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	<title>UE Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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	<description>UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA</description>
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	<title>UE Archivi - Il Caffè Keynesiano</title>
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		<title>L’Europa dei veti al voto: l&#8217;analisi del Patto di Stabilità che verrà</title>
		<link>https://ilcaffekeynesiano.it/2023/12/19/leuropa-dei-veti-al-voto-lanalisi-del-patto-di-stabilita-che-verra/politica-italiana/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Dec 2023 18:24:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Banche centrali]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Monetaria e dintorni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con il suo veto, l’Ungherese Viktor Orban ha bloccato gli oltre 50 miliardi di aiuti...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Con il suo veto, l’Ungherese <strong>Viktor Orban</strong> ha bloccato gli oltre 50 miliardi di aiuti destinati a Kiev e a breve potrebbe essere il turno dell’Italia, con <strong>Meloni e Giorgetti</strong>, pronti a fare altrettanto, riproponendo il copione sovranista sul tema del <strong>Patto di Stabilità</strong>. Da sempre oggetto di contese e di sotterfugi volti a poterne posticipare gli effetti negativi all’anno, o nel caso dell’Italia, al governo successivo. Tuttavia, e al di là di quel che spera Roma,<strong> la scelta sul Patto di Stabilità è una scelta sulla guida dell’UE di domani </strong>e non è affatto scontata, come invece si potrebbe credere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I 26 anni dall’entrata in vigore del Patto di Stabilità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’UE, attraverso la banca centrale dell’Unione Europea (la BCE), ha come mandato quello di mantenere stabili i prezzi attraverso politiche monetarie espansive – attraverso il famoso Bazooka di <strong>Draghi </strong>&#8211;  oppure restrittive – com’è da un anno a questa parte, con l’inasprimento dei tassi d’interesse. <strong>La fiscalità, invece, spetta ai singoli Paesi membri, i quali si sono auto-imposti, nel lontano 1997</strong>, un articolato sistema per garantire la stabilità dei bilanci pubblici, che in sintesi suona più o meno così: <strong>coloro che hanno un alto debito nazionale devono fare scendere il debito, gli altri possono spendere nei limiti della moderazione</strong>, salvo casi eccezionali (il famoso 3%).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Debito pubblico e deficit dividono l’UE</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sin qui la storia nota, però ve ne è un’altra meno conosciuta e che ci racconta <strong>i fallimenti del meccanismo sottostante il Patto di Stabilità</strong>. Dal 2002 in poi, infatti, ben pochi Paesi sono davvero riusciti a rispettare i parametri concordati ed è evidente – dal grafico qui sotto – come il rapporto debito/pil segni una frattura tra i membri dell’UE. Da una parte i famigerati frugali – Germani, Olanda, Repubbliche baltiche, Lussemburgo e Paesi del Nord – dall’altra, invece, il sud, capitanato da Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e Francia. <strong>Nei fatti nessuna delle potenze dell’Unione – Germania, Francia e Italia – ha mai raggiunto il tanto agognato 60%</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1278" height="663" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012.png" alt="" class="wp-image-681" style="width:720px;height:auto" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012.png 1278w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012-300x156.png 300w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012-1024x531.png 1024w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-191012-768x398.png 768w" sizes="(max-width: 1278px) 100vw, 1278px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: OCSE &#8211; GDP Nazionale dal 2002 al 2022 <a href="https://data.oecd.org/gga/general-government-debt.htm#indicator-chart">https://data.oecd.org/gga/general-government-debt.htm#indicator-chart</a> </figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">I <strong>deficit</strong>, invece, <strong>presentano una lettura più incerta</strong>. All’alba del lancio dell’euro, <strong>tra il 2002 e il 2003, né la Francia, né la Germania erano nel perimetro del 3%</strong>. La prima era al 4%, mentre la seconda al 3,7%, ben poca cosa rispetto al 7,8% della Grecia di allora, ma comunque molto sopra all’Italia e Spagna, rispettivamente 3,2% e 0,4%. La successiva crisi dei mutui subprime ha livellato, verso il basso, tutti i Paesi dell’area Euro e lo stesso è accaduto con la pandemia. <strong>A conti fatti sono più gli anni in cui il meccanismo del fiscal compact non ha funzionato di quelli dove effettivamente è stato rispettato</strong>, ma soprattutto – e qui i suoi detrattori hanno gioco facile – salvo rarissimi casi, come quello dell’Irlanda – non ha portato i Paesi in difficoltà a raggiungere né il rapporto debito/pil al 60%, né il deficit entro il 3%.</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="1272" height="682" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853.png" alt="" class="wp-image-680" style="width:719px;height:auto" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853.png 1272w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853-300x161.png 300w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853-1024x549.png 1024w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/12/Screenshot-2023-12-19-190853-768x412.png 768w" sizes="(max-width: 1272px) 100vw, 1272px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fonte OCSE &#8211; Deficit dal 2002 al 2022 <a href="https://data.oecd.org/gga/general-government-deficit.htm#indicator-chart">https://data.oecd.org/gga/general-government-deficit.htm#indicator-chart</a></figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Regole ed errori. Che cosa non ha funzionato col Patto di Stabilità?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Di per sé né un parametro, né una regola, nascono come buoni o cattivi, ma lo diventano in rapporto alle conseguenze che essi generano e <strong>nel caso del Patto di Stabilità la sentenza è ardua</strong>. Più i conti sono in ordine, ovvero il rapporto tra entrate e uscite è a favore delle prime, meglio è, perché ciò consente di <strong>attivare politiche anti-cicliche in caso di crisi</strong> (come nel 2008, nel 2011 e nel 2020) o improvvisi cambi di rotta (come nell’abbandono di alcune catene di approvvigionamento o tecnologie). Tuttavia, e qui è il principale problema, <strong>se per far quadrare i conti si riducono sanità, istruzione e investimenti, il gioco non vale la candela</strong>, poiché si baratta il futuro per il presente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quindi la spesa pubblica va sempre bene? No e il caso dell’Italia ne è la prova</strong>. In Italia si è sempre scelto – anche quando alla guida c’erano i tecnici – di tagliare voci di bilancio a basso costo elettorale. Si tratta di misure che incidono su platee di elettori che disertano le urne – come i giovani – o di nicchie – le famose pensioni d’oro – senza però intaccare sistemi di mance ben collaudati ed oliati. Col risultato che l’Italia spende tanto: solo<strong> in welfare se ne vanno 632 mld di euro all’anno</strong>, <strong>ma per avere una visita col Sistema Sanitario Nazionale pubblico occorrono mesi, se non anni</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Bruxelles deve scegliere tra il rigore o la crescita</h2>



<p class="wp-block-paragraph">C’è un problema, ed è politico, sia a Bruxelles come a Roma. <strong>In UE è urgente una chiamata alla realtà dei fatti, perché come diceva Keynes, quando i dati cambiano occorre cambiare la propria posizione</strong>. Attuare misure pro-cicliche, com’è stato fatto con l’austerity del 2011, non ha prodotto grandi risultati, anzi, e per capirlo basta osservare i conti pubblici italiani. Ma d&#8217;altra parte per l&#8217;Italia non c&#8217;era alternativa in quel frangente per abbassare lo spread.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pochi anni fa è stato approvato il Next Generation EU e la musica sembrava cambiata. Tuttavia le odierne trattative sul Patto di Stabilità pare vogliano far prevalere ancora la teoria sulla realtà. <strong>In questo momento è necessario attingere a fondi, anche pubblici e ingenti, per promuovere quelle transizioni </strong>senza le quali sarà impossibile mantenere gli attuali standard di competitività, la stessa in virtù della quale si sono già compiuti così tanti sacrifici.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Svendita o investimento: l’Italia deve scegliere.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">A Roma, invece, si rende altresì necessario un cambio di rotta, ma in senso opposto. La (s)vendita delle aziende nazionali (Ilva, Ita, Tim etc.) ha sì evitato il continuo sperpero di denaro pubblico, ma ha anche evidenziato<strong> l’incapacità di gestione da parte del Pubblico e questo è preoccupante</strong>. Si è infatti visto, soprattutto con la pandemia, come una gestione della sanità in mano ai privati non aiuti, anzi, perché viene scartato ciò che non è redditizio in funzione di ciò che invece lo è. E <strong>uno Stato che si definisca tale non può permettersi di allocare servizi essenziali a terzi</strong>, deve invece imparare a gestirli e farli funzionare per il bene della collettività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Occorre investire in una nuova classe dirigente pubblica e bloccare, ove possibile e tra l’altro già indicato da più di un commissario alla <strong>spending review</strong>, quei mille rivoli che alimentano sì ampi sistemi clientelari utili alle urne, ma che al contempo sul lungo periodo impongono le svendite di beni pubblici, le inefficienze e l’utilizzo di regole draconiane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio <strong>Dolci </strong>e Roberto <strong>Biondini</strong></p>
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		<title>Che fine ha fatto il PNRR?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Nov 2023 11:31:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Soldi Pubblici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo una partenza lenta e uno sprint improvviso quanto breve, il Pnrr si appresta ora...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Dopo una partenza lenta e uno sprint improvviso quanto breve, il Pnrr si appresta ora al giro di boa, ma  sono in pochi a credere che l’arrivo di un vento favorevole possa far recuperare il ritardo accumulato sinora dall’Italia. Il 2026 pare infatti lontano solo a chi non conosce la macchina burocratica che gestisce il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e soprattutto il rigore con cui l’UE valuta l’effettivo raggiungimento dei progetti. Riuscirà il Bel Paese a tagliare il traguardo in tempo utile e con tutti i progetti ancora a bordo? Guardiamo i dati.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La struttura del Pnrr e la scommessa dell’UE</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La tenuta dell’UE è letteralmente appesa al Pnrr, perché per tutto il Next Generation EU sono stati stanziati 732,8 mld dei Paesi membri e l’Italia, da sola, ne assorbe oltre un quarto, con un investimento di 191,5 mld, di cui 69 mld a fondo perduto e gli altri 122,5 mld in prestiti a <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/costo-prestiti-pnrr">tasso agevolato</a>. Cifre che l’Italia ha scelto così di ripartire: 40 mld sulla Digitalizzazione (Missione 1), 60 mld sulla Rivoluzione Verde e Transizione Energetica (Missione 2), 25 mld in Infrastrutture (Missione 3), 30 mld in Istruzione e Ricerca (Missione 4), 20 mld in Coesione e Inclusione (Missione 5) e infine 15 mld in Sanità (Missione 6).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tali denari non possono essere spesi per assumere del personale o come bonus, e i progetti verso cui sono diretti devono rispettare alcune condizionalità, tra cui – le più incisive –  il non arrecare danno all’ambiente, l’essere destinati – in termini di fondi – per il 40% al Sud Italia e l’avere il 2026 come termine tassativo di chiusura cantieri. L’erogazione dei fondi è poi vincolata da rendicontazioni semestrali che devono certificare l’avvenuto raggiungimento di alcuni obiettivi e “milestone” (in totale <a href="https://www.tgcom24.mediaset.it/economia/infografica/pnrr-rate-semestrali-e-condizioni_65364019-202302k.shtml">sono 527</a>) che accompagnano la realizzazione delle opere. Ciò è sensato perché senza l’attuazione di alcune riforme, si pensi a quella del processo penale, è difficile che anche dopo un intervento di risanamento del Paese si possa migliorare l’attrattività dello stesso e la qualità di vita di chi lo abita. Visto il quadro, a che punto siamo?</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Rate in ritardo e programmazione in bilico: i numeri dell’Italia sul Pnrr</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tenendo conto che nel 2021, l’anno di approvazione del piano da parte di Bruxelles, l’Italia del Conte 2 partiva con 67 mld già allocati su progetti archiviati nei vari cassetti o in programmazione presso i Ministeri, dovremmo essere a buon punto, ma in realtà non è così e le ragioni sono perlopiù di natura politica. Certo, l’inflazione ha fatto la sua parte, ma è stata soprattutto la destrutturazione dell’impianto voluto da Mario Draghi e dall’ex-Ministro dell’Economia Daniele Franco a determinare l’attuale situazione. In origine si era infatti pensato di far gestire tutti i progetti da chi avesse contezza delle spese, quindi dal Ministero dell’Economia e dalla Ragioneria di Stato, ma con l’arrivo di Meloni è cambiato tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fitto è diventato il Ministro deputato alla gestione del Pnrr ed ha smantellato l’impianto di Draghi e costruito una cabina di regia ad hoc, col risultato di rallentare una macchina che si apprestava ancora ad ingranare la prima marcia. Già con Draghi, infatti, erano sorti dei problemi sul Pnrr, sia legati al tema della trasparenza – la grande assente – sia a quello dell’attuazione, perché proprio prima dell’attivazione dei cantieri il Governo Draghi ha fatto armi e bagagli per lasciare il posto a Meloni&amp;Co. I quali hanno ereditato i 67 mld fin li stanziati dall’UE (25 mld di prefinanziamento e 21 per la prima e altrettanti per la seconda rata) e i 93 obiettivi e “milestone” sin li agguantate da Draghi e Franco (sulle 100 richieste). Ad oggi 6 – di quelle in ritardo – risultano ancora in stallo, mentre un’altra, <a href="https://openpnrr.it/misure/369/">quella della riforma del processo penale e civile</a>, non risulta ancora attuata, benché approvata (Riforma Cartabia).</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Meloni prova a correre, ma gli obiettivi sono fermi.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’epopea della Terza rata del Pnrr, quella da 19 mld, che sarebbe dovuta arrivare a gennaio 2023 ma è stata incassata solo lo scorso 9 Ottobre, tra l’altro con lo storno dei fondi dedicati all’edilizia universitaria, ci dice molto sullo stato dell’arte del Pnrr. Dopo un tira e molla di 10 mesi la Terza Giorgetti ha infatti incassato 18,5 mld dall’UE e l’edilizia universitaria è stata delocalizzata in un’altra fase del progetto. Sulla Quarta rata, invece, da 16,5 mld (scadenza Giugno 2023), ancora nessuna notizia, mentre la Quinta è in altissimo mare. Su 69 obiettivi e milestone, che valgono 18 mld, 49 risultano in corso e 6 sono ereditati dai tre trimestri del 2023.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ben 21 obiettivi, sui 69 complessivi, sono classificati come in “difficoltà media”, 10 sono in “alta” e 28 in “bassa” , mentre 10 sono stati portati a casa. <a href="https://openpnrr.it/scadenze/?search=&amp;tempistica_completamento_anno=2023&amp;tempistica_completamento_trimestre=T4&amp;tipologia=&amp;ita_ue=UE&amp;status=&amp;tipologia_misure=&amp;misure__tags=&amp;misure__priorita_trasversali=">Dai dati di Openpolis</a> si evince una differente ripartizione, ma la sostanza non cambia di molto: sul Pnrr il sistema Paese arranca e ce lo dice pure la <a href="https://www.osservatoriorecovery.it/corte-dei-conti-ritmo-lento-nellattuazione-del-pnrr-problemi-di-spesa-e-criticita-strutturali/">Corte dei Conti</a>. La quale ha analizzato un campione di 27 progetti, per un importo di 31,1 mld, scoprendo che solo il 7,94% dell’importo era stato effettivamente speso (dato riferito al 30 Giugno 2023 – e pari a un importo di 2,47 mld). Ed è infatti sulla capacità di spesa e sull’efficienza della macchina chiamata Paese che il Pnrr imbarca acqua da tutte le parti e pure molta.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Pochi soldi spesi e una miriade di progetti in gestione a migliaia di attori: perché l’Italia è in ritardo</strong>.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia, si sa, non riesce a spendere i soldi dell’UE e questo era un dato risaputo anche prima del Pnrr e sui cui neppure Mario Draghi <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/ritardi-pnrr-draghi-meloni">era riuscito a </a>fare molto. A distanza di tre anni dall’avvio dei lavori, e a tre dalla scadenza, l’Italia ha speso il 14% delle risorse a sua disposizione, pari a 27,6 mld, contro i quasi 60 mld a cui dovremmo arrivare entro Dicembre di quest’anno. Il problema risiede tutto nella lentezza con cui si incrementa la spesa, che da Febbraio 2023 a Luglio è cresciuta solo di un miliardo, pari ad un + 0,56% sul budget per l’intero Pnrr.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la Corte dei Conti ha analizzato 27 progetti certificando un notevole ritardo e i conti complessivi dimostrano l’incapacità di spesa dei soggetti attuatori, quale sorte toccherà ai <a href="https://openpnrr.it/scadenze/?search=&amp;tempistica_completamento_anno=2023&amp;tempistica_completamento_trimestre=T4&amp;tipologia=&amp;ita_ue=UE&amp;status=&amp;tipologia_misure=&amp;misure__tags=&amp;misure__priorita_trasversali=">219.837 ad oggi presenti sulla piattaforma ReGiS</a> e da cui dipende l’intero Pnrr? Domanda lecita, risposta incerta. Quello che si sa è che con questi progetti si coprono 174,42 mld di investimenti, di cui 120,35 mld del Pnrr, ma solo 123.000 progetti hanno ad oggi avuto il via libera – gli altri sono in forse – e neppure questi sono certi, perché Fitto ha chiesto all’UE di rivedere scadenze e obiettivi, con l’intento di dirottare dei fondi su RepowerEU.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il dirottamento dei fondi del Pnrr verso RepowerEU e l’ira dei Sindaci. A rischio 42.786 progetti per un valore di 12,3 mld</strong>.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Si sapeva sin dall’inizio che affidare ai 7.500 Comuni italiani l’attuazione di circa 43.000 progetti fosse un azzardo, soprattutto alla luce del fatto che il 40% dei fondi doveva essere destinato – per contratto con l’UE – al Sud del Paese, là dove le amministrazioni già soffrono e per altre ragioni. D’altronde nei Comuni più piccoli gli amministrativi, già sottorganico in tutta la PA di 65.000 unità (quota tecnici STEM), si sono ritrovati di colpo a gestire in media più di un progetto dal valore di circa 400.000€. Ed infatti, quando dalla carta si passa alla realtà la doccia è freddissima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Comuni, Province e Regioni hanno puntato sulla Missione 1 (44%), 2 (42%) e 5 (27%) del Pnrr ed il Sud si è allocato il 42,7% delle risorse. Fin qui la carta, ma nei fatti i dati raccontano altro: il Nord ha infatti già realizzato il 55% degli investimenti, il 25% al Centro e il 20% al Sud, e sul lato della spesa le cifre sono fin peggiori, con un 60% al Nord e 16% al Sud (Fonte: Sole24Ore). D’altronde questi dati rispecchiano ciò che il Pnrr dovrebbe ridurre, ovvero il divario tra le diverse aree del Paese, ma il Governo ha altri piani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Visti i ritardi e le diverse allocazioni di spese, nonché di forze a disposizione degli enti locali, Fitto ha deciso di chiedere <a href="https://www.openpolis.it/le-modifiche-al-pnrr-rischiano-di-far-perdere-fondi-a-grandi-citta-e-sud/">all’UE di stralciare la parte che riguarda 42.786 progetti dei Comuni</a> (quasi tutti), per un valore di 12,3 mld, e di dirottare le risorse sul piano di approvvigionamento energetico varato dall’Europa (RepowerEU). Il verdetto ci sarà l’8 di Dicembre, all’Ecofin, ma già adesso la frattura tra Comuni e Governo è visibile e <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2023/10/20/pnrr-fitto-proporro-norma-su-responsabilita-per-i-comuni_92e12a16-bdaf-421f-b184-4d3f219bdf53.html">non aiuterà l’attuazione del Pnrr, a prescindere dalla decisione dell’UE</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Se l’Italia fallisce sul Pnrr rischia di trascinarsi dietro anche tutta l’UE</strong>.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">In attesa che a Bruxelles si decida il destino dell’Italia tra poco ci si gioca quello dell’Europa, col voto del 2024, e poi di nuovo il successivo confronto tra i 27 e il Bel Paese, allo scoccare della mezzanotte del 31 Dicembre del 2026, quando la conclusione del Pnrr verrà saggiata: che cosa accadrà? Di sicuro quei 122,5 mld a prestito inizieranno a pesare come macigni e l’Italia metterà a repentaglio investimenti e reputazione. Sui primi le cifre sono chiare, il Pnrr – una volta concluso – contribuirà a una crescita del 3,4% del PIL e per questo la sua attuazione, soprattutto in regime di ristrettezze economiche come quello attuale, è una manna dal cielo per fare investimenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul discorso reputazionale, invece, è indubbio che già ora il Pnrr abbia trainato la crescita e possa continuare a farlo nei prossimi mesi, evitando outlook negativi da parte delle società di rating. Tuttavia, a rimetterci maggiormente dal mancato successo del Bel Paese sarà l’UE e con lei il principio di economia Keynesiana che crede nell’investimento pubblico e si oppone all’austerity. Dopo tutto se il primo e più importante investimento fatto con i soldi degli europei dovesse fallire per colpa di un Paese coi conti disastrati come quelli italiani (alto debito e deficit con una crescita dello zero virgola e una competitività al palo), allora il passaggio a una politica rigorista – da falco – potrebbe quasi essere naturale, nonché letale per il Sud d’Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tenuto poi conto del fatto che i progetti che ad oggi assorbono più risorse del Pnrr sono affidati a Ferrovie dello Stato, più nota per il messaggio che si ascolta in ogni stazione “ci scusiamo per il disagio”, e a Matteo Salvini, alla guida del Ministero delle Infrastrutture, pare ovvio l’esito. Però è vero anche che si diceva lo stesso di Expo e poi, per il rotto della cuffia, l’Italia ce la fece. Sarà così anche stavolta? Difficile, ma non impossibile, più che altro assai improbabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio Dolci</p>
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		<title>L&#8217;Italia deve dimostrare maturità geopolitica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Oct 2023 10:06:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica: il mondo che cambia]]></category>
		<category><![CDATA[Draghi]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al 41esimo meeting di Rimini, il già presidente della BCE e del Consiglio Mario Draghi...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Al 41esimo meeting di Rimini, il già presidente della BCE e del Consiglio <strong>Mario Draghi</strong> aveva parlato di debito buono e di debito cattivo. E la differenza sostanziale si potrebbe riassumere nello spendere denaro pubblico in investimenti, ricerca, produttività piuttosto che in spesa corrente incapace di rigenerare un introito nel medio termine ma soltanto di oberare sulle finanze pubbliche. Con il suo intervento a Rimini, Draghi riprendeva il suo <strong>discorso ad inizio pandemia </strong>con quel contributo sul <strong>Financial Times</strong> a marzo 2020 in cui poneva l’accento sugli alti livelli di debito pubblico necessari per non soccombere alla crisi.&nbsp;Una parabola che era stata accolta da tutti come uno stacco rispetto all’era cosiddetta dell’austerità a cui eravamo stati abituati dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che il clima fosse cambiato lo si è poi concretamente visto quando, per la prima volta della Storia europea, <strong>gli stati aderenti alla UE hanno quindi deciso di fare debito comune</strong>, realizzando quel tassello di politica fiscale comunitaria che già da tempo era stata teorizzata per rimanere però soltanto su carta. Grazie al Next Generation EU, l’euro ha trovato finalmente il suo compagno di viaggio: accompagnare una politica monetaria comune ad una politica fiscale comune incentrata sugli investimenti e sulla crescita, il New Deal europeo, un Piano Marshall esponenziale. <strong>L’eredità di Keynes, gli insegnamenti di Caffè e gli interventi di Draghi </strong>hanno trovato realizzazione con uno sforzo politico non semplice in Europa. E se certamente l’aspetto ideologico di dimostrare finalmente di essere un’Unione solidale ha giocato la sua parte per frenare i populismi, non da meno è stata la brusca frenata economica dovuta dal Covid con l’incapacità anche per gli stati frugali come la Germania di riuscire da soli, a far decollare un piano di portata colossale. Il pragmatismo accompagna sempre la geopolitica, nessuno è buono e nessuno è cattivo (a differenza del debito) ma tutti guardano agli interessi che una scelta può scaturire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Capire che nel 2023<strong> sono gli “Stati-continente” che fanno la Storia </strong>e non più le nazioni nate dalla Pace di Westfalia nel 1648 è oltremodo necessario. Se non ci fosse stata l’Unione Europea (unita) a fare debito comune nel 2020, Stati come l’Italia schiacciati dal macigno del debito pubblico, paralizzati da un’improduttività imbarazzante e immobilizzati nel reddito pro capite, avrebbero fatto poco; anzi, probabilmente non ce l’avrebbero fatta. E lo si può notare chiaramente anche nella questione migranti: più uno Stato è sovranista, più fa fatica a trovare una soluzione e, specularmente, meno è disposto a trovare una soluzione. Con una battuta: <strong>i sovranisti sono i peggiori amici dei sovranisti.</strong> Serve a poco urlare ai tavoli (lo diceva <strong>Roosevelt</strong>) e a maggior ragione quando non si è proprio in condizioni economiche di farlo, anzi, quando le tue condizioni economiche dipendono dai tuoi alleati geopolitici e da tutti gli investitori che ti prestano denaro. È sorprendente vedere quanto sono sorpresi i sovranisti quando i loro interlocutori sbattono loro la porta in faccia dopo aver fondato una carriera politica sugli insulti e le offese nei confronti degli interlocutori stessi. E d’altra parte, nell’epoca post-moderna in cui viviamo, i sovranisti si appellano alla solidarietà internazionale, alla collaborazione europea, insomma chiedono più Europa. Non di meno, hanno ben accettato i fondi europei del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (giustamente si deve aggiungere) ma sono meno propensi a collaborare quando si tratta di assumersi doveri oltre che diritti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sì, perché <strong>solidarietà e comunità significa anche grande responsabilità</strong>: nel momento in cui è assodato che solo collaborando si può mantenere l’indipendenza economica e culturale e sopravvivere alle Super potenze mondiali, non bisogna poi dimenticarsi che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. L’Italia è stata la maggior beneficiaria del PNRR, ha cioè ricevuto più denaro di qualsiasi altro Stato europeo. A fronte di ciò, è stato chiesto però di essere puntuali nell’uso dei fondi, precisi negli investimenti e seri nell’applicazione delle riforme necessarie. Politiche che lo Stato italiano ha quindi accolto come proprie nel momento in cui ha accettato denaro estero. Ecco, <strong>l’incapacità di spendere denaro, i notevoli ritardi nel presentare i propri piani semestrali non giovano chiaramente alla nostra credibilità internazionale</strong>: soprattutto se a ciò aggiungiamo i dissapori e le offese che Roma continua a lanciare contro periodici nemici immaginari “Ottant’anni fa il governo tedesco decise di invadere gli Stati con l’esercito ma gli andò male, ora finanziano l’invasione dei clandestini per destabilizzare i governi che non piacciono ai socialdemocratici” cit. Andrea Crippa. Oltre che essere vomitevole, come può risultare utile all’Italia una geopolitica del genere? E continuando sul lato economico: perché aumentare un deficit a oltre il 5% (e circa 23 miliardi di euro in disavanzo in più nel triennio) quando non si è capaci di usare il debito che esiste già dando manforte a chi chiede un irrigidimento del Nuovo Patto di Stabilità e crescita che a breve verrà rimesso in piedi? Che senso ha opporsi ideologicamente alla riforma del MES quando i primi beneficiari (allorquando lo si volesse attivare, non per forza) saremmo proprio noi? </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Italia neo-sovranista è così ideologicamente atlantica quanto poco pragmaticamente europeista</strong>, un continuo corto circuito illogico che pare però interessi poco ai cittadini. Era già <strong>Freud </strong>che metteva in guardia: “La massa è straordinariamente influenzabile e credula, è acritica, per essa non esiste il verosimile […] Chi deve agire su di essa non ha bisogno di coerenza logica fra i propri argomenti, deve dipingere nei colori più violenti, esagerare e ripetere sempre la stessa cosa.” Difficile non notare oggi una somiglianza con la modalità sovranista di fare politica e trattare i cittadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Da soli, insomma, non si va da nessuna parte, lo devono capire tutti gli Stati partecipanti all’Unione.</strong> Se la pandemia sembrava la sfida del secolo, quella che si sta creando oggi con inflazione galoppante, disuguaglianze sempre più marcate, migrazioni in crescita, nuove super potenze, debito alto, crisi climatica e demografia al ribasso è proprio la sfida del millennio e sia il pragmatismo che il realismo, come successo per il Next Generation EU, devono essere i motori per guidare l’Europa verso il futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/chi-siamo-2/" data-type="link" data-id="https://ilcaffekeynesiano.it/chi-siamo-2/">Roberto Biondini</a></p>
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		<title>La bomba dell&#8217;inflazione colpisce il mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Oct 2023 08:25:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Monetaria e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Banche centrali]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>5 min di lettura “La teoria arriva fino a un certo punto.”: così reagisce l’Oppenheimer...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">5 min di lettura</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“La teoria arriva fino a un certo punto.”</em>: così reagisce <strong>l’Oppenheimer</strong> di Christopher Nolan di fronte a ciò che sfugge ai numeri, ma che esiste nel mondo fisico. E per certi versi è così che reagiscono anche i titani dell’economia d’oggi, premi Nobel e non, che provano ad attribuire un senso a un fenomeno noto, l’inflazione, ma che oggi si manifesta in modo imprevedibile rispetto al passato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color"><strong>L’inflazione oggi: i dati degli Stati Uniti</strong></mark></p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli Stati Uniti la Fed, guidata da <strong>Powell</strong>, ha deciso di prendersi una pausa, lasciando i tassi d’interesse al massimo storico dal 2001 ad oggi, tra il <strong>5,25-5,50%.</strong> <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/la-fed-lascia-tassi-invariati-AFVxv9v">Una mossa cautelativa</a> visto che all’orizzonte vi sono sia dati positivi (<strong>inflazione core al 3,7%</strong> per il <strong>2023 </strong>e <strong>2%</strong> per il <strong>2026</strong>; <strong>PIL</strong> al <strong>2,1%</strong> nel <strong>2023</strong> e a <strong>1,8%</strong> nel <strong>2026</strong>), sia negativi, come il prezzo del <a href="https://mercati.ilsole24ore.com/materie-prime/commodities/petrolio/BRNST.IPE?refresh_ce&amp;nof">petrolio oltre i 90$</a> e un tasso di disoccupazione praticamente invariato (intorno al 4%). Quest’ultimi due devono far riflettere economisti ed osservatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il prezzo del petrolio sale è logico aspettarsi che anche tutti quei prodotti ad esso associati, dalla plastica per le bottiglie usa e getta ai fertilizzanti usati in agricoltura, ma così come il cemento e ogni oggetto che necessita di questa fonte d’energia fossile per essere realizzato, subiscano un conseguente rialzo; e <strong>se i prezzi salgono l’inflazione continua a restare alta</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi il tema della disoccupazione. L’assunto è questo: <strong>visto che l’offerta non riesce a tenere il passo della domanda, allora ha senso frenare quest’ultima rendendo più difficile l’accesso al denaro per acquistare beni e fare investimenti</strong>. I libri di testo, infatti, insegnano ad ogni economista che la miglior medicina per imbrigliare un’inflazione galoppante consiste nel raffreddare l’economia. Tuttavia, un’economia più fredda produce anche, almeno in passato è stato così, ampie sacche di disoccupazione, come descritto dalla curva di Phillips.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="220" height="220" src="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/10/Immagine1.png" alt="" class="wp-image-540" srcset="https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/10/Immagine1.png 220w, https://ilcaffekeynesiano.it/wp-content/uploads/2023/10/Immagine1-150x150.png 150w" sizes="(max-width: 220px) 100vw, 220px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Bene, oggi, almeno negli Usa, pare non essere più così. Tanto che si è creata una corrente di economisti che parla di “<strong>deflazione immacolata</strong>”, cioè priva di effetti negativi per l’economia reale (ovvero tassi di disoccupazione elevati); ma non tutti sono disposti a mettere in croce i dogmi di una vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">Economisti nell’ottagono: Krugman contro Coy</mark></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra gli economisti si sa non è mai corso buon sangue, anzi. D’altronde è frequente che una teoria ne smentisca un’altra e i dati, com’è noto, hanno bisogno di filtri per restituire un senso, da qui le molteplici interpretazioni. Il confronto tra Coy e Krugman (sul <a href="https://www.nytimes.com/2023/09/26/opinion/columnists/recession-federal-reserve-paul-krugman-peter-coy.html">New York Times</a>) ci può aiutare a definire le argomentazioni di chi vede un’imminente recessione e chi invece scorge il sole oltre le nuvole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi teme la recessione (Coy) lo fa sostenendo che ci vogliono 22 mesi dall’inizio dell’ascesa dei tassi prima che inizi la recessione vera e propria e la Fed non li ha mai alzati così tanto e così velocemente senza causarne una; alcune banche regionali sono fallite (SVB e Signature Bank), il mercato immobiliare è fermo a causa dei mutui troppo onerosi; la <strong>Bidenomics</strong> ha drogato l’economia con gli stimoli; le aspettative delle persone circa il futuro sembrano disattendere quelle della Fed. In sintesi, la recessione c’è, ma si cerca di non vederla. Chi invece guarda con ottimismo al presente e al futuro prossimo (<strong>Krugman</strong>) lo fa sostenendo che i modelli del passato mal si adattano a descrivere la congiuntura creata dal Covid-19 e dalla guerra; i dati ci mostrano un calo significativo dell’inflazione senza un aumento della disoccupazione; gli stimoli della Bidenomics potrebbero perdurare nel tempo; la percezione dell’inflazione attesa e reale delle persone è diversa da quella rappresentata dai dati. Tradotto, l’inflazione era transitoria, sta rientrando e non c’è motivo per preoccuparsi troppo (almeno al momento). Il punto di contatto tra questi due mondi? Mai fidarsi dell’ottimismo della Fed.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">L’inflazione in UE: che cosa ci dicono i dati?</mark></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In <a href="https://www.ft.com/content/f6399c1f-5c0e-47fe-8a56-7138b9cb0099">UE l’indice armonizzato dei prezzi al consumo ha raggiunto il 4,6%</a> (dal 5,2% di Agosto), mentre l’inflazione core (quella privata dell’energia, del cibo, dell’alcol e tabacco) non è migliorata più di tanto. Nel terzo trimestre del 2023 si assesta al 5,1%, contro il 4,9% di quello precedente (<a href="https://www.ecb.europa.eu/stats/ecb_surveys/survey_of_professional_forecasters/html/table_hist_core.it.html">BCE</a>), mentre i tassi d’interesse sono tra il <strong>4,50-4,75%.</strong> Le economie stanno rispondendo in modo differente a seconda del caso, con l’Italia che rallenta e la Germania in recessione, mentre l’accordo sul patto di stabilità pare non trovare l’auspicato via libera.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il rialzo dei tassi sta oggi colpendo le economie più fragili, che non necessariamente sono anche quelle con più debito</strong>. Ad esempio, lo spread tra i titoli greci e il Bund tedesco a 10 anni è a poco più di 146 punti base, contro il 192 dei BTP italiani. La Grecia, infatti, dalla crisi del debito sovrano ad oggi ha fatto delle riforme, mentre in Italia queste restano delle sconosciute (nonostante il Pnrr le imponga) e ciò genera sfiducia, la quale rende più difficile trovare i soldi per rifinanziare il debito pubblico senza pagare interessi da usura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, anche le misure lacrime e sangue e l’aumento dei tassi d’interesse in chiave deflattiva non sono privi di problemi, che nel lungo periodo possono essere peggiori rispetto a un’inflazione elevata. E ciò ci riporta al confronto tra Coy e Krugman.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">L’alta inflazione uccide, ma anche le politiche deflattive non scherzano</mark></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Al di là di queste dispute, infatti, <strong>il vero nocciolo della questione è se tenere fisso il target dell’inflazione al 2%, oppure se alzarlo al 3%.</strong> Il perché? Se si accettasse un target più alto si potrebbe già ora dichiarare vinta la lotta all’inflazione. Niente più rialzo dei tassi e un maggiore spazio, anche in futuro, per repentine crescite, che godrebbero di un punto percentuale in più d’inflazione per prosperare senza che le banche centrali intervengano a raffreddare tutto. Tuttavia, ripudiare lo standard che negli anni ha accompagnato almeno una generazione di economisti ha un costo, non solo reputazionale, ma anche sostanziale. Un’inflazione più alta significa applicare una tassa maggiore ai meno abbienti, che è poi la ragione per cui le banche centrali cercano in ogni modo di stabilizzare i prezzi. Chi subisce di più l’aumento di 20 centesimi di euro sul prezzo del caffè non è chi guadagna 2.000€ al mese, ma chi a stento arriva a 1.200€. Da qui l’iniquità con cui l’inflazione colpisce i redditi e impone strategie, anche dolorose, per rientrare nei ranghi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora avanti con la lotta senza quartiere all’inflazione? Sì, ma attenzione che la cura non sia peggiore della malattia. <strong>Francesco Saraceno</strong>, su <strong>Domani</strong>, ci ricorda come la stretta monetaria agisca sia sul breve, sia sul lungo periodo, con effetti particolarmente perversi proprio su quest’ultimo arco temporale. Tra questi, citati da Saraceno, quello più preoccupante riguarda il bisogno di un cambio tecnologico che favorisca la transizione energetica, il quale richiede alti investimenti che però proprio la stretta economica soffoca. E <em>“se tassi di interesse elevati dovessero finire per ostacolare la transizione verso le fonti di energia rinnovabile</em> – scrive Saraceno –, <em>il rischio sarebbe quello di un aumento dell’inflazione nel medio periodo a causa del mancato abbandono delle energie fossili”</em>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ritorno in massa al fossile produrrebbe una corsa al barile di greggio, con l’avvio di un circolo vizioso di fatto mai sedato. Inoltre, Saraceno, citando l’economista <strong>Dani Rodrik</strong>, critica l’approccio usato in Grecia, dove austerità e riforme hanno sì migliorato i fondamentali, ma anche azzoppato la produttività. Di fatto, in mancanza di incentivi e con la distruzione di sacche di settori scarsamente produttivi, non si è materializzato l’investimento in settori potenzialmente più promettenti, per via della scarsa domanda legata alla stagnazione del ciclo economico. <em>“Comprimendo la domanda globale</em> – continua Saraceno – <em>in un momento in cui per motivi contingenti (la riorganizzazione post pandemica) e strutturali (la transizione energetica) <strong>il bisogno per l’economia di ricollocazioni settoriali è particolarmente acuto, le banche centrali rischiano di ostacolare le trasformazioni strutturali necessarie per una crescita robusta e sostenibile nel lungo periodo</strong>”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-cyan-blue-color">L’inflazione cambia il mondo, ma non l’economia</mark></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza il tempo per riesaminare nel dettaglio le cause profonde dell’attuale inflazione (extraprofitti/Covid-19/Guerra in Ucraina/stimoli economici etc.), senza serie storiche abbastanza precise (il richiamo al periodo di <strong>Volcker</strong> ha senso, ma non è esattamente quello che sta succedendo ora), senza la possibilità di rimettere in discussione alcuni dogmi (il target del 2%, la curva di Phillips etc.), le attuali decisioni monetarie rischiano di produrre effetti perlopiù imprevedibili. Per ora, almeno sul breve periodo, quindi sul lato del controllo dei prezzi, pare stiano riuscendo a sedare l’inflazione, ma sul medio-lungo periodo è difficile prevederne gli effetti. Se poi Coy avesse ragione, e con lui altri nomi illustri come quello di Lawrence H. Summers, il peggio sarebbe a un passo dal piombarci addosso. L’unica certezza è che in questo momento la macroeconomia, come ogni scienza, si trova a un bivio, perché la teoria arriva solo a un certo punto, poi subentra la realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><a href="https://ilcaffekeynesiano.it/chi-siamo-2/">Di Claudio Dolci</a></strong></p>
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		<title>Il PNRR: il Piano Nazionale di Ricerca dei Responsabili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Apr 2023 07:18:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[UE]]></category>
		<category><![CDATA[Next Generation]]></category>
		<category><![CDATA[PNRR]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>3 min di lettura Il cortocircuito istituzionale che stiamo vedendo in questi giorni oscilla tra...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">3 min di lettura</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cortocircuito istituzionale che stiamo vedendo in questi giorni oscilla tra la commedia e la tragedia; quello che è certo che l’Italia non ci fa una bella figura. <strong>Il ritardo ormai certificato nell’utilizzo dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sembra quasi inarrestabile </strong>e piuttosto che soffermarsi sul “perché” (come il pragmatismo vorrebbe), la classe dirigente continua a ragionare sul “chi”, alla ricerca di un capro espiatorio capace di espiare le colpe e di veicolare l’attenzione della popolazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sta di fatto che ogni giorno che passa, l’esecutivo cerca redenzione dai suoi elettori, spiegando loro l’impossibilità di poter intervenire su questo dossier, avendo le mani legate causa governi precedenti ed istituzioni comunitarie. E c’è talmente <strong>tanta confusione</strong> tra note ufficiali, dichiarazione alla stampa, voci di corridoio e media più o meno schierati, che anche i più interessati alla vicenda fanno veramente fatica a comprendere dove stia la verità. E la verità nei confronti dei cittadini che sono i destinatari di questi miliardi che ora rischiano di perdere, pare al quanto necessaria. È umano che nessuno voglia metterci la faccia per giustificare l’eventuale perdita dei fondi del PNRR, farebbe vergognare chiunque, ma <strong>impegnarsi nella cosa pubblica significa proprio assumersi le responsabilità di ciò che riguarda una comunità</strong>, di assumersi le colpe almeno quanto vengono sbandierati i successi. La maturità, la civiltà di un Paese si può intravedere proprio da questo e l’Italia dimostra di essere una piccola nazione tra le grandi nazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma a parte queste stoccate moraliste che magari non hanno alcuna presa nella società in cui viviamo, dove forse il cinismo e la propaganda prevalgono, la mancanza di trasparenza sul PNRR, la concentrazione dell’esecutivo a trovare dei responsabili piuttosto che lavorare sul recepimento dei fondi è una mossa politicamente strategica ma rischiosa: <strong>sarebbe meglio lavorare in silenzio con la Commissione Europea</strong>, cercando di capire quali sono i punti più sensibili, magari anche giustamente vista le condizioni della nostra macchina burocratica, e negoziare una via di uscita ma al contempo impegnandosi sodo per mostrare la serietà del sistema Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché stavolta è diverso, i compiti a casa non vengono richiesti dalla UE per il semplice obiettivo di farli (che comunque fa parte di un gioco che l’Italia ha sottoscritto) ma perché in cambio Roma riceverebbe dei finanziamenti anche a fondo perduto che da sola non potrebbe senza subbio ottenere. <strong>Se si ragiona un attimo sembra proprio una follia che questi soldi in buona parte gratis vadano persi</strong>, ma pare che essa sia di casa nel Bel Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se si perderanno i soldi, poi, l’effetto tsunami è molto più potente della scossa di terremoto in essere: <strong>perdita di credibilità con il resto dei partner commerciali e finanziari</strong>, stop a futuri fondi comunitari e probabilmente perdita di alleanze strategiche nei posti che contano. Non a caso il <strong>professor</strong> <strong>Giavazzi</strong>, già consigliere di Mario Draghi ai tempi del governo, scrive sul Corriere che perdere la faccia oggi, anche in riferimento al MES, significa essere senza amici in sede di approvazione del nuovo Patto di Stabilità e Crescita che potrebbe esserci svantaggioso se gli altri Stati dell’Unione si metteranno d’accordo per una stretta di bilancio più di quanto noi vorremmo e potremmo sopportare per le condizioni precarie in cui versiamo. Insomma, l’effetto stigma sarebbe per noi geopoliticamente svantaggioso oltre che per tutte le motivazioni finanziarie già citate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E si torna a dare la colpa a Germania e Francia, che a quanto trapela da Palazzo Chigi, sono in combutta per poter far sfigurare Giorgia Meloni agli occhi di tutti. Che il gioco della geopolitica sia una partita a scacchi è certo; che i Paesi frugali non vedano l’ora di dimostrare quanto siamo incapaci di usare fondi comunitari è probabile; <strong>che però Macron e Scholz siano così impegnati a far cadere Meloni è pura fantasia demagogica </strong>usata per martirizzarsi nel momento in cui non sa più cosa dire. Siamo sicuri che stiamo usando al meglio le nostre carte?</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Roberto <strong>Biondini</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2023/04/07/il-pnrr-il-piano-nazionale-di-ricerca-dei-responsabili/geopolitica-il-mondo-che-cambia/ue-geopolitica-il-mondo-che-cambia/">Il PNRR: il Piano Nazionale di Ricerca dei Responsabili</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>La matassa verde, un groviglio di problemi</title>
		<link>https://ilcaffekeynesiano.it/2023/02/19/la-matassa-verde-un-groviglio-di-problemi/energia-e-transizione-energetica-uncategorized/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Feb 2023 20:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia e Transizione Energetica]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Green Deal]]></category>
		<category><![CDATA[Rinnovabili]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>4 min di lettura I nodi sono fatti così, crescono nell’incuria e ignorano il pettine...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">4 min di lettura</p>



<p class="wp-block-paragraph">I nodi sono fatti così, crescono nell’incuria e ignorano il pettine che prima o poi, almeno si spera, li rimetterà in riga. Tra le necessità ambientali, la mancata volontà sociale e gli errori politici, la matassa verde si sbroglia difficilmente. Lo dimostra il recente contesto europeo e geopolitico, in cui da giorni si parla della<strong>&nbsp;direttiva europea sulle case green</strong>&nbsp;e quella sullo&nbsp;<strong>stop ai motori diesel e benzina</strong>, nonché del piano IRA voluto da Biden e in ultimo il blocco alla cessione dei crediti del superbonus 110. Tutti questi elementi politico-economici altro non sono che nodi posti di fronte al grande pettine del riscaldamento globale, il quale impone a tutti quelli che negli anni hanno detto&nbsp;<em>“tanto c’è tempo”</em>&nbsp;una brusca retromarcia, che però costerà caro ai conti pubblici e privati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo elemento da cui partire è l’UE, che dopo anni di discussioni e rinvii per i veti incrociati, ha finalmente trovato la forza politica per attuare un piano su larga scala di riduzione delle emissioni, il&nbsp;<a href="https://www.consilium.europa.eu/it/policies/climate-change/paris-agreement/">“Fit For 55”</a>.&nbsp;<strong>L’obiettivo di questo piano è quello di ridurre, entro il 2030,&nbsp; del 55% le emissioni di C02 rispetto ai livelli registrati nel 1990</strong>. Un’idea che trova la sua logica in un altro dato: dal 1990 ad oggi è stata immessa nell’atmosfera una quantità di CO2 pari a quella prodotta in tutti i secoli precedenti (come ha ricordato&nbsp;<strong>Chicco Testa</strong>&nbsp;sul&nbsp;<strong><em>Foglio</em></strong>). Se si continuerà con il trend degli ultimi 30 anni, fatta eccezione per il periodo pandemico (l’unico in cui si sia verificato un calo delle immissioni), l’obiettivo di contenere le temperature entro i 2°C rispetto all’era pre-industriale fallirà miseramente. Tenuto conto poi che l’attuale coalizione europea vacilla, le elezioni del 2024 sono vicine, e che il contesto geopolitico della pax americana non sta meglio, l’UE ha deciso di imprimere un cambio di passo.&nbsp;<strong>Le case degli europei dovranno consumare meno, quindi entro il 2033 dovranno rientrare nella classe energetica D, ed entro il 2035 non sarà più possibile acquistare veicoli a benzina e diesel, meglio un auto elettrica.</strong>&nbsp;Le proposte sono buone, ma scontano entrambe dei problemi di fondo che si collegano al caso del superbonus 110 in Italia, e dell’IRA negli Usa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il cratere creato dai bonus edilizi nei conti pubblici italiani</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Giorgia Meloni</strong>&nbsp;ha dovuto mandare giù una medicina molto amara, sotto la prescrizione puntuale del suo Ministro dell’Economia,&nbsp;<strong>Giorgetti</strong>, che posando lo sguardo sull’ultima colonna di destra dei conti pubblici ha fatto una scoperta:&nbsp;<strong>i bonus edilizi sono costati 110 miliardi di euro</strong>. La soluzione?&nbsp;<strong>Basta sconti in fattura e cessioni del credito, si prosegue solo con la detrazione nella dichiarazione dei redditi</strong>. Manco a dirlo le associazioni di categoria sono già sul piede di guerra, l’Ance, il Cna e Confartigianato mostrano i numeri dietro il “gratuitamente” di Giuseppe Conte: 25.000 imprese che non sanno come cedere il credito, 90.000 cantieri fermi e 150.000 lavoratori che vagano nell’incertezza del domani. D’altro canto, spulciando i risultati dei bonus edilizi si scopre come la maggior parte dei benefici economici sia finita al ceto medio, coloro che possiedono una casa indipendente, e come il rapporto tra euro speso e beneficio energetico sia materia di leggenda. Per Giorgetti il Superbonus e&nbsp;<a href="https://pagellapolitica.it/articoli/costo-bonus-edilizi-superbonus-stato">gli altri incentivi all’edilizia hanno sottratto e sottrarranno dal portafoglio di ogni italiano circa 2.000€</a>. Conte, invece, rivendica i successi dell’iniziativa avviata sotto il suo esecutivo,&nbsp;<em>“</em><strong><em>Pil&nbsp;</em></strong><em>cresciuto del&nbsp;</em><strong><em>6,7%</em></strong><em>&nbsp;nel&nbsp;</em><strong><em>2021&nbsp;</em></strong><em>e del&nbsp;</em><strong><em>3,9%</em></strong><em>&nbsp;nel&nbsp;</em><strong><em>2022</em></strong><em>. Il Superbonus, come confermato da&nbsp;</em><strong><em>Censis&nbsp;</em></strong><em>e&nbsp;</em><strong><em>Nomisma</em></strong><em>, ha consentito la creazione di</em><strong><em>&nbsp;900 mila posti di lavoro</em></strong><em>”</em>&nbsp;(come riporta il sito&nbsp;<a href="https://www.open.online/2023/02/17/m5s-giuseppe-conte-superbonus-stop-cessione-crediti/">Open</a>). Come sempre vale la legge del pollo di Trilussa, i numeri non dicono tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vero, il Superbonus è stato tra i motori della ripresa post-pandemica ed ha rappresentano una misura volta a sostenere l’investimento per eccellenza degli italiani, la casa. Ma, è vero anche che le truffe dietro i bonus sono state eclatanti ed efferate, per non parlare della regressività della misura (niente tetto ISEE). Giorgetti ha avuto gioco facile a difendere lo stop voluto dal governo Meloni, gli è bastato&nbsp;<strong>citare Draghi</strong>&nbsp;<em>“Il problema non è il superbonus. Il problema — disse Draghi — sono i meccanismi di cessione che sono stati disegnati. Chi ha disegnato quei meccanismi senza discrimine e senza discernimento, è lui, o lei o loro, i colpevoli di questa situazione per cui migliaia di imprese stanno aspettando i crediti”</em>. Preso atto di come sono stati sin qui gestiti i bonus edilizi, c’è il concreto rischio che per rendere più efficienti le&nbsp;<a href="https://www.open.online/2023/02/02/case-green-accordo-parlamento-ue-classe-energetica/">9 milioni in classe energetica G</a>, occorrerà che ogni italiano prenda mano al portafoglio; la&nbsp;<a href="https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/P-9-2023-000161_IT.html">stima iniziale parla di 1.400 miliardi di euro</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Stop alla vendita di auto diesel e benzina.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche ammesso che si trovino i soldi per ristrutturare il parco immobiliare italiano, è assai difficile che dopo un simile esborso vi sia ancora lo spazio finanziario per&nbsp;<strong>dire basta ai motori diesel e benzina</strong>, eppure anche qui il pettine ha già dichiarato il giorno in cui incontrerà il suo nodo:&nbsp;<strong>2035</strong>. La maggioranza Ursula non ha retto il voto e il Parlamento europeo ha approvato la misura con 340 si e 279 no. Qui i problemi, a differenza del dossier case green, sono tre. Il primo riguarda il costo sociale di questa iniziativa, che secondo quanto dichiarato da&nbsp;<strong>Thierry Breton</strong>, comporterà&nbsp;<strong>un taglio di 600.000 posti di lavoro in tutta l’UE&nbsp;</strong>e visto che le auto elettriche richiedono meno componenti, solo una parte di questi lavoratori troverà un nuovo impiego nel settore dell’automobile. E questo è il problema minore, perché il secondo, assai più complesso, riguarda&nbsp;<strong>l’elettrificazione di tutta l’infrastruttura stradale</strong>, ovvero le colonnine e l’energia che esse richiederanno per sostenere il parco auto circolante. Un esempio? Delle 36.722 colonnine di ricarica presenti in Italia, ben il&nbsp;<a href="https://www.corriere.it/economia/23_febbraio_15/quante-sono-colonnine-elettriche-italia-confronto-l-europa-4392a144-ad34-11ed-a7b5-a0a1736d7fb9.shtml">19% non è in funzione</a>, perché non collegate alla rete.&nbsp;<a href="https://www.corriere.it/economia/consumi/23_febbraio_15/auto-diesel-benzina-parlamento-europeo-decide-stop-2035-salvini-scelta-folle-27683ec0-acfd-11ed-a7b5-a0a1736d7fb9.shtml">Servirebbero poi 150GW per ricaricare la rete</a>&nbsp;e mantenerla attiva. Ora, vista la difficoltà che c’è già ora per rispettare gli obiettivi del Pnrr in materia ambiente, occorreranno correre e per davvero. Sempre ammesso che si riesca a superare indenni il terzo ostacolo:&nbsp;<strong>il mercato.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È da tempo che i principali marchi automobilistici stanno attuando una politica di investimento sui segmenti di lusso, tra cui quello dell’auto elettrica, in antitesi rispetto a quanto avviene oggi negli Stati Uniti e questo è un problema.&nbsp;<strong>Luca de Meo</strong>, CEO di Renault, non ha infatti gradito la variazione di prezzo, verso il basso, dei prezzi praticati da Tesla&nbsp;<a href="https://www.ft.com/content/f801f7bd-7b57-4571-bb05-bbc594b8fe70">ed ha commentato con durezza la scelta dell’azienda di Elon Musk</a>:&nbsp;<em>“This is destroying value for the customer, for sure, when you do this.”</em>&nbsp;In realtà la questione è un’altra, se calano i prezzi di Tesla, che guida il mercato dell’elettrica, allora devono diminuire anche quelli dei competitor come Renault. Ma quest’ultima, che nel 2022 ha fatto registrare il +5,6% sul suo margine operativo e perlopiù, il 40%, con la vendita di veicoli in fascia alta, non ha nessuna intenzione di abbassare i prezzi e riposizionarsi così velocemente. Una tematica, questa, che coinvolge quasi tutti i produttori di auto, Renault infatti è il terzo per auto elettriche, quindi gli altri se la passano anche peggio (fatta eccezione per Tesla e Toyota).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Se gli USA arrancano?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, anche negli States, patria della Tesla e del piano IRA di Biden, non tutto luccica grazie a fonti rinnovabili e i problemi da risolvere per una transizione energetica veloce sono molti. Il primo riguarda&nbsp;<strong>l’approvvigionamento delle terre rare e dei materiali per fabbricare le auto elettriche, poiché sono perlopiù in mano alla Cina con la quale gli Usa hanno da poco alimentato il conflitto in chiave tecnologica</strong>. Come riportato dal&nbsp;<a href="https://www.ft.com/content/e0b55820-3a16-4018-a417-0e7c91737ffd">Financial Times</a>&nbsp;<em>“Together, China and Europe produce more than 80 per cent of the world’s cobalt, while North America makes up less than 5 per cent of production, according to the IEA. China also accounts for 60 per cent of the world’s lithium refining.”</em>&nbsp;L’altro problema riguarda&nbsp;<strong>la forza lavoro e il tasso d’occupazione</strong>, ancora molto alto, che riguarda il mercato del lavoro americano. Serviranno infatti almeno mezzo milione di operai solo per far fronte all’attuale penuria e occorreranno standard di lavoro più alti, soprattutto in termini di garanzie e stipendi, perché è questo ciò che chiedono gli americani dopo decenni di globalizzazione. Ma sarà possibile?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il pettine non perdona. I rischi che la transizione proceda troppo lentamente.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sia il contesto europeo, sia quello americano ed italiano, stanno affrontando la transizione energetica con foga, ma i problemi sul tavolo, ovvero i nodi, sono tutt’altro che inclini a lasciarsi sciogliere. In UE mancano le risorse finanziarie per aiutare gli Stati dell’unione a gettare il cuore oltre l’ostacolo e senza questi soldi&nbsp;<strong>è difficile che Paesi come l’Italia possano seguire le nuove direttive green</strong>, anzi, è facile che le sabotino in seno al Consiglio. Il secondo problema riguarda il mercato, il quale oggi sembra intravedere la fine della crisi energetica imposta dalla guerra in Ucraina e che per questo potrebbe tornare a scommettere sul petrolio e il gas. C’è poi il problema del mercato dell’automotive, il quale guadagna ancora moltissimo dalla vendita di prodotti in fascia alta, per cui ha poco o nessun interesse a produrre auto utilitarie full electric per operai; tant’è che&nbsp;<strong>in Italia il parco auto elettrico si attesta a un modestissimo 2,6%</strong>&nbsp;e non ci sono i soldi per incentivi a pioggia stile Superbonus 110. Infine, senza potersi avvalere delle filiere della globalizzazione, abbandonate per ragioni geopolitiche, prima ancora che sanitarie, è difficile che la transizione non sollevi, anche in Europa, problemi inerenti al mercato del lavoro domestico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di Claudio Dolci e Guglielmo De Puppi</em></p>
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		<title>I mali del capitalismo e della dottrina di Milton Friedman</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jul 2022 11:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Concorrenza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia e Transizione Energetica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esistono teorie economiche non solo capaci di persistere ben più a lungo dell’esistenza stessa del...</p>
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<h2 class="wp-block-heading has-medium-font-size"><strong>Esistono teorie economiche non solo capaci di persistere ben più a lungo dell’esistenza stessa del loro fautore, ma persino di riuscire a esercitare un’influenza così persuasiva da plasmare intere generazioni di imprenditori. Milton Friedman, ad esempio, ha convinto il mondo intero che l’unica preoccupazione a cui debbano rispondere le imprese sia il tornaconto degli stakeholders che su di esse hanno investito i propri capitali. Ed oggi, a distanza di oltre 50 anni dalla nascita della sua dottrina, gli effetti del modello capitalista di Friedman sono ancora vivi e vegeti, come ben esemplificato dagli Uber files, dagli scioperi delle compagnie low cost e dall’ingerenza delle industrie del fossile sulla stampa libera.</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">In campo economico esiste sempre almeno una teoria e quindi una soluzione per ogni genere di problema, anzi, spesso gli economisti riescono persino a generare più di opzioni, anche tra di loro confliggenti, per lo stesso tema, sia esso l’inflazione o l’occupazione. Lo stesso K<strong>eynes divenne famoso proprio per la sua capacità di formulare ipotesi capaci di spaziare in più direzioni, sino a diventare tra di loro divergenti</strong>. Tuttavia, e a dispetto della malleabilità dell’economia e della creatività dei suoi cultori, <strong>sembra non esserci cura capace di estirpare la dottrina partorita di Milton Friedman, secondo cui la responsabilità sociale di un’impresa si esaurisce nell’aumentare i soli profitti, il resto non conta</strong>. Tant’è che se per raggiungere tale obiettivo, ovvero rendere ricchi sé stessi e gli azionisti, fosse necessario bruciare il mondo o disgregare il tessuto di una società, andrebbe comunque bene e anzi, sarebbe un dovere morale farlo, pena il mancato rispetto degli interessi degli stakeholders; ovviamente gli unici ad avene di legittimi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La dottrina di Friedman nacque negli anni ’70 e da allora guida tanto la penna che verga la storia quanto l’agire degli amministratori delegati di importanti società per azioni. Non sono stati sufficienti né i numerosi scandali privati, né le bolle speculative o il crescete del divario salariale all’interno delle grandi società: nulla scalfisce questa massima e gli interessi che essa difende. Neppure lo scandalo di Uber, in cui sono coinvolti politici di primo piano e le maggiori autorità europee, smuove l’opinione pubblica, la quale non pare non curarsi neppure del rapporto immorale tra media e industria fossile, né degli scioperi che affliggono il mondo dell’aviazione low cost. E dire che tutti questi tre casi mostrano, nel loro insieme, proprio <strong>la perversione raggiunta dalle idee di Friedman e i rischi che la società corre nel perseguire una dottrina tanto scellerata quanto refrattaria al cambiamento</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il caso di Uber</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">La storia di Uber inizia come quella di ogni altra star-up che ambisce a cambiare il mondo. Viene analizzato un mercato ritenuto improduttivo, troppo ancorato allo status quo e meritevole di un salto di quel salto di qualità che solo una grande intuizione scaturita dalla riflessione di una personalità geniale può apportare e la magia californiana fa tutto il resto. <strong>Nel caso di Uber si è quindi scelto di penetrare in un mercato, quello europeo, dove il sevizio di trasporto pubblico è normato attraverso la cessione di licenze, bypassando però ogni regola e facendo un’attività di lobbying senza quartiere</strong>, così come una feroce lotta&nbsp; a qualunque corporazione e regola. D’altronde, se vuoi cambiare il mondo e le sue regole non vi è limite che non si possa valicare, o questo è quello che devono aver pensato in California prima di avviare la macchina che <a href="https://www.theguardian.com/news/2022/jul/10/uber-files-leak-reveals-global-lobbying-campaign">l’inchiesta del The Guardian</a> ha rivelato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ben 124.000 documenti e nomi di primissimo piano, come quello di <strong>Emmanuel Macron</strong>, <strong>Joe Biden</strong>, <strong>Matteo Renzi</strong> e <strong>Neelie Kroes</strong>. Quest’ultimo ai più potrà non dire molto, ma si tratta dell’ex commissaria europea alla concorrenza (il ruolo oggi ricoperto da Margherita Vestager), la quale, stando a quanto riportato dai file e dall’articolo di <strong>Francesca Canto</strong>, pubblicato su <strong><em>TPI</em></strong>, <em>“si sarebbe offerta di organizzare una serie di incontri tra Uber, i ministri olandesi e gli alti funzionari Ue tra il 2014 e il novembre 2016</em> <em>– contrariamente a quanto richiesto dalla normativa vigente – per un totale di 200 mila dollari all’anno, versati sul suo conto dall’azienda di San Francisco.”</em> Non proprio l’atteggiamento di trasparenza che ci si aspetterebbe da un funzionario Ue, ma in questo Kroes non era di certo da sola, anzi, il pubblico di politici pronti a rivendicare come legittime le battaglie di Uber era assai folto, nonostante la compagnia californiana fosse dedita a pratiche del tutto scorrette. Nell’articolo di Canto si legge <em>“secondo gli Uber files, alcuni membri dell’azienda avevano visto nella violenza i propri autisti un’opportunità, un modo per fare pressione sui governi dei Paesi europei al fine di riscrivere leggi che ostacolavano l’espansione di Uber nel vecchio continente. Alcune manifestazioni furono pianificate direttamente dalla società</em>.” Per il co-fondatore di Uber, <strong>Travis Kalanick</strong> <strong><em>“la violenza garantisce il successo.”</em> Una frase questa, che risulta assolutamente in linea con la dottrina di Friedman e con l’epilogo di questa triste pagina del capitalismo d’oggi</strong>. Già, perché all’indomani della pubblicazione dell’inchiesta del The Guardian, la risposta di Uber è stata che sì, sono stati commessi degli errori, ma dal 2017 l’Ad è stato rimosso e quindi il problema rientrato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un modo per dire “quello era il passato, oggi siamo diversi”. Che negli anni siano stati calpestati dei diritti, letteralmente comprati degli incontri con alti funzionari politici o assoldati black bloc per gettare discredito su intere categorie di lavori non conta, perché frutto avvelenato del passato. Ed a guardar bene i conti della società californiana si direbbe che sia proprio così, perché grazie a queste politiche commerciali è riuscita a far breccia in 77 Paesi del mondo a generare un fatturato di ben 6,9 mld di dollari, facendo così felici azionisti e manager: esiste altro per cui valga la pena lottare?</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una transizione all’insegna del greenwashing</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">È poi sufficiente svoltare pagina ed ecco che la dottrina di Friedman ricompare come per magia, conquistando un altro adepto del capitalismo amorale, anzi, in questo caso a lasciarsi sedurre dai profitti è persino <strong>l’intera eurozona, che non riesce proprio a dire di no ai combustibili fossili, nonostante le evidenze scientifiche e i danni</strong> (questa volta geopolitici)<strong> che da anni accompagnano le guerre in Medio Oriente ed oggi alle porte dell’Europa stessa</strong>. Niente, nulla è più forte dello status quo e del profitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Con 328 voti l’Europarlamento ha deciso che la tassonomia Ue non cambia, gas e nucleare sono green e utili alla transizione energetica</strong>. D’altronde, nei soli 6 anni successivi all’accordo di Parigi, sono stati ben 4,6 i trilioni di dollari investiti dalle banche di tutto il mondo nel settore fossile: che fai? Vendi tutto e cambi strategia perché qualche scienziato sostiene che estraendo gas, carbone e petrolio finirà l’era dell’uomo? No. Persino gli Esg contengono al loro interno forme di finanziamento a sostegno dell’industria fossile e a dirlo non è Topolino, ma l’<a href="https://www.economist.com/leaders/2022/02/12/the-truth-about-dirty-assets">Economist</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Eppure, nonostante i dati degli scienziati, i cambiamenti climatici tuttora in corso e l’azzardo morale che la Russia ha potuto giocare nei confronti dell’Ue, le energie fossili vincono su tutto e si prendono pure una rivincita simbolica attraverso i Media</strong>. Non vi sono, infatti, solo i giornali che sostengono apertamente teorie negazioniste e ritenute minoritarie in ambito scientifico, ma i Media stessi, nel loro insieme, devono parte della loro stessa sussistenza alla pubblicità che proviene dall’industria fossile. Da uno studio, realizzato <strong><em>Greenpeace Italia e l’Osservatorio di Pavia</em></strong> – rilanciato poi dal sito <a href="https://valori.it/greenpeace-crisi-climatica-stampa-quotidiani-giornalismo/">Valori.it</a> – si evince come i principali Media italiani ricevano fondi dall’industria fossile e finiscano spesso per sottovalutare l’impatto di tale settore. Nell’articolo, infatti, si legge come <em>“nei 528 articoli esaminati, le compagnie petrolifere sono indicate tra i responsabili della crisi climatica appena due volte”</em>.Ed ancora<strong> <em>“</em></strong><em>Grazie alle loro generose </em><strong>pubblicità</strong><em>, che spesso non sono altro che ingannevole </em><a href="https://valori.it/dossier/washing/"><em>greenwashing</em></a> – aggiunge <strong>Giancarlo Sturloni</strong>, di Greenpeace Italia – <em>le aziende del </em><strong>gas</strong><em> e del </em><strong>petrolio</strong><em> inquinano anche il dibattito pubblico e il sistema dell’informazione. Impedendo a lettori e lettrici di conoscere la </em><strong>gravità</strong><em> dell’emergenza ambientale che stiamo vivendo. Se vogliamo che il </em><strong>giornalismo</strong><em> svolga il suo ruolo cruciale di watchdog nella lotta alla crisi climatica, anziché di megafono delle aziende inquinanti, dobbiamo liberare i media dal ricatto del gas e del petrolio.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È forse chiedere troppo che vi sia indipendenza tra Media e industria del fossile?</strong> Secondo la vulgata dei promotori della dottrina di Friedman sì, perché ciò che conta è che i media sia sostenibili economicamente parlando e non che lo sia ciò che scrivono.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’era dei viaggi low cost è al capolinea?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ma che cosa significa sostenibile? Ecco, questo è un altro di quei concetti che muta a seconda degli interessi degli stakeholders, come ben esemplificato dal settore delle compagnie aree low cost. C’è stato un tempo in cui, grazie a compagnie come Ryanair, era possibile viaggiare con una manciata di euro, poi è arrivato il Covid-19, l’inflazione ed ora le legittime pretese di un settore che negli anni ha visto assottigliarsi sempre di più i propri diritti ed oggi sciopera per difendere ciò che ne resta. <a href="https://www.ilpost.it/2022/07/17/sciopero-ryanair-easyjet-controllori/">Voli cancellati ed altre forme di disagio per i viaggiatori stanno diventando sempre più frequenti</a>, perché di fatto protestare è l’ultima carta che resta da giocare a un settore, quello dell’aerotrasporto, ormai ridotto all’osso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Durante la pandemia sono stati licenziati molti dipendenti ed a emergenza conclusa, col sopraggiungere di ulteriori incertezze economiche e geopolitiche, non sono stati reintegrati lasciando una mole di lavoro di espansione sui pochi rimasti</strong>. <strong>L’intero settore dei viaggi low cost è diventato talmente insostenibile</strong> che persino chi è stato fautore del suo successo oggi nasconde la mano facendo finta che il sasso nello stagno sia stato gettato per errore (anche qui, le analogie col caso di Uber si sprecano). O’Leary stesso, infatti, patron di Ryanair, al <strong>Financial Times</strong> ha dichiarato <em>“È semplicemente diventato troppo economico.&nbsp;Trovo assurdo che ogni volta che volo a Stansted (aeroporto di Londra dove fa base Ryanair, ndr), il viaggio in treno fino al centro di Londra sia più costoso del biglietto aereo.”</em> E, come riportato dal <strong><em>The Post</em></strong>, <strong>O’Leary</strong> ha poi aggiunto: <em>“È stato il mio lavoro [offrire viaggi aerei a buon mercato]. Ho fatto un sacco di soldi facendolo. Ma alla fine, <strong>non credo che nel medio termine i viaggi a un costo di 40 euro possano essere sostenibili</strong>. È un prezzo troppo economico», aggiungendo che in futuro le tariffe medie potrebbero salire a 50 o 60 euro circa.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il caso di Ryanair esemplifica una pratica presente anche nella vicenda di Uber ed in quella del settore dell’energia fossile, ovvero che è tutto lecito fino a quando genere un utile che sia ritenuto significativo per gli stakeholders</strong>. Se diventa essenziale garantire un servizio a un prezzo irrisorio, penetrare un mercato tutelato con manovre predatorie, oppure inficiare il giudizio del mondo accademico e di quello giornalistico, non importa. Ciò che conta è il rispetto della dottrina elaborata da Friedman negli anni ’70.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed oggi, a distanza di oltre mezzo secolo da quando l’economista statunitense gettò le basi per la condotta societaria, nulla sembra essere cambiato. Permane un esercito di vinti che affolla aziende dai bilanci stracolmi e destinati perlopiù a una manciata di eletti e ad azionisti interessati solo al proprio tornaconto personale. Possibile che nel 2022 debba continuare a regnare indiscussa una dottrina i cui effetti perversi accompagnano il capitalismo?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di</em> Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>



<p class="wp-block-paragraph">In campo economico esiste sempre almeno una teoria e quindi una soluzione per ogni genere di problema, anzi, spesso gli economisti riescono persino a generare più di opzioni, anche tra di loro confliggenti, per lo stesso tema, sia esso l’inflazione o l’occupazione. Lo stesso K<strong>eynes divenne famoso proprio per la sua capacità di formulare ipotesi capaci di spaziare in più direzioni, sino a diventare tra di loro divergenti</strong>. Tuttavia, e a dispetto della malleabilità dell’economia e della creatività dei suoi cultori, <strong>sembra non esserci cura capace di estirpare la dottrina partorita di Milton Friedman, secondo cui la responsabilità sociale di un’impresa si esaurisce nell’aumentare i soli profitti, il resto non conta</strong>. Tant’è che se per raggiungere tale obiettivo, ovvero rendere ricchi sé stessi e gli azionisti, fosse necessario bruciare il mondo o disgregare il tessuto di una società, andrebbe comunque bene e anzi, sarebbe un dovere morale farlo, pena il mancato rispetto degli interessi degli stakeholders; ovviamente gli unici ad avene di legittimi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La dottrina di Friedman nacque negli anni ’70 e da allora guida tanto la penna che verga la storia quanto l’agire degli amministratori delegati di importanti società per azioni. Non sono stati sufficienti né i numerosi scandali privati, né le bolle speculative o il crescete del divario salariale all’interno delle grandi società: nulla scalfisce questa massima e gli interessi che essa difende. Neppure lo scandalo di Uber, in cui sono coinvolti politici di primo piano e le maggiori autorità europee, smuove l’opinione pubblica, la quale non pare non curarsi neppure del rapporto immorale tra media e industria fossile, né degli scioperi che affliggono il mondo dell’aviazione low cost. E dire che tutti questi tre casi mostrano, nel loro insieme, proprio <strong>la perversione raggiunta dalle idee di Friedman e i rischi che la società corre nel perseguire una dottrina tanto scellerata quanto refrattaria al cambiamento</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il caso di Uber</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">La storia di Uber inizia come quella di ogni altra star-up che ambisce a cambiare il mondo. Viene analizzato un mercato ritenuto improduttivo, troppo ancorato allo status quo e meritevole di un salto di quel salto di qualità che solo una grande intuizione scaturita dalla riflessione di una personalità geniale può apportare e la magia californiana fa tutto il resto. <strong>Nel caso di Uber si è quindi scelto di penetrare in un mercato, quello europeo, dove il sevizio di trasporto pubblico è normato attraverso la cessione di licenze, bypassando però ogni regola e facendo un’attività di lobbying senza quartiere</strong>, così come una feroce lotta&nbsp; a qualunque corporazione e regola. D’altronde, se vuoi cambiare il mondo e le sue regole non vi è limite che non si possa valicare, o questo è quello che devono aver pensato in California prima di avviare la macchina che <a href="https://www.theguardian.com/news/2022/jul/10/uber-files-leak-reveals-global-lobbying-campaign">l’inchiesta del The Guardian</a> ha rivelato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ben 124.000 documenti e nomi di primissimo piano, come quello di <strong>Emmanuel Macron</strong>, <strong>Joe Biden</strong>, <strong>Matteo Renzi</strong> e <strong>Neelie Kroes</strong>. Quest’ultimo ai più potrà non dire molto, ma si tratta dell’ex commissaria europea alla concorrenza (il ruolo oggi ricoperto da Margherita Vestager), la quale, stando a quanto riportato dai file e dall’articolo di <strong>Francesca Canto</strong>, pubblicato su <strong><em>TPI</em></strong>, <em>“si sarebbe offerta di organizzare una serie di incontri tra Uber, i ministri olandesi e gli alti funzionari Ue tra il 2014 e il novembre 2016</em> <em>– contrariamente a quanto richiesto dalla normativa vigente – per un totale di 200 mila dollari all’anno, versati sul suo conto dall’azienda di San Francisco.”</em> Non proprio l’atteggiamento di trasparenza che ci si aspetterebbe da un funzionario Ue, ma in questo Kroes non era di certo da sola, anzi, il pubblico di politici pronti a rivendicare come legittime le battaglie di Uber era assai folto, nonostante la compagnia californiana fosse dedita a pratiche del tutto scorrette. Nell’articolo di Canto si legge <em>“secondo gli Uber files, alcuni membri dell’azienda avevano visto nella violenza i propri autisti un’opportunità, un modo per fare pressione sui governi dei Paesi europei al fine di riscrivere leggi che ostacolavano l’espansione di Uber nel vecchio continente. Alcune manifestazioni furono pianificate direttamente dalla società</em>.” Per il co-fondatore di Uber, <strong>Travis Kalanick</strong> <strong><em>“la violenza garantisce il successo.”</em> Una frase questa, che risulta assolutamente in linea con la dottrina di Friedman e con l’epilogo di questa triste pagina del capitalismo d’oggi</strong>. Già, perché all’indomani della pubblicazione dell’inchiesta del The Guardian, la risposta di Uber è stata che sì, sono stati commessi degli errori, ma dal 2017 l’Ad è stato rimosso e quindi il problema rientrato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un modo per dire “quello era il passato, oggi siamo diversi”. Che negli anni siano stati calpestati dei diritti, letteralmente comprati degli incontri con alti funzionari politici o assoldati black bloc per gettare discredito su intere categorie di lavori non conta, perché frutto avvelenato del passato. Ed a guardar bene i conti della società californiana si direbbe che sia proprio così, perché grazie a queste politiche commerciali è riuscita a far breccia in 77 Paesi del mondo a generare un fatturato di ben 6,9 mld di dollari, facendo così felici azionisti e manager: esiste altro per cui valga la pena lottare?</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una transizione all’insegna del greenwashing</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">È poi sufficiente svoltare pagina ed ecco che la dottrina di Friedman ricompare come per magia, conquistando un altro adepto del capitalismo amorale, anzi, in questo caso a lasciarsi sedurre dai profitti è persino <strong>l’intera eurozona, che non riesce proprio a dire di no ai combustibili fossili, nonostante le evidenze scientifiche e i danni</strong> (questa volta geopolitici)<strong> che da anni accompagnano le guerre in Medio Oriente ed oggi alle porte dell’Europa stessa</strong>. Niente, nulla è più forte dello status quo e del profitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Con 328 voti l’Europarlamento ha deciso che la tassonomia Ue non cambia, gas e nucleare sono green e utili alla transizione energetica</strong>. D’altronde, nei soli 6 anni successivi all’accordo di Parigi, sono stati ben 4,6 i trilioni di dollari investiti dalle banche di tutto il mondo nel settore fossile: che fai? Vendi tutto e cambi strategia perché qualche scienziato sostiene che estraendo gas, carbone e petrolio finirà l’era dell’uomo? No. Persino gli Esg contengono al loro interno forme di finanziamento a sostegno dell’industria fossile e a dirlo non è Topolino, ma l’<a href="https://www.economist.com/leaders/2022/02/12/the-truth-about-dirty-assets">Economist</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Eppure, nonostante i dati degli scienziati, i cambiamenti climatici tuttora in corso e l’azzardo morale che la Russia ha potuto giocare nei confronti dell’Ue, le energie fossili vincono su tutto e si prendono pure una rivincita simbolica attraverso i Media</strong>. Non vi sono, infatti, solo i giornali che sostengono apertamente teorie negazioniste e ritenute minoritarie in ambito scientifico, ma i Media stessi, nel loro insieme, devono parte della loro stessa sussistenza alla pubblicità che proviene dall’industria fossile. Da uno studio, realizzato <strong><em>Greenpeace Italia e l’Osservatorio di Pavia</em></strong> – rilanciato poi dal sito <a href="https://valori.it/greenpeace-crisi-climatica-stampa-quotidiani-giornalismo/">Valori.it</a> – si evince come i principali Media italiani ricevano fondi dall’industria fossile e finiscano spesso per sottovalutare l’impatto di tale settore. Nell’articolo, infatti, si legge come <em>“nei 528 articoli esaminati, le compagnie petrolifere sono indicate tra i responsabili della crisi climatica appena due volte”</em>.Ed ancora<strong> <em>“</em></strong><em>Grazie alle loro generose </em><strong>pubblicità</strong><em>, che spesso non sono altro che ingannevole </em><a href="https://valori.it/dossier/washing/"><em>greenwashing</em></a> – aggiunge <strong>Giancarlo Sturloni</strong>, di Greenpeace Italia – <em>le aziende del </em><strong>gas</strong><em> e del </em><strong>petrolio</strong><em> inquinano anche il dibattito pubblico e il sistema dell’informazione. Impedendo a lettori e lettrici di conoscere la </em><strong>gravità</strong><em> dell’emergenza ambientale che stiamo vivendo. Se vogliamo che il </em><strong>giornalismo</strong><em> svolga il suo ruolo cruciale di watchdog nella lotta alla crisi climatica, anziché di megafono delle aziende inquinanti, dobbiamo liberare i media dal ricatto del gas e del petrolio.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È forse chiedere troppo che vi sia indipendenza tra Media e industria del fossile?</strong> Secondo la vulgata dei promotori della dottrina di Friedman sì, perché ciò che conta è che i media sia sostenibili economicamente parlando e non che lo sia ciò che scrivono.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’era dei viaggi low cost è al capolinea?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ma che cosa significa sostenibile? Ecco, questo è un altro di quei concetti che muta a seconda degli interessi degli stakeholders, come ben esemplificato dal settore delle compagnie aree low cost. C’è stato un tempo in cui, grazie a compagnie come Ryanair, era possibile viaggiare con una manciata di euro, poi è arrivato il Covid-19, l’inflazione ed ora le legittime pretese di un settore che negli anni ha visto assottigliarsi sempre di più i propri diritti ed oggi sciopera per difendere ciò che ne resta. <a href="https://www.ilpost.it/2022/07/17/sciopero-ryanair-easyjet-controllori/">Voli cancellati ed altre forme di disagio per i viaggiatori stanno diventando sempre più frequenti</a>, perché di fatto protestare è l’ultima carta che resta da giocare a un settore, quello dell’aerotrasporto, ormai ridotto all’osso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Durante la pandemia sono stati licenziati molti dipendenti ed a emergenza conclusa, col sopraggiungere di ulteriori incertezze economiche e geopolitiche, non sono stati reintegrati lasciando una mole di lavoro di espansione sui pochi rimasti</strong>. <strong>L’intero settore dei viaggi low cost è diventato talmente insostenibile</strong> che persino chi è stato fautore del suo successo oggi nasconde la mano facendo finta che il sasso nello stagno sia stato gettato per errore (anche qui, le analogie col caso di Uber si sprecano). O’Leary stesso, infatti, patron di Ryanair, al <strong>Financial Times</strong> ha dichiarato <em>“È semplicemente diventato troppo economico.&nbsp;Trovo assurdo che ogni volta che volo a Stansted (aeroporto di Londra dove fa base Ryanair, ndr), il viaggio in treno fino al centro di Londra sia più costoso del biglietto aereo.”</em> E, come riportato dal <strong><em>The Post</em></strong>, <strong>O’Leary</strong> ha poi aggiunto: <em>“È stato il mio lavoro [offrire viaggi aerei a buon mercato]. Ho fatto un sacco di soldi facendolo. Ma alla fine, <strong>non credo che nel medio termine i viaggi a un costo di 40 euro possano essere sostenibili</strong>. È un prezzo troppo economico», aggiungendo che in futuro le tariffe medie potrebbero salire a 50 o 60 euro circa.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il caso di Ryanair esemplifica una pratica presente anche nella vicenda di Uber ed in quella del settore dell’energia fossile, ovvero che è tutto lecito fino a quando genere un utile che sia ritenuto significativo per gli stakeholders</strong>. Se diventa essenziale garantire un servizio a un prezzo irrisorio, penetrare un mercato tutelato con manovre predatorie, oppure inficiare il giudizio del mondo accademico e di quello giornalistico, non importa. Ciò che conta è il rispetto della dottrina elaborata da Friedman negli anni ’70.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed oggi, a distanza di oltre mezzo secolo da quando l’economista statunitense gettò le basi per la condotta societaria, nulla sembra essere cambiato. Permane un esercito di vinti che affolla aziende dai bilanci stracolmi e destinati perlopiù a una manciata di eletti e ad azionisti interessati solo al proprio tornaconto personale. Possibile che nel 2022 debba continuare a regnare indiscussa una dottrina i cui effetti perversi accompagnano il capitalismo?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di</em> Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/07/23/i-mali-del-capitalismo-e-della-dottrina-di-milton-friedman/energia-e-transizione-energetica-uncategorized/">I mali del capitalismo e della dottrina di Milton Friedman</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>E’ guerra delle Valute</title>
		<link>https://ilcaffekeynesiano.it/2022/05/28/e-guerra-delle-valute-2/politica-monetaria-e-dintorni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 May 2022 10:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica: il mondo che cambia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Monetaria e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Banche centrali]]></category>
		<category><![CDATA[Inflazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>5 minuti di lettura Le armi economiche sono da sempre parte dell’arsenale tattico americano, da...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/05/28/e-guerra-delle-valute-2/politica-monetaria-e-dintorni/">E’ guerra delle Valute</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">5 minuti di lettura</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le armi economiche sono da sempre parte dell’arsenale tattico americano, da quando cioè gli Stati Uniti si sono imposti non solo come guardiani dell’ordine globale, ma anche come possessori dell’unica moneta in grado di dettar legge nel mondo economico. Ciò fu dapprima possibile grazie al golden standard (1922), un sistema che consentiva la convertibilità del dollaro con l’oro, e poi, dal 1981, grazie a una politica monetaria molto stringente imposta da Regan e Volcker. Come scrive&nbsp;<strong>Luca Fantacci</strong>, su&nbsp;<strong><a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/fragile-il-potere-di-re-dollaro-33020">Ispi</a></strong>,&nbsp;<em>“l’attuale&nbsp;<strong>paradossale versione dell’egemonia monetaria</strong>, in cui la moneta chiave</em>&nbsp;(il dollaro)&nbsp;<em>è tanto più forte (in termini di diffusione globale) quanto più debole (in termini di competitività) è l’economia dell’emittente: in effetti, l’accumulazione di riserve in dollari in tutto il mondo è semplicemente il&nbsp;<strong>riflesso dei deficit di bilancia dei pagamenti americani</strong>”</em>. Questa peculiarità del biglietto verde per eccellenza, lo ha reso la moneta più utilizzata per gli scambi commerciali internazionali (dove occupa il 40% dei pagamenti tra Paesi) e come punto di riferimento sia per il mercato, sia per l’apprezzamento delle altre valute di&nbsp;<em>riserva</em>&nbsp;(come l’euro, la sterlina, lo Yen e i Renminbi). Non è quindi inusuale la presenza di ingenti quantità di dollari nella quota di valuta estera detenuta dagli Stati, come nel caso della Russia, né l’utilizzo della stessa come moneta per il rimborso delle cedole sui Bond. Sempre gli Stati Uniti, oltre alla moneta, hanno da sempre usato mezzi di pressione economica per destabilizzare economie di Paesi avversi, dal celebre embargo su Cuba agli 8,9 mld versati nel 2014 da Bnp Paribas, sanzionata dall’Ofac (Office of Foreing Assets Control), per aver fatto operazioni non consentite con Sudan, Iran e altri Paesi ritenuti ostili da parte di Washington. Di fatto esisteva una black list e un modus operandi a modi “bando” ben prima dell’attuale guerra in Ucraina, anche se questa volta ci sono almeno un paio di peculiarità degne di nota.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La guerra dei numeri</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">La prima è che la Russia rischia di finire in default non per incapienza o diniego nei confronti del contratto, ma perché non può materialmente adempiere al contratto, a differenza di quanto accaduto in Argentina e in Pakistan. Fino al 24 maggio, infatti, era in vigore una licenza, la&nbsp;<a href="https://www.milanofinanza.it/news/russia-domani-riunione-straordinaria-della-banca-centrale-rublo-forte-su-euro-e-dollaro-202205251202029436">9A</a>, che consentiva alla Russia di pagare i propri debiti in valuta esterna, ma il suo mancato rinnovo fissa oggi la data del default russo al 23-24 giugno, quando andranno in scadenza le prossime cedole. Se quindi il ministero delle finanze moscovita non dovesse riuscire a scoprire metodi alternativi per saldare i propri contratti esteri, ecco che scatterebbe l’avvio della procedura per il default, con altri 30 giorni di vita prima della definitiva messa al&nbsp;<em>bando</em>&nbsp;economico, sancito dall’attivazione dei Credit default swaps (già aumentati dell’85% su base settimanale).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, alla bancarotta russa mancherebbero quei presupposti di base che si verificarono col caso argentino. Il rublo, infatti, grazie ai continui flussi di denaro europeo (quasi un miliardo al giorno) e agli obblighi di conversione della valuta estera, aveva raggiunto il suo valore massimo degli ultimi 4 anni, per poi perdere terreno in questi giorni (a seguito del taglio degli interesse da parte della banca centrale russa,&nbsp;<a href="https://www.milanofinanza.it/news/russia-la-banca-centrale-taglia-i-tassi-dal-14-all-11-202205261102161541">oggi scesi dal 20% all’11%</a>). Un balzo, quello del rublo, talmente forte da imporre continue revisioni nei confronti della strategia manipolatoria adottata dalla banca centrale russa. D’altronde, nessuno vuole più i rubli e quindi l’aumento improvvido della domanda interna è un risultato del tutto artificiale, frutto dell’obbligo, per qualunque soggetto russo che tratti valuta estera, di convertirla immediatamente. Una mossa questa, che di recente ha subito un brusco dietrofront da parte della banca centrale russa stessa, che ha passato la quota di valuta da convertire in rubli dall’80% al 50%. La ragione di questa mossa è molto semplice,&nbsp;<strong>il rapporto tra import ed export ha creato un forte avanzo commerciale, la russa esporta materie prime ma non importa più quasi nulla; e tutto ciò non è un bene, soprattutto per un Paese che vive di esportazioni verso l’esterno, da qui la necessità di rallentare l’apprezzamento del rublo sull’euro e sul dollaro.</strong>&nbsp;Nei fatti però, al netto delle mosse e contromosse per compensare l’effetto delle sanzioni, l’economia russa non gode di buona salute. Il Pil, ad esempio, è già dato in caduta libera con una forchetta che oscilla tra un meno 8/10% (e solo per il 2022), mentre l’inflazione è scesa solo di qualche decimo di punto, dal 17,8 al 17,5%, restando comunque talmente alta da obbligare Putin stesso ad aumentare 10% le pensioni e il salario minimo; lasciando così intendere che l’aumento dei prezzi non calerà tanto velocemente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In breve, è vero, la caduta dell’economia russa è frutto delle sanzioni, le quali (nonostante il continuo approvvigionamento di soldi da parte dei Paesi dell’Ue) stanno colpendo duramente Mosca. Tuttavia, vi è dell’artificio sia nel venturo default tecnico, sia nelle mosse volte a scongiurare questo epilogo. Di fatto, Russia e Stati Uniti stanno partecipando e barando allo stesso gioco e con analoghi strumenti.&nbsp;<strong>Da una parte si sta sostenendo la moneta domestica, il rublo, con artifici di ogni sorta, da obblighi a conti correnti paralleli, mentre dall’altra parte si dichiara un default quando lo Stato debitore, in questo caso la Russia, sarebbe disposta a pagare quanto dovuto, ma semplicemente non può</strong>. Si arriva così alla seconda peculiarità di questo duello ambientato sullo scacchiere economico internazionale, ed è il rischio che a perdere siano entrambi i contendenti, anche se per ragioni differenti.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le conseguenze</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Non è necessario essere degli indovini per capire che il contraccolpo più pesante di questa guerra economica sarà assorbito dalla Russia, come testimonia il direttore del dipartimento di Ricerca e previsione della banca centrale russa stessa,&nbsp;<strong>Alexander Morozov</strong>, il cui intervento è stato riportato in versione integrale da&nbsp;<em>Il&nbsp;<strong>Foglio</strong></em>. Lo choc dal lato dell’offerta sarà, secondo&nbsp;<strong>Morozov</strong>, paragonabile a quello della recessione degli anni ’90, tranne per il fatto che serviranno più anni per riprendersi. E ciò è dovuto al fatto che i comparti ad alta innovazione tecnologica necessitano di componenti di provenienza estera, i quali sarà molto difficile, se non impossibile, sostituire, rallentando così efficienza e produttività. D’altronde, com’è stato anche per l’embargo su Cuba, il rischio è che la Russia debba regredire o nel caso migliore accontentarsi di standard tecnologici più bassi rispetto a quelli attuali e pre-invasione dell’Ucraina. Per&nbsp;<strong>Morozov</strong>, inoltre,&nbsp;<em>“si prevede che il declino della trasformazione tecnologica dell’economia russa continuerà in questa fase, con l’invecchiamento delle strutture materiali e tecniche e la loro sostituzione con prodotti sostitutivi meno produttivi”</em>. Nei fatti, i russi non torneranno a guidare le Lada, ma poco ci mancherà (almeno sul piano tecnologico). Sul piano internazionale, invece, il default peggiorerà ulteriormente la reputazione di Mosca, rendendo ancor più difficile l’accesso a capitali per finanziare il proprio debito. Certo, siano a quando la Russia potrà contare sui miliardi che i Paesi dell’Ue le inviano ogni giorno per gas e petrolio, l’accesso ad ulteriore credito potrebbe non servire, ma il sesto pacchetto di sanzioni potrebbe vedere la luce nelle prossime settimane rendendo imminente un cambio di strategia per il Cremlino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul versante europeo, invece, il default russo potrebbe avere delle conseguenze non trascurabili, anzi. In un articolo uscito su&nbsp;<strong><em>Domani</em></strong>, a firma di&nbsp;<strong>Vittorio da Rold</strong>, viene illustrato come il debito mondiale abbia ormai raggiunto livelli preoccupati, con un importo complessivo pari a 303 mila miliardi di dollari e di come un default russo potrebbe innescare un effetto panico sui mercati di tutto il mondo. Come riportato da Rold Gopinath (numero due del Fondo Monetario Internazionale) il quale afferma che l’eventuale default russo avrebbe conseguenze soprattutto in Europa e ha nominato l’Austria e l’Italia come le più esposte alla Russia dei paesi europei. Il ministro dell’Economia Franco ha però rassicurato sul fatto che l’Italia risulta esposta con la Russia solo per 8 mld di euro, ma il commento di Gopinath era riferito soprattutto all’alto debito del nostro Paese, il quale potrebbe subire più di altri le turbolenze di un mercato irrequieto. Occorre inoltre considerare che diversi istituti di credito italiano sono esposti ben di più rispetto ai valori dichiarati dal ministro Franco.&nbsp;<a href="https://finanza.lastampa.it/News/2022/03/10/russia-verso-il-default-lesposizione-dellitalia-e-i-possibili-scenari/OV8yMDIyLTAzLTEwX1RMQg"><strong><em>La Stampa</em></strong></a>, a marzo, riportava un’esposizione complessiva pari a 25 mld di euro di crediti elargiti dal settore bancario italiano verso la Russia e il 27 maggio,&nbsp;<a href="https://www.milanofinanza.it/news/la-russia-impone-restrizioni-ai-conti-italiani-in-intesa-sanpaolo-e-unicredit-202205271536028981"><strong><em>Milano Finanza</em></strong></a>, quantificava a 7,5 i mld concessi a Mosca dalla sola Unicredit.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oltre allo choc immediato sulla finanza russa e su quella europea, non è poi da escludersi che l’arma economica impiegata dagli Usa non possa nuocere anche al dollaro stesso. Sono in molti, infatti, a ritenere che dopo questa entrata a gamba tesa sulla solvibilità dei conti di un Paese straniero possa andarsi affermando un sistema non più dollaro-centrico, magari sostituito dai renminbi. Ad oggi è solo uno scenario ipotetico, ma la Cina si è già mossa nella creazione di un sistema di pagamento internazionale sganciato dallo SWIFT e lo Yuan digitale è già una realtà, a differenza delle valute Occidentali, senza considerare poi che una gran parte del mondo ha votato contro la risoluzione che condannava la Russia per l’invasione dell’Ucraina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Occidente è oggi in grado di vincere la guerra economica contro la Russia, ma non sarà a costo zero e potrebbe rivelarsi, soprattutto nel lungo periodo, un boomerang. D’altronde l’attuale domanda interna di combustibili fossili sta venendo rimpiazzata con fornitori dal pedigree non meno autocratico rispetto a quello russo e non è chiara quale sia la politica estera intrapresa dell’Europea…</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di Claudio Dolci e Roberto Biondini</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/05/28/e-guerra-delle-valute-2/politica-monetaria-e-dintorni/">E’ guerra delle Valute</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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		<title>Il veto della sedia vuota</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 May 2022 08:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica: il mondo che cambia]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>3 min di lettura Un paio di anni fa già avevamo già scritto di come...</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>3 min di lettura</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un paio di anni fa già avevamo già scritto di come l’unanimità nelle decisioni UE fosse il vero bloccante. Allora, l’Ungheria e la Polonia si erano messe di traverso nell’approvazione del recovery fund per sostenere le economie colpite duramente dalla pandemia. Alla fine si riuscì (comunque con più lentezza del dovuto) a superare l’impasse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi, come allora e forse più di allora, l’Ungheria cerca di bloccare delle decisioni importantissime sull’energia per cercare di colpire l’economia russa. A prescindere dalla correttezza o meno della decisione in esame, che sempre possiede dei tratti tecnici e delle sfumature politiche, è innegabile l’inspiegabile necessità nel 2022 di fare scelte con l’uso del voto unanime tra 27 paesi.&nbsp;<strong>L’inazione è peggiore dell’azione sbagliata</strong>. E se le istituzioni UE non modificheranno presto questo procedimento anacronistico, esse saranno nella situazione di perdere totalmente il controllo del loro futuro, a vantaggio di economie esterne già consolidate e di quelle emergenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Il seguente articolo è stato pubblicato la prima volta il 17 novembre 2020 sul blog SpazioMilano</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Lo dico chiaramente: bisogna riformare i trattati per eliminare il diritto di veto in tutti gli ambiti della politica dell’Unione!</em>”. Non usa mezzi termini il&nbsp;<strong>presidente del parlamento europeo David Sassoli</strong>&nbsp;che tuona fortemente contro l’attuale impasse politico dovuto ad un sistema di voto definito da lui stesso “<em>uno strumento anacronistico</em>”. E di fatto, non si può che qualificare come tale&nbsp;<strong>una modalità di votazione del consiglio europeo che necessita di zero voti contrari su un totale di ventisette membri&nbsp;</strong>odierni per approvare specifiche delibere di vitale importanza per il funzionamento dell’Unione. Ed è curioso sapere che se la pretesa lontana nel tempo di utilizzare tale sistema proviene da uno stato fondatore della UE, la Francia di Charles De Gaulle, a seguito della cosiddetta “crisi della sedia vuota”, oggi venga utilizzata come leva politica dagli ultimi arrivati, come l’<strong>Ungheria</strong>&nbsp;e la&nbsp;<strong>Polonia</strong>. Perché di questo si tratta,<strong>&nbsp;</strong>di<strong>&nbsp;una leva geopolitica intimidatoria,&nbsp;</strong>fatta passare come un’azione di difesa della propria nazione, ma che è solamente&nbsp;<strong>atta a ricattare gli altri stati membri</strong>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E come si potrebbe in altro modo definire la minaccia da parte di Polonia e Ungheria di bloccare il&nbsp;<strong>nuovo bilancio pluriennale&nbsp;</strong>2021-2028 (di quasi&nbsp;<strong>€2000 miliardi</strong>&nbsp;sommando tutti gli strumenti, tra cui il Recovery!) solo perché la UE pretende che essi rispettino le regole dello stato di diritto come previsto dal Trattato comune? Ungheria e Polonia, due nazioni ricevitori netti di fondi dall’Unione, due stati che a causa della loro arretratezza economica hanno ottenuto dalla UE rispettivamente €46.5 miliardi e €207 miliardi tra il 2013 e il 2020.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sarebbe però corretto, per amor di cronaca, dimenticare che su questo delicato equilibrio alcuni stati cosiddetti “frugali” ci stanno giocando sopra per far saltare il tavolo. L’<strong>Olanda</strong>, in prima linea, reduce dalla ‘sconfitta’ incassata sul montante complessivo del Recovery Fund era riuscita ad inserire un&nbsp;<strong>‘freno d’emergenza’&nbsp;</strong>sulla gestione del fondo. Una sorte di veto (nuovamente) per placare gli animi in patria. E se, in effetti, questo tipo di veto ha delle conseguenze nel caso in cui uno stato utilizzi i soldi in maniera impropria rispetto alle regole pattuite, è comunque chiaro a tutti&nbsp;<strong>la lentezza legislativa e burocratica dovuta da un continuo ping-pong di autorizzazioni</strong>&nbsp;e approvazioni tra Consiglio Europeo, Parlamento Europeo, Commissione Europea, Stati nazionali e chissà quant’altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Emerge quindi più chiaro il grido di allarme lanciato dal presidente del parlamento europeo David Sassoli:<strong>&nbsp;l’Europa non può più essere schiava degli stati nazione</strong>. Non è più ammissibile che la ricerca di popolarità demagogica in patria fermi il processo d’integrazione europeo, che la pretesa libertà ungherese, polacca (e di chiunque altro) di ledere il rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani sia un’arma per fermare la solidarietà europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa è in piena pandemia, all’inizio di una crisi economica di ancora sconosciute previsioni. Gli effetti distruttivi dovuti alla precedente inerzia davanti alla Grande Recessione ha finalmente fatto capire alla UE la necessità di attivarsi subito con politiche comuni per non distruggere ne il tessuto economico ne quello sociale. Per la prima volta ci sta riuscendo, è un passo enorme. Ma non c’è tempo da perdere!&nbsp;<strong>Non si lasci ad un pugno di stati il potere di decidere il futuro di centinaia di milioni di cittadini</strong>. Che si faccia seguito all’appello di David Sassoli: si elimini il veto in qualsiasi decisione, si rafforzi il potere del parlamento (la vera voce del popolo) e si limiti il potere di un consiglio che è ormai arena di scontri politichesi piuttosto che essere spazio di accordi politici.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Roberto Biondini e Caludio Dolci</em></p>
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		<title>I soldi non fanno i vincitori: occorre una strategia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Biondini e Claudio Dolci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Apr 2022 08:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>4 min di lettura Correva l’anno 1961 quando il 34esimo Presidente americano,&#160;Dwight D.&#160;Eisenhower, pronunciò le...</p>
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<p class="wp-block-paragraph">4 min di lettura</p>



<p class="wp-block-paragraph">Correva l’anno 1961 quando il 34esimo Presidente americano,&nbsp;<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Dwight_D._Eisenhower">Dwight D.&nbsp;<strong>Eisenhower</strong></a>, pronunciò le seguenti&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/watch?v=SEGpTu8sVKI">parole</a>:&nbsp;<em>“Nel governo dobbiamo stare in guardia contro le richieste non giustificate dalla realtà del&nbsp;<strong>complesso industriale militare</strong>. Esiste e persisterà il pericolo della sua disastrosa&nbsp;<strong>influenza progressiva</strong>. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo la nostra democrazia. Solo il popolo allertato e informato potrà costringere ad una corretta interazione la gigantesca macchina da guerra militare….in modo che sicurezza e libertà possano prosperare insieme”</em>. Ed oggi, a 60 anni di distanza, è difficile non intravederne il valore profetico e l’influenza che il comparto militare continua ad esercitare sulle democrazie di tutto il mondo.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>IL MERCATO DELLE ARMI</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo i dati pubblicati&nbsp;<a href="https://www.sipri.org/news/2022/sipri-releases-annual-review-2021">da Sipri</a>&nbsp;(l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma), nel 2020 gli Stati Uniti hanno speso ben&nbsp;<strong>778 mld</strong>&nbsp;di dollari in difesa (equivalenti al&nbsp;<strong>3,52% del Pil</strong>&nbsp;americano), seguiti dalla Cina (252 mld), dall’India (72,9 mld) e dalla Russia (61,7 mld). Nel complesso, i 10 Paesi che nel 2020 hanno speso di più in difesa coprono&nbsp;<strong>il 75% dell’intero mercato d’armi del mondo</strong>, ed&nbsp;<strong>hanno investito complessivamente 1.482 mld di dollari</strong>. E a beneficiare maggiormente di questo importo sono state&nbsp;<strong>Lockheed Martin Corp</strong>., Boeing, Raytheon Technologiese, Northrop Grumman e General Dynamics: ovvero, le 5 più importanti aziende produttrici d’armi al mondo. Neanche a dirlo, sono tutte americane e nell’insieme formano un oligopolio arginato solo dal lavoro degli enti federali. La Lockheed Martin Corp., ad esempio, qualche mese fa era in procinto di acquisire la&nbsp;<strong>Aerojet Rocketdyn</strong>, quando la&nbsp;<strong>US Trade Federal Commission (TFC)&nbsp;</strong>è intervenuta per fermare l’affare. La TFC ha motivato il suo intervento con la necessità di preservare quel poco di competitività di cui ancora dispone il mercato delle armi americano. Con l’acquisto della Aerojet Rocketdyn, infatti, si sarebbe ridotto ulteriormente il numero di aziende attive nel settore, comportando un aumento di spese per i contribuenti americani, così come riportato dal&nbsp;<a href="https://www.ft.com/content/ceb4116a-ce1f-4501-8b5c-413810ebb1e7">Financial Times</a>&nbsp;e dalla Senatrice&nbsp;<strong>Elizabeth Warren</strong>; la quale ha aggiunto&nbsp;<em>“ondate di attività di&nbsp;<strong>fusione e di consolidamento hanno trasformato l’industria della difesa della nazione da un mercato competitivo con oltre 50 aziende a un oligopolio di soli 5 grandi rivali</strong>&nbsp;”</em>. Di fatto, dal 1961, data del discorso di Eisenhower, ad oggi, il mercato degli armamenti americano si è letteralmente trasformato in un circolo per pochi eletti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E dove finiscono la maggior parte delle armi prodotte? Da soli, gli&nbsp;<strong>States</strong>&nbsp;guidano saldamente la classifica dei&nbsp;<a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/quota-dei-top-10-esportatori-di-armi-34432">10 più grandi esportatori d’armi al mondo</a>&nbsp;(e dal 2017), con una quota pari&nbsp;<strong>39%</strong>&nbsp;dell’intera torta, e&nbsp;<strong>a comprare è la Nato e chiunque voglia muovere guerra e non abbia contrasti con la patria delle libertà a stelle e strisce</strong>. Numeri alla mano,&nbsp;<strong>dal 2015 ad oggi, l’Ue ha investito 1.510 mld di dollari in armamenti</strong>, mentre&nbsp;<strong>la Russia 414 mld</strong>. E all’interno dell’Ue, chi spende di più in esercito è la Grecia, col 3,82 del Pil (pari a 723 mln$), ma se guardiamo il valore monetario, cioè i miliardi davvero spesi, è facile rendersi conto come la classifichi la guidino alla pari la Francia (2,1% del Pil, pari a 52,7 miliardi di dollari) e la Germania (1,38% del Pil, pari a 52,8 mld$), seconde solo al Regno Unito (col 2,29% del Pil, pari a 59,2 mld$), che però oggi figura fuori dall’Europa, pur restando sempre all’interno del perimetro della Nato. E bastano questi pochi numeri per trarre almeno due considerazioni. La prima&nbsp;<strong>è che falso sostenere che l’Ue abbia destinato pochi miliardi alla difesa, anzi, ha speso 3,5 volte in più dell’intera Russia</strong>&nbsp;(nel periodo che va dal 2015 ad oggi). Secondo, che lo standard del 2% del Pil per la difesa, fissato dalla Nato, è un traguardo importante, ma che non fotografa efficacemente i miliardi spesi dai singoli Paesi. In altre parole, lo sforzo che ogni governo compie in rapporto al Pil è lo stesso, ovvero 2%, ma i miliardi spesi sono di ben altra entità, basti guardare ai milioni di euro spesi dalla Grecia contro i miliardi degli altri Paesi dell’Ue.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>CHE FINE FANNO I SOLDI EUROPEI?</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa spende miliardi in armamenti, ma a conti fatti si ritrova con un esercito frammentato e tecnologicamente arretrato.&nbsp;<strong>È come se dalla montagna di soldi europei fuoriuscisse sempre un topolino.</strong>&nbsp;Nel dettaglio, su&nbsp;<strong><em>La Verità</em></strong>, in un articolo a firma di&nbsp;<strong>Claudio Antonelli</strong>, vengono riportate le voci di spesa dell’esercito italiano ed è subito evidente che immettere altri denari nell’apparato militare non sia di per sé sufficiente, occorre infatti pensare strategicamente e saper spendere.&nbsp;<em>“Secondo prassi Nato – scrive Antonelli – metà del budget (per la difesa) dovrebbe andare al personale, il 25% alle spese di esercizio, manutenzione e addestramento, il rimanente 25% per l’innovazione tecnologica. Nel nostro caso (in Italia), il 70% se ne va in personale (che include caserme e pensioni), il rimanente è suddiviso sulla parte operativa”</em>. Ma il caso italiano non è l’unico in cui si presentano disfunzionalità ed inefficienze. La Germania, ad esempio, ha sì deciso di destinare 100 mld di euro alla difesa (oltre al 2% del Pil annuno), ma si ritrova con arsenale così antiquato da dover correre ai ripari senza se e senza ma. Scholz, infatti, ha deciso di sostituire i Tornado con gli&nbsp;<strong>F-35</strong>, i quali possono trasportare testate nucleari, e di acquistare gli&nbsp;<strong>Eurofighter Typhoon</strong>, nati da un consorzio che vede partecipare insieme UK, Spagna e Italia. Peccato che la Germania fosse già impegnata con la Spagna e la Francia nel&nbsp;<a href="https://www.airbus.com/en/products-services/defence/multi-domain-superiority/future-combat-air-system-fcas">Future Combat Air System</a>&nbsp;(FCAS), che a sua volta coinvolge l’azienda Airbus e che nel 2040 dovrebbe sfornare il nuovo caccia europei. Ma la guerra incombe e quindi gli accordi saltano mettendo a nudo la fragilità che accomuna i singoli Paesi della zona Ue. E a tal proposito,&nbsp;<strong>Claudia Major</strong>, del German Institute for International Security Affari, ha detto, al&nbsp;<a href="https://www.ft.com/content/ac1a8318-9e3c-4ee9-9fce-c9a7d5cadda8">Financial Times</a>, che&nbsp;<em>“Fin dall’inizio [FCAS] è stato l’esempio della&nbsp;<strong>difficile cooperazione industriale europea, della sfiducia e di tutti coloro che cercano di difendere il proprio interesse industriale</strong>”</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fatto quel che manca in Europa è una politica che sappia sfruttare decentemente due dei principi cardine dell’economia aziendale: le&nbsp;<em><strong>economie di scala</strong></em>&nbsp;e quelle del&nbsp;<em><strong>raggio d’azione</strong></em>. La prima ci dice che all’aumentare della capacità produttiva seguirà un calo dei costi unitari di produzione; tradotto, a un’azienda costa molto di più produrre un’auto personalizzata (come una Pagani), invece di una 500 (di cui magari ne vengono realizzati milioni di esemplari). L’economia del raggio d’azione, invece, ci dice che il costo per produrre due oggetti che condividono il medesimo processo di fabbricazione è inferiore a quello che dovremmo sostenere per produrli singolarmente. In breve, se l’acciaio di cui necessitano carrarmati e aerei proviene dalla medesima acciaieria, questo sarà un vantaggio rispetto alle costruzioni di tante piccole acciaierie sparse in tutta Europa per altrettante fabbriche d’armi. In entrambi i principi economici vi è del buon senso, mentre&nbsp;<strong>nell’agire dei singoli Paesi europei emerge principalmente la paura e la necessità di proteggere sé stessi</strong>&nbsp;(ed i propri interessi).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe sufficiente frammentare il mercato delle armi quel tanto che basta per bilanciare tra di loro costi e potere delle aziende, barattando un costo produttivo maggiore per una riduzione del rischio di creare oligopoli (com’è invece accaduto negli States). Ed inoltre, sarebbe opportuno creare delle strutture di difesa comuni per migliorare la coordinazione e l’efficienza dell’arsenale bellico europeo, ma al momento tutto questo è letteralmente fantapolitica. Tra l’altro, tali problemi gestionali si stanno ora accompagnando a un rinnovato entusiamo del mercato finanziario per la guerra, tanto che<strong>&nbsp;le armi sono oggi diventate improvvisamente sostenibili.</strong></p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>GLI ESG E LE ARMI STRINGONO UN’ALLEANZA CONTRO IL PIANETA</strong></h4>



<p class="wp-block-paragraph">Da qualche tempo a Wall Street il vento è cambiato, gli investitori hanno compreso che le loro scelte finanziarie hanno un impatto sul futuro del pianeta e che dare soldi ad aziende del fossile e di tutti quei comparti che minacciano la specie umana risulti insensato sia sul breve che sul medio-lungo periodo. Per questo sono nati gli&nbsp;<strong>Esg (Environmental, Social, Governance)</strong>, dei&nbsp;<strong>prodotti finanziari che dovrebbero tener conto degli standard ambientali, di quelli sociali e in generale di una corretta governance</strong>, abbandonando così quella strada di avidità intrapresa mezzo secolo fa con&nbsp;<strong>Milton Friedman</strong>. Sulla carta sembrava filare tutto liscio e Wall Street pareva aver sviluppato una coscienza, ma oggi, analizzando nel dettaglio gli Esg, ci si rende conto che il concetto di&nbsp;<em>“sostenibilità”</em>&nbsp;può essere storpiato così tanto da farci rientrare dentro persino l’industria bellica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’altronde i soldi sono pur sempre soldi, e di fronte agli incrementi delle azioni del settore militare è difficile restare impassibili sui propri principi. Numeri alla mano, le azioni dell’azienda italiana&nbsp;<strong>Leonardo</strong>&nbsp;(al tredicesimo posto tra le aziende produttrici d’armi al mondo) sono passate dai 6,08€ ad azione del 7 di febbraio scorso, ai 9,35€ di oggi, ed un balzo simile l’hanno registrato anche la francese&nbsp;<strong>Thales</strong>&nbsp;(+47,9%), la britannica&nbsp;<strong>Bea Systems</strong>&nbsp;(+33,2%) ed ovviamente l’americana&nbsp;<strong>Lockheed Martin Corp.</strong>&nbsp;che è passata dai 387$ ad azione di febbraio, agli attuali 447$.&nbsp;<strong>Il mercato delle armi è oggi talmente redditizio che persino la</strong>&nbsp;<a href="https://www.ft.com/content/c4dafe6a-2c95-4352-ab88-c4e3cdb60bba">banca svedese Seb</a>, che neanche un anno fa aveva dismesso tutti i suoi investimenti in armi,&nbsp;<strong>ha deciso di consentire (dal 1° aprile) a 6 fondi di tornare a puntare sulla difesa</strong>. E solo un anno fa,&nbsp;<a href="https://ec.europa.eu/info/files/280222-sustainable-finance-platform-finance-report-social-taxonomy_en">l’Ue voleva etichettare l’industria militare come dannosa</a>, mentre oggi le carte in tavola sono già cambiate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Su&nbsp;<strong><em>La Stampa</em></strong>, in un articolo a firma di&nbsp;<strong>Fabrizio Goria</strong>, il direttore commerciale di&nbsp;<strong>AcomeA Sgr, Matteo Serio</strong>, suggerisce come in&nbsp;<em>“un futuro prossimo in cui il concetto di sostenibilità rifletterà anche una prospettiva di&nbsp;<strong>contributo alla sicurezza nazionale in senso più ampio</strong>, con implicazioni ad oggi non scontate”</em>. E Goria stesso ha poi esplicitato meglio il concetto:&nbsp;<em>“<strong>Nel mondo Esg 2.0 il focus non è più sul settore “buono” o meno</strong>, sottolinea il manager di AcomA, bensì sulla singola azienda, sulla propria politica d’impresa atta, per esempio, a contenere gli sprechi energetici o a includere procedure di svolgimento delle attività che abbiano ricadute positive sul contesto locale”</em>. Tutto questo significa che la geopolitica ha ormai preso il sopravvento anche in quei settori della finanza, che per marketing o ideali, cercavano di traghettare il mondo altrove rispetto al passato, e così il mondo degli Esg sta oggi investendo in&nbsp;<a href="https://valori.it/fossili-armi-crisi-finanza-sostenibile-esg/">energie fossili</a>&nbsp;ed&nbsp;<a href="https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2022-03-09/esg-goes-to-war">armi</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per Wall Street tutto questo è routine, visto che in un passato recente la quotazione di Aramco aveva già ristabilito i rapporti di forza rispetto alle economie della Silicon Valley. Tuttavia, qui il problema non è solo di natura economica, ma politica, poiché&nbsp;<strong>investire miliardi di euro in armi e fossile potrebbe anche risultare efficace a una situazione contingente, com’è quella della guerra Russo-Ucraina, ma l’assenza di una strategia e di una coordinazione europea</strong>&nbsp;<strong>è pericoloso</strong>. In Europa, a differenza degli Usa (che pur sempre sono un aggregato di Stati federali accomunati da moneta e legge condivisa – come in Ue), manca totalmente una visione strategica. E l’attuale impiego di risorse monetarie, che potrebbero sostenere il welfare e la crescita, vengono qui dissipate in tanti micro-eserciti, non coordinati e numericamente inferiori rispetto alle grandi minacce del presente. Tra l’altro, l’Ue sta già impiegando nella difesa (complessivamente) più risorse della Russia e della Cina, ma non riesce a conseguire gli stessi risultati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ad oggi purtroppo non c’è solo il rischio che l’industria militare continui ad esercitare la sua influenza sui singoli Stati (europei e non), così come profetizzato da Eisenhower 60 anni fa, ma per di più si sta facendo largo anche il ritorno agli Stati nazione, i quali agiscono soddisfando le proprie paure, senza alcun coordinamento e/o strategia di lungo periodo che preservi l’unico interesse davvero comune a tutti: la pace.</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Claudio Dolci e Roberto Biondini</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilcaffekeynesiano.it/2022/04/07/i-soldi-non-fanno-i-vincitori-occorre-una-strategia/geopolitica-il-mondo-che-cambia/globalizzazione/">I soldi non fanno i vincitori: occorre una strategia</a> proviene da <a href="https://ilcaffekeynesiano.it">Il Caffè Keynesiano</a>.</p>
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