Giugno 3, 2024

Il Caffè Keynesiano

UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA

Attacco al welfare state. La riforma previdenziale francese e la fragilità politica di Macron

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“Liberté, égalité, fraternité, retraite”. Uno scherzo? Purtroppo no. L’aria che si respira a Parigi in queste settimane pare la stessa del 1789: da una parte ci sono le forze dell’ordine che reprimono i moti di piazza sotto l’indicazione di un Presidente privo di maggioranza parlamentare. Dall’altra, invece, i manifestanti, la cui rabbia monta giorno dopo giorno e che oggi non si accontentano più di protestare contro la riforma delle pensioni, a detta della maggioranza, fatta male; no, chi scende in piazza lo fa perché desidera difendere la democrazia dalla deriva autoritaria. Ed è questo il cortocircuito a cui può portare l’insipienza politica di chi fatica a far quadrare i conti pubblici. La miccia, infatti, non si trova né in Parlamento, né tra le voci dei cortei che sfilano accompagnati dalla Marsigliese, ma tra le pieghe del bilancio francese, falcidiato dalla pandemia, dall’inflazione e dalla politica dei tassi decisa dalla banche centrali.

Il sistema previdenziale francese

Innanzitutto, che cosa prevede la riforma voluta da Macron e come funziona il sistema pensionistico francese? La Francia spende ogni anni circa 350 mld di € per il comparto pensionistico (come riportato da Il Foglio e da LaVoce.info), pari a circa il 14,8% del Pil (il cui valore è prossimo ai 3.000 mld di €); nel complesso si tratta di un quarto di tutta la spesa pubblica e già questo spiega il perché la riforma previdenziale sia ciclicamente presa di mira da quasi ogni Presidente Francese. I cugini d’oltralpe, infatti, sono famosi in tutta Europa per aver costruito un welfare state che aiuta le giovani coppie, che permette di vivere la vecchiaia in serenità e che prevede un sistema sanitario nazionale gratuito, ma tutto questo ha un costo. In Ue, ad esempio, solo Grecia e Italia spendono in pensioni più della Francia, e non si tratta di due Paesi i cui conti pubblici godano di buona salute.

La Francia, inoltre, ha nel tempo costruito un sistema previdenziale un po’ all’italiana, dove cioè si è tutti uguali sulla carta, ma nei fatti si è profondamente diversi quando si tratta di riscuotere la pensione. Un problema al quale la riforma di Macron vuole porre rimedio eliminando i 42 regimi previdenziali speciali a cui i francesi possono accedere, ed aumentando, invece, la pensione minima a 1.200€ al mese. L’idea del Presidente francese è quindi quella, attraverso l’innalzamento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni, di adottare un fisco a punti che riduca le eccezioni e si riveli più sostenibile. Già, perché il problema dell’attuale sistema previdenziale è che pare destinato a creare un buco nei conti pubblici di dimensioni ragguardevoli e in preoccupante crescita all’aumentare dei tassi d’interesse delle banche centrali.

Le pensioni costano e il piatto langue

Al pari dell’Italia, la Francia ha da tempo avviato una costante crescita del proprio debito pubblico. Negli anni ’80 questo era pari al 20,8%, mentre oggi è al 110% e le previsioni sul deficit che produrranno le pensioni da qui al 2030 non è incoraggiante. Stando ai dati riportati dal Financial Times, fino a qualche mese fa si parlava di 60-80 mld di €, mentre oggi, con l’aumento dei tassi d’interesse, il deficit oscilla già tra i 60-90 mld € e non più al 2030, ma al 2027. Occorre poi tenere a mente che tra pandemia, shock energetico e guerra, il governo francese ha già attinto a piene mani dal portafoglio, spendendo (complessivamente) quasi 415 mld di €.

Alain Minc, consigliere dell’Eliseo molto vicino a Macron, intervistato da Repubblica ha detto “bisogna fare questa riforma a causa dello spread. La realtà è che c’è un miracolo nello spread francese. Siamo cinque punti sopra la Germania e logicamente dovremmo essere 0,5 punti sotto l’Italia. In parte, la situazione macroeconomica, con l’avanzo della bilancia commerciale e il deficit primario di bilancio al netto degli oneri per interessi, è migliore in Italia. Poi la Francia è più solida, più strutturata, ma visto dall’estero, se la riforma delle pensioni non passasse, ci sarebbe un possibile allarme. Macron non ha osato dirlo”. Un rischio, quello della perdita di fiducia da parte dei mercati, che Italia e Grecia conoscono fin troppo bene e che Macron vorrebbe evitare.

Il punto di vista delle piazze

Osservata da questa prospettiva non si comprende l’atteggiamento dei francesi, che paiono protestare per non volersi adeguare a uno standard che tra l’altro l’Ue vorrebbe condiviso da tutti (italiani e tedeschi vanno in pensione a 67 anni, tanto per dire). In realtà i francesi hanno ben più di una ragione per protestare.

La prima è che dietro la riforma si nasconde in realtà, come racconta Francesco Saraceno su Domani, la forte penalizzazione di alcune fasce della popolazione: chi ha un basso titolo di studio, coloro che hanno subito interruzioni nella loro carriera lavorativa, le donne e chi ha iniziato a lavorare presto. In breve, tutti tranne quelli che hanno e che soffrono maggiormente il peso delle diseguaglianze. Gli sconfitti della globalizzazione, quell’esercito che in Francia era già sceso in piazza sotto il vessillo dei gilet gialli, pronti a enfatizzare le differenze tra centro e periferia, tra chi ha e chi no, che è poi lo stesso che oggi si riversa nelle strade francesi.

Operai delle raffinerie, netturbini, studenti, sono loro a protestare contro un governo centrale che, in un momento di forte contrazione economica, batte cassa colpendo il welfare state. Un copione già visto anche altrove e che si sta palesando di nuovo anche in Italia, basti osservare le lunghe code d’attesa che per una visita specialistica in ospedale o i fondi del Next Generation Eu diretti alla sanità: spiccioli. In Francia, inoltre, ad aggravare la situazione è stata la modalità con cui Macron ha tentato di coprire la propria fragilità alzando la posta, come nel “gioco del pollo”.

La teoria dei giochi e le proteste di piazza in Francia

Quest’ultimo altro non è che una sfida per determinare chi, tra due contendenti, possieda maggior coraggio. La prova da superare è semplice: due auto devono sfrecciare a tutta velocità verso un dirupo e la prima che sterza perde. Macron ha dato il via a questo gioco scavalcando il Parlamento, con l’articolo 49.3 (usato un centinaio di volte nella quinta Repubblica), segno di forza che nasconde in realtà una grande debolezza politica. Debolezza che è stata colta dai corpi intermedi, ovvero i sindacati, i quali hanno organizzato gli scioperi e portato la gente in piazza. E qui, nelle piazze, Macron ha dato ai manifestati, qualora ve ne fosse bisogno, il coraggio per spingersi verso il dirupo senza paura, ma anzi, col sorriso di chi sa di lottare per qualcosa più grande: ovvero, la democrazia.

La polizia, quella che dopo gli attacchi terroristici ha acquisito sempre maggior potere, ha usato armi da guerra, fatto cariche contro donne e giornalisti, e compiuto arresti intimidatori per sedare la piazza, ottenendo però l’effetto opposto rispetto a quello desiderato. Da liberale quale si era presentato, Macron ha dato prova di tenere maggiormente al proprio potere ed al suo ego, rispetto a quei valori e ideali che avrebbe invece dovuto difendere. Le immagini dei linciaggi ai danni dei giornalisti, la volontà di impedire persino ai soccorsi di intervenire in caso di necessità, sono la cifra di quanto possa essere illiberale colui che si professa liberale.

E ora? Prosegue l’attacco al welfare state

Le tensioni nelle piazze francesi sono ancora altissime, nonostante l’assenza di stipendio (a causa dello sciopero) stia fiaccando il morale dei manifestati, i quali però paiono solo voler prendere fiato prima di una maratona, la stessa che ha contraddistinto il periodo dei gilet gialli. E Macron? Tira dritto sulla sua strada e perde così l’occasione di un reale confronto con i francesi, i quali, 6 su 10, vorrebbero una riforma delle pensioni, ma non quella proposta da Macron. Difficile dire chi la spunterà, ma quello francese rischia di essere l’ennesimo attacco al welfare state dei Paesi dell’Ue, iniziato nel lontano 2011, con la crisi del debito sovrano, e oggi di nuovo in agenda per contrastare i numerosi shock economici che hanno contraddistinto gli ultimi anni.

di Claudio Dolci