Aprile 19, 2024

Il Caffè Keynesiano

UN SORSO DI ECONOMIA PER LA PAUSA QUOTIDIANA

Too big to fail: cosa si nasconde dietro il crack di Silicon Valley Bank e la crisi di Credit Suisse

6 min di lettura

La cronaca finanziaria delle ultime due settimane ha risvegliato in molti risparmiatori ed analisti quella paura, mista ad angoscia ed incredulità, che 12 anni fa accompagnò la crisi dei mutui subprime, culminata, il 15 settembre 2008, col fallimento di Lehman & Brothers. Un tonfo capace indurre tutti a ripensare la finanza e il rapporto tra mercati, risparmiatori e istituzioni centrali. Ed oggi, il fallimento di Silicon Valley Bank (SVB), prima, e la crisi di Credit Suisse (CS), poi, hanno riacceso il panico nei mercati e obbligato gli analisti a un nuovo esame di coscienza: com’è stato possibile? Davvero non abbiamo imparato nulla dal passato? In parte è così, la lezione che la Grande Recessione e la Crisi del debito sovrano avrebbero dovuto impartirci è stata dimenticata sotto la spinta del denaro facile, reso accessibile a tutti grazie a un periodo prolungato di tassi bassissimi, quando non addirittura negativi, ma dietro gli shock di queste settimane vi è qualcosa di più.

Il terreno della crisi, tra denaro facile e pochi controlli

SVB e Credit Suisse rappresentano l’emblema di ciò che oggi non funziona nel mercato finanziario e delle colpe delle banche centrali, nonché della politica, ma il 2008 è stato tutto un altro film. La crisi del 2007-2008, infatti, affondava le sue radici nella fragilità del mercato immobiliare, le cui fratture erano state stuccate ad arte con i CDO, forme di aggregazione del rischio nate con l’obiettivo di gestire, rendendo profittevoli, prodotti che se trasparenti nessuno avrebbe sottoscritto a cuor leggero, anzi. La stragrande maggioranza di chi comprava questi prodotti finanziari non sapeva davvero che cosa stesse acquistando, né i rischi sottostanti, poiché ciò su cui i mediatori finanziari facevano leva era il rendimento.

Oggi, invece, la cronaca ci racconta di una banca regionale, SVB, che ha gestito incautamente i soldi di investitori e correntisti di un particolare settore, quello dell’High Tech. Per capire il crack finanziario che ha colpito la California occorre partire proprio da questo dato: SVB rappresenta perlopiù una pagina delle cronache del mercato d’oggi, al più un capitolo, non l’intero libro.

SVB e la crisi dell’obbligazionario indotta dall’ascesa dei tassi d’interesse

Tutto è cominciato tre anni fa, con l’avvento della pandemia da Sars-Cov2, quando ingenti quantità di denaro, ancora lasciato libero di riprodursi senza troppi vincoli (come stimolo ad un’inflazione ferma al palo, e ben lontana dal 2% fissato dalla teoria macroeconomica) inondava i mercati e cercava casa tra gli investimenti. La chiusura di molte attività economiche, a seguito dei lockdown, non impedì ad altre di proliferare, anche in virtù di una diversa organizzazione del lavoro. D’altronde una fabbrica di lampadine richiede una presenza sul lavoro ben diversa rispetto a quella di cui necessita una start-up del settore dell’High Tech. A fronte del blocco del lavoro, e con l’obiettivo di sostenere l’economia, le principali economie del mondo hanno dato vita a manovre espansive, le quali hanno determinato un aumento del debito pubblico dei singoli Stati. Un esempio? Come riportato da un report della Banca d’Italia a firma di Gabriele Bernardini e Valerio Ercolani (datato 30 Giugno 2021), gli Usa avevano impiegato ben più di 6.000 miliardi di dollari per fronteggiare la crisi pandemica (pari al 30% del PIL americano). E come ci ricorda l’IRA varato qualche mese fa da Biden, la pioggia di soldi facili non ha ancora mollato la sua presa sul decisore pubblico, nonostante gli ammonimenti di diversi economisti.

Di questa ingente mole di liquidità hanno giovato un po’ tutti, compresi i correntisti e gli investitori di Silicon Valley Bank, la quale, tra il 2020 e il 2022 (gli anni della pandemia) ha incrementato i suoi depositi da 102 a quasi 189 mld di dollari (come riportato dal Financial Times). Un fiume in piena in cerca di profitto a basso rischio. Già, perché coi tassi negativi e un mercato azionario non proprio stabile, l’opzione allora più sicura pareva l’obbligazionario sui titoli di Stato americani. SVB scelse così di porre in un unico paniere, a lunga scadenza, pari a 10 anni, ben 120 miliardi di dollari. Di questi, ben 91 mld erano investiti in titoli obbligazionari con un rendimento del 1,64%, che nel 2020/2021 era molto buono, ma che oggi, con l’ascesa dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali (Fed, Bce e Boe) risulta svantaggioso; ed è qui che la strategia di Svb si è rivelata poco lungimirante e per due differenti ragioni.

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Gli errori commessi da SVB

La prima è che dopo una fase espansiva, per quanto prolungata possa essere (e quella del Quantitative Easing è durata più di 10 anni) ne segue sempre una restrittiva, con tassi in aumento, e così è stato. Sono i cicli economici, che quanto calibrati per evitare stagnazione e recessione, regolano l’economia tutta. Il secondo errore commesso dagli analisti di SVB è stato quello di sottovalutare il profilo dei propri clienti, e questo errore è stato forse peggiore del primo. Le start-up del settore High Tech, infatti, hanno bisogno di mobilitare ingenti quantità di capitale per produrre innovazione e quindi richiedono un accesso alla liquidità rapido e imponente, aspetti, questi, che mal si conciliano con l’investimento in titoli obbligazionari a 10 anni, il cui rendimento dipende proprio dalla capacità di lasciare i soldi fermi sino allo scadere dell’obbligazione.

Con la riprese dell’attività economica gli investitori hanno quindi domandato liquidità, che però SVB non era in grado di garantire, se non rimettendoci, e tanto. Ma perché? Perché con l’aumento dei tassi d’interesse si erano generate obbligazioni, sempre su titoli di Stato, dai rendimenti molto più alti e tali da rendere quelle contratte nel 2020 e 2021 poco appetibili. Chi comprerebbe mai un’obbligazione con un rendimento all’1,64% se può acquistarne invece una, ex-novo, che garantisce oltre il 4%? Solo un forte sconto, così come quello che oggi riguarda il petrolio degli Urali (posto sotto embargo) può spingere un investitore ad acquistare un’obbligazione del genere. Ed è così che SVB ha dovuto cercare altri modi per farsi finanziare sul mercato, ma così facendo ha ammesso pubblicamente di avere un problema, di cui nessuno sapeva nulla. E qui entrano in gioco le colpe della politica.

Il populismo americano è stato a favore della deregulation finanziaria

Nel 2018, infatti, Donald Trump decise di rivedere il Dodd-Frank Actpermettendo così alle banche regionali con un valore inferiore ai 250 mld di dollari, come SVB, di non doversi sottoporre a nessun controllo da parte della Fed centrale, ma solo a quelli dei distaccamenti della banca centrale americana disseminati nei singoli Stati. In questo modo, per quanto controllata, SVB non era soggetta allo stesso rigore di una major bank, nonostante fosse in 16 posizione nel ranking delle banche americane e di primaria importanza per un intero settore, ovvero quello dell’High Teck (oltre 1.500 aziende innovative e start-up avevano i loro conti in SVB, come riportato dal New York Times). Dopo la notizia della ricerca di liquidità è bastato un giorno per far crollare il castello di carte. Durante l’ennesimo venerdì nero sono stati prelevati dei depositi della fu banca californiana ben 42 mld di dollari e da lì il crack. A seguire l’intervento di Biden per garantire i depositi anche sopra i 250.000 dollari (dei correntisti e non degli investitori) e della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC). Non i contribuiti, ma le banche risaneranno il buco generato da SVB e dalle altre banche regionali in prossimità del baratro: questa è la promessa, anche se è assai probabile che il mondo delle istituzioni creditizie decida di rivalersi poi sui propri correntisti e quindi su tutti.

Credit Suisse: che cosa ha portato alla crisi dell’istituto bancario elvetico?

Che cosa ha determinato la crisi di Credit Suisse (CS) in Ue? Che legame c’è con SVB? La storia di Credit Suisse è simile, eppure assai diversa rispetto a quella di SVB e ci racconta di come la finanza, da ben prima del 2008, sia sì cambiata e non per il meglio.

Alla base del crollo di CS vi è l’annuncio, da parte della Saudi National Bank (SNB), partecipata per il 37% dal fondo sovrano saudita, di escludere un nuovo sostegno finanziario alla banca svizzera. SNB è il maggior azionista del Credit Suisse: per questo la notizia ha scatenato la bufera su Zurigo. Alla fine dello scorso anno gli arabi avevano acquistato una partecipazione del 9,88% dell’istituto, in concomitanza con l’aumento di capitale da 4 miliardi di franchi, così come riportato da OPENCome nel caso di SVB, anche in questo caso è la mancanza di liquidità ad aver dato una spinta in più a un istituto di credito da tempo in crisi.

Già, perché CS, fondata nel 1856 da Alfred Esher, è, come riportato dalla Tv nazionale svizzera, “una banca internazionale che ha perso di vista le sue radici svizzere” e non da ieri. Quindici anni fa un’azione di CS valeva 80€, mentre cinque anni fa solo 15€, ed ora è crollata a 0,76 Franchi (UBS ha infatti messo sul piatto 3 mld di Franchi svizzeri, pari a 3,2 mld $ per prendersi CS). Com’è stato possibile? In una parola? Avidità. Prima il tracollo del giocattolo di Bill Hwang e il suo Archegos Capital Management, poi Greensill, a seguire lo scandalo del tonno in Mozambico (come riportato da Repubblica), e infine i “Suisse Secrets”: ovvero i file con i nomi di 18.000 clienti che difficilmente avrebbero ottenuto un conto altrove. A tutto ciò si accompagnano le lotte tra le fazioni interne alla banca, come descritto dal giornalista finanziario Lukas Hassig: da una parte quella più attaccata alle tradizioni svizzere (depositi e poco altro) e dall’altra, invece, quella americana, più incline all’unica logica che domini la finanza, ovvero quella di Milton Friedman. Il problema è che a pagare i conti e gli errori del capitalismo senza regole, come quello libertario invocato dai magnati della Silicon Valley e delle grandi banche svizzere, sia sempre e solo lo Stato.

A salvare il capitalismo è collettività tutta

La Svizzera intera, per non perdere la credibilità acquisita in secoli d’attività, nonché la principale fonte d’introiti del Paese, ha deciso di aprire il portafoglio. Dapprima con un prestito ponte a CS per 50 mld di Franchi, bruciati, come riportano le indiscrezioni del Financial Times, in poco meno di cinque giorni, a causa di una folle corsa agli sportelli (con un prelievo di 10 mld al giorno). Poi altri 100 mld, più 9 in caso di necessità, sono stati messi sul piatto come scorta e incentivo affinché UBS decidesse di fare il passo ed acquisire lo storico rivale di sempre, CS.  

Allarme rientrato? In realtà non si sa ancora. I mercati non hanno digerito benissimo né l’acquisizione di UBS, né la fretta con cui la banca centrale svizzera ha gestito il problema, bypassando la riunione di soci azionisti di Credit Suisse, in barba alle regole (oggi sotto revisione) che essa stessa aveva scritto; tant’è che oggi gli azionisti sembrano muoversi per chiedere i danni. Insomma, il panico nato in USA fuso con la scelta del fondo saudita di non sostenere Credit Suisse insieme all’accumulo di vicende giudiziarie che hanno interessato la banca elvetica negli ultimi anni, hanno di fatto portato scatenato una bufera che ha rischiato di portarla alla banca rotta e trascinare con sé i mercati europei. Se il panico è rientrato, la tempesta non è ancora finita: perché se un istituto di credito di valenza sistemica, come CS, il cui Cet1 era pari a 14,1, è piombata nel baratro per il fallimento di una banca americana, questa volta neppure sistemica, allora c’è un problema di fondo pronto ad esplodere. I tassi d’interesse, oggi al 4,75% negli Usa e al 3,5% in Ue, stanno infatti cambiando il modo di ragionare degli investitori e dei correntisti, attratti da profitti che suggeriscono loro di non lasciar più parcheggiati i soldi sui conti correnti. Vi è poi l’onda lunga di una serie di crisi che dal 2000 in poi sembra aver sensibilizzato ed esasperato l’emotività delle persone, le quali si aspettano sempre il peggio anche quando non ve ne sarebbe ragione.

La situazione italiana: che cosa rischiamo?

E l’Italia cosa rischia? C’è la possibilità dell’effetto domino? La Repubblica fa sapere che Palazzo Chigi segue il dossier in contatto con Consob Banca d’Italia. Le controparti italiane non paiono esposte in modo significativo sugli 11,9 miliardi di euro iscritti a bilancio come debiti bancari. Quindi, secondo la premier, dal punto di vista dei numeri non c’è molto da preoccuparsi. Ma l’effetto domino è sempre dietro l’angolo: gli speculatori sono sempre alla finestra, per tentare di forzare la mano su situazioni fragili di realtà Too big too fail, cioè troppo grandi per essere lasciate fallire.

L’Unione Europea nel corso del tempo si è preparata ad evitare una seconda crisi finanziaria al pari di quella accaduta nel 2008: con l’Unione Bancaria UE i controlli sono più centralizzati, gli stress test sulle banche vengono fatte in continuazione, la liquidità deve essere garantita e il capitale a bilancio deve essere al di sopra di una certa soglia se si vogliono effettuare investimenti rischiosi. Insomma, la Bce ha garantito solidità degli istituti. Ma l’elefante dentro la stanza esiste e si chiama “liquidità”. Trilioni di dollari e di euro sono stati pompati nel mercato per far ripartire l’economia, sottovalutando i rischi su indebitamento (come SVB ci insegna) e l’inflazione eccessiva. Ora si corre ai ripari per evitare un livello dei prezzi troppo elevato stringendo come mai prima la liquidità: è come se a un fumatore accanito si consigliasse di non fumare più neanche una sigaretta dal giorno X. Effettivamente non fumerà più, così come l’inflazione scenderà. Ma a che prezzo? Recessione? Scoppio di bolle nascoste? Il terreno è un campo minato, non ci sono notti tranquille nei palazzi delle banche centrali. Il futuro è molto indeterminato.

di Claudio Dolci e Roberto Biondini