watchdog nella lotta alla crisi climatica, anziché di megafono delle aziende inquinanti, dobbiamo liberare i media dal ricatto del gas e del petrolio.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È forse chiedere troppo che vi sia indipendenza tra Media e industria del fossile?</strong> Secondo la vulgata dei promotori della dottrina di Friedman sì, perché ciò che conta è che i media sia sostenibili economicamente parlando e non che lo sia ciò che scrivono.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’era dei viaggi low cost è al capolinea?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ma che cosa significa sostenibile? Ecco, questo è un altro di quei concetti che muta a seconda degli interessi degli stakeholders, come ben esemplificato dal settore delle compagnie aree low cost. C’è stato un tempo in cui, grazie a compagnie come Ryanair, era possibile viaggiare con una manciata di euro, poi è arrivato il Covid-19, l’inflazione ed ora le legittime pretese di un settore che negli anni ha visto assottigliarsi sempre di più i propri diritti ed oggi sciopera per difendere ciò che ne resta. <a href="https://www.ilpost.it/2022/07/17/sciopero-ryanair-easyjet-controllori/">Voli cancellati ed altre forme di disagio per i viaggiatori stanno diventando sempre più frequenti</a>, perché di fatto protestare è l’ultima carta che resta da giocare a un settore, quello dell’aerotrasporto, ormai ridotto all’osso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Durante la pandemia sono stati licenziati molti dipendenti ed a emergenza conclusa, col sopraggiungere di ulteriori incertezze economiche e geopolitiche, non sono stati reintegrati lasciando una mole di lavoro di espansione sui pochi rimasti</strong>. <strong>L’intero settore dei viaggi low cost è diventato talmente insostenibile</strong> che persino chi è stato fautore del suo successo oggi nasconde la mano facendo finta che il sasso nello stagno sia stato gettato per errore (anche qui, le analogie col caso di Uber si sprecano). O’Leary stesso, infatti, patron di Ryanair, al <strong>Financial Times</strong> ha dichiarato <em>“È semplicemente diventato troppo economico.&nbsp;Trovo assurdo che ogni volta che volo a Stansted (aeroporto di Londra dove fa base Ryanair, ndr), il viaggio in treno fino al centro di Londra sia più costoso del biglietto aereo.”</em> E, come riportato dal <strong><em>The Post</em></strong>, <strong>O’Leary</strong> ha poi aggiunto: <em>“È stato il mio lavoro [offrire viaggi aerei a buon mercato]. Ho fatto un sacco di soldi facendolo. Ma alla fine, <strong>non credo che nel medio termine i viaggi a un costo di 40 euro possano essere sostenibili</strong>. È un prezzo troppo economico», aggiungendo che in futuro le tariffe medie potrebbero salire a 50 o 60 euro circa.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il caso di Ryanair esemplifica una pratica presente anche nella vicenda di Uber ed in quella del settore dell’energia fossile, ovvero che è tutto lecito fino a quando genere un utile che sia ritenuto significativo per gli stakeholders</strong>. Se diventa essenziale garantire un servizio a un prezzo irrisorio, penetrare un mercato tutelato con manovre predatorie, oppure inficiare il giudizio del mondo accademico e di quello giornalistico, non importa. Ciò che conta è il rispetto della dottrina elaborata da Friedman negli anni ’70.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed oggi, a distanza di oltre mezzo secolo da quando l’economista statunitense gettò le basi per la condotta societaria, nulla sembra essere cambiato. Permane un esercito di vinti che affolla aziende dai bilanci stracolmi e destinati perlopiù a una manciata di eletti e ad azionisti interessati solo al proprio tornaconto personale. Possibile che nel 2022 debba continuare a regnare indiscussa una dottrina i cui effetti perversi accompagnano il capitalismo?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di</em> Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>



<p class="wp-block-paragraph">In campo economico esiste sempre almeno una teoria e quindi una soluzione per ogni genere di problema, anzi, spesso gli economisti riescono persino a generare più di opzioni, anche tra di loro confliggenti, per lo stesso tema, sia esso l’inflazione o l’occupazione. Lo stesso K<strong>eynes divenne famoso proprio per la sua capacità di formulare ipotesi capaci di spaziare in più direzioni, sino a diventare tra di loro divergenti</strong>. Tuttavia, e a dispetto della malleabilità dell’economia e della creatività dei suoi cultori, <strong>sembra non esserci cura capace di estirpare la dottrina partorita di Milton Friedman, secondo cui la responsabilità sociale di un’impresa si esaurisce nell’aumentare i soli profitti, il resto non conta</strong>. Tant’è che se per raggiungere tale obiettivo, ovvero rendere ricchi sé stessi e gli azionisti, fosse necessario bruciare il mondo o disgregare il tessuto di una società, andrebbe comunque bene e anzi, sarebbe un dovere morale farlo, pena il mancato rispetto degli interessi degli stakeholders; ovviamente gli unici ad avene di legittimi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La dottrina di Friedman nacque negli anni ’70 e da allora guida tanto la penna che verga la storia quanto l’agire degli amministratori delegati di importanti società per azioni. Non sono stati sufficienti né i numerosi scandali privati, né le bolle speculative o il crescete del divario salariale all’interno delle grandi società: nulla scalfisce questa massima e gli interessi che essa difende. Neppure lo scandalo di Uber, in cui sono coinvolti politici di primo piano e le maggiori autorità europee, smuove l’opinione pubblica, la quale non pare non curarsi neppure del rapporto immorale tra media e industria fossile, né degli scioperi che affliggono il mondo dell’aviazione low cost. E dire che tutti questi tre casi mostrano, nel loro insieme, proprio <strong>la perversione raggiunta dalle idee di Friedman e i rischi che la società corre nel perseguire una dottrina tanto scellerata quanto refrattaria al cambiamento</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il caso di Uber</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">La storia di Uber inizia come quella di ogni altra star-up che ambisce a cambiare il mondo. Viene analizzato un mercato ritenuto improduttivo, troppo ancorato allo status quo e meritevole di un salto di quel salto di qualità che solo una grande intuizione scaturita dalla riflessione di una personalità geniale può apportare e la magia californiana fa tutto il resto. <strong>Nel caso di Uber si è quindi scelto di penetrare in un mercato, quello europeo, dove il sevizio di trasporto pubblico è normato attraverso la cessione di licenze, bypassando però ogni regola e facendo un’attività di lobbying senza quartiere</strong>, così come una feroce lotta&nbsp; a qualunque corporazione e regola. D’altronde, se vuoi cambiare il mondo e le sue regole non vi è limite che non si possa valicare, o questo è quello che devono aver pensato in California prima di avviare la macchina che <a href="https://www.theguardian.com/news/2022/jul/10/uber-files-leak-reveals-global-lobbying-campaign">l’inchiesta del The Guardian</a> ha rivelato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ben 124.000 documenti e nomi di primissimo piano, come quello di <strong>Emmanuel Macron</strong>, <strong>Joe Biden</strong>, <strong>Matteo Renzi</strong> e <strong>Neelie Kroes</strong>. Quest’ultimo ai più potrà non dire molto, ma si tratta dell’ex commissaria europea alla concorrenza (il ruolo oggi ricoperto da Margherita Vestager), la quale, stando a quanto riportato dai file e dall’articolo di <strong>Francesca Canto</strong>, pubblicato su <strong><em>TPI</em></strong>, <em>“si sarebbe offerta di organizzare una serie di incontri tra Uber, i ministri olandesi e gli alti funzionari Ue tra il 2014 e il novembre 2016</em> <em>– contrariamente a quanto richiesto dalla normativa vigente – per un totale di 200 mila dollari all’anno, versati sul suo conto dall’azienda di San Francisco.”</em> Non proprio l’atteggiamento di trasparenza che ci si aspetterebbe da un funzionario Ue, ma in questo Kroes non era di certo da sola, anzi, il pubblico di politici pronti a rivendicare come legittime le battaglie di Uber era assai folto, nonostante la compagnia californiana fosse dedita a pratiche del tutto scorrette. Nell’articolo di Canto si legge <em>“secondo gli Uber files, alcuni membri dell’azienda avevano visto nella violenza i propri autisti un’opportunità, un modo per fare pressione sui governi dei Paesi europei al fine di riscrivere leggi che ostacolavano l’espansione di Uber nel vecchio continente. Alcune manifestazioni furono pianificate direttamente dalla società</em>.” Per il co-fondatore di Uber, <strong>Travis Kalanick</strong> <strong><em>“la violenza garantisce il successo.”</em> Una frase questa, che risulta assolutamente in linea con la dottrina di Friedman e con l’epilogo di questa triste pagina del capitalismo d’oggi</strong>. Già, perché all’indomani della pubblicazione dell’inchiesta del The Guardian, la risposta di Uber è stata che sì, sono stati commessi degli errori, ma dal 2017 l’Ad è stato rimosso e quindi il problema rientrato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un modo per dire “quello era il passato, oggi siamo diversi”. Che negli anni siano stati calpestati dei diritti, letteralmente comprati degli incontri con alti funzionari politici o assoldati black bloc per gettare discredito su intere categorie di lavori non conta, perché frutto avvelenato del passato. Ed a guardar bene i conti della società californiana si direbbe che sia proprio così, perché grazie a queste politiche commerciali è riuscita a far breccia in 77 Paesi del mondo a generare un fatturato di ben 6,9 mld di dollari, facendo così felici azionisti e manager: esiste altro per cui valga la pena lottare?</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una transizione all’insegna del greenwashing</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">È poi sufficiente svoltare pagina ed ecco che la dottrina di Friedman ricompare come per magia, conquistando un altro adepto del capitalismo amorale, anzi, in questo caso a lasciarsi sedurre dai profitti è persino <strong>l’intera eurozona, che non riesce proprio a dire di no ai combustibili fossili, nonostante le evidenze scientifiche e i danni</strong> (questa volta geopolitici)<strong> che da anni accompagnano le guerre in Medio Oriente ed oggi alle porte dell’Europa stessa</strong>. Niente, nulla è più forte dello status quo e del profitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Con 328 voti l’Europarlamento ha deciso che la tassonomia Ue non cambia, gas e nucleare sono green e utili alla transizione energetica</strong>. D’altronde, nei soli 6 anni successivi all’accordo di Parigi, sono stati ben 4,6 i trilioni di dollari investiti dalle banche di tutto il mondo nel settore fossile: che fai? Vendi tutto e cambi strategia perché qualche scienziato sostiene che estraendo gas, carbone e petrolio finirà l’era dell’uomo? No. Persino gli Esg contengono al loro interno forme di finanziamento a sostegno dell’industria fossile e a dirlo non è Topolino, ma l’<a href="https://www.economist.com/leaders/2022/02/12/the-truth-about-dirty-assets">Economist</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Eppure, nonostante i dati degli scienziati, i cambiamenti climatici tuttora in corso e l’azzardo morale che la Russia ha potuto giocare nei confronti dell’Ue, le energie fossili vincono su tutto e si prendono pure una rivincita simbolica attraverso i Media</strong>. Non vi sono, infatti, solo i giornali che sostengono apertamente teorie negazioniste e ritenute minoritarie in ambito scientifico, ma i Media stessi, nel loro insieme, devono parte della loro stessa sussistenza alla pubblicità che proviene dall’industria fossile. Da uno studio, realizzato <strong><em>Greenpeace Italia e l’Osservatorio di Pavia</em></strong> – rilanciato poi dal sito <a href="https://valori.it/greenpeace-crisi-climatica-stampa-quotidiani-giornalismo/">Valori.it</a> – si evince come i principali Media italiani ricevano fondi dall’industria fossile e finiscano spesso per sottovalutare l’impatto di tale settore. Nell’articolo, infatti, si legge come <em>“nei 528 articoli esaminati, le compagnie petrolifere sono indicate tra i responsabili della crisi climatica appena due volte”</em>.Ed ancora<strong> <em>“</em></strong><em>Grazie alle loro generose </em><strong>pubblicità</strong><em>, che spesso non sono altro che ingannevole </em><a href="https://valori.it/dossier/washing/"><em>greenwashing</em></a> – aggiunge <strong>Giancarlo Sturloni</strong>, di Greenpeace Italia – <em>le aziende del </em><strong>gas</strong><em> e del </em><strong>petrolio</strong><em> inquinano anche il dibattito pubblico e il sistema dell’informazione. Impedendo a lettori e lettrici di conoscere la </em><strong>gravità</strong><em> dell’emergenza ambientale che stiamo vivendo. Se vogliamo che il </em><strong>giornalismo</strong><em> svolga il suo ruolo cruciale di watchdog nella lotta alla crisi climatica, anziché di megafono delle aziende inquinanti, dobbiamo liberare i media dal ricatto del gas e del petrolio.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È forse chiedere troppo che vi sia indipendenza tra Media e industria del fossile?</strong> Secondo la vulgata dei promotori della dottrina di Friedman sì, perché ciò che conta è che i media sia sostenibili economicamente parlando e non che lo sia ciò che scrivono.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’era dei viaggi low cost è al capolinea?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ma che cosa significa sostenibile? Ecco, questo è un altro di quei concetti che muta a seconda degli interessi degli stakeholders, come ben esemplificato dal settore delle compagnie aree low cost. C’è stato un tempo in cui, grazie a compagnie come Ryanair, era possibile viaggiare con una manciata di euro, poi è arrivato il Covid-19, l’inflazione ed ora le legittime pretese di un settore che negli anni ha visto assottigliarsi sempre di più i propri diritti ed oggi sciopera per difendere ciò che ne resta. <a href="https://www.ilpost.it/2022/07/17/sciopero-ryanair-easyjet-controllori/">Voli cancellati ed altre forme di disagio per i viaggiatori stanno diventando sempre più frequenti</a>, perché di fatto protestare è l’ultima carta che resta da giocare a un settore, quello dell’aerotrasporto, ormai ridotto all’osso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Durante la pandemia sono stati licenziati molti dipendenti ed a emergenza conclusa, col sopraggiungere di ulteriori incertezze economiche e geopolitiche, non sono stati reintegrati lasciando una mole di lavoro di espansione sui pochi rimasti</strong>. <strong>L’intero settore dei viaggi low cost è diventato talmente insostenibile</strong> che persino chi è stato fautore del suo successo oggi nasconde la mano facendo finta che il sasso nello stagno sia stato gettato per errore (anche qui, le analogie col caso di Uber si sprecano). O’Leary stesso, infatti, patron di Ryanair, al <strong>Financial Times</strong> ha dichiarato <em>“È semplicemente diventato troppo economico.&nbsp;Trovo assurdo che ogni volta che volo a Stansted (aeroporto di Londra dove fa base Ryanair, ndr), il viaggio in treno fino al centro di Londra sia più costoso del biglietto aereo.”</em> E, come riportato dal <strong><em>The Post</em></strong>, <strong>O’Leary</strong> ha poi aggiunto: <em>“È stato il mio lavoro [offrire viaggi aerei a buon mercato]. Ho fatto un sacco di soldi facendolo. Ma alla fine, <strong>non credo che nel medio termine i viaggi a un costo di 40 euro possano essere sostenibili</strong>. È un prezzo troppo economico», aggiungendo che in futuro le tariffe medie potrebbero salire a 50 o 60 euro circa.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il caso di Ryanair esemplifica una pratica presente anche nella vicenda di Uber ed in quella del settore dell’energia fossile, ovvero che è tutto lecito fino a quando genere un utile che sia ritenuto significativo per gli stakeholders</strong>. Se diventa essenziale garantire un servizio a un prezzo irrisorio, penetrare un mercato tutelato con manovre predatorie, oppure inficiare il giudizio del mondo accademico e di quello giornalistico, non importa. Ciò che conta è il rispetto della dottrina elaborata da Friedman negli anni ’70.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed oggi, a distanza di oltre mezzo secolo da quando l’economista statunitense gettò le basi per la condotta societaria, nulla sembra essere cambiato. Permane un esercito di vinti che affolla aziende dai bilanci stracolmi e destinati perlopiù a una manciata di eletti e ad azionisti interessati solo al proprio tornaconto personale. Possibile che nel 2022 debba continuare a regnare indiscussa una dottrina i cui effetti perversi accompagnano il capitalismo?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di</em> Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/07/23/i-mali-del-capitalismo-e-della-dottrina-di-milton-friedman/energia-e-transizione-energetica-uncategorized/">I mali del capitalismo e della dottrina di Milton Friedman</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>Che cosa dice il Ddl Concorrenza?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2022 18:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[Riforme]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
		<category><![CDATA[#finanzapubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>4 minuti di lettura Finalmente&#160;è arrivato il primo sì: con 180 voti favorevoli, e 26...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/06/03/che-cosa-dice-il-ddl-concorrenza/geopolitica-il-mondo-che-cambia/ue-geopolitica-il-mondo-che-cambia/">Che cosa dice il Ddl Concorrenza?</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">4 minuti di lettura </p>



<p class="wp-block-paragraph">Finalmente&nbsp;<strong>è arrivato il primo sì</strong>: con 180 voti favorevoli, e 26 contrari, il ddl Concorrenza ha superato i veti, le barricate e i mal di pancia del Senato e ora si appresta ad approdare alla Camera, dove non solo occorrerà stare attenti agli attacchi di chi sta già affilando i coltelli in vista della conta, ma si dovranno pure trovare le risposte alle tante parentesi ancora aperte che ancora accompagnano questo disegno di legge. Già, perché&nbsp;<strong>questo primo sì è tutto fuorché l’ultimo e definitivo, e per ora si prefigura una strada tortuosa</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come prima cosa occorre fare un po’ di chiarezza attorno al dibattito pubblico che ha accompagnato il ddl Concorrenza, che come lascia intendere il nome, non riguarda solo le concessioni balneari. Quest’ultime rappresentano, infatti, solo la punta dell’iceberg di un sistema corporativo ben più ramificato e che la&nbsp;<strong>direttiva europea Bolkestein</strong>&nbsp;cerca di mandare in soffitta da più di un decennio. A dire il vero,&nbsp;<a href="https://quifinanza.it/economia/video/cosa-cambia-taxi-2022-perche-protesta/551937/">il governo italiano avrebbe dovuto già da tempo emanare un’apposita legge</a>&nbsp;sulla concorrenza, con cadenza annuale, come ha ricordato lo stesso Draghi in conferenza stampa, ma dal secondo governo Berlusconi in poi (fatto salvo il 2017), ciò non è mai avvenuto. Si è quindi dovuti ricorrere a uno strappo rispetto al passato, generando un disegno di legge che si compone di&nbsp;<a href="https://www.rainews.it/articoli/2022/05/ddl-concorrenza-primo-ok-del-senato-con-180-s-alle-concessioni-balneari-935cc049-42d2-40a0-a7d3-604ad18f15c9.html">ben 36 articoli</a>, di cui uno dedicato alle concessioni balneari. Le quali hanno il pregio di esemplificare un problema: a fronte di un giro d’affari complessivo del valore di 15 miliardi di euro, lo Stato italiano incassa solo 101 milioni. E non si tratta solo di una questione di tasse, ma anche del fatto che quello dato in concessione a un soggetto privato, perché è questo il punto, è a tutti gli effetti un bene pubblico.&nbsp;<strong>Una spiaggia è, e dovrebbe essere, di tutti e non solo di pochi eletti, ma sulla concorrenza si sa, come d’altronde accade anche sulla casa, si toccano temi cari ai partiti</strong>. La destra unita, ad esempio, ha dapprima posto il veto sulla delega fiscale, ottenendo ulteriori garanzie sull’assenza di tasse (almeno fino al 2026) e ora, sul tema delle concessioni balneari, batte i pugni sul tavolo per mantenere lo status quo.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Che cosa accadrà alle concessioni balneari?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il testo votato lunedì 30, infatti, impone la messa a gara delle concessioni balneari (ivi compresi laghi e fiumi per l’esercizio delle attività turistico-ricreative e sportive) entro il 31 dicembre 2023. Ciò significa che dal primo gennaio 2024 i beni dati in concessione dovrebbero tornare allo Stato, ma in questo caso il condizionale è d’obbligo, perché nel Paese delle eccezioni, qual è l’Italia, è possibile posticipare di ulteriori 12 mesi il vincolo del 2023 (appena varato). Se infatti vi dovesse essere&nbsp;<em>la presenza di un contenzioso o difficoltà oggettive legate all’espletamento della gara</em>, ecco che si guadagnerebbero ulteriori 12 mesi, giungendo così al 31 dicembre del 2024. Ma non è finita qua, perché&nbsp;<strong>sono stati anche previsti degli indennizzi per i concessionari che dovessero perdere la gara per lo stabilimento balneare o il bene oggetto della cessione da parte dello Stato.</strong>&nbsp;E qui inizia il gioco dei rimandi, perché con questo ddl il governo chiede al Parlamento il via libera per legiferare e le linee guida, ma poi sarà compito dei singoli decreti legislativi (che verranno di volta in volta approvati) definire nello specifico dettagli come questi, che non sono certo di poco conto. D’altronde, come riportava anche il&nbsp;<strong>Corriere della Sera</strong>&nbsp;del 27 maggio, le posizioni dei vari attori chiamati a decidere non sono poi così vicine. Nell’articolo si legge&nbsp;<em>“Da una parte c’erano Lega e Forza Italia che chiedevano un indennizzo basato sul valore complessivo dell’impresa che includesse quindi sia i beni materiali che immateriali, compreso l’avviamento commerciale. Per i Cinque Stelle era importante una «valutazione equa fatta sulla base di una perizia estimativa giurata da un perito indipendente». Il governo preferiva invece il valore dell’impresa «al netto» degli investimenti.”</em>&nbsp;E su questi distinguo è interessante la posizione di tutti quei politici che chiamano in causa l’impostazione (a favore dei concessionari balneari storici) assunta dal Portogallo, perché, come riportato dal&nbsp;<strong>Sole 24 Ore</strong>,&nbsp;<em>“lo scorso 6 aprile, Bruxelles ha deciso di avviare una procedura di infrazione nei confronti di Lisbona per la mancata corretta attuazione delle norme relative alle procedure di gara per l’aggiudicazione di concessioni balneari.”</em>. Quindi è falso affermare che la direzione assunta dal Portogallo sul tema sia andata bene all’Ue, anzi, ed anche l’Italia (qualora dovesse fare retromarcia alla Camera o concedere indennizzi privi di senso agli attuali concessionari) potrebbe subire la medesima sorte. Ad oggi, infatti,&nbsp;<strong>l’unica cosa certa è che a pagare per una concorrenza vera sarà il vincitore della gara, sempre ammesso che non si tratti dell’ultimo proprietario, o di chi è abituato a pagare le tasse</strong>&nbsp;(sempre se dovesse scattare l’infrazione da parte dell’Ue).</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Concessioni idroelettriche e taxi</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">E purtroppo, neppure alle concessioni del settore idroelettrico e a quelle legate al trasporto pubblico (Taxi e Ncc) è andata meglio, anzi. Sulle prima ha giocato forza l’attuale crisi energetica e le richieste della Lega, la quale è riuscita a far inserire il golden power sulle concessioni, come riportato dal giornale&nbsp;<strong>La Verità</strong>. Nell’articolo, a firma di&nbsp;<strong>Claudio Antonelli</strong>, si legge&nbsp;<em>“Gli asset strategici, anche se in concessione – è stato stabilito – rientreranno nell’ambito di applicazione del golden power. Nello specifico, saranno coperti da golden power «i beni e i rapporti di rilevanza strategica per l’interesse nazionale, anche se oggetto di concessioni, comunque affidate, incluse le concessioni di grande derivazione idroelettrica».”</em>&nbsp;Sui taxi invece, all’articolo n° 10 si trova la frase che ha scatenato le ire del settore:&nbsp;<em>“promozione della concorrenza, anche in sede di conferimento delle licenze, al fine di stimolare standard qualitativi più elevati”</em>. Che alle orecchie degli addetti al settore deve aver sortito lo stesso effetto delle unghie su di una lavagna, o giù di lì. E dalle colonne del&nbsp;<a href="https://www.iltempo.it/politica/2022/05/28/news/riforma-taxi-licenze-ddl-concorrenza-problema-mario-draghi-governo-sciopero-standard-qualita--31777806/">Il Tempo</a>,&nbsp;<strong>Andrea Anderson</strong>, della segreteria nazionale del sindacato Orsa Trasporti ha dichiarato&nbsp;<em>“quello che esigiamo – ha dichiarato Anderson – è lo stralcio totale dell’articolo 8 da questo Ddl. E per ottenerlo siamo pronti a fare le barricate, se necessario. Questo deve essere chiaro”.</em>&nbsp;Un pensiero condiviso anche da&nbsp;<strong>Loreno Bittarelli</strong>, Presidente URI e Presidente del Consorzio Nazionale ItTaxi, per il quale&nbsp;<em>“Siamo tutti uniti in questa battaglia con l’intenzione di portarla fino in fondo. La nostra posizione è chiara: quell’articolo va cancellato e, contestualmente, vanno ripresi i discorsi relativi ai decreti attuativi.”</em>&nbsp;Se queste sono le premesse, è assai probabile che lo scontro sul ddl Concorrenza continuerà. Tuttavia, sin da ora è possibile tracciare un bilancio del testo uscito dal Senato.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il bicchiere mezzo pieno e quello mezzo vuoto</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Le concessioni rappresentano un terreno scivoloso per qualunque governo e a maggior ragione per uno nato da un’alleanza spuria. Draghi ha avuto il merito di puntare i piedi e minacciare le dimissioni in caso di ulteriori slittamenti nella tabella di marcia per l’approvazione del ddl, ed in questo lo hanno aiutato&nbsp;<a href="https://www.openpolis.it/le-misure-legislative-previste-dal-pnrr-per-il-2022/">i vincoli del Pnrr</a>, i quali identificano la misura sulla concorrenza come&nbsp;<a href="https://italiadomani.gov.it/it/Interventi/riforme.html">“riforma abilitante”</a>&nbsp;(<a href="https://www.openpolis.it/parole/cose-il-pnrr-piano-nazionale-ripresa-e-resilienza/">ovvero</a>, “interventi funzionali a garantire l’attuazione del piano”). È inoltre positivo l’intervento sulle colonnine per la ricarica delle auto elettriche sui tratti autostradali, ove si specifica che&nbsp;<em>“dovranno prevedere criteri premiali per le offerte in cui si propone l’utilizzo di tecnologie altamente innovative, con specifico riferimento, in via esemplificativa, alla tecnologia di integrazione tra i veicoli e la rete elettrica.”</em>&nbsp;Sempre col pollice verso l’alto vi è anche l’intervento sulle piattaforme digitali volto a tutelare maggiormente il consumatore in caso di prevaricazione. Nello specifico, e come riportato dal&nbsp;<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/balneari-ue-incalza-l-italia-rischio-infrazione-e-caso-portogallo-AEiM9NdB"><strong>Sole 24</strong>&nbsp;<strong>Ore</strong></a>,&nbsp;<em>“la norma integra la disciplina dell’abuso di dipendenza economica introducendo una presunzione relativa (cioè superabile fornendo prova contraria) di dipendenza economica nelle relazioni commerciali con un’impresa che offre servizi di intermediazione di una piattaforma digitale, se questa ha un ruolo determinante per raggiungere utenti finali e/o fornitori, anche in termini di effetti di rete o di disponibilità dei dati”</em>. Di fatto questo articolo svolge una funzione di scudo ogni qual volta i dati forniti da una piattaforma siano carenti, oppure si presentino vicoli così stringenti da pregiudicare la migrazione presso altri operatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Purtroppo non si può dire altrettanto sulle deroghe a cui sono soggette le concessioni balneari, perché nel 2023, e per diverse strutture nel 2024, ci sarà un nuovo esecutivo, il quale potrebbe decidere di rimandare o riscrivere daccapo l’intero impianto in fase d’approvazione, con buona pace dei fondi del Pnrr. D’altro canto&nbsp;<strong>Giorgia Meloni</strong>&nbsp;ha già affermato che&nbsp;<em>“In Spagna, in Portogallo, hanno prorogato le concessioni. Le infrazioni? Se ne sono fregati”</em>, e&nbsp;<strong>Massimo Mallegni</strong>, Senatore in quota Forza Italia, ha voluto precisare – come riportato dal Corriere della Sera – che&nbsp;<em>“Qualora il centrodestra vincesse, come ci auguriamo, le elezioni nel 2023, ci impegniamo solennemente a modi</em><em>fi</em><em>care la norma approvata dal Senato. Allo stesso tempo non butteremo via ciò che con fatica abbiamo ottenuto: gli indennizzi. È stata una decisione storica,&nbsp;</em><em>fi</em><em>no a oggi questo era vietato dall’Articolo 49 del Codice della Navigazione. Quindi vittoria”</em>. Sempre sugli indennizzi citati da Mallegni, è bene ricordare che, tolto l’Art. 49 del Codice della Navigazione, questi verranno elargiti anche a chi ha compiuto abusi, anche edilizi, come ricordato da&nbsp;<strong>Angelo Bonelli</strong>&nbsp;di Europa Verde.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte l’Italia avrà la sua legge sulla concorrenza, com’era tra l’altro previsto e per giunta con cadenza annuale, dal lontano 2009, e forse, grazie ad essa si riusciranno ad evitare le sanzioni europee. Tuttavia, le numerose eccezioni, i possibili cambi dell’ultimo minuto e i regali a chi per anni ha versato una miseria all’erario, lasciano l’amaro in bocca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/06/03/che-cosa-dice-il-ddl-concorrenza/geopolitica-il-mondo-che-cambia/ue-geopolitica-il-mondo-che-cambia/">Che cosa dice il Ddl Concorrenza?</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>Litigi e fake-news sulla delega fiscale</title>
		<link>https://ilcaffekeynesiano.it/2022/03/10/litigi-e-fake-news-sulla-delega-fiscale/politica-italiana/riforme/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2022 09:21:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riforme]]></category>
		<category><![CDATA[Catasto]]></category>
		<category><![CDATA[FakeNews]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>3 min di lettura Con l’avvento dei partiti antisistema c’era chi diceva che destra e...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/03/10/litigi-e-fake-news-sulla-delega-fiscale/politica-italiana/riforme/">Litigi e fake-news sulla delega fiscale</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">3 min di lettura</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con l’avvento dei partiti antisistema c’era chi diceva che destra e sinistra rappresentassero etichette di foggia politica ormai prive d’attinenza col presente, dei sarcofagi svuotati di ogni contenuto ideologico. E l’attuale governo Draghi, ivi compresi i due che lo hanno preceduto, erano, agli occhi dei fautori di questa dottrina, la prova più lampante del superamento di tali etichetti politiche. Poi è arrivato il Pnrr con le sue riforme e la musica è cambiata all’improvviso, rendendo attuale proprio l’eterna spaccatura tra chi vuole politiche economiche di destra e chi invece ne propone di sinistra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È infatti <strong>il voto della legge delega sulla riforma fiscale</strong> a riesumare i blocchi della seconda Repubblica, con <a href="https://www.tgcom24.mediaset.it/politica/fisco-la-commissione-della-camera-boccia-due-emendamenti-sul-catasto_47083405-202202k.shtml">la destra che si esprime compatta contro la revisione del catasto, mentre il centro sinistra allargato</a> appoggia l’operato del governo, e già qui emergono le prime schizofrenie. Sì, perché in realtà nell’attuale governo ci sono quasi tutti i partiti presenti in Parlamento, fatta eccezione per l’opposizione di FdI, e quindi l’idea che i ministri della Lega e di Forza Italia si siano schierati contro la decisione presa in Consiglio, dove tra l’altro siedono ministri di questi partiti, dimostra una certa ambiguità. Ambiguità che aumenta man mano ci si addentra nella materia, perché <strong>la famosa “riforma del catasto” è in realtà solo una parte di un più ampio ventaglio di articoli, ben 10</strong>, tutti in materia fiscale e che coinvolgono l’IRES, l’IRAP e quasi ogni aspetto che coinvolga le imposte. E per essere più precisi, <strong>l’articolo 6</strong>, che è proprio quello che la destra ha cercato di sopprimere, <strong>non prevede nessun incremento d’imposta</strong>. Lo stesso <strong>Draghi</strong> ha di recente affermato che <em>«La mappatura degli immobili non ci serve per aumentare le tasse, ma per capire lo stato del patrimonio immobiliare»</em> e inoltre, <em>«nessuno pagherà più tasse»</em>. L’idea del governo è quella di capire lo stato del patrimonio immobiliare italiano e poi semmai, solo dal 2026 in poi, lasciare al governo che sarà in carica la possibilità, per ora tassativamente esclusa, di aggiornare le rendite al valore reale del nuovo catasto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei fatti l’articolo 6 persegue obiettivi di buon senso. Il primo, ad esempio, è quello di rintracciare quel 1.200.000 immobili fantasmi (<strong>Brunetta</strong> sul <strong><em>Il Foglio</em></strong>, ne stima 2,1 mln), di fatto abusivi, che a oggi sono stati individuati grazie alle fotografie aeree e che non pagano alcuna imposta, oltre a violare la legge. In secondo luogo, l’articolo 6 prevede che coloro che abbiano in custodia edifici d’interesse storico o artistico possano beneficiare di una riduzione del valore patrimoniale medio ordinario, in sostanza che paghino meno in virtù degli alti costi di <a href="https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera/20180224/282471414346020">manutenzione</a> al quale gli immobili di loro proprietà sono soggetti. E fin qui l’accordo politico sembrava essere bipartisan, ma è sul terzo obiettivo che si sono scontrate le opposte visioni partitiche in materia fiscale, perché <strong>l’articolo 6 vuole fornire, a Comuni e ad Agenzia delle Entrate, degli strumenti per facilitare il classamento degli immobili</strong>. Tradotto, attribuire agli immobili censiti un valore patrimoniale, e di conseguenza una rendita, attualizzata e legata ai reali valori di mercato. Ma è davvero necessario? Secondo <strong>Giuseppe Pisauro</strong> sì, e su <strong>Domani</strong> ha ricordato come <em>“L’attuale catasto, l’ultima revisione risale al 1990, dà un’immagine distorta del valore del patrimonio immobiliare non solo in termini assoluti (le rendite catastali sono molto inferiori ai valori di mercato: l’Agenzia delle entrate stima un valore di mercato medio di 190.000 euro contro un valore imponibile di 101.000 euro) ma, ciò che è più rilevante, anche in termini relativi.”</em>. Di fatto il paradosso è che magari chi possiede una soffitta in centro, oggi ristrutturata e messa a rendita, paghi di meno rispetto a chi vive in un appartamento in periferia. Occorre poi ricordare almeno due storture che coinvolgono il patrimonio immobiliare italiano. La prima, come ricorda Pisauro, è che <em>“l’esclusione indiscriminata della prima casa dall’Imu che produce il bizzarro risultato per cui i servizi dei comuni sono finanziati solo dai proprietari<br>di seconde case (spesso non residenti, a proposito di federalismo)”</em>. La seconda, anch’essa priva di senso, è che lo Stato stia ad oggi finanziando la ristrutturazione di immobili, perlopiù prime case, con sgravi tra fino al 110%, per poi non percepire quasi alcun ritorno economico. Va bene gettar soldi nel fuoco per scaldarsi un po’, ma esistono modi più intelligente per sprecare denaro pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso <strong>Brunetta</strong>, ex ministro della PA nell’ultimo governo Berlusconi e nell’attuale esecutivo Draghiano, ha tentato di difendere le ragioni dell’articolo 6, in una lunga analisi pubblicata da <strong>Il Foglio</strong>. Nella quale viene ricordato come <strong>l’ultima riforma strutturale del catasto sia datata 1939</strong>, successivamente migliorata, ma mai davvero ridiscussa da cima a fondo. Il ministro rammenta poi come nel 2005, con la legge Finanziaria dell’epoca, si provò a dare ai comuni la possibilità di adeguare le rendite catastali ai valori di mercato, peccato che ad usufruire di questo vantaggio siano stati <strong>17 centri sugli 8.000 interessati</strong>. Poi Brunetta si fa dapprima portavoce di <strong>Federico Caffè</strong>, <em>“Fare politica economica significa tre cose: analisi della realtà, rifiuto delle sue deformazioni e impiego delle nostre conoscenze per sanarle”</em> e poi di <strong>Luigi Einaudi</strong>: <em>“conoscere per deliberare”</em>. Salvo poi concludere l’articolo con concetti economici estranei alla filosofia di entrambi questi pensatori: <em>“<strong>Nessun esecutivo sostenuto dai voti di Forza Italia potrà avallare, anche dopo il 2026, una riforma del catasto punitiva che sprema ancora di più il settore immobiliare</strong> o che si abbatta sul ceto medio con l’alibi dell’equità nell’invarianza di gettito complessivo. Noi terremo la barra dritta. La casa degli italiani non si tocca, né ora né mai.”</em>.<strong> E qui viene giù il castello di carta della propaganda politica</strong>. Già, perché Brunetta asserisce che la riforma del catasto sia imposta dal Pnrr e che riprenda una raccomandazione specifica della commissione Ue del 2019. Ma è vero o falso? Diciamo a metà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È vero il fatto che nel <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?qid=1560258329493&amp;uri=CELEX%3A52019DC0512">2019 l’Ue</a> abbia chiesto all’Italia di aggiornare il catasto usando queste specifiche parole: <em>“Inoltre i valori catastali dei terreni e dei beni, che costituiscono la base per il calcolo dell’imposta sui beni immobili, sono in gran parte non aggiornati ed è ancora in itinere la riforma tesa ad allinearli ai valori di mercato correnti.”</em>. Però, sempre nello stesso documento, e giusto un paio di righe sopra, si legge anche <em>“le basi imponibili meno penalizzanti per la crescita, come il patrimonio e i consumi, sono sottoutilizzate, vi sono margini per alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sul capitale senza gravare sul bilancio dello Stato. L’imposta patrimoniale ricorrente sulla prima casa è stata abrogata nel 2015, anche per i nuclei familiari più abbienti.”</em>. Brunetta avrà sicuramente letto anche questo passaggio, salvo poi concentrarsi su altro, adottando esattamente lo stesso modus operandi con il quale avrà studiato Caffè ed Einaudi: <em>quello che avvalla le mie idee lo prendo, il resto no</em>. Una sorta di Menù alla carta delle note della commissione e dei passaggi dei grandi dell’economia italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora, sul discorso sulla pagina 28 del Pnrr (che Brunetta cita sul <strong>Il Foglio</strong>) e dell’esigenza di riformare il catasto c’è un po’ di confusione, perché di fatto la legge sulla delega fiscale (che comprende la revisione del catasto) <a href="https://www.openpolis.it/parole/cose-il-pnrr-piano-nazionale-ripresa-e-resilienza/">non è necessaria per ottenere i fondi dall’Ue</a>. E su <strong>Pagella Politica</strong>, noto sito di fact-checking, si <a href="https://pagellapolitica.it/fact-checking/falso-la-revisione-del-catasto-non-e-nel-pnrr">smentisce, categoricamente, bollandola come “panzana pazzesca” l’idea che il Pnrr preveda una qualsivoglia riforma del catasto</a>. Per di più, sempre <strong>Pagella Politica</strong>, ci ricorda come neppure la riforma del fisco sia richiesta per ottenere i fondi europei; si tratta infatti di una delle cosiddette “riforme d’accompagnamento”. Nel dettaglio, <em>“In base al Pnrr </em><a rel="noreferrer noopener" href="https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-10160-2021-INIT/it/pdf" target="_blank"><em>approvato</em></a><em> lo scorso 13 luglio dall’Unione europea, entro il 2026 l’Italia </em><a href="https://www.mef.gov.it/inevidenza/2021/article_00060/Presentazione-Master-PNRR-PMST2021920STLM03-3.pdf#page=9"><em>si è impegnata</em></a><em> a portare a termine 63 riforme, che si dividono in tre categorie. Le più importanti sono le due </em><a rel="noreferrer noopener" href="https://italiadomani.gov.it/it/riforme.html" target="_blank"><em>riforme orizzontali</em></a><em>, quella della pubblica amministrazione e quella della giustizia. Poi ci sono le </em><a rel="noreferrer noopener" href="https://italiadomani.gov.it/it/riforme.html" target="_blank"><em>riforme abilitanti</em></a><em>, pensate per garantire l’attuazione del piano e migliorare la competitività, e quelle </em><a href="https://italiadomani.gov.it/it/riforme.html"><em>settoriali</em></a><em>, che – come suggerisce il nome – hanno una natura molto specifica e accompagnano gli investimenti delle sei missioni in cui è diviso il piano.”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si giunge così all’ennesimo teatrino politico, dove si annuncia una posizione, la si difende come si può, salvo poi fare l’esatto opposto. A pensarci bene, infatti, l’esecutivo che abrogò la tassa sulla casa fu quello guidato da Matteo Renzi, che all’epoca non era a capo di un partitino, com’è oggi, ma era il leader di quel Pd che alle europee prese il 40,8% del consenso. D’altronde cosa c’è più di sinistra se non abolire le tasse sulla casa a tutti, abbienti compresi?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricapitolando, coloro che oggi difendono una mappatura del catasto sono, in gran parte, gli stessi che in precedenza avevano contribuito a difendere i redditi patrimoniali, cioè quelli che alla lunga premiano i ceti più abbienti e riducono la crescita; mentre ad opporsi alle tasse sono i soli noti, la destra unita, con la schizofrenia di Forza Italia che vede in Brunetta un difensore dell’articolo 6 e chi ha votato in commissione un feroce oppositore. Tutto questo non è sensato, ma d’altro canto non lo è neppure mettere in crisi un governo all’alba della più grande crisi energetica dagli anni ’70 ad oggi, con l’inflazione corre, le catene d’approvvigionamento ferme ed infine, elemento trascurabile per chi ha votato contro, il fatto che c’è un Paese, l’Ucraina, invaso dalla Russia, la quale sembra pronta a tutto pur di continuare la sua occupazione, persino a una guerra nucleare. Ecco, <strong>in questo scenario, che poi è il mondo, in commissione e sui media, governo e politici hanno trovato il tempo dispensare fake-news, difendere rendite patrimoniali</strong> e redimere un passato in cui hanno professato altro. Ed è in questo humus che è riemersa la spaccatura tra destra e sinistra, anche se, a guardar bene, queste sigle dicono qualcosa solo se guardate a debita distanza, perché più ci si avvicina, più è facile scorgere l’inconsistenza di chi si pone sotto l’una e l’altra bandiera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/03/10/litigi-e-fake-news-sulla-delega-fiscale/politica-italiana/riforme/">Litigi e fake-news sulla delega fiscale</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>La truffa dietro ai bonus edilizi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Feb 2022 08:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[Riforme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>5 min di lettura È “una delle frodi più grandi che la Repubblica abbia conosciuto”....</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/02/16/la-truffa-dietro-ai-bonus-edilizi/politica-italiana/riforme/">La truffa dietro ai bonus edilizi</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">5 min di lettura</p>



<p class="wp-block-paragraph">È “<a href="https://www.youtube.com/watch?v=lelXXpG_WTE">una delle frodi più grandi che la Repubblica abbia conosciuto</a>”. Non ha usato mezzi termini il ministro dell’economia <strong>Daniele Franco</strong>, che ha definito così il sistema di truffa generato dall’utilizzo illecito dei numerosi bonus edilizi scelti, nel momento più cupo della pandemia, per far ripartire il Paese. Negli intenti del governo giallo-rosso, o Conte II, <strong>i bonus edilizi avrebbero dovuto rimettere in moto uno dei settori più trainanti per l’economia italiana</strong>, che vede nelle <a href="https://ilcaffekeynesiano.com/2021/11/14/conseguenze-e-sensatezza-della-riforma-del-catasto/">case di proprietà un bene rifugio</a>. <strong>Ma nei fatti l’incentivo economico si è prestato a molteplici distorsioni</strong>, come dimostrano gli ultimi dati analizzati dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza. Numeri alla mano, infatti, le cessioni di credito comunicate all’Agenzia delle Entrate corrispondono a poco più di 4,8 milioni, per un controvalore di <strong>38,4 miliardi di euro</strong> (circa 5 miliardi in più dell’ultima legge di Bilancio, una delle più espansive di sempre), <strong>e di questi 4,4 mld sono frutto di crediti fittizi per lavori mai eseguiti</strong>. In parte queste somme sono state individuate e sequestrate a seguito delle indagini della Guardia di Finanza, che attraverso 8 differenti operazioni è riuscita a mettere le mani su 2,3 mld di euro, mentre degli altri al momento non è dato sapere. Dalle indagini condotte è poi emerso come il 46% delle truffe riguardi il bonus facciate, un altro 34% l’ecobonus, un 8% il sisma bonus ed infine un 3% il super bonus 110; ma vista la progressione che ha avuto quest’ultimo, soprattutto da maggio del 2021, non è detto che queste percentuali fotografino davvero lo stato attuale di quella che è stata ribattezzate come una delle truffe più grandi della storia della Repubblica. Ma come è stata resa possibile e per mano di chi?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il “sistema”, chiamiamolo così, è stato riportato in modo lucido dalla Redazione di <a href="https://www.open.online/2022/02/13/superbonus-governo-draghi-bollino-anti-truffa-chi-si-e-arricchito-frodi/">Open</a>: <em>“attraverso la creazione di false società, facevano finta di realizzare lavori di edilizia. L’unica cosa che facevano, invece, era incassare i soldi sulla piattaforma dell’Agenzia delle Entrate accedendo ai cassetti fiscali. Per <strong>poi acquistare criptovalute e lingotti d’oro e spostare i fondi a Madeira, Cipro e Malta. E nascondere gioielli e cash in botole e intercapedini.</strong>” </em>Di fatto un sistema di regole ed opportunismo a vantaggio dei truffatori, come emerge dalle stesse intercettazioni, e celebrato dagli stessi al grido di <em>“Lo stato italiano è pazzesco!”</em>. E come ha ricordato lo stesso <strong>Draghi</strong>, pochi giorni fa nella conferenza tenuta insieme a <strong>Daniele Franco</strong>, <strong>il meccanismo alla base della truffa era persino stampato e distribuito a tutti attraverso un dépliant delle</strong> <strong>Poste Italiane</strong>: “<em>la procedura è semplice e immediata, non è necessario fornire alcuna documentazione a supporto della richiesta. Effettuata la richiesta di cessione del credito a Poste Italiane, affinché questa vada a buon fine è necessario comunicarlo ad Agenzia delle Entrate. In caso di esito positivo, il prezzo della cessione verrà accreditato direttamente sul tuo Conto Corrente BancoPosta</em>”. Tradotto, non c’era alcun controllo preventivo e chissà quante persone hanno già ottenuto indebitamente l’accredito sul proprio conto per lavori mai eseguiti. C’è stato persino il caso dell’ospite di una comunità per tossicodipendenti, disoccupato, privo di alcun bene e con esso della dichiarazione dei redditi nel 2021, che è comunque riuscito ad aprire una partita Iva come procacciatore d’affari e ha tentato di cedere a un intermediario finanziario oltre 400 mila euro di crediti fittizi, poi venduti a una società di costruzioni. Dove se non in Italia?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, sarebbe ingiusto tralasciare la genesi di una truffa così smaccata evidenziandone solo l’epilogo e l’arma del delitto. Per capire come e soprattutto chi abbia apparecchiato la tavola per ogni genere di truffatore, dal pusher alla società più strutturata, occorre riprendere in mano la Gazzetta Ufficiale ed andarsi a spulciare sia il decreto <strong>Rilancio</strong> dal governo <strong>Conte II</strong>, sia quello <strong>Semplificazioni</strong> varato da Mario Draghi. <strong>Il peccato originale è stato senza dubbio commesso dal governo Conte II e il suo decreto</strong> <strong>Rilancio</strong>, ovvero il <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/07/29/20A04100/sg">D.L 19 Maggio 2020 n°34</a>, nel quale, all’art. n° 121, si legge: <em>“per un contributo, sotto&nbsp; forma&nbsp; di&nbsp; sconto&nbsp; sul&nbsp; corrispettivo dovuto, fino a un&nbsp; importo&nbsp; massimo&nbsp; pari&nbsp; al&nbsp; corrispettivo&nbsp; stesso, anticipato dai fornitori che hanno effettuato&nbsp; gli&nbsp; interventi&nbsp; e&nbsp; da questi ultimi recuperato sotto forma di credito d’imposta, di importo pari alla detrazione spettante, con <strong>facoltà di&nbsp; successiva&nbsp; cessione del credito ad altri soggetti, compresi gli istituti di credito e gli altri intermediari finanziari</strong>;”.</em> Grazie a questo articolo si è concessa a chiunque la possibilità di cedere più volte, anche a soggetti differenti, il credito ottenuto per i bonus edilizi, e ciò ha permesso di far germogliare <strong>la truffa</strong>, la quale, <strong>però, senza l’intervento del governo Draghi, sarebbe rimasta una piantina da serra</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse non tutti se lo ricorderanno, ma il super bonus 110 e con esso molti degli altri incentivi edilizi previsti dal decreto Rilancio, erano rimasti quasi fermi al palo a causa di una serie di limitazioni, racchiuse <strong>nell’art. 119</strong>, che ne bloccavano l’espansione. Così, nel 2021, il governo Draghi avviò un processo di semplificazione attraverso il <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2021/05/31/21G00087/sg">D.L del 31 Maggio 2021 n°77</a> (il D.L Semplificazioni), che <strong>riscrisse l’art. 119 comma 13 ter sostituendolo con il nuovo art. 33</strong>: “<em>La presentazione della CILA non richiede l’attestazione dello stato legittimo di cui all’articolo 9-bis, comma 1-bis, del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380</em>”. Tralasciando il burocratese, la sostanza della modifica voluta dall’attuale governo ha fatto sì che <strong>gli interventi legati al super bonus 110 potessero essere avviati senza la verifica di conformità edilizio-urbanistica a patto che non fosse prevista una demolizione e poi ricostruzione dell’immobile.</strong> In questo modo si è aggirata quella legge, art. 49 del d.P.R. n. 380 del 2001, che <a href="https://www.lavoripubblici.it/news/superbonus-110-stato-legittimo-abusi-edilizi-rischio-sanzione-penale-26806">prevede l’impossibilità di accedere ai bonus edilizi</a> in caso di abusi edilizi e in Italia quest’ultimi sono all’ordine del giorno.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In breve, il governo Conte ha accumulato la benzina nel fienile ed ha posto un catenaccio all’ingresso, mentre il governo Draghi ha rimosso tale ostacolo, facilitando così l’accesso da parte dei male intenzionati.</strong> In questi casi si direbbe <em>mal comune mezzo gaudio</em>, ma il fatto che entrambi gli esecutivi abbiano peccato d’ingenuità non scagiona nessuno dei due, anzi. Ci sono però almeno due precisazioni da fare. La prima riguarda il fatto che una legge come quella congeniata dal governo giallo-rosso era di fatto bloccata, sia perché non teneva conto delle difficoltà burocratiche nell’accertare la presenza di abusi edilizi sull’immobile, sia per la numerosità di quest’ultimi (attualmente <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/droni-caccia-edifici-non-registrati-ecco-l-italia-case-fantasma--AEMJBqi">sono almeno 1,2 mln gli immobili abusivi presenti sul suolo italiano</a>, ed è una stima a ribasso). La seconda considerazione, invece, riguarda il governo Draghi, che ha sì tolto il catenaccio per far funzionare la misura voluta da Pd e 5S, ma poi non ha spostato la benzina dalle mani dei piromani, ovvero la possibilità di far cedere, attraverso l’art. 121, il credito più e più volte. Tuttavia, e questo vale soprattutto per l’esecutivo guidato da Draghi, è evidente come non tutto ciò che un governo vuole poi ottiene. Ad esempio nell’ultima Legge di Bilancio il Consiglio dei Ministri aveva cercato di inserire il tetto Isee di 25.000€ per gli edifici unifamiliari, una misura necessaria per seguire i principi di progressività fiscale ed equità sociale; ecco, il Parlamento riuscì a farla stracciare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I problemi anche qui sono molteplici, perché <strong>da una parte ci sono questi governi, dal 2018 ad oggi, frutto di alleanze spurie e incapaci di assumersi la responsabilità per definizione, mentre dall’altra esiste un impianto giuridico che risulta incomprensibile persino a chi lo scrive</strong>. Di fatto viviamo in un paese dove l’INPS non riesce ad applicare una legge, la quale concede il pensionamento con 32 anni di contributi per i lavoratori delle costruzioni, perché è stata scritta male dal legislatore, come riportato da <a href="https://www.repubblica.it/economia/2022/02/07/news/edili_pensione_morti_lavoro-336810762/">Repubblica</a>. Ed è sufficiente riprendere le norme presenti in Gazzetta Ufficiale in materia di bonus edilizi per rendersi conto <strong>dell’opacità con la quale vengono scritte la maggior parte delle leggi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il governo italiano sta ora correndo ai ripari con una serie di correttivi per limitare quanto meno il danno prodotto dalla staffetta Conte-Draghi, ed evitare che nel futuro eventi di tale portata possano ripetersi, pur salvando la misura dei bonus edilizi. Una mossa resasi necessaria sia per conservare l’investimento volto ad aumentare il PIL, sia per correttezza nei confronti delle migliaia di persone che hanno provveduto, in maniera lecita, all’utilizzo dei bonus. Già, perché dal decreto Rilancio ad oggi questi bonus edilizi hanno già vissuto momenti d’incertezza e revisione tali di far infuriare sia le aziende edilizie, sia i proprietari di case. Quest’ultimi hanno assistito alla creazione di una vera e propria bolla inflattiva legata ai prezzi dei materiali da costruzione, sulla quale la vigilanza è stata nulla, così come i correttivi affinché si evitasse di pagare un cappotto 3 volte di più rispetto al 2019. Le aziende edilizie hanno lucrato coi soldi dei contribuenti e quelli che hanno usufruito dei bonus si sono ben guardati dal prestare troppa attenzione ai prezzi dei materiali, visto che a pagare era lo Stato, salvo per le eccedenze a loro carico. E ora che<strong> la bolla dei rincari ha raggiunto dimensioni tali da rappresentare una minaccia concreta per la tenuta dei conti pubblici sembra che il governo sia intenzionato a metterci l’ennesima pezza.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’idea del momento, infatti, è quella di <a href="https://www.adnkronos.com/superbonus-2022-cosa-cambia_4SNn8hSBxxzn5FKN4vMpBi">aumentare i tetti di spesa di un +20%</a>: <em>“con questo Decreto – commenta il ministro Cingolani – si completa l’operazione che sta portando avanti il Governo, ponendo un freno all’eccessiva lievitazione dei costi, riscontrata in tempi recenti e riportando il Superbonus a un esercizio ragionevole che tuteli lo Stato e i cittadini venendo incontro anche alle esigenze del settore e dell’efficientamento energetico”</em>. Di per sé il ragionamento è coerente, ma poco lungimirante, perché tutela le imprese che hanno già lucrato sugli aumenti e coloro che hanno usufruito del bonus, mentre a pagare il conto sono tutti e per una misura che coinvolge una parte davvero infinitesimale degli immobili presenti in Italia. Non sarebbe più ragionevole investire altrove? È indubbio che grazie all’edilizia sia ripartita l’economia, e l’1% di Pil lo dimostra, ma non si tiene conto dei costi generati da questo investimento, né degli abusi e degli scarsi controlli, i quali dovrebbero tra l’altro vigilare su uno dei settori con più morti bianche del Paese. Ma di questo, si dirà, ce ne si occuperà poi, una volta finita la pandemia e presi i soldi del Pnrr, per ora si va avanti così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’amaro che poi lasciano grovigli come questi, nei quali l’assenza di accountability si mischia all’opportunismo umano, è che <strong>alla fine chi ruba non si accorge di prelevare soldi dall’ospedale, dalla scuola e dalla manutenzione della strada della propria città: in breve, da sé stesso</strong>. Purtroppo, continua in Italia quel circolo vizioso in cui lo Stato vede il contribuente come disonesto e il contribuente vede lo Stato come tiranno, e ciò provoca un susseguirsi di mosse e di contromosse per turlupinarsi a vicenda, mentre a pagarne le conseguenze è lo sviluppo nazionale, la credibilità internazionale e infine ognuno di noi, a prescindere che ci si adoperi per essere dei furbi, oppure dei contribuenti onesti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Roberto Biondini e Claudio Dolci</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/02/16/la-truffa-dietro-ai-bonus-edilizi/politica-italiana/riforme/">La truffa dietro ai bonus edilizi</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>Conseguenze e sensatezza della riforma del catasto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Nov 2021 12:24:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riforme]]></category>
		<category><![CDATA[Tutti gli articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Catasto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>4 min di lettura “L’essenza della politica sono le imposte”.&#160;Basterebbe questa sola frase, pronunciata da&#160;Giulio...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2021/11/14/conseguenze-e-sensatezza-della-riforma-del-catasto/all-news/">Conseguenze e sensatezza della riforma del catasto</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>4 min di lettura</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“L’essenza della politica sono le imposte”.</em>&nbsp;Basterebbe questa sola frase, pronunciata da&nbsp;<strong>Giulio Tremonti</strong>&nbsp;in un’intervista alla&nbsp;<a href="https://www.lastampa.it/topnews/economia-finanza/2021/10/06/news/tremonti-un-suicidio-politico-toccare-il-catasto-governo-timido-sul-taglio-del-cuneo-1.40778576"><strong>Stampa</strong></a>, a dare un senso alle polemiche che avvolgono l’attuale&nbsp;<strong>riforma del catasto</strong>, ma questa volta, più che le parole sono i dati ad impressionare.&nbsp;<strong>In Italia, infatti, ci sono 25,8 milioni di proprietari di case, su un patrimonio immobiliare di 35 milioni di unità</strong>; in pratica,&nbsp;<strong>il 73% degli immobili è di proprietà</strong>. E da questa ed altre imposte sulla casa,&nbsp;<strong>lo Stato incamera ben 40 miliardi di euro</strong>. In altre parole, quando si parla di catasto si maneggiano i voti e una parte considerevole del Pil, tanto che&nbsp;<strong>Mario Draghi</strong>, che questa riforma ha voluto (in accordo con gli impegni del&nbsp;<strong>Pnrr</strong>),&nbsp;<strong>si poi è affrettato a dire che non ci saranno aumenti d’imposta e che semmai se ne riparlerà nel 2026</strong>. Ma è davvero così e di che aumenti si sta parlando?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di tutto occorre ricostruire il quadro storico dell’attuale riforma del catasto. Fu infatti il governo guidato da&nbsp;<strong>Matteo Renzi</strong>, come ricorda&nbsp;<strong>Vieri Ceriani</strong>,&nbsp;<strong>ex sottosegretario al</strong>&nbsp;<strong>Mef nel governo Monti</strong>, intervistato dall’<a href="https://www.agi.it/economia/news/2021-10-06/riforma-catasto-imposizioni-eque-14098197/"><strong>Agi</strong></a>, ad aver tentato di metterci mano.&nbsp;<em>“<strong>La riforma del catasto</strong>&nbsp;– come raccontato da Ceriani –&nbsp;<strong>è in cantiere da 10 anni</strong>&nbsp;e che con la legge delega approvata nel 2014 era stata impostata”</em>&nbsp;ed anche allora, com’è oggi con&nbsp;<strong>Draghi</strong>, si parlò di&nbsp;<strong>mantenere lo stesso gettito e a votarla infatti fu tutto il Parlamento all’unanimità</strong>; peccato che poi,&nbsp;<strong>dopo due rinvii, quella riforma restò di fatto congelata e dimenticata</strong>. D’altronde, Paesi europei ben più pragmatici e ligi del nostro, come la&nbsp;<strong>Germania</strong>, discutono da decenni di un’eventuale riforma catastale senza però trovare un punto d’incontro; il che la dice lunga.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad ogni modo, e a differenza di Renzi,&nbsp;<strong>Draghi non ha la necessità di trovare l’accordo politico</strong>, poiché&nbsp;<strong>senza riforma i soldi del Pnrr rischiano di restare a Bruxelles</strong>&nbsp;e quindi, con l’aiuto di una vaghezza della delega, estranea al suo modus operandi, ha tentato di far convergere il consiglio dei ministri sull’approvazione di scatola chiusa, che si limita, per ora e negli intenti, a fotografare la situazione catastale italiana, senza aumentare le imposte. E da questo punto di vista, come ricordato da&nbsp;<strong>Fabrizio Pistolesi</strong>, in un’intervista all’<a href="https://www.linkiesta.it/2021/10/riforma-catasto-immobili-vani-metri-quadri/"><strong>Linkiesta</strong></a>,&nbsp;<em>“è certo che il catasto italiano è rimasto quello pensato ormai una settantina di anni fa. Questa riforma non può più aspettare, è assolutamente necessaria. Non possiamo basarci su norme stabilite subito dopo la Seconda Guerra Mondiale che hanno più riscontro nell’attualità”</em>. Parole di buon senso, che però, proprio a causa dell’accidia che ha contraddistinto i governi del passato, rischia oggi di presentare ai contribuenti dei conti molto salati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti, in un articolo scritto da&nbsp;<strong>Alessandro d’Amato</strong>, per&nbsp;<a href="https://www.open.online/2021/10/08/riforma-del-catasto-come-sara/"><strong>Open</strong></a>, si è provato ad aggiornare la base imponibile del catasto seguendo quelle che sono le linee guida del governo e numeri che ne sono usciti parlano da sé.&nbsp;<strong>Si prevede un aumento medio per l’Imu del 128% e valori dell’Isee stellari (+318%), ed ovviamente a essi si aggiunge l’aumento della Tari</strong>. In concreto, come riporta d’<strong>Amato</strong>, “nei centri storici si va dal +33% di Bari al +151% di Milano: sotto la Madonnina si passerebbe da 4.200 a 10.500 euro l’anno. A Roma da 7.100 a 10.800, un balzo del 52%. A Bologna del 56%, a Bari del 33%. E a Napoli, sempre in testa con Milano, di quasi il 120%. In periferia – con l’eccezione di Milano: +87% – aumenti inferiori: dall’1% di Bologna, un ritocco, al 60% di Napoli passando per il 18% di Roma”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Milano rappresenta poi quel luogo d’Italia dove gli aumenti della revisione del catasto rischiano di lasciare i segni più evidenti, come descritto da&nbsp;<strong>Gino Pagliuca</strong>&nbsp;in un articolo per il&nbsp;<a href="https://milano.corriere.it/notizie/economia/21_ottobre_13/riforma-catasto-perche-milano-rischia-stangata-aumenti-174percento-entro-2026-record-citta-studi-c3e4c912-2be4-11ec-98f9-fbd4bdd13a87.shtml"><strong>Corriere.it</strong></a>. Se il capoluogo lombardo verrà infatti&nbsp;<strong>diviso in 42 microzone</strong>&nbsp;e verranno confermati i parametri per la riforma catastale (ovvero, il passaggio dai vani ai metri cubi e l’inclusione del valore di mercato dell’immobile) ecco che abitare in alcune zone, come&nbsp;<strong>Città Studi</strong>,&nbsp;<strong>potrà costare molto di più</strong>. Come riporta Pagliuca, “<strong>al Vigentino + 112%, a Piola-Città studi +267%, a Brera +193%</strong>”,&nbsp;<strong>con un incremento medio pari al 174,2%.</strong>&nbsp;A determinare questi aumenti è soprattutto la valutazione del mercato immobiliare, la quale alza la base dell’imponibile e fa quindi lievitare l’imposta, e&nbsp;<strong>non è detto che l’aliquota resti fissa al 1,14%.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Descritta così questa riforma non sembra un affare, ma&nbsp;<strong>occorre ricordare come questi aumenti siano dovuti ai mancati aggiornamenti del catasto e che grazie a questo intervento legislativo sarà inoltre possibile rimetter mano agli abusi edilizi, la cui ricerca è ferma da ben 9 anni</strong>. L’ultima caccia all’<em>immobile fantasma&nbsp;</em>fu infatticondotta&nbsp;<strong>tra il 2010 e il 2012 e portò nelle casse dello Stato ben 537 milioni di euro e con essi alla scoperta di 1,2 milioni di case abusive</strong>; un po’ meno di quelle che l’attuale governo punta a scovare grazie a droni e immagini satellitari. E “<strong>chi però ha una casa non del tutto in regola con le norme urbanistiche –&nbsp;</strong>come racconta<strong>&nbsp;Pagliuca – potrebbe vedere aumentato il valore fiscale prima del 2026”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il che appare sacrosanto, così come che chi vive in centro città paghi di più rispetto a chi abita in provincia, ma oltre a queste ragioni pratiche&nbsp;<strong>la riforma del catasto è importante perché riallinea l’Italia agli obiettivi dell’Unione Europea e a quelli del Fondo Monetario Internazionale</strong>. I vertici di quest’ultimo, così come quelli della&nbsp;<strong>Commissione Europea</strong>&nbsp;esortano già da tempo l’Italia affinché, tra le altre cose, mantenga l’imposta patrimoniale sul reddito o sui beni reali, sia per una questione di equità sociale, sia per una ragione di solidità dei conti pubblici; come tra l’altro stanno già facendo altri Paesi della UE. Lo stesso&nbsp;<strong>Carlo Cottarelli</strong>, già direttore del&nbsp;<strong>Dipartimento Affari Fiscali del FMI</strong>, nel suo libro&nbsp;<strong><em>I sette peccati capitali dell’economia italiana</em></strong>&nbsp;affermava la necessità di&nbsp;<em>“tassare di più le case (e meno i redditi legati ad attività produttive) perché è più difficile evadere le tasse sulla casa…il grado di evasione dell’IMU è relativamente basso. È stato quindi un errore detassare la prima casa.”</em>&nbsp;L’esatto opposto di quello che hanno fatto i governi italiani degli ultimi 20 anni, eccezion fatta per l’esecutivo guidato da&nbsp;<strong>Mario Monti</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da Bruxelles a Cottarelli, la ricetta è semplice:&nbsp;<strong>riportare l’attenzione sulla necessaria rivalutazione delle rendite catastali italiane per affrontare così una più corretta stima fiscale delle metrature abitative in linea con gli standard di mercato e per una tassazione più equa per tutti</strong>. D’altro canto, è già da tempo che la Commissione Europea studia idee impositive&nbsp;<strong><em>“growth-friendly”</em></strong>, che si traducono in una serie di raccomandazioni volte ad allargare le basi imponibili, spostando così il prelievo dai fattori produttivi (capitale e lavoro) a forme meno dannose per la crescita economica. Tra le varie idee che coinvolgono i beni immobili si ricordano: la riforma dei valori catastali, l’aumento delle tasse ricorrenti sulla proprietà immobiliare e la possibilità di dedurre gli interessi passivi sui mutui contratti per l’acquisto della casa. Tutte raccomandazioni che sono state più volte portate all’attenzione dello stato italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Europa, ma non solo lei, suggeriscono di fatto un passaggio dalla tassazione delle persone</strong>&nbsp;(ivi compreso il lavoro)&nbsp;<strong>a quelle delle cose</strong>&nbsp;(case e patrimoni in primis). Ed a suffragare tale logica vi sono diversi studi, tra i quali quello di&nbsp;<strong>Arnold et al.&nbsp;</strong>(2011),&nbsp;<strong>Heady et al.</strong>&nbsp;(2009),&nbsp;<strong>Kneller</strong>&nbsp;(1999) e&nbsp;<strong>QUEST III</strong>, sviluppato dalla&nbsp;<strong>Commissione Europea</strong>. Nell’insieme giungono tutti alla conclusione che&nbsp;<strong>le imposte più distorsive sono quelle che ricadono sulle società, seguite da quelle sulle persone fisiche, sul consumo, e infine sulla proprietà, in particolare, le imposte ricorrenti sulla proprietà immobiliare</strong>. Si giunge quindi alla conclusione che una corretta valutazione dei valori catastali, la quale può comportare anche un aumento delle imposte, coniugata ad un abbassamento delle tasse legate al mondo del lavoro dovuto al maggiore introito, possa favorire lo sviluppo economico.&nbsp;<strong>Al momento, invece, abbiamo delle tasse sulla casa profondamente ingiuste, perché poco aggiornate e male, mentre le imposte sul lavoro sono eccessivamente alte a danno di tutti</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’idea socialmente accettabile per riequilibrare l’imposta, oltre la già citata idea di diminuire le imposte sul mondo del lavoro, sarebbe poi quella di applicare una progressività d’imposta patrimoniale immobiliare sulle nuove valutazioni in base al reddito percepito dal contribuente e proprietario di immobili o almeno attuare esenzioni di carattere redistributivo per i redditi più bassi. In altre parole, se, come confermano i dati pubblicati da&nbsp;<a href="https://tg24.sky.it/economia/2021/10/17/casa-costi-2021#13"><strong>SkyTg24</strong></a>, “il&nbsp;<strong>68%&nbsp;</strong>– dei proprietari di immobili –ha un reddito sotto i&nbsp;<strong>26.000 euro lordi annui</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>8 su 10&nbsp;</strong>hanno contratto un&nbsp;<strong>mutuo</strong>&nbsp;per acquistare la propria casa”, allora è possibile prevedere degli sgravi affinché l’aumento d’imposta del catasto non pesi troppo sul loro bilancio economico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quindi, tenuto conto dei correttivi, dell’entrata in vigore della misura e della giustizia sociale (nonché fiscale) che introdurrebbe nel nostro Paese, perché questa riforma del catasto è così osteggiata? Le ragioni sono tante e la prima è sicuramente&nbsp;<strong>legata alla sfiducia nelle istituzioni</strong>. D’altronde, le leggi sulla tassazione dei patrimoni hanno subito continui rimaneggiamenti, praticamente uno ogni governo, tanto che dal 2006 a oggi si contano almeno 5 revisioni, le quali non hanno fatto altro che rendere sempre più incomprensibile al cittadino la natura dell’imposta e le sue modalità di pagamento; e hanno creato inoltre un loop di avversione sempre più consistente verso tale imposta. Esiste poi una ragione pratica,&nbsp;<strong>in molti non pagano tasse sulla casa</strong>&nbsp;(nello specifico gli abusivi)&nbsp;<strong>ed altrettanti sono soggetti a imposte ridicole</strong>&nbsp;e che per questo non vorrebbero cambiare. Infine&nbsp;<strong>la casa tocca da vicino tutti gli italiani</strong>,&nbsp;<strong>proprietari o no di immobili, e quindi obbliga ogni governo a scontrarsi con la logica del&nbsp;<em>do ut des</em></strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Draghi però, proprio per il fatto di non essere a capo di alcun partito può imporre una seria riforma del catasto</strong>, così come fece Monti con l’Imu,&nbsp;<strong>senza che questa lo possa politicamente danneggiare</strong>. Ma proprio la temporalità dell’attuale riforma, destinata ad essere attuata solo nel 2026, invita tutti a ricordare il destino dei governi tecnici: fatta una legge, com’è stato per l’Imu di Monti, è subito stata abrogata col primo governo utile e così potrebbe essere per la ventura riforma di Draghi, la quale rischia persino di esser uccisa quand’è ancora nella culla, ancor prima di verificare la sua sensatezza e il suo impatto sui conti pubblici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Roberto Biondini e Claudio Dolci</p>
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