Aprile 18, 2024

Il Caffè Keynesiano

UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA

Guardare a Keynes per ricostruire l’Italia

Nella splendida biografia che David N. Schwartz dedica ad Enrico Fermi, l’autore, nelle pagine iniziali, ricorda come il celebre fisico romano, “nel 1951, quando Oppenheimer gli chiese di proseguire il suo incarico per la Atomic Energy Commision, si rifiutò: era, infatti, convinto di essere più adatto a un mondo in cui la verità fosse chiara e le opinioni avessero poca importanza”. Un privilegio per un italiano, un miraggio per chi si occupa, o quantomeno ci prova, di economia. E tuttavia, non è una condizione così lontana per chi cerca di analizzare la grave situazione in cui versa, da questo punto di vista, l’Italia: sono ormai trent’anni che si ripropongono, irrisolte e più o meno peggiorate, le stesse questioni, senza considerare i problemi che si trascinano sin dall’Unità.

Ciò non significa che il contesto non sia mutato radicalmente. Il mondo globalizzato, appena dopo la fine di una pandemia che ha spaventosamente messo allo stesso livello tutta l’umanità, ricca e povera, forte e debole, sviluppata e non, si scopre diviso, lacerato. Nuovi conflitti sembrano nascere ogni giorno, mentre scontri secolari si riaccendono furiosamente.

Da dove partire?

Su di uno sfondo rosso fuoco e sangue, la quotidianità e la storia si alternano fra di loro nell’infondere l’una stanchezza, l’altra energia. Ogni mattino ci coglie impreparati, ogni sera ci riscopriamo più insicuri. E tuttavia, nonostante le tragedie e i pericoli presenti ed incombenti, non possiamo rinunciare a domandarci cosa fare, né delegare a qualcun altro la risposta. Il nostro Paese, l’Italia, è fortunatamente, e non fortunosamente, ancora rimasto illeso, intoccato dall’instabilità che affligge pesantemente una porzione sempre più estesa della superficie terrestre. I problemi interni però persistono e, come ricordato sopra, sono ben noti a tutti: non è raro, ad esempio, che i più rinomati giornali del mondo anglosassone definiscano la Penisola come “il malato d’Europa”, allo stesso modo con cui, più o meno centocinquant’anni fa, si riferivano al morente Impero Ottomano.

Da questi stessi Paesi potrebbero però provenire degli spunti assai utili nell’affrontare la questione italiana, altra espressione ottocentesca: nella sua versione più semplificata, forse ormai stereotipata, ma di sicuro sufficientemente concreta, John Maynard Keynes afferma che, in caso di recessione, o depressione, ed elevata disoccupazione, per far ripartire rapidamente la crescita della produzione, e quindi del reddito, dal momento che l’unità di misura è quella monetaria, bisogna agire sulle sue componenti, tra le quali ci sono i consumi, gli investimenti e la spesa pubblica.

In particolare, l’economista britannico suggerisce di alimentare la domanda interna attraverso l’intervento dello Stato, facendo in questo modo aumentare l’occupazione e i consumi e, di conseguenza, il reddito (in verità le cose non stanno proprio così, il primo barone di Tilton, infatti, si concentra anche sul ruolo degli investimenti).

L’Italia, il cui status è rappresentato dall’andamento, oltre che dalle dimensioni, della sua economia e soprattutto della sua industria, si trova ad affrontare una situazione decisamente rischiosa, dal momento che il settore secondario è estremamente esposto verso l’estero e le imprese manifatturiere sono per la maggior parte esportatrici: in un mondo sempre più pericoloso, una domanda interna solida, dinamica e in crescita potrebbe rivelarsi lo strumento più adatto per navigare in presenza di acque agitate, ed è probabile si riveli un obiettivo alla portata del nostro sistema Paese, a differenza delle imponenti riforme che numerosi tra alleati, investitori, creditori e osservatori vedrebbero molto volentieri, e invano, eseguite. Sfortunatamente, il pessimo stato nel quale versa la finanza pubblica italiana, il cui debito veleggia verso i 3 trilioni di dollari, impedisce di adottare una politica fiscale espansiva, la forma d’intervento più ovvia e immediata, ma impone di andare alla ricerca di strategie diverse, indirette e mirate.

Uno sguardo alla Storia

Prima di guardare al presente è necessario però volgere fugacemente, per quanto possibile, lo sguardo al passato. Da quando infatti il virus Sars Cov-2 ha fatto il suo ingresso nelle nostre vite, sono diventati di dominio pubblico discorsi che in precedenza venivano sussurrati, quantomeno tra le classi dirigenti: la globalizzazione è, se non conclusa, al tramonto. Si fanno i funerali di un evento, un fenomeno forse, di cui non si è neanche in grado di dare una definizione precisa.

Proviamo allora a raccontarne, brevemente, la storia: tutto ha inizio quando, aggiungendo uno scalo a un viaggio di ritorno dal Pakistan, un signore tedesco, diventato nel frattempo Segretario di Stato americano, incontra segretamente il primo ministro cinese Zhou Enlai e il segretario del Partito Comunista Mao Zedong. Poco più di sei mesi dopo, nel febbraio del 1972, l’attività di Henry Kissinger porta, per una volta, i suoi frutti e il presidente Richard Nixon visita la Repubblica Popolare.

Bisognerà però aspettare la morte del Grande Timoniere perché l’ex celeste impero si apra al commercio con l’estero, inteso come Occidente, con la creazione delle Z.E.S. da parte di Deng Xiao Ping: è la prima volta che un paese comunista volta la faccia all’Unione Sovietica per guardare, con sempre maggiore convinzione, agli Stati Uniti. Negli anni Novanta, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica, i paesi dell’Europa orientale alzano gli occhi oltre la cortina di ferro e, all’inizio del XXI secolo, fanno il loro ingresso nella NATO e nell’Unione Europea, con poche eccezioni. Se si esclude il peculiare caso della Federazione Russa, e quelli delle repubbliche caucasiche e asiatiche, il Secondo Mondo, entrato a far parte del Primo, conosce una crescita economica e una diffusione del benessere senza precedenti. Inoltre, nel 2001 la Cina compie un passo ulteriore, divenendo membro del WTO.

Parallelamente, nelle opinioni pubbliche dei paesi industrializzati comincia però a serpeggiare un certo malcontento: le sempre più numerose delocalizzazioni, specie nel settore secondario, verso luoghi dove il costo del lavoro è basso, e non solo, causano un più percepito che reale aumento della disoccupazione, con conseguente perdita del potere d’acquisto delle famiglie. La risposta fornita dagli economisti e dalle classi dirigenti, ovvero che grazie alle delocalizzazioni i prezzi dei beni e pure dei servizi risultano essere più contenuti e quindi favoriscono l’aumento del potere di acquisto dei consumatori occidentali, convince questi ultimi sempre meno.

Il punto di rottura è la crisi dei mutui subprime, nel 2008, dovuta allo sfaldamento dei piedi d’argilla sui cui poggiava l’industria finanziaria, di gran lunga la più importante del pianeta; nel giro di qualche anno, questa sveste i panni del convitato di pietra e diventa l’osservato speciale, coinvolgendo e mettendo in serie difficoltà anche la finanza pubblica, vedasi le spaventose crisi dei debiti sovrani avvenute in diversi paesi dell’Unione Europea. Da questo momento, strade che sembravano convergere si allontanano: in poco più di dieci anni non solo i rappresentanti e portavoce del malessere dei ceti medio-bassi ottengono risultati importanti e in precedenza improbabili alle elezioni negli Stati Uniti e nel Vecchio Continente, ma comincia a diventare sempre più tesa la relazione tra l’Occidente, la Repubblica Popolare Cinese da una parte e la Russia dall’altra. La pandemia non fa altro che accelerare ciò che già era in movimento, con le conseguenze nefaste che tutti conoscono, a cominciare dall’invasione dell’Ucraina.

Il presente attorno a noi

La principale conclusione tratta a Bruxelles e nelle altre capitali europee dal repentino precipitare degli eventi, di comune accordo con Washington e Londra, ma anche con Sidney, Tokyo e Seul, è di mettere in sicurezza le catene di approvvigionamento dei beni essenziali e strategici, messe a dura prova dai lockdown dovuti al virus ed eccessivamente esposte verso Paesi non alleati, non democratici e dove non vige lo stato di diritto.

Di più, vengono mobilitate ingenti risorse affinché certe tipologie di produzioni, fondamentali in vari aspetti tra cui la sicurezza, l’innovazione tecnologica e la transizione energetica, ritornino in Occidente. Inoltre, la UE vara l’erogazione di centinaia di miliardi di euro attraverso il fondo Next Generation EU, decisamente diverso rispetto all’americano Inflation Reduction Act, per favorire la ripresa post-pandemica, verificatasi lo stesso e prima che fosse speso anche solo un centesimo, e con lo scopo di incentivare la crescita in Paesi come l’Italia, non a caso maggior beneficiario dei finanziamenti, per sostenerne il debito pubblico.

Oggi la Penisola fatica ad elaborare le riforme richieste, e necessarie, per accedere ai fondi, e a raggiungere gli obiettivi prefissati a causa dei suoi cronici problemi, rimasti irrisolti da decenni. In questo momento, in cui all’inflazione generata dalla forte ripartenza economica si aggiungono le nubi della recessione, in pochi ripongono le proprie speranze nel P.N.R.R., anche perché le risorse messe a disposizione dall’U.E. sono severamente vincolate.

Cosa fare?

Premesso quindi che è improbabile immaginare un aumento sostenibile delle uscite, e che difficilmente la classe politica italiana, ormai non più sovrapponibile a quella dirigente, sarà in grando di partorire i cambiamenti necessari per far funzionare il sistema Paese, come può lo Stato intervenire nella maniera più mirata e circoscritta possibile per permettere all’economia italiana di stabilizzarsi e crescere? Forse, adottando il punto di vistaì di Keynes. Con diverse modalità, s’intende.

Il fine della politica economica (fiscale, non monetaria) di un grande Paese non può ridursi al contenimento del rapporto debito/PIL, come desiderano in molti nel Nord e nel Centro Europa; lo scopo di una politica industriale non deve limitarsi alle produzioni strategiche e d’interesse geopolitico; inoltre, in un mondo più pericoloso, votarsi completamente all’export è molto rischioso: è necessario dunque che l’Italia faccia della domanda interna delle famiglie la spina dorsale del proprio sistema economico.

In primo luogo, il tema dei salari nel Bel Paese è scottante, soprattutto oggi dopo la tempesta inflattiva post pandemia. Pur tuttavia, il costo basso del lavoro, anche se qualificato, rappresenta un vantaggio competitivo non trascurabile per le nostre imprese, e pretendere che queste si prendano carico della questione salariale, magari a scapito degli investimenti, si rivelerebbe poco utile. A maggior ragione se si osserva il contesto.

Nel 2022, nonostante vi siano da tempo gli strumenti per combatterla, l’evasione fiscale in Italia ammonta a 90 miliardi di Euro, imputabile per buona parte all’IRPEF delle persone fisiche titolari di partita IVA. Se, com’è evidente, è impossibile azzerare le imposte evase, si può, e si deve, affrontare il problema con i mezzi adatti, oggi disponibili, così da ottenere risultati importanti, e vincolare il recupero all’abbattimento della pressione fiscale. In questo modo anche la riduzione delle imposte sul lavoro sarebbe di gran lunga superiore a quanto fatto negli ultimi anni, i redditi dei ceti medi crescerebbero di conseguenza, assieme al potere di acquisto e ai consumi.

Di più, sarebbe auspicabile un’inversione di rotta nella propensione al risparmio degli italiani, in presenza di disponibilità più consistenti, e che le somme, tradizionalmente elevate, messe da parte dalle famiglie fossero investite, ad esempio, nel debito sovrano, con il pregio di renderlo così maggiormente sicuro e sostenibile. Nonostante ciò, difficilmente, agendo in questo modo, si riuscirebbero ad ottenere condizioni economiche tali da attirare lavoratori dall’estero, come succede invece in Germania, o negli Stati Uniti; si potrebbe invece scongiurare la partenza dei numerosi giovani che lasciano l’Italia in cerca di impieghi più remunerativi.

La soluzione alla questione salariale non si esaurisce con l’inflazionata, nell’opinionismo, lotta all’evasione fiscale. L’anno scorso gli italiani ha speso 41 miliardi e mezzo per curarsi privatamente, contro i 37 del 2021, quando il Covid-19 ancora imperversava. Contemporaneamente, le regioni destinano percentuali sempre più alte dei fondi sanitari (il 22% della spesa sanitaria pubblica italiana tra il 2012 e il 2022, senza considerare il 2020) alle strutture private, perché sopperiscano alle carenze degli ospedali. Insomma, sia lo Stato, vale a dire chi offre il servizio, sia i cittadini, cioè chi lo richiede, si rivolgono a soggetti esterni e vi fanno convergere ingenti risorse finanziarie, a scapito, come ovvio, della sanità pubblica e delle tasche dei consumatori.

Quanto inciderebbe, mettendo anche in conto l’inverno demografico del nostro Paese, sul potere d’acquisto domestico una spending review, termine purtroppo passato di moda, della spesa sanitaria che si ponga come obiettivo un significativo miglioramento dell’efficienza delle strutture pubbliche e sostenuta da una minore fuoriuscita di fondi verso operatori privati? Le cifre si avvicinano a quelle riportate nel paragrafo precedente.

Detto ciò, un quesito sorge spontaneo: cosa farsene di un maggior potere d’acquisto, dove indirizzare, per quanto possibile, la crescita dei consumi, l’ipotetico incremento della domanda interna? Nel mercato delle automobili, per esempio, e possibilmente, senza sconfinare nel dirigismo, nel mercantilismo o nell’autarchia, dei modelli prodotti negli stabilimenti italiani e tedeschi, dato lo strettissimo legame tra la nostra manifattura ed il settore automobilistico in Germania. L’Italia infatti vanta, si fa per dire, uno dei parchi auto più vecchi d’Europa, con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista ambientale, e, rispetto al 2019, le nuove immatricolazioni sono calate di oltre il 20%.

Dal momento che il passaggio all’elettrico incombe, è necessario che i consumatori italiani abbiano le disponibilità per affrontarlo, evitando possibilmente che lo Stato debba ricorrere a incentivi dispendiosi ed eccessivi per questo settore, poiché già dovrà dotarsi di numerose e nuove infrastrutture, a partire dalle ormai celebri colonnine. Inoltre, un aumento della produzione italiana trainata dal mercato e non dalle trattative politiche sarebbe un poderoso incentivo per l’intero indotto dell’automotive, molto sviluppato nella Penisola, la cui manifattura, è utile ricordarlo, è ancora una potenza a livello mondiale.

Il destino del nostro Paese non è per nulla roseo, ma certamente non dipende né da come verranno spesi i fondi del Next Generation EU e dall’implementazione del P.N.R.R., né dalle salvifiche riforme strutturali, quanto invece dal Rinascimento della classe dirigente, la quale ha l’obbligo di tornare a occuparsi di politica. Nel frattempo, è tuttavia necessario un bagno di realismo, dopo il quale andare alla ricerca di misure semplici, adottabili dallo Stato per conseguire obiettivi chiari e circoscritti, con lo scopo di mettere in sicurezza l’Italia.

E non c’è nessuno migliore di John Maynard Keynes a cui rivolgersi, quando si parla di intervento pubblico.

di Federico Collavini