Maggio 26, 2024

Il Caffè Keynesiano

UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA

L’ingresso nell’euro e l’analisi di falsi miti: puntata I

Molto spesso mi capita di vedere sui social delle fantomatiche immagini in cui si inneggia alla Vecchia Lira come un passato roseo da cui purtroppo l’Italia ha dovuto fare a meno. E gli pseudo responsabili di questa catastrofe variano da volta in volta senza una logica precisa ma sono tutti collegati tra loro dall’ipotetico concetto che sia stata una truffa ai danni dei cittadini.

In particolare, il passaggio da Lira a euro, a cavallo del nuovo millennio, si è trattato di un danno ingiusto per tutti gli italiani a vantaggio della cattiva Germania, rea di aver reso il cambio a suo favore, contro gli interessi degli italiani. Sulla stessa lunghezza d’onda, i detrattori della moneta unica sottolineano come il passaggio ad una valuta comune abbia fatto perdere a Roma l’autonomia di decidere sulla propria valuta, dando questo potere ai “burocrati di Bruxelles”.

Sono due concetti che periodicamente riemergono anche sulla scena politica e che vengono utilizzati a volte con successo per racimolare consenso e voti. Lo studio della Storia e dell’economia, nello specifico, apre però la mente a come stanno veramente le cose. Penso sia molto importante per noi cittadini comprendere a fondo la materia per farsi un’idea precisa di cosa voglia dire essere entrati nella moneta unica.

E da qui si può certamente partire per poter riflettere sui pro e sui contro di aver utilizzato una valuta unica per i membri dell’Unione Europea. Infatti, esistono critiche serie nella letteratura: una delle più importanti è quella che la UE non fosse un mercato integrato abbastanza profondamente da avere una valuta comune. Ciò non toglie che sia necessario però schiarire il dibattito da bufale e populismi in modo tale da non basare la propria riflessione su falsità.

Smontare quindi alcune assurdità sul conto dell’euro non è un’azione a favore di fantasmagorici poteri forti quali Soros e Bill Gates, ma semplicemente un’operazione a favore di tutti coloro che vogliono farsi una propria idea a riguardo.

Il nefasto cambio

Cercheremo in questo primo articolo di smontare la teoria che il cambio con il marco sia stato fatto sbagliato, con un raddoppio secco dei prezzi interni, lasciando poi ai prossimi appuntamenti un’analisi un po’ più complessa sul perché aver abbandonato l’autonomia monetaria non sia stato di per sé un abbandono di sovranità.

L’Italia è entrata nell’euro con un cambio di circa 2000 lire per euro (1936,27). Significa che il lavoratore che prendeva 2 milioni di lire al mese avrebbe percepito circa 1000 euro al mese. Si trattò di un tasso di cambio fissato nel 1999 in maniera irrevocabile. Essendo semplicemente un cambio valuta, non è cambiato niente in termini reali, cioè nel potere d’acquisto delle famiglie. Non la pensano così tanti invece che ancora oggi sono convinti che il cambio fu invece una truffa.

Ma anche qui, i pareri si moltiplicano: c’è chi dice che fu troppo duro e c’è chi dice che fu troppo morbido. Prima di capire cosa s’intende con ciò, è opportuno ricordare che il cambio non fu una scelta a tavolino di Ciampi, Prodi o i “poteri forti” ma semplicemente rispecchiava quanto effettivamente la lira veniva scambiata sul mercato finanziario. Se si voleva mantenere stabile il tasso di cambio con le altre valute europee, il che significa se non si voleva alterare il rapporto commerciale di export ed import con gli altri stati dell’allora comunità europea, non si poteva fare altro che fissare il cambio come effettivamente avveniva tra gli operatori!

Ma ipotizziamo ora che l’Italia (non si sa su quali basi) fosse riuscita a fare un cambio diverso da quello effettivamente realizzato. Torniamo quindi al punto precedente di chi pensava che il cambio sarebbe dovuto essere più duro o invece più morbido.

Un cambio più duro?

Facciamo quindi l’esempio che l’Italia fosse riuscita a portare un cambio più forte: cioè, invece che un euro per duemila lire, un euro per mille lire. Di conseguenza, si dice, il lavoratore sarebbe stato doppiamente più ricco: invece che guadagnare mille euro, ne avrebbe guadagnati duemila.

Tutti più felici? A dire il vero, no. È chiaro che l’azienda che paga il lavoratore e produce un bene deve quindi anche raddoppiare il prezzo del bene che produce per rientrare nei costi: il cambio rafforzato deve essere sia per lo stipendio sia per il prezzo del bene. Ma siamo in un mercato interno con concorrenza: ciò significa che se raddoppi il prezzo succedono almeno due cose. Primo, i consumatori stranieri non comprano più il bene italiano poiché è raddoppiato, secondo, i consumatori italiani scelgono un bene estero perché costa appunto la metà.

Di conseguenza, ci troviamo alla fine con l’azienda che deve chiudere e il lavoratore disoccupato. Con parole di Cottarelli all’interno del suo libro Pachidermi e Pappagalli: Abbiamo capito due cose: la prima è che entrare nella moneta unica a un cambio di 2000 lire per euro era in pratica inevitabile, visto che quel tasso era implicito nei tassi di cambio prevalenti sui mercati prima dell’entrata. La seconda è che entrare con un cambio di mille lire per euro non ci avrebbe reso più ricchi anzi ci avrebbe rovinato.”

Un cambio più morbido?

Prendiamo ora invece il caso opposto, cioè, che la lira doveva essere sviluppata di più: invece che un euro per duemila lire, un euro per quattromila lire. A rigor di logica, le esportazioni sarebbero dovute aumentare (sulla falsa riga della “svalutazione competitiva” che l’Italia utilizzava come scorciatoia negli anni ’70 per aumentare l’export piuttosto che puntare sulla produttività).

A parte l’impossibilità già ripetuta anche da Cottarelli, si ricorda che l’Italia è un Paese trasformatore: ciò significa che trasforma e produce prodotti che però all’inizio vengono importati dall’estero essendo carente di materie prime. Di conseguenza, quanto è vero che l’export ne avrebbe avuto beneficio, tanto è certo che i costi di importare sarebbero schizzati alle stelle, azzerando i benefici di questo magheggio all’italiana.

Ma aggiungiamo un argomento: in realtà, l’Italia finché ha potuto svalutare la valuta, lo ha fatto. Così anche dice il professor Franco Bruni, docente Bocconi, che ai tempi del cambio era partecipe attivo nella discussione con la UE: Noi abbiamo fatto nel ’95 l’ultima grande svalutazione, molto forte e che era obbligata per l’alta inflazione interna. Gli altri hanno finito nell’93. Questa svalutazione ci ha dato un vantaggio di competitività, Ciampi riuscì ad averlo. E siamo entrati nell’euro con un cambio molto favorevole. Procurato dal fatto che avevamo svalutato finché potevamo. Il contrario di quello che molti dicono.”

Insomma, sembra proprio che diversamente da quel cambio non ci si potesse muovere e che comunque l’Italia abbia fatto come sempre tutto fino all’ultimo minuto per poter avere dei vantaggi.

Ma allora, come dicono in tanti, perché i prezzi sono aumentati con l’entrata nell’euro?

Si dice: la tazzina di caffè è raddoppiata, il gelato pure e via dicendo. E anche in questo caso, più che le frasi da bar, ci vengono in soccorso le statistiche che non mentono mai. Se fosse vero che i prezzi furono raddoppiati con l’entrata nell’euro, allora avremmo dovuto avere un’inflazione di circa il 100% ma l’ISTAT ci dice un’altra cosa: nel 2002 i prezzi sono aumentati del 2,5% mentre nel 2003 del 2,7%.

In aggiunta, negli stessi due anni, i consumi delle famiglie sono aumentati dell’1,5%, non sono diminuiti! Ciò sta a significare che il potere d’acquisto delle famiglie non è diminuito con l’entrata nell’euro, anzi è aumentato.

“Sì, ma io il caffè l’ho pagato sempre il doppio di quando c’era la lira!” E questo può essere vero. Ma altre due informazioni ci possono chiarire il motivo per cui può essere accaduto senza andare ad intaccare il nostro potere d’acquisto, anzi migliorandolo.

C’è sempre un motivo

Primo, sempre con le parole di Bruni: “Ci fu un insufficiente monitoraggio dei nuovi prezzi dopo che era stato prescritto anche dalla UE”. Cioè, per un periodo di tempo i Paesi aderenti avrebbero dovuto controllare che i commercianti non barassero sul cambio, anche mediante l’affissione dei due prezzi, in lira e in euro, all’interno dei locali. In Italia, questo non avvenne a differenza di altri Paesi della zona euro.

E’ quindi obbligato il ragionamento che su certi prodotti le attività abbiano approfittato della situazione. Ma non in chiave generale: questo perché l’Istat come citato conferma un aumento non esagerato dei prezzi e perché, a ragion di logica, come dicevamo qualche paragrafo indietro, un raddoppio dei prezzi avrebbe provocato l’acquisto di prodotti stranieri a più buon mercato rispetto che a quelli italiani.

Rimane un quesito a cui rispondere: lo stipendio reale in Italia è più basso di venti anni fa, perché? E’ colpa dell’euro? Su questo punto può essere utile un grafico dell’andamento dei salari reali di tutti i Paesi UE:

Come si evince chiaramente, l’Italia è l’unico Stato che ha avuto una decrescita dei salari reali rispetto al resto dell’Europa. Non può quindi essere l’introduzione dell’euro di per sé ad aver causato questo fenomeno di stagnazione degli stipendi italiani. Bisogna andare a ricercare altre cause, tra cui le mancate riforme per un Paese moderno facente parte del mercato unico europeo. Insomma, una mancata produttività che attanaglia questo Paese da moltissimo tempo.

In conclusione, questo articolo ha cercato di affrontate più da vicino uno degli evergreen del nostro dibattito pubblico: che il cambio lira-euro sia stata una truffa e che esso sia motivo del nostro impoverimento sul lato del potere d’acquisto. Si è visto come ciò effettivamente non sia vero.

Anzi, su questo fronte, l’introduzione di una valuta unica per il mercato unico europeo ha aiutato la comparazione dei diversi prezzi in Europa, aiutando sia lo sviluppo della concorrenza, aumentando il benessere del consumatore, sia l’agevolazione per i produttori di vendere merci in Paesi stranieri senza il problema del cambio.

Altri quesiti rimangono irrisolti: come il fatto che l’euro ha unito economie troppo diverse tra loro e che la perdita dell’autonomia monetaria sia stato un danno più che un beneficio per il nostro sistema Paese. Argomenti che verranno affrontanti nella prossima puntata di questa rubrica.

Di Roberto Biondini